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Articolo 493 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Alienazione dei beni ereditari senza autorizzazione

Dispositivo dell'art. 493 Codice civile

L'erede decade (1) dal beneficio d'inventario [490, 494, 505, 509, 564 c.c.], se aliena o sottopone a pegno [2748 c.c.] o ipoteca [2808 c.c.] beni ereditari, o transige [1965 c.c.] (2) relativamente a questi beni senza l'autorizzazione giudiziaria (3) e senza osservare le forme prescritte dal codice di procedura civile [747, 748 ss. c.p.c.] (4).

Per i beni mobili l'autorizzazione non è necessaria trascorsi cinque anni dalla dichiarazione di accettare con beneficio d'inventario.

Note

(1) La decadenza dal beneficio di inventario comporta che l'erede viene considerato erede puro e semplice dal momento dell'apertura della successione. La decadenza avviene anche in assenza di colpa grave (v. art. 1229 del c.c.) da parte dell'erede o di un reale pregiudizio per i creditori.
Gli atti compiuti senza autorizzazione sono validi ed efficaci.
(2) L'elencazione non è tassativa. Comporta decadenza dal beneficio di inventario il compimento di qualsiasi atto di straordinaria amministrazione che non sia stato autorizzato dal giudice competente, ad esempio gli atti di disposizione su beni ereditari (permuta, rinunzia traslativa, costituzione di diritti reali etc.).
(3) La competenza spetta al Tribunale del luogo in cui si è aperta la successione (v. art. 456 del c.c.).
Il giudice può autorizzare solo quegli atti che siano diretti alla conservazione del patrimonio ereditario, alla liquidazione dei creditori del de cuius o siano di utilità evidente per l'eredità.
I restanti atti non possono essere autorizzati e, anche se autorizzati indebitamente, non possono essere compiuti, pena la decadenza dal beneficio di inventario (es. la donazione ad un terzo di un bene ereditario).
(4) Si osservano le disposizioni di cui agli articoli 747 e 748 del c.p.c..

Ratio Legis

Sottoponendo gli atti di straordinaria amministrazione al preventivo controllo dell'autorità giudiziaria si tutelano le ragioni dei creditori dell'eredità. Tali atti vengono, infatti, autorizzati solo se rappresentano un evidente vantaggio per le attività ereditarie.

Spiegazione dell'art. 493 Codice civile

I creditori ereditari in caso di accettazione beneficiata dell'eredità possono soddisfare le proprie ragioni creditorie esclusivamente sul patrimonio ereditario ai sensi dell'art. 490 del codice civile in conseguenza della separazione patrimoniale che discende da tale accettazione.

La limitazione della responsabilità dell'erede per debiti dell'eredità nei limiti del valore del patrimonio ereditario che ne consegue determina, in capo allo stesso, l'obbligo di amministrare la massa ereditaria al fine di garantire la conservazione della stessa in vista della liquidazione dei debiti che la compongono.

Ne discende che ogni atto di straordinaria amministrazione (l'elencazione di cui alla norma in esame non deve ritenersi tassativa), tra i quali si ricomprende anche la divisione ereditaria, relativo ad un bene mobile o immobile della massa ereditaria deve essere necessariamente autorizzato dall'autorità giudiziaria ai sensi dell'art. 747 del codice di procedura civile.

Si garantisce in questo modo che tali atti siano effettivamente finalizzati alla conservazione del valore del patrimonio ereditario in vista della liquidazione dei creditori ereditari.

Il compimento di tale atti senza la necessaria autorizzazione determina la decadenza dal beneficio di inventario, salvo il caso di erede beneficiato incapace (art. 489 del codice civile). L'assenza di autorizzazione non incide invece sulla validità dell'atto compiuto.

Non sono soggetti all'autorizzazione gli atti di ordinaria amministrazione per i quali sussiste la responsabilità dell'erede solo in caso di colpa grave ai sensi dell'art. 491 del codice civile.

L'autorizzazione non è poi necessaria per gli atti di straordinaria amministrazione relativi ai beni mobili decorsi cinque anni dall'accettazione beneficiata dell'eredità.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

247 Nell'art. 493 del c.c., che stabilisce la decadenza dell'erede dal beneficio d'inventario per il compimento di atti di disposizione di beni senza l'autorizzazione giudiziaria e senza l'osservanza delle forme prescritte dalla legge, ho voluto prevedere, accanto agli atti di alienazione e di costituzione di pegno o d'ipoteca, anche le transazioni. Per il codice dì procedura civile del 1865 (art. 881) le transazioni fatte dall'erede beneficiato senza autorizzazione giudiziaria erano nulle e non importavano decadenza dal beneficio. In verità non è facile spiegare la differenza di trattamento che nei codici del 1865 si faceva agli atti di alienazione dell'erede beneficiato in confronto agli atti di transazione. Il nuovo codice elimina la disarmonia e stabilisce per tutti questi atti la sola sanzione della decadenza dal beneficio.

Massime relative all'art. 493 Codice civile

Cass. civ. n. 24171/2013

In caso di accettazione dell'eredità con beneficio d'inventario, l'art. 493 c.c. non consente all'erede beneficiato di disporre liberamente dei beni dell'asse, ma rimette al giudice la valutazione della convenienza di qualsiasi atto di alienazione o di straordinaria amministrazione, incidente sul patrimonio ereditario e non finalizzato alla sua conservazione e liquidazione, stante l'obbligo di amministrazione dei beni nell'interesse dei creditori e dei legatari. (Nella specie, in applicazione dell'enunciato principio, la S.C. ha ritenuto che non rientrassero nell'ambito degli atti necessitanti dell'apposita autorizzazione giudiziaria la demolizione di un'autovettura di nessun valore commerciale caduta in successione, come l'appropriazione del vestiario del "de cuius" di valore minimale).

Cass. civ. n. 337/1967

La violazione dell'art. 747 c.p.c., dettato a prevalente tutela dell'interesse dei creditori e legatari dell'eredità, importa decadenza dal beneficio di inventario, ai sensi dell'art. 493 c.c., su istanza dei creditori e legatari stessi, se l'alienazione non autorizzata dei beni ereditari sia stata posta in essere dall'erede capace. Qualora, invece, l'erede alienante sia un incapace e non abbia ottenuto l'autorizzazione prevista nel secondo comma del predetto art. 747 c.p.c., l'alienazione non autorizzata può essere impugnata tanto dai creditori e legatari dell'eredità, affinché il bene alienato non venga sottratto all'asse ereditario e possa costituire oggetto di soddisfacimento delle loro ragioni, quanto dallo stesso incapace, poiché la norma anzidetta è preordinata anche a sua protezione. Tuttavia, quando l'alienazione stessa venga autorizzata dal giudice tutelare ai sensi dell'art. 320 c.c., che realizza il massimo di tutela degli interessi dei minori, l'impugnativa è riservata soltanto ai creditori e legatari.

Cass. civ. n. 1051/1966

Il minore che entro un anno dal raggiungimento della maggiore età non abbia accettato, con beneficio d'inventario, l'eredità già accettata dal padre di lui senza detto beneficio, non può dolersi che, nella vendita di beni appartenenti all'eredità, già compiuta dal padre in suo nome, non siano state osservate le forme previste dall'art. 747 c.p.c., e quelle, che ne costituiscono il presupposto, previste dall'art. 493 c.c., poiché tali norme sono dirette alla tutela dell'interesse dei creditori dell'eredità beneficiata, i quali hanno diritto a soddisfare i loro crediti sui beni ereditari con preferenza rispetto ai creditori personali dell'erede.

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Consulenze legali
relative all'articolo 493 Codice civile

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MARIO B. chiede
mercoledì 15/05/2019 - Calabria
“In data 12/09/2018 moriva mio fratello.
La vedova e i due figli di cui uno minorenne accettavano l’eredità con beneficio d’inventario. (il minore su autorizzazione del giudice)
L’accettazione dell’eredità è stata fatta davanti al notaio che ha effettuato l’inventario.
Lo stesso notaio ha effettuato la trascrizione al registro immobiliare e comunicazione al registro delle successioni del tribunale dove mio fratello era residente.
Allo stato attuale l’attivo è costituito da:
appartamento abitazione principale, (comproprietà con la moglie) valutato 80.000.00 euro,
l’incasso di una fattura di 5.000.00 euro,
il valore del mobilio di cui all’ inventario del notaio del valore di euro 4000.00 (risalente alla data del matrimonio, circa 20 anni fa)
Il passivo è costituito da:
mutuo prima casa cointestato di 66.000.00 euro per il quale il giudice ha autorizzato la vedova ad intestarsi l’intero importo.
Alcune finanziarie 20.000.00
Ubi banca 8.900.00
Erario per debiti iva 35.000.00
Essendo trascorso oltre un mese dalla trascrizione ai registri immobiliari, la vedova avrebbe intenzione di pagare i creditori a mano a mano che arrivano le richieste.
Una finanziaria ci ha richiesto il pagamento di euro 9.700.00 e tramite accordo abbiamo chiuso a saldo e stralcio per 3.500.00, somma che dovremmo pagare al più presto.
si ritiene che trattandosi di liquidazione volontaria non sia necessario richiedere l’autorizzazione al giudice delle successioni. E corretto???
I debiti fiscali hanno qualche privilegio??? ad oggi non abbiamo ricevuto alcuna richiesta dall’agenzia delle entrate ne ricevuto alcuna cartella esattoriale,
Allo scopo di mantenere la proprietà dell'abitazione, è possibile richiedere al giudice di acquisire la proprietà del 50% dell’appartamento a fronte dell’accollo del mutuo e apportare all’attivo la differenza pari a 7.000.00 così determinata:
valore immobile 80.000.00 –
collo o 66.000.00 =
valore residuo 14.000.00/2 = 7.000.00
Ciò a vantaggio della procedura di liquidazione e quindi dei creditori in quanto il bene manterebbe il valore attribuito dal perito e non quello derivante dalla vendita all’asta, ma soprattutto per gli eredi (tra cui il minore) che manterrebbero la loro abitazione.

la somma a disposizione della procedura sarebbe quindi
differenza immobile 7.000.00
incasso fattura 5.000.00
50% valore mobilio 2.000.00
totale attivo 14.000.00
E' corretto ritenere che una volta esaurita tale provvista i creditori (compresa agenzia entrate) non possano agire verso gli eredi.
Cosa mi consigliate a chè gli eredi mantengano l'abitazione e non abbiano problemi con agenzia entrate.
Grazie”
Consulenza legale i 22/05/2019
Le norme che regolano la fattispecie descritta si rinvengono principalmente agli articoli 484 e seguenti del codice civile, contenenti la disciplina dell’accettazione di eredità con beneficio di inventario.
Stando a quanto viene riferito, sembra che siano stati posti in essere, almeno fino a questo momento, tutti gli atti che il codice richiede per godere del beneficio di tale forma di accettazione; inoltre, poiché si dice che è trascorso un mese dalla trascrizione dell’accettazione beneficiata e dalla annotazione nel registro delle successioni, sembra che sia ormai certo che non vi sia stata alcuna opposizione da parte dei creditori del defunto.

La mancanza di opposizioni consente agli eredi accettanti di amministrare i beni ereditari senza rispettare quella particolare procedura di liquidazione prevista dagli articoli 498 e seguenti del codice civile (nel corso della quale è necessario rivolgersi ad un notaio, raccogliere le dichiarazioni di credito dei diversi creditori e formare uno stato di graduazione dei medesimi crediti).
Pertanto, adesso sarà necessario prestare particolare attenzione onde evitare di decadere dal beneficio a cui si aspira, con l’inevitabile conseguenza di dover rispondere dei debiti ereditari anche con il proprio patrimonio.

Il primo dubbio posto attiene alla possibilità di stipulare una transazione per chiudere a saldo e stralcio un debito che il de cuius aveva contratto nei confronti di una finanziaria.
La norma a cui occorre riferirsi a tal proposito è l’art. 493 c.c., il quale dispone espressamente la decadenza dal beneficio di inventario nel caso in cui l’erede transige relativamente a beni ereditari senza l’autorizzazione del giudice e senza osservare le forme prescritte dal codice di procedura civile.
Con tale norma non si vuole limitare la capacità e l’attività dell’erede beneficiato, ma si vuole soltanto far sì che tale attività sia in qualche modo indirizzata verso il raggiungimento degli interessi dei creditori, o meglio di tutti coloro che vantano diritti sul patrimonio ereditario (compresi i legatari).

Proprio per conseguire tale finalità si dispone che gli atti che possono recare pregiudizio alle ragioni dei creditori dell’eredità e dei legatari devono essere preceduti da un controllo dell’autorità giudiziaria, costituendo questo l’unico mezzo che potrà evitare all’erede di decadere dal beneficio di inventario (mentre nessuna influenza avrà sulla validità ed efficacia dell’atto).

E’ sulla base dei principi appena espressi, dunque, che dovrà essere indirizzata l’attività degli eredi beneficiati, dovendosi tenere presente che la normativa in materia non distingue tra atti di ordinaria e di straordinaria amministrazione, (il che, secondo alcuni autori, lascia presupporre che l’autorizzazione giudiziaria debba essere chiesta per entrambe le categorie di atti e che possa essere concessa soltanto se gli stessi non comportano un possibile pregiudizio per coloro che hanno diritti verso l’eredità).

E’ infatti opinione prevalente quella secondo cui l’elenco degli atti contenuto nell’art. 493 c.c.. non sia tassativo e che, ad esempio, con l’uso del termine “alienazione” il legislatore abbia voluto riferirsi non solo al contratto tipico di compravendita, ma a qualunque atto di alienazione e disposizione di beni ereditari a titolo oneroso, ivi compresa una permuta, la rinuncia traslativa, la datio in solutum, la costituzione di diritti reali, ecc.

Sulla scorta di quanto fin qui rilevato e cercato di chiarire, dunque, ciò che si suggerisce è di richiedere l’autorizzazione giudiziale per il compimento di qualunque tipo di atto che impegni il patrimonio ereditario, e ciò non tanto al fine di compiere validamente ed efficacemente quell’atto (l’erede beneficiato, si sottolinea nuovamente, è pienamente capace ed in grado di compiere qualunque atto di amministrazione), quanto piuttosto per non rischiare di decadere dal beneficio di inventario (in tal senso Cass. 4469/1993; Tribunale di Bergamo 02.11.1999).

Ritornando adesso a ciò che viene espressamente chiesto nel quesito, si può rispondere dicendo che sarà intanto necessario chiedere l’autorizzazione giudiziale per transigere con la finanziaria e chiudere a saldo e stralcio la posizione debitoria che il de cuius aveva nei confronti della stessa.

Più complesso è il discorso per quanto riguarda la casa di abitazione.
Trattandosi di bene in comproprietà con la moglie ancora in vita, è corretto affermare che soltanto la metà indivisa di esso sia caduta in successione, dovendosi ulteriormente precisare che, in virtù del disposto di cui all’art. 581 del c.c., del suddetto 50%, il 25% compete alla moglie ed il restante 25% al figlio minore (autorizzato ad accettare l’eredità).
Ora, poiché su tale immobile grava un mutuo ipotecario pari a complessivi euro 66.000,00, si ritiene che possa essere reputato conveniente per i creditori ereditari che la moglie si accolli per intero il pagamento delle residue rate di mutuo, per un importo complessivo di euro 66.000.
Così, a fronte della acquisizione di un valore patrimoniale immobiliare pari ad euro 40.000, la moglie si accollerebbe una frazione di mutuo pari ad euro 33.000, restando da versare alla massa attiva ereditaria una differenza pari ad euro 7000,00.

Si tratta, indubbiamente, di un’operazione complessa, che coinvolge diverse parti (tra cui il minore e la banca mutuante) e che necessità di una preventiva autorizzazione da parte del Tribunale competente ex art. 747 del c.p.c., il quale potrebbe convincersi che in effetti con essa si intende garantire il soddisfacimento degli interessi dei creditori (in particolare dell’istituto di credito, il quale peraltro, su quell’immobile gode di un privilegio speciale, trattandosi di creditore ipotecario), ma anche degli eredi (ai quali si assicurerebbe la possibilità di continuare a godere della casa di abitazione).

Per quanto concerne il procedimento autorizzatorio vero e proprio, va detto che si tratta di un procedimento c.d. di volontaria giurisdizione, per il quale è competente ai sensi del combinato disposto del comma 1 dell’art. 747 cpc e dell’art. 456 del c.c., il Tribunale del luogo in cui si è aperta la successione, ossia il luogo di ultimo domicilio del defunto (non assume alcun rilievo il fatto che l’art. 747 cpc parli soltanto di “autorizzazione a vendere beni ereditari”, dovendosi ritenere tale norma applicabile per l’autorizzazione di qualunque atto, anche diverso dalla vendita).
Inoltre, poiché nel caso di specie erede beneficiato è anche un incapace (il minore), troverà applicazione anche il secondo comma dell’art. 747 cpc, il quale richiede che in questi casi sia anche sentito il Giudice tutelare, il cui parere, avente carattere obbligatorio ma non vincolante, risponde alla necessità di tener conto anche agli interessi dell’incapace in tale operazione.

Pur trattandosi di un procedimento di volontaria giurisdizione (ossia non avente natura contenziosa), alcuni autori (tra cui Burdese) sostengono che creditori e legatari siano legittimati ad opporsi o a reclamare avverso il provvedimento di autorizzazione, trattandosi di atto che coinvolge anche i loro interessi.

Risulta evidente che il ricavato dell’alienazione prenderà il posto della quota di bene ereditario ceduto e, pertanto, su di esso i creditori conserveranno la preferenza di cui al n. 3 dell’art. 490 del c.c. (si tratta di un’ipotesi di surrogazione reale).

Come si desume possa esser chiaro, la mancanza dell’autorizzazione comporterà non soltanto la decadenza dal beneficio di inventario, ma darà anche diritto agli altri creditori, tra cui l’Agenzia delle entrate per i debiti IVA, di esperire l’azione revocatoria, ricorrendo i presupposti di cui all’art. 2901 del c.c..

Con riferimento ai debiti IVA, e rispondendo così all’altra domanda posta nel quesito, va detto che si tratta di crediti c.d. privilegiati, ma per i quali la stessa Agenzia delle entrate gode di un privilegio generale (nel senso che può essere esercitato indistintamente su tutti i beni mobili, mobili registrati, immobili e crediti di proprietà del defunto) e non speciale (come quello di cui, invece, è titolare la Banca sulla casa di abitazione).

Si ritiene che sia abbastanza azzeccata l’osservazione di far balzare agli occhi del Giudice che sarà chiamato ad autorizzare l’operazione immobiliare, che con essa si intende evitare la vendita all’asta dell’immobile, dalla quale, con grande probabilità, si riuscirà a ricavare un prezzo notevolmente inferiore al suo reale valore di mercato, incapace forse di coprire l’importo complessivo delle residue rate di mutuo.

Il rispetto di tutti questi presupposti consentirà di mantenere il proprio patrimonio separato da quello del de cuius, godendo così appieno degli effetti di una accettazione con beneficio di inventario.
Qualora, poi, il Giudice non volesse concedere l’autorizzazione nei termini di cui sopra, ci si potrà pur sempre avvalere, almeno per i debiti fiscali, di quanto previsto dalla normativa in materia di ipoteca e pignoramento prima casa da parte di Agenzia Entrate riscossione.
Quest’ultima, infatti, secondo gli ultimi interventi normativi, potrà iscrivere ipoteca sull’immobile del debitore solo a seguito di regolare emissione di una cartella di pagamento (qui ancora non emessa) e, soprattutto, se il debito complessivo sia superiore a ventimila euro.
Pertanto, qualora il Giudice non autorizzi, si consiglia di adoperarsi per ottenere una rateazione del debito e far sì che lo stesso scenda al di sotto del tetto dei ventimila euro.
Sicuramente Agenzia delle Entrate riscossioni avrà interesse a riscuotere anche ratealmente il credito, in quanto in ogni caso avrà diritto ad iscrivere ipoteca solo sulla quota di immobile caduto in successione (metà indivisa), immobile sul quale troverebbe sempre un’ipoteca anteriore, iscritta per l’intero in favore dell’Istituto di credito mutuante (ciò che sicuramente rende antieconomico avviare una procedura esecutiva).