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Articolo 528 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

[Aggiornato al 10/06/2019]

Nomina del curatore

Dispositivo dell'art. 528 Codice civile

Quando il chiamato non ha accettato l'eredità [460, 470 ss. c.c.] e non è nel possesso di beni ereditari [487 c.c.](1), il tribunale del circondario in cui si è aperta la successione [456 c.c.], su istanza delle persone interessate(2) o anche d'ufficio, nomina un curatore dell'eredità [460, 529 ss. c.c.](3)(4).

Il decreto di nomina del curatore, a cura del cancelliere, è pubblicato per estratto nel foglio degli annunzi legali della provincia(5) e iscritto nel registro delle successioni [52, 53, art. 781 del c.p.c. c.p.c., 193](6).

Note

(1) La possibilità di nominare un curatore è limitata alle sole ipotesi in cui il chiamato non sia nel possesso dei beni ereditari poichè solo in questo caso il chiamato ha a disposizione tempi ristretti per accettare o meno l'eredità (v. art. 485 del c.c.) e, di conseguenza, limitato è il periodo in cui l'eredità rimane priva di titolare.
(2) Legittimati alla proposizione dell'istanza di nomina sono tutti coloro che vi abbiano interesse, per esempio i chiamati in subordine, i creditori ereditari e quelli del chiamato.
(3) Il comma è stato così modificato ai sensi dell'art. 145, D. Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51 (Norme in materia di istituzione del giudice unico di primo grado).
(4) L'incaricato svolge un ufficio di diritto privato, ossia pone in essere un'attività nell'interesse altrui adempiendo ad un compito attribuitogli dalla legge. Il curatore non ha potere rappresentativo, cioè agisce in nome proprio e nell'interesse altrui (tutti coloro che hanno interesse all'eredità).
(5) La L. 24 novembre 2000, n. 340 (Legge di semplificazione 1999) ha abolito i fogli degli annunzi legali delle province, prevedendo quale unica forma di pubblicità la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.
(6) Il decreto va notificato, a cura del cancelliere, al nominato il quale ha la facoltà di accettare o meno l'incarico. Nel primo caso è tenuto a prestare giuramento (v. l' art. 193 disp. att. c.p.c.)

Ratio Legis

La nomina di un curatore dell'eredità giacente assicura che quest'ultima non rimanga priva di tutela nel tempo che intercorre tra l'apertura della successione e l'accettazione del chiamato. Durante tale intervallo l'erede può esercitare i poteri di cui all'art. 460 del c.c.. Ove non si voglia avvalere di tale facoltà, la legge prevede la possibilità di nominare un curatore.

Brocardi

Curator
Curator rei datur
Hereditas iacens
Iacens hereditas dicitur quae heredem nondum habet, sed habere sperat
Quamdiu hereditas iacet, possessio nullius est
Si nemo subiit hereditatem, omnis vis testamenti solvitur

Spiegazione dell'art. 528 Codice civile

Il concetto dell’eredità giacente nel codice del 1865 era profondamente diverso da quello del diritto romano, essendo differenti i principi che regolavano l’acquisto dell’eredità. Quel codice, infatti, ammetteva l’acquisto ipso iure del diritto all’eredità da parte del chiamato, per legge o per testamento, anche prima dell’accettazione, la quale era invece considerata come una conferma dell’acquisto già verificatosi. Dunque non poteva più parlarsi di una giacenza dell’eredità per mancata aditio o in attesa di questa, caso che invece era tipico per il diritto romano.
L’art. #965# di quel codice qualificava l’erede, durante lo spatium deliberandi, curatore di diritto dell’eredità; di conseguenza, mentre per diritto romano l’istituto dell’eredità giacente si aveva a causa dell’assenza oggettiva del soggetto che doveva raccogliere i beni, per il codice del 1865 questo si fondava sull’ipotesi che l’erede non fosse noto o che gli eredi testamentari o legittimi avessero rinunciato (art. #980#); quindi, da una parte, la mancanza del soggetto, dall'altra l’incertezza su di esso erano i due opposti requisiti per cui si poteva parlare di eredità giacente.
La formula dell’art. #980# era universalmente ritenuta poco felice: prova ne sono le non poche questioni cui essa aveva dato luogo.

Il codice del 1942 ha invece regolato l’istituto su diverse basi: per l’articolo in esame, i presupposti, al verificarsi dei quali l’eredità è considerata giacente, sono: a) la mancata accettazione da parte del chiamato e b) la vacanza del possesso reale di beni ereditari; di guisa che il criterio ispiratore della speciale disciplina dell’istituto non è più quello del codice del 1865, ma neppure quello romano, sebbene sia stato accolto il principio che con l'aditio si acquista l’eredità. Quel criterio è determinato da un mero stato di fatto: la vacanza del possesso di beni ereditari che impone il provvedimento cautelare di una particolare amministrazione; esso, in altri termini, prescinde dal considerare se l’erede sia noto o ignoto.
Anche se, nelle relazioni al progetto definitivo, il Guardasigilli aveva precisato che l'esplicita previsione del chiamato ignoto era apparsa superflua, in quanto essa sarebbe già compresa in quella del chiamato che non accetti o non si trovi nel possesso reale di beni ereditari, non sembra corretto affermare ciò con riferimento all'art. 528, perché, quando si parla di un chiamato che non ha accettato l’eredità, si intende riferirsi ad un chiamato che, noto, non si sia ancora manifestato per l’aditio; in altri termini, appare alquanto forzata l’inclusione dell'ipotesi "chiamato ignoto" nell’altra di "chiamato che non ha ancora accettato". Alla luce di queste considerazioni, non sarebbe stato né superfluo, né inopportuno che si fosse specificata l’ipotesi de qua.

L’altra condizione per la giacenza dell’eredità, pur essa negativa, è, come si è detto, la vacanza del possesso di beni ereditari; il chiamato, cioè, non deve essersi immesso nel possesso anche di un bene ereditario soltanto, non essendo richiesto il possesso di tutto il compendio ereditario. Questa ipotesi va messa in relazione con quanto è stabilito nell’art. 485 in cui, previsto il caso che il chiamato all’eredità si trovi nel possesso reale, cioè effettivo, di un bene ereditario, lo si obbliga a fare l’inventario entro un breve termine, trascorso il quale inutilmente, lo si considera erede puro e semplice.
Ma sono soltanto questi i casi di eredità giacente? La dottrina, sotto il codice del 1865, era concorde nel ritenere che oltre che nelle ipotesi previste dall’art. #980#, l’eredità dovesse considerarsi giacente anche nel caso: a) di istituzione condizionale (così come in diritto romano); b) in cui fosse stato chiamato un concepito o un non concepito. Anche per l'attuale sistema successorio possiamo accogliere tale teoria: infatti l’art. 664 dichiara esplicitamente che agli amministratori nominati per le eredità lasciate sotto condizione o a nascituri concepiti o non concepiti si applicano le regole dettate per i curatori dell’eredità giacente; ciò significa parificazione delle diverse specie di istituzioni. Inoltre, può ancora ritenersi eredità giacente c) l’eredità devoluta ad un ente da istituire: qui si delinea la stessa situazione di fatto e giuridica che spiega i provvedimenti dati dalla legge per le altre specie di eredità. Accertatine i presupposti, l’eredità è giacente.

La nomina del curatore è fatta dal Tribunale del circondario in cui si è aperta la successione, su istanza delle persone interessate o anche d’ufficio, e, sebbene la legge non lo dichiari, anche su designazione che della persona avesse fatto il testatore, per il caso in cui la sua eredità si fosse resa giacente, oppure su richiesta del pubblico ministero. Il decreto di nomina del curatore deve essere, poi, a cura del cancelliere, pubblicato per estratto nel foglio degli annunzi legali della provincia e iscritto nel registro delle successioni. A cura dello stesso cancelliere, inoltre, e nel termine indicato nel decreto medesimo, questo è notificato alla persona nominata.
La scelta del curatore è demandata, perciò, all'apprezzamento discrezionale del Tribunale; ma vi sono dei casi in cui è la legge stessa ad attribuire l'amministrazione dei beni ereditari a determinate persone. Così: se taluno è istituito sotto condizione sospensiva, fino a che questa non si verifica o è certo che non si può più verificare, l'amministratore dell'eredità giacente sarà o la persona a cui favore è stata disposta la sostituzione, ovvero il coerede o i coeredi, se tra di essi e l'erede condizionale ha luogo il diritto di accrescimento; se non è stata prevista la sostituzione o se non può aver luogo un accrescimento, l’amministrazione spetta a chi è il presunto erede legittimo. Da queste disposizioni si vede come la legge in tali casi abbia affidato - quindi non occorre l’intervento dell’autorità giudiziaria - l’amministrazione alle persone direttamente interessate; infatti tali devono dirsi l’erede sostituto in caso di mancata condizione sotto cui è chiamata una prima persona, il coerede o i coeredi a favore dei quali la legge consente l'acquisto, per accrescimento, della quota resasi vacante; infine il presunto erede legittimo.

Ma, allo scopo di non sottrarre ad un controllo amministrazioni di eredità talvolta ingenti, l’ultimo comma dell'art. 642 lascia sempre integra per l’autorità giudiziaria la facoltà di provvedere altrimenti nominando, ove si ravvisino giusti motivi, un amministratore estraneo, che dia sufficienti garanzie anche per il chiamato sotto condizione.
Se costui è un nascituro occorre tener distinte le ipotesi in cui sia già concepito oppure ancora non concepito. Nel primo caso, l’amministrazione dei beni spetta ai genitori. Ora, è appunto considerando questa disposizione che taluni - sotto il codice del 1865 - hanno ritenuto di giungere alla medesima conclusione nell’ipotesi che chiamato all'eredità fosse stato un non concepito; in altri termini, si è detto, poiché i genitori rappresentano i figli nati e nascituri, a loro spetta anche l’amministrazione dei beni assegnati ai figli che saranno concepiti, in quanto pur questi sono nascituri. Ma altri - ed erano i più - avevano rilevato l'inaccoglibilità di siffatta opinione, contro la quale stava il fatto che il codice aveva inteso attribuire ai genitori la rappresentanza solo dei figli nati e nascituri ma già concepiti, ed avevano concluso che, nel caso in cui istituiti fossero stati dei non concepiti, doveva procedersi alla nomina del curatore così come se si fosse trattato di un’eredità devoluta sotto condizione sospensiva.
L'attuale codice ha risolto la questione, poiché ha attribuito la rappresentanza del nascituro non concepito, per la tutela dei suoi diritti successori, a quelli che saranno i suoi genitori, e ciò anche se amministratore dell’eredità è una persona diversa, come ben può verificarsi dal momento che l'art. 356 consente a chi fa una donazione o dispone con testamento a favore di un minore, ancorché soggetto alla responsabilità genitoriale, di nominargli un curatore speciale per l’amministrazione dei beni donati o lasciati.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

Massime relative all'art. 528 Codice civile

Cass. civ. n. 6771/2001

Il provvedimento di nomina del curatore dell'eredità giacente, ex art. 528 c.c., è atto di volontaria giurisdizione privo del requisito della decisorietà e dell'attitudine ad acquistare autorità di cosa giudicata sostanziale. Come tale non è suscettibile di impugnazione ex art. 111 Cost. né con il regolamento di competenza.

Cass. civ. n. 2611/2001

Nel concorso di più chiamati all'eredità, alcuni soltanto accettanti l'eredità stessa, non è legittimamente configurabile, con riguardo agli altri chiamati non accettanti, la fattispecie dell'eredità giacente pro quota (che giustifichi la nomina di un curatore ex artt. 528-532 c.c.), atteso che la funzione dell'istituto de quo è quello della conservazione ed amministrazione del patrimonio ereditario nel suo complesso, e non in una sola sua parte, in attesa della definitiva devoluzione a che ne abbia titolo.

Cass. civ. n. 5113/2000

Le disposizioni di cui agli artt. 528 e 529 c.c. in tema di nomina e di attività del curatore dell'eredità giacente presuppongono la mancata accettazione da parte dell'unico chiamato alla successione ovvero di tutti i destinatari della delazione ereditaria.

Cass. civ. n. 11619/1997

Il curatore dell'eredità giacente, nominato dal pretore a norma dell'art. 528 c.c., va annoverato fra gli ausiliari del giudice, dovendo intendersi per tale secondo la definizione datane dall'art. 68 c.p.c. (che, nel prevedere, oltre il custode e il consulente tecnico, gli altri ausiliari, nei casi previsti dalla legge o quando ne sorga la necessità, ha creato al riguardo una categoria aperta), il privato esperto in una determinata arte o professione ed in generale idoneo al compimento di atti che il giudice non può compiere da solo, temporaneamente incaricato di una pubblica funzione, il quale sulla base della nomina effettuata da un organo giurisdizionale secondo le norme del codice o di leggi speciali presti la sua attività in occasione di un processo in guisa da renderne possibile lo svolgimento o consentire la realizzazione delle particolari finalità (caratteristiche tutte riunite nella figura del curatore dell'eredità, ove si considerino l'impossibilità del pretore di provvedere da solo ai compiti di conservazione del patrimonio ereditario affidatigli dalla legge; la conseguente strumentalità delle funzioni del curatore, tenuto sotto giuramento, ex art. 193 disp. att. c.p.c., a custodire e amministrare fedelmente i beni dell'eredità, sotto l'attività di direzione e sorveglianza del giudice, da esplicarsi mediante appositi provvedimenti giudiziari; il provvedimento finale di chiusura della procedura, cui conseguono l'approvazione del rendiconto e la consegna all'erede del patrimonio convenientemente gestito). Pertanto, conformemente alla regola fissata dall'art. 52 disp. att. c.p.c., iI compito di liquidare il compenso al curatore dell'eredità giacente spetta, in sede camerale, al pretore che lo ha nominato, senza che a ciò sia d'ostacolo la circostanza che la suddetta liquidazione, con l'indicazione del soggetto tenuto a corrispondere il compenso, attenga a diritti soggettivi, posto che
questi ultimi, nell'ambito di quel procedimento ricevono tutela, sia in prime cure con la partecipazione allo stesso di ogni controinteressato sia in sede di gravame con il ricorso per cassazione ex art. 111 Cost., (con correlativa inammissibilità di censure di insufficiente o contraddittoria motivazione del provvedimento impugnato, e perciò, in particolare, di motivi attinenti all'erronea qualificazione dell'attività svolta dal curatore anche ai fini della scelta del parametro tariffario cui commisurare il compenso) e senza che la mancata previsione di un doppio grado di giudizio di merito, non imposto da alcuna norma della Carta fondamentale, possa dar luogo a dubbi di incostituzionalità.

Cass. civ. n. 3087/1987

Per la giuridica configurabilità di un'eredità giacente ex art. 528 c.c. e per la connessa possibilità di nomina di un curatore della stessa da parte del pretore del mandamento ove si è aperta la successione, non è necessario che sia certa l'esistenza di un chiamato all'eredità il quale non l'abbia accettata e non sia nel possesso di beni ereditari, ma è sufficiente che si ignori se il de cuius abbia eredi e se questi siano ancora in vita, e ciò fin quando, essendo acquisita la certezza della loro inesistenza, non ne derivi la posizione di erede dello Stato.

Cass. civ. n. 1841/1982

La dichiarazione di giacenza dell'eredità, con conseguente nomina del curatore, postula unicamente, ai sensi dell'art. 528 c.c., che il chiamato all'eredità non l'abbia accettata e non sia nel possesso di beni ereditari, mentre a nulla rileva che il patrimonio relitto consista di soli debiti, poiché anche in tal caso è necessario che di esso vi sia un custode ed amministratore (ossia il curatore), il quale tuteli gli interessi di tutti i chiamati, dal primo all'ultimo, eventuale e necessario (lo Stato), sino alla devoluzione dell'eredità.

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GIOVANNI . C. chiede
giovedì 20/09/2018 - Sardegna
“Ho permesso ad un amico di abitare e utilizzare gratuitamente il mio appartamento per 1 anno . Il mio amico - che, per comodità, chiameremo Vincenzo - é improvvisamente deceduto in casa mia, lasciando nel mio appartamento i suoi beni ed effetti personali ( vestiti, quadri, computer, servizi di piatti ed altro, ecc. del valore di alcune migliaia di euro) .
Io ho concentrato tutte le cose del mio amico deceduto in una stanza del mio appartamento.
Attualmente ho necessità di liberare la suddetta stanza al più presto perché devo vendere il mio appartamento .
Gli eredi legittimi di Vincenzo, che sono i suoi genitori ed una sorella , si rifiutano di ritirare le cose del loro congiunto deceduto che si trovano attualmente in casa mia .
Come posso fare per costringerli a ritirare le cose che il loro congiunto deceduto Vincenzo ha lasciato in casa mia ?
Quale azione giudiziaria posso intentare ?
Che tipo di provvedimento giudiziario posso chiedere ?
Posso chiedere un provvedimento d'urgenza ai sensi degli artt. 700 e 614 bis c.p.c. con cui chiedere che il giudice intimi ai congiunti di Vincenzo di ritirare le cose di quest'ultimo che sono in casa mia entro un termine preciso , condannandoli - in caso di mancato ritiro - a pagare una somma di denaro ex art. 614 bis c.p.c. per ogni giorno di ritardo nell'esecuzione del provvedimento giudiziale che ordina loro il ritiro ?
Preciso che i genitori e la sorella di Vincenzo sono ancora dei semplici chiamati all'eredità e non sono ancora eredi perché non hanno ancora accettato l'eredità di Vincenzo nè hanno intenzione di accettarla !
Poichè si trovano nella posizione di semplici chiamati all'eredità - poichè non hanno ancora accettato l'eredità di Vincenzo - posso chiedere nei loro confronti i provvedimenti giudiziari di cui agli artt. 700 e 614 bis c.p.c. ?
E' necessario, o, almeno, utile che io esperisca nei loro confronti anche l' actio interrogatoria ai sensi dell'art. 481 c.c. , affinché chiariscano in modo preciso e chiaro se vogliono accettare o rinunciare all'eredità di Vincenzo ?
Ringrazio fin d'ora della risposta che spero sia chiara e mi faccia capire quale azione giudiziaria posso intentare per costringere i congiunti di Vincenzo a ritirare le cose che Vincenzo ha lasciato in casa mia.
Grazie

Consulenza legale i 28/09/2018
Riguardo alla questione della legittimazione passiva - cioè della possibilità di essere citato in giudizio - del semplice chiamato all'eredità, occorre distinguere la posizione di chi abbia il possesso dei beni ereditari da quella di chi, invece, non lo abbia.
Più precisamente, l’art. 486 del c.c., dettato con riferimento all’accettazione con beneficio d'inventario, stabilisce che, durante i termini fissati per l’esecuzione dell’inventario e per deliberare, il chiamato che sia nel possesso di beni ereditari può stare in giudizio come convenuto per rappresentare l'eredità; se non compare, l'autorità giudiziaria nomina un curatore all'eredità affinché la rappresenti in giudizio.
Tale possibilità non è invece prevista nel caso in cui il chiamato all’eredità non sia nel possesso di beni ereditari; questi non può stare in giudizio in rappresentanza dell'eredità: pertanto nei suoi confronti non è possibile né proseguire il giudizio instaurato nei confronti del de cuius, né agire ex novo. Inoltre, se si sia agito contro il chiamato non possessore e costui si sia costituito eccependo la propria carenza di legittimazione, il giudice dovrà disporne l'estromissione dal giudizio, senza che, peraltro, la semplice costituzione intensa al solo fine di far valere il proprio difetto di legittimazione possa configurarsi come accettazione tacita dell'eredità, trattandosi di atto pienamente compatibile con la volontà di non accettare l'eredità (così Cass. Civ., Sez. III, sent. n. 10197/2000).

Al fine di eliminare la situazione di incertezza che si crea in caso di mancata manifestazione della volontà di accettare o meno l’eredità, l’art. 481 del c.c. prevede che chiunque vi ha interesse può chiedere che l'autorità giudiziaria fissi un termine entro il quale il chiamato dichiari se accetta o rinunzia all'eredità; trascorso questo termine senza che abbia fatto la dichiarazione, il chiamato perde il diritto di accettare.
Il procedimento per la fissazione del termine è disciplinato dall’art. 749 del c.p.c. (al quale per brevità si rimanda), in cui si precisa che la relativa istanza può essere proposta sia nel corso di un giudizio, sia con autonomo ricorso al tribunale del luogo in cui si è aperta la successione.
In realtà, anche l’eventuale fissazione di un termine per l’accettazione non risolverebbe il problema in caso di dichiarazione espressa di rinuncia ovvero di inutile decorso del termine stabilito dal giudice.

La soluzione per uscire dalla situazione di stallo è semmai offerta dagli artt. 528 ss. c.c., che prevedono la nomina di un curatore dell'eredità giacente. Infatti nel periodo che intercorre tra l’apertura della successione e l’accettazione dell’eredità, in cui i beni ereditari sono privi di un titolare, si parla di “vacanza dell’eredità”.
Ora, l’art. 528 del c.c. prevede che, quando il chiamato non ha accettato l'eredità e non è nel possesso di beni ereditari, il tribunale del circondario in cui si è aperta la successione, su istanza delle persone interessate o anche d'ufficio, nomina un curatore dell'eredità.
Il curatore dell’eredità giacente può e deve, secondo l’art. 529 del c.c., formare l’inventario dell’eredità, amministrarne i beni e anche, naturalmente, agire e resistere in giudizio nell’interesse dell’eredità e quindi potrà, eventualmente, essere convenuto in giudizio laddove, pur informato dell’esistenza di beni di proprietà del defunto lasciati da quest’ultimo presso l’appartamento di proprietà del cliente, non provveda al loro asporto.

Quanto alla possibilità di proporre un ricorso d’urgenza ex art. 700 del c.p.c., occorrerà verificare e dimostrare al Giudice la sussistenza non solo del c.d. fumus boni iuris (cioè della verosimile esistenza del diritto fatto valere), ma anche del c.d. periculum in mora, ovvero del “pregiudizio imminente e irreparabile” che si produrrebbe in caso di giudizio proposto nelle vie ordinarie (con tempi più lunghi di attesa).
Chiaramente la sussistenza di un tale pericolo andrà valutata attentamente, documentata o comunque provata onde scongiurare il rischio di un rigetto della domanda cautelare.

Quanto al riferimento, contenuto del quesito, all’art. 614 bis del c.p.c., tale norma prevede che, con il provvedimento di condanna all’adempimento di obblighi diversi dal pagamento di somme di denaro il giudice può fissare, su richiesta di parte, una somma di denaro dovuta dall’obbligato per ogni violazione o inosservanza successiva ovvero per ogni ritardo nell’esecuzione del provvedimento.
Si tratta di disposizione sicuramente utilizzabile nel caso in esame, in cui si intende chiedere al Giudice di ordinare a controparte di asportare i beni del defunto (obbligo di fare); inoltre, la stessa è generalmente ritenuta applicabile anche nel caso di provvedimento cautelare, qual è quello previsto dall’art. 700 c.p.c.; in tal caso, la richiesta dovrà essere formulata già nel ricorso introduttivo.

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