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Articolo 742 Codice di procedura civile

(R.D. 28 ottobre 1940, n.1443)

Revocabilità dei provvedimenti

Dispositivo dell'art. 742 Codice di procedura civile

I decreti (1) possono essere in ogni tempo modificati o revocati (2), ma restano salvi i diritti acquistati in buona fede dai terzi in forza di convenzioni anteriori alla modificazione o alla revoca (3).

Note

(1) I decreti sono provvedimenti modificabili e revocabili in ogni tempo, anche se sono divenuti efficaci ai sensi della norma precedente (art. 741 del c.p.c.). Pertanto, si tratta di provvedimenti che non sono idonei a passare in giudicato.
Sia la revoca che la modifica si ritengono esercitabili sia per i provvedimenti con efficacia continuata o periodica, sia per quelli con efficacia immediata o istantanea, ed anche se siano scaduti i termini per il reclamo. Diversamente, non è modificabile o revocabile un provvedimento negativo poiché il rigetto non impedisce la riproposizione dell'istanza.
(2) La richiesta di revoca va presentata mediante ricorso al giudice che ha pronunciato il decreto da parte di tutti i soggetti che potevano promuovere il procedimento di primo grado, anche se non vi hanno effettivamente partecipato, ed il pubblico ministero. Nello specifico se si tratta di revoca di un provvedimento non impugnato competente sarà il giudice di primo grado, diversamente, se si tratta di provvedimenti emessi in sede di reclamo sarà competente il giudice di secondo grado.
Infine, si precisa che i decreti emessi su iniziativa del giudice possono essere revocati o modificati d'ufficio.
(3) La norma limita l'efficacia retroattiva della revoca o della modifica facendo salvi i diritti acquistati dai terzi in buona fede in forza di convenzioni a titolo oneroso anteriori al provvedimento di revoca o modifica. Con l'espressione "terzi" la norma si riferisce a coloro che non hanno partecipato al procedimento conclusosi con il provvedimento revocato, ma sono parte del negozio concluso in forza di quest'ultimo. La ratio della norma in analisi si riscontra nella necessità di tutelare coloro che abbiano fatto affidamento sull'esistenza e l'efficacia di un provvedimento che, emanato da un giudice, doveva presumersi legittimo.

Massime relative all'art. 742 Codice di procedura civile

Cass. civ. n. 30200/2011

Il decreto della corte d'appello, emesso in un procedimento contenzioso avente ad oggetto l'attribuzione di una quota di T.F.R., ai sensi dell'art. 12 bis della legge 1º dicembre 1970, n. 898, ha valore di sentenza ed è idoneo a passare in giudicato, onde non è revocabile ai sensi dell'art. 742 c.p.c. - norma che riguarda i soli procedimenti di volontaria giurisdizione e che si riferisce proprio ai decreti conclusivi di tali procedimenti ma privi del carattere di decisorietà - essendo impugnabile, qualora ne sussistano i presupposti, con l'azione di revocazione di cui all'art. 395 c.p.c. Ne consegue che è inammissibile il ricorso per cassazione proposto avverso il decreto in tal caso emesso dalla corte d'appello su ricorso ex art. 742 c.p.c..

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Consulenze legali
relative all'articolo 742 Codice di procedura civile

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Sergio C. chiede
mercoledì 28/02/2018 - Emilia-Romagna
“Egregio Avvocato,

Ho già usufruito del Vs/ utilissimo servizio prevalentemente circa i miei rapporti burrascosi col sistema giudiziario minorile e di presunta assistenza ai minori dei servizi sociali che ha visto mio nipote strappato alla famiglia d’origine con l’aggravante che tale stupro è stato perpetrato subito dopo la morte della mamma,tanto per rendergli la vita più facile.
Vorrei,una volta per tutte,che mi venissero indicate le norme,le leggi,le facoltà con indicazione delle relativi fonti, con le quali si stabiliscono con chiarezza ciò che possono o non possono fare costoro.Finora mi sono imbattuto solo su concetti astratti e lasciati alla personale interpretazione di chi legge. Per non parlare del codice deontologico della professione che non si spinge oltre alcune affermazioni di principio.

Anche a titolo esemplificativo riporto quanto sperimentato di persona:

1) Facoltà di modificare un provvedimento del T.M. informando lo stesso a cose fatte.
Nello specifico,mentre il decreto provvisorio emesso a suo tempo contemplava che solo i nonni potevano,almeno inizialmente,vedere il nipote con modalità protette,nella restrizione è stata inclusa anche la zia “in quanto compresa nella rete parentale materna” e comunque,a loro dire, coinvolta nelle vicenda al pari dei nonni.
Sempre nella stessa ottica di modifica di quanto stabilito nel decreto che recitava:”Il servizio regolamenterà i rapporti con i nonni materni…..” l’assistente sociale,unica a decidere su un provvedimento gravissimo,prendeva l’inziativa di sospendere a tempo indeterminato,praticamente cancellandoli,tutti i rapporti tra nonni e nipote in quanto,a suo dire, “turbativi” della sua psiche e secondo il desiderio del minore.

2) Facoltà di limitare la libertà personale e di movimento delle persone e di svolgere attività consentite dalla legge ma vietate da loro.
Nello specifico.Divieto imposto ai famigliari materni di avvicinarsi a luoghi che possono essere frequentati dal minore e che potrebbero causare un incontro col nipote anche casuale.
Stigmatizzazione,riportata nella relazione,e conseguente divieto del ripetersi del seguente episodio: “la rete parentale materna” (in realtà solo la nonna) avrebbe effettuato molte telefonate (in realtà solo una) alla mamma dell’amichetto del cuore di mio nipote dopo che i due si erano incontrati per “informarsi” sul nipote (in realtà per sapere come stava,non vedendolo da tempo immemorabile). Ciò avrebbe causato grande disagio al minore!
Divieto di registrare le conversazioni con il minore (uno dei motivi della soppressione degli incontri) ed anche nel corso dei colloqui con gli assistenti ai quali partecipavo. La pratica è legittima e il materiale registrato può essere utilizzato in giudizio. Sentenzia a tal proposito la Corte Suprema: ““ciascuno dei soggetti che partecipano ad una conversazione è pienamente libero di adottare cautele ed accorgimenti, e tale può essere considerata la registrazione, per acquisire, nella forma piu’ opportuna, documentazione e quindi prova di ciò che direttamente pone in essere o che è posto in essere nei suoi confronti […]” (Cass. Sent. n. 19158 del 20 marzo 2015).

Tutti gli esempi sopra riportati sono limitati agli episodi più significativi e,a meno che voi non mi documentiate il contrario,sono indicativi di un “far west in cui gli assistenti sociali sono sceriffi autonominatisi.

Vi prego di risparmiarmi consigli già impartitimi del tipo:”ti conviene sottometterti”, “il sistema te la farà pagare (già successo)” ecc.ecc. In quanto non mi rassegnerò mai,per il bene di tutti i minori,ad intraprendere una lotta senza quartiere contro questi soprusi.

Attendo la Vs/ consulenza con ansia e,nel frattempo,invio i migliori saluti.”
Consulenza legale i 07/03/2018
La professione di assistente sociale trova la sua disciplina nella legge 23 marzo 1993, n. 84, rubricata “Ordinamento della professione di assistente sociale e istituzione dell'albo professionale”.
L’art. 1 della predetta legge prevede che “l'assistente sociale opera con autonomia tecnico-professionale e di giudizio in tutte le fasi dell'intervento per la prevenzione, il sostegno e il recupero di persone, famiglie, gruppi e comunità in situazioni di bisogno e di disagio e può svolgere attività didattico-formative”.
Ai fini che qui specificamente interessano, ovvero del ruolo e dei poteri dell’assistente sociale nell’ambito dei procedimenti dinanzi al Tribunale per i minorenni, l’ultimo comma della norma in esame stabilisce che “nella collaborazione con l'autorità giudiziaria, l'attività dell'assistente sociale ha esclusivamente funzione tecnico-professionale”.
Il ruolo dell’assistente sociale dinanzi al Giudice minorile è dunque quello di un esperto, dotato di particolari competenze e di autonomia e indipendenza di giudizio, che interviene a vario titolo nelle diverse tipologie di procedimenti, sia civili (ad esempio giudizi sulla responsabilità genitoriale, o sull'adozione e affidamento di minori) che penali.
Sull’assimilabilità delle relazioni degli assistenti sociali alla consulenza tecnica e sulla possibilità di impugnazione o modifica dei provvedimenti adottati dall’Autorità giudiziaria sulla base delle stesse, questa Redazione ha già fornito in data 10.08.2016 esauriente risposta, alla quale si rimanda.
Da quanto sin qui esposto appare evidente come l’assistente sociale non disponga di alcun potere che gli consenta di “modificare” un provvedimento adottato dal Tribunale per i minorenni, in quanto un provvedimento dell’Autorità giudiziaria è revocabile, modificabile o annullabile, ricorrendone i presupposti, solo ad opera della stessa o di altra superiore Autorità giudiziaria competente.
Chiaramente, inoltre, l’assistente sociale, di per sé, non ha neppure il potere di imporre di propria iniziativa, e al di fuori dei limiti segnati e dei compiti attribuitigli dal provvedimento del Giudice, alcuna limitazione della libertà personale. Tuttavia al fine di comprendere se, nel caso di specie, gli assistenti sociali abbiano agito oltre i predetti limiti occorrerebbe una conoscenza approfondita tanto del fascicolo che della complessiva vicenda processuale.