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Articolo 2284 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Morte del socio

Dispositivo dell'art. 2284 Codice civile

Salvo contraria disposizione del contratto sociale, in caso di morte di uno dei soci, gli altri devono liquidare la quota agli eredi [2289, 2322], a meno che preferiscano sciogliere la società [2272 n. 3] ovvero continuarla con gli eredi stessi e questi vi acconsentano (1) [2323, 2479].

Note

(1) Salva contraria disposizione del contratto sociale, alla morte di uno dei socio, i suoi eredi non hanno diritto di entrare a far parte della società, ma solo alla liquidazione della quota del defunto. Possono subentrare al defunto nella sua partecipazione sociale, solo se vi è consenso di tutti gli altri soci ed in forza di un nuovo contratto di partecipazione sociale tra gli eredi e i soci superstiti.

Ratio Legis

In virtù del principio generale valido per tutti i contratti plurilaterali (v. Libro IV, Titolo II), l'uscita di una sola parte dal contratto stesso non determina lo scioglimento della società, ma costituisce una causa di scioglimento del rapporto sociale limitata ad un socio.
La morte del socio rappresenta una di queste cause. Va rilevato inoltre che, nonostante la partecipazione ad una società rappresenti di per sé un bene che potrebbe essere trasmesso in eredità, ciò non avviene di regola nelle società di persone, dove il vincolo che lega i soci tra loro si fonda sulla fiducia che ciascun socio ripone nelle qualità degli altri soci. Gli eredi per succedere nella posizione del socio defunto devono godere del consenso di tutti gli altri soci.

Spiegazione dell'art. 2284 Codice civile

Nell'eventualità in cui un socio venga a mancare, il rapporto sociale di cui era parte attiva non si trasmette automaticamente ai suoi eredi, in quanto trattasi pur sempre di un rapporto in cui la fiducia svolge un ruolo fondamentale.
Per tale motivo ai soci superstiti la legge accorda tre soluzioni differenti in seguito al decesso di uno di loro, ovvero
  • liquidare la quota agli eredi e continuare l'attività sociale,
  • sciogliere la società, qualora ad esempio reputassero fondamentale l'apporto del de cuius,
  • oppure decidere di continuare l'attività con l'erede.
Tuttavia, il contratto sociale può disciplinare in maniera differente l'ipotesi di decesso, come ad esempio prevedere la c.d. clausola di continuazione, la quale prevede l'obbligo dei soci superstiti di continuare l'attività con gli eredi del defunto.

Massime relative all'art. 2284 Codice civile

Cass. civ. n. 9346/2018

In tema di società di persone composta da due soli soci, per effetto del coordinamento tra l'art. 2284 c.c. e 2272 n. 4 c.c., in caso di morte di un socio, la mancata ricostituzione della pluralità dei soci nel termine di sei mesi va considerata come condicio iuris priva di efficacia retroattiva, sicchè in difetto di detta ricostituzione lo scioglimento della società si verifica alla scadenza del semestre in pendenza del quale il socio superstite, oltre ad optare per la ricostituzione, può scegliere tra le diverse alternative di cui all'art. 2384 c.c.

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Consulenze legali
relative all'articolo 2284 Codice civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

S. D. chiede
giovedì 05/07/2018 - Liguria
“Buonasera,
io , i miei fratelli, mia madre e mio padre siamo gli unici soci di una snc . A maggio è venuto a mancare mio padre, il quale negli anni ha maturato un consistente debito verso lo Stato ( di cui sono in atto rateizzazioni oramai sospese e rottamazione ancora da iniziare). Abbiamo sospeso tutto perchè volevamo fare il beneficio di inventario dove i beni di mio padre sono la metà del conto cointestato( circa € 6.500 ) , un magazzino( circa 10.000) e l'azienda familiare di cui detiene il 20 % .
Con un notaio si era invece immaginato di fare una rinuncia totale dell'eredita da parte di tutti e quattro perchè la parte di mio padre non è possibile mettere all'asta(?) , quindi come soci dovremmo detenere poi di nuovo il 100% e dare allo Stato il valore monetario al 20% della quota di mio padre in qualità di azienda.
L'avvocato si sente di sconsigliare questa manovra perchè essendo che tutti i soci coincidono con tutti gli eredi la cosa potrebbe essere sconveniente e portare anche ad un risvolto penale per noi .
Invece potrebbe essere conveniente rinunciare all'eredità e chiudere la società di ora e aprirne una nuova con i restanti soci.
Volevo un parere sulle varie strade perchè vorremmo fare un operazione si che ci convenisse ma senza creare problemi di altro genere.
Ringraziando per l'attenzione

Consulenza legale i 12/07/2018
Va premesso che per una risposta più puntuale sarebbero necessari ulteriori informazioni anche in ordine al tipo di tributi per i quali è maturato il debito verso lo Stato.
Presumendo che gli stessi siano legati all’attività di cui si parla e, quindi, che si tratti di debiti per IRAP ed IVA ed IRPEF per trasparenza, occorre considerare che, in base al disposto di cui all’art. 65 del d.P.R. n. 600/73, gli eredi rispondono in solido delle obbligazioni tributarie il cui presupposto si è verificato anteriormente alla morte del dante causa.
Ne deriva che accettando l’eredità del padre ed assumendo, quindi, la qualifica di erede, l’Amministrazione finanziaria avrà titolo per esigere l’estinzione di tutti i debiti facenti capo al de cuius con i beni oggetti del patrimonio del de cuius ma altresì, nel caso in cui questi ultimi non siano sufficienti al loro assolvimento, con il proprio patrimonio personale.

Si tratta, per altro, di una responsabilità solidale di tutti gli eredi, cosicché l’erario ha la facoltà di richiedere a ciascuno di essi di onorare l’intero debito del de cuius.
La disposizione di cui all’art. 65 citato si pone, per altro, in deroga a quella di cui all' art. 752 del c.c. e seguenti. i quali prevedono la responsabilità dei coeredi del defunto al pagamento dei debiti e pesi ereditati, in proporzione alle loro quote ereditarie, salvo una disposizione testamentaria differente.
Per ciò che concerne, invece, i redditi che, pur prodotti dal defunto, vengono percepiti direttamente dagli eredi, essi stessi diventano i soggetti passivi dell’imposta e potranno sottoporli a tassazione separata ai sensi del comma 3 dell’art. 7 del T.U.I.R., approvato con d.P.R. n. 917/86, salvo opzione per l’imposizione ordinaria.
Fintantoché l’eredità non viene accettata non esiste alcun soggetto passivo d’imposta ovvero alcun titolare del reddito conseguito e pertanto, dell’obbligazione tributaria.
Inoltre, se tale situazione si protrae oltre il periodo d’imposta ed il chiamato all’eredità non l’ha accettata, oppure non è nel possesso dei beni ereditati, ai sensi dell’art. 528 del c.c., l’eredità si dice che diventa giacente ed occorre procedere alla nomina di un curatore del patrimonio ereditario.
In questo caso il soggetto passivo d’imposta non è individuato nel “patrimonio ereditario”, bensì, in colui al quale verrà attribuita successivamente l’eredità in via definitiva e, pertanto, le imposte verranno liquidate dal curatore, durante il periodo di eredità giacente, in via provvisoria.
In seguito, al momento dell’accettazione dell’eredità, tali redditi concorreranno a formare il reddito complessivo dell’erede con effetto retroattivo e, pertanto, quest’ultimo sarà tenuto a riliquidare le imposte versate nei periodi d’imposta precedenti.

Ora, al fine di non incorrere nel rischio di essere chiamati a dover rispondere con i beni propri dei debiti del defunto esistono due forme di tutela da parte dell’erede, ben individuate già nel quesito:
la prima, a carattere permanente, è la rinuncia all’eredità nelle forme previste dall’art. 519 del c.c.; in questo caso non ci sarà un “erede” che, pertanto, potrebbe essere chiamato a rispondere delle obbligazioni tributarie riferibili al de cuius” (Risoluzione Ministero delle Finanze 5.11.1980, n. 7/3801);
la seconda, a carattere transitorio, si attua mediante l’accettazione dell’eredità con beneficio d’inventario: in tale ipotesi si consegue una limitazione legale della responsabilità patrimoniale dell’erede per i debiti ereditari entro il valore massimo dell’eredità ricevuta.
Ciò sta a significare che nell’ipotesi in cui si sia in presenza di una successione onerosa (ove le passività eccedano le attività), l’erede non sarà chiamato a rispondere delle obbligazioni trasmessegli oltre i limiti del valore del patrimonio ereditario, poiché con l’accettazione dell’eredità con beneficio dell’inventario viene elusa la confusione del suo patrimonio con quello del defunto.
Il beneficio d’inventario, per il quale la legge richiede la forma solenne della dichiarazione ricevuta da un notaio o da un cancelliere del tribunale del circondario ove la successione si è aperta, è rimesso alla facoltà di ogni chiamato, che ha l’onere di specificare nell’atto di accettazione se intenda avvalersi di tale diritto.
Tale forma di tutela ben si adatta alle ipotesi in cui si è chiamati a decidere sull’accettazione di un’eredità avendo una sommaria conoscenza della situazione economico-patrimoniale del congiunto de cuius o, come nel caso di specie, in cui si ha quasi la certezza che i debiti del de cuius potrebbero essere superiori alle attività ereditate.

Va ancora precisato che, sotto il profilo sanzionatorio, per i redditi posseduti dal defunto anteriormente alla sua morte, a norma dell’art. 8 del D. Lgs. n. 472/1997, l'obbligazione al pagamento della sanzione non si trasmette agli eredi che, pertanto, sarebbero, in ogni caso, chiamati a rispondere soltanto delle imposte e relativi interessi.
Fatte queste premesse, è chiaro che, nel caso di specie, in considerazione della prospettazione di un passivo ereditario superiore all’attivo sarebbe opportuno, quantomeno, accettare l’eredità con beneficio di inventario.

Le norme di diritto successorio devono, però, a questo punto, essere coordinate con quelle del diritto societario, in considerazione del fatto che il de cuius aveva la qualifica di socio all’interno di una società di persone e, nel caso di specie, deve altresì tenersi conto della coincidenza degli eredi con i soci rimasti.
In base all’art. 2284 c.c., in generale, nel momento in cui muore uno dei soci, sussistono tre possibili soluzioni alternative:
1) la società continua la propria attività con i soci superstiti che liquidano la quota del de cuius agli eredi;
2) i soci superstiti decidono all’unanimità di sciogliere la società liquidando la quota agli eredi ossia, nel caso di specie, sempre a loro stessi;
3) qualora gli eredi vi acconsentano, vi è la possibilità di continuare la società con questi ultimi; presupposto imprescindibile in quest'ultimo caso è il consenso tacito o espresso degli eredi ad assumere la qualifica di soci in luogo del de cuius.

Posto che la volontà dei soci restanti pare sia quella di proseguire l’attività e posto che il subentro degli eredi nella qualità di soci, comporterebbe, comunque, l’accettazione dell’eredità (che, nel caso di specie sembra preferibile evitare), l’unica soluzione praticabile appare la prima, ossia i soci restanti proseguono l’attività, liquidando la quota del de cuius.
La predetta liquidazione andrà, quindi, a confluire, unitamente al resto, nell’attivo dell’asse ereditario del de cuius.

A questo punto, si porrà il problema per gli eredi di decidere cosa fare in merito al patrimonio ereditario di cui, ovviamente, le somme ricevute in sede di liquidazione della partecipazione alla s.n.c. faranno parte.
È chiaro che, questo tipo di valutazione non può che essere rimessa agli stessi eredi che, alla luce di quanto detto prima, potranno decidere tenendo conto dell’effettiva consistenza dell’attivo e del passivo dell’asse ereditario.
Va da se che, nel caso in cui gli stessi decidano di non accettare l’eredità, le somme corrisposte in sede di liquidazione della quota del de cuius resteranno nella disponibilità del curatore dell’eredità giacente sino al momento della devoluzione del patrimonio ereditario allo Stato (a 10 anni dalla morte ex art. 586 del c.c. ).

Occorre, quindi, separare la scelta da operare, in qualità di soci e in riferimento alla quota societaria, ex art. 2284 del c.c., da quella da operare, in qualità di eredi, in riferimento all’accettazione dell’asse ereditario, tenendo conto del fatto che la decisione assunta in qualità di soci (proseguire l’attività di impresa della società, liquidando la quota del de cuius) non necessariamente implica l’accettazione dell’eredità.

Sotto il profilo penale occorre partire dal presupposto che la responsabilità penale è personale, pertanto gli eredi non potranno mai rispondere di una presunta evasione fiscale (che al momento non è possibile valutare perché non si conosce il quantum evaso, fondamentale per le soglie di rilevanza penale dei reati tributari) commessa dal padre, ormai defunto.
In un caso del genere, un eventuale procedimento penale andrebbe archiviato, in quanto la morte del reo costituisce causa di estinzione del reato.
Piuttosto, occorrerebbe usare particolare cautela nel portare avanti l’operazione di far cessare l'azienda per aprirne un'altra, perché in astratto una operazione di tal genere potrebbe anche integrare il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte.

Giovanni S. chiede
martedì 08/08/2017 - Toscana
“In prossimità della conclusione dell'azione di riduzione testamentaria, promossa da una legittimaria totalmente pretermessa, il convenuto erede universale dichiara con atto stragiudiziale di voler liquidare la propria quota di partecipazione in una società in nome collettivo senza informare/coinvolgere il giudice procedente ("invoca il possesso del testamento olografo"), cioè vanificando il lavoro istruttorio compiuto. E' illegittimo oppure è legittimo purchè con riserva di corrispondere all'attrice il valore della quota sulla base del dividendo dell'anno in corso? Grazie. Dr. Giovanni Salvadorini”
Consulenza legale i 22/08/2017
Occorre, innanzitutto, precisare che, ai sensi dell'art. 2284 c.c., le quote di una snc non cadono in successione: in caso di morte di un socio, gli altri soci superstiti devono liquidare la quota agli eredi o, in alternativa, possono scogliere la società o continuarla con gli eredi (se questi vi acconsentono).

Di conseguenza, alla morte del socio della snc, la sua quota si estingue e ciò che cade in successione è solamente il diritto di credito degli eredi alla liquidazione della quota stessa (al valore che verrà determinato in relazione alla situazione finanziaria della società al momento della morte del socio).

Deve, pertanto, escludersi la possibilità per lei, in qualità di erede legittimario pretermesso, di opporsi alla richiesta di liquidazione della quota avanzata dall'erede universale, la quale appare, al contrario, pienamente legittima.

Va osservato, peraltro, che la quota di legittima (intesa come porzione di eredità della quale il testatore non può disporre, essendo riservata a determinati eredi, denominati "legittimari "), va intesa in senso "quantitativo" e non in senso "qualitativo", dal momento che il legittimario ha diritto ad un determinato valore del patrimonio ereditario, il quale può essere tuttavia composto da beni di qualunque natura, purchè compresi nell'asse ereditario e di valore tale da reintegrare la quota di legittima lesa.

Pertanto, lei, quale legittimario pretermesso, ha certamente diritto ad una determinata porzione del patrimonio ereditario ma non può vantare un diritto sui singoli beni che compongano il patrimonio stesso, essendo necessario e sufficiente che le venga garantita la reintegrazione del valore della quota di legittima che le spetta.

Conclusivamente, si ritiene che lei non possa opporsi alla richiesta di liquidazione delle quote sociali avanzata dall'erede universale.

All'esito dell'azione di riduzione, il Giudice le riconoscerà la propria quota di legittima prevista dalla legge, che comprenderà la parte corrispondente del credito relativo alla liquidazione delle quote sociali.



Anonimo chiede
lunedì 01/08/2016 - Lombardia
“Buongiorno,
Siamo due soci (fratelli) al 50%+50% e abbiamo una società immobiliare SPA con un immobile affittato, è previsto che se uno dei due soci volesse vendere è prevista la prelazione all'altro socio.-
L'altro socio vorrebbe creare una Società Semplice i cui soci sarebbero: Lui al 95%+moglie 2,5%+figlio 2,5%, per poi fare un aumento di capitale portando in dote la sua parte di SPA.
Pertanto diventerebbe una SPA con il 50% di proprietà di una persona fisica e il 50% di una Società Semplice
La motivazione sarebbe che con la Società Semplice la tassa di successione sarebbe inferiore rispetto la tassa di successione della SPA.
domanda
è legittimo fare questo ? quanto paga di tassa di successione la SPA e quanto paga di tassa di successione la Società Semplice?
Grazie”
Consulenza legale i 05/08/2016
Per quanto riguarda la prima questione, trattasi di operazione del tutto legittima.

Se si è ben compresa la situazione sinteticamente descritta nel quesito, uno dei soci intende costituire una società semplice, assieme a moglie e figlio e – trascorso un determinato lasso di tempo – deliberare un aumento di capitale da coprire mediante conferimento della quota già da egli detenuta nella s.p.a..
Si tratta di ordinaria ipotesi di aumento di capitale cosiddetto “a pagamento”, che si configura quando i soci incrementano il capitale sociale facendo entrare nuovi soci oppure – come nel caso di specie – raccogliendo nuovi conferimenti dai soci preesistenti.

Per quel che concerne, invece, la seconda domanda, relativa alle imposte di successione, il socio che intende costituire la società semplice si è correttamente posto il problema dell’imposizione fiscale.

Le norma di riferimento è l’art. 3, comma 4-ter, D.Lgs. 31/10/1990, n. 346, il quale – al fine di favorire il passaggio generazionale delle imprese, esclude dall’imposizione fiscale il trasferimento di azioni e quote sociali.
Tuttavia, la disciplina di esclusione è differente a seconda che le partecipazioni sociali riguardino società di persone ovvero società di capitali.

Nel primo caso, infatti, la norma non pone alcun limite, nel senso che il trasferimento a titolo gratuito di quote di società di persone (società semplici, S.n.c. e S.a.s.) non è mai assoggettato ad imposta, purché vengano comunque rispettate le ulteriori condizioni previste dall’art. 3, co. 4-ter, D.Lgs. 346/1990 (ovvero: “Il beneficio si applica a condizione che gli aventi causa proseguano l'esercizio dell'attività d'impresa o detengano il controllo per un periodo non inferiore a cinque anni dalla data del trasferimento, rendendo, contestualmente alla presentazione della dichiarazione di successione o all'atto di donazione, apposita dichiarazione in tal senso”).

Diversa, invece, è la previsione per la successione o donazione di quote o azioni di società di capitali, quali S.p.a., S.r.l., S.a.p.a., società cooperative e di mutua assicurazione residenti nel territorio dello Stato (art. 73, co.1, lett. a), D.P.R. 22.12.1986, n. 917). In tale ipotesi, infatti, l’esclusione è subordinata alla circostanza che le partecipazioni ereditate o donate consentano o integrino il controllo della società ai sensi dell’art. 2359, comma 1, n. 1), c.c, vale a dire conferiscano la maggioranza (più del 50%) dei diritti di voto esercitabili nell’assemblea ordinaria. Qualora tale requisito non sia rispettato, il beneficio non spetta.

A tale ultimo proposito, in particolare, in merito alla percentuale di azioni o quote di società di capitali idonea a realizzare l’esercizio del controllo di diritto, sono state fornite alcune precisazioni a mezzo di circolare ministeriale (C.M. 3/E/2008). In particolare:

- percentuale di azioni suddivisa fra più eredi: nell’ipotesi in cui una partecipazione societaria che consente l’esercizio del controllo di diritto venga trasferita singolarmente a più eredi ed ognuno di essi risulti in possesso di una partecipazione che non integra il controllo di diritto, l’esclusione non si applica. E’ il caso della partecipazione societaria pari al 60% che viene suddivisa in parti uguali fra tre eredi (20% ad ognuno). In tal caso il 20% non è sufficiente a consentire il controllo di diritto e, dunque, il trasferimento è assoggettato ad imposta in capo agli eredi;

- comproprietà: nell’ipotesi sopra esposta, al contrario, l’esclusione si applica qualora la partecipazione venga trasferita agli eredi in comproprietà, di modo che i relativi diritti vengano esercitati per mezzo di un rappresentante comune; in questo caso la percentuale di possesso resta inalterata e il pacchetto azionario possiede i requisiti per consentire il controllo di diritto (C.M. 16.2.2007, n. 11/E);

- quote di società di persone: non vi sono limitazioni quantitative di nessun tipo, poiché, indipendentemente dalla percentuale oggetto di successione o donazione ed in presenza degli altri requisiti richiesti, l’esclusione dall’imposta spetta in ogni caso.

Nella fattispecie in esame, non pare a chi scrive – in ragione di quanto sopra esposto - che si possa correre il rischio dell’imposta nella successione di quota della s.p.a., detenendo il socio il 50% della partecipazione, ovvero una quota che non gli consente (né consentirebbe agli eredi) di esercitare un controllo sulla società. Tuttavia, per eliminare ogni rischio, può essere una via fare in modo che la successione abbia ad oggetto la partecipazione in una società di persone.

FILIPPO G. chiede
giovedì 16/10/2014 - Sicilia
“Buongiorno.
Potreste dirmi che fondamento giuridico hanno le note all'art. 2284 cc (morte del socio).”
Consulenza legale i 20/10/2014
L'articolo in esame disciplina uno dei casi in cui si verifica lo scioglimento del rapporto sociale limitatamente ad un socio, in particolare l'ipotesi di morte (cui è equiparata la morte presunta) del socio.
In assenza di una diversa convenzione tra le parti, la norma prevede in sostanza tre ipotesi:
1. liquidazione della quota del socio defunto;
2. scioglimento della società;
3. continuazione della società con gli eredi.
Le prime due possibili soluzioni sono lasciate alla decisione autonoma dei soci superstiti, mentre per la terza è necessario anche il consenso degli eredi.

L'art. 2284 non prevede un termine, successivo alla morte del socio, entro il quale si deve optare per una delle scelte previste.
Secondo alcuni studiosi, tra liquidazione della quota agli eredi e scioglimento della società si instaurerebbe un rapporto di alternatività (si tratterebbe di una obbligazione alternativa ex art. 1285 del c.c.), tanto che gli eredi potrebbero richiedere al giudice di fissare un termine entro il quale i soci superstiti dovranno effettuare la scelta.
Per altri, si tratterebbe invece di una obbligazione con facoltà alternativa, che consiste in un rapporto obbligatorio in cui viene dedotta una sola obbligazione, ma è in facolta del debitore di adempiere eseguendo un'altra obbligazione.
La giurisprudenza ha sottolineato che il diritto degli eredi alla liquidazione è soggetto alla prescrizione ordinaria decennale, poiché le norme societarie non possono derogare al termine legale previsto per l'accettazione dell'eredità, e il diritto alla liquidazione può essere fatto valere solo dall'erede (accettante dell'eredità) del socio (v. Trib. Monza, 2 giugno 1989).
Se i soci superstiti optano per lo scioglimento della società, la quota del socio defunto verrà liquidata all'intero del complessivo procedimento di liquidazione della società.
I criteri per la liquidazione della quota sono previsti dall'art. 2289 del c.c..
Interessante è il caso, molto frequente, di pluralità di eredi. L'opinione prevalente richiede il consenso unanime degli eredi affinché essi possano subentrare come soci, ma per alcuni studiosi ogni erede potrebbe subentrare e divenire socio nei limiti della propria quota, mentre nei confronti degli altri la società resta obbligata alla liquidazione delle rispettive quote.

Quanto all'ultima ipotesi, quella della continuazione con gli eredi, va innanzitutto premesso che la morte del socio scioglie immediatamente il rapporto sociale: di conseguenza, l'erede non assume mai automaticamente la qualità di socio, nemmeno se la società era composta di due soli soci.
Affinché l'erede diventi socio, risulta necessario un atto inter vivos, un contratto, che non richiede necessariamente la forma scritta ma può risultare anche da fatti concludenti (Trib. Roma, 19 giugno 1984).
Secondo la dottrina del tutto prevalente, la decisione di continuare la società con gli eredi del socio defunto richiede il consenso unanime dei soci superstiti; al contrario, alcuni autori ritengono sufficiente la maggioranza dei consensi, laddove essa sia prevista per le modificazioni del contratto sociale.

Il fondamento giuridico della previsione per cui è richiesto il consenso degli eredi affinché la società possa continuare con loro è dato, da un lato, dal rapporto di fiducia che lega i soci di una società di persone; dall'altro, dal principio incontestabile dell'intrasmissibilità mortis causa della qualità di socio. Ciò implica che, affinché nuovi soci subentrino nella società, si deve instaurare un nuovo vincolo fiduciario con i sopravvenuti e tutte le parti debbono essere consenzienti. Anche per questa ragione, una eventuale clausola di continuazione della società alla morte del socio potrebbe vincolare solo i soci superstiti e non gli eredi, in quanto ciò contrasterebbe non solo con il principio della fiducia sopra menzionato ma anche con i principi sull'accettazione dell'eredità con beneficio d'inventario: l'erede, in quanto nuovo socio, dovrebbe rispondere senza limiti anche dei debiti sociali anteriori all'acquisto della qualità di socio, trovandosi così nell'impossibilità di effettuare un'accettazione beneficiata. Inoltre, si palesa anche un contrasto con le norme del diritto societario che presuppongono che un soggetto, senza una dichiarazione di volontà, non potrebbe divenire socio a responsabilità illimitata.

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Testi per approfondire questo articolo

  • La società in nome collettivo

    Editore: Giuffrè
    Collana: Trattati
    Data di pubblicazione: maggio 2015
    Prezzo: 90,00 -5% 85,50 €

    La collocazione nel codice civile, al centro tra le società di persone, rende la società in nome collettivo innanzitutto soggetto giuridico, centro di imputazione di situazioni attive e passive, ma non consente di attribuirle natura di persona giuridica, per l'assoluta preminenza delle caratteristiche (e delle facoltà) dei soci che vi partecipano. E rimane l'abilitazione all'esercizio di impresa commerciale, innestata sulla base strutturale dell'art. 2247 c.c.,... (continua)