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Articolo 2289 Codice Civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

[Aggiornato al 31/08/2021]

Liquidazione della quota del socio uscente

Dispositivo dell'art. 2289 Codice Civile

Nei casi in cui il rapporto sociale si scioglie limitatamente a un socio [2307], questi o i suoi eredi hanno diritto soltanto ad una somma di danaro che rappresenti il valore della quota [2270, 2284, 2285].

La liquidazione della quota è fatta in base alla situazione patrimoniale della società nel giorno in cui si verifica lo scioglimento(1).

Se vi sono operazioni in corso(2), il socio o i suoi eredi partecipano agli utili e alle perdite inerenti alle operazioni medesime.

Salvo quanto è disposto nell'articolo 2270(3), il pagamento della quota spettante al socio deve essere fatto entro sei mesi dal giorno in cui si verifica lo scioglimento del rapporto [2529].

Note

(1) Il valore della quota da liquidare al socio è calcolato in proporzione al valore del patrimonio della società, pertanto, è necessario procedere con un inventario (v. 2277) al fine di conoscere il valore del patrimonio della società al momento in cui si verifica lo scioglimento.
(2) In generale qualsiasi attività diretta al conseguimento del fine sociale, quali ad esempio affari particolarmente complessi, contratti ancora da eseguire.
(3) L'art. 2270 regola la liquidazione della quota del socio su richiesta di un creditore personale di questi, in cui il pagamento avviene entro tre mesi dalla domanda di liquidazione.

Ratio Legis

La quota spettante al socio deve essere liquidata in danaro. Quindi, se il socio ha conferito in società beni (in proprietà o in godimento, art. 2254 del c.c.) non ha diritto alla restituzione di quanto ha conferito. Ciò per evitare che la società venga privata di beni che possono essere essenziali per i suoi scopi produttivi.

Spiegazione dell'art. 2289 Codice Civile

La liquidazione della quota del socio nei casi di scioglimento del rapporto sociale limitatamente al singolo socio viene determinata secondo l'effettiva consistenza del patrimonio sociale al momento in cui opera lo scioglimento. Tuttavia, nulla vieta che la modalità tramite cui valutare la consistenza di cui sopra possa essere preventivamente fissata tramite apposita clausola inserita nel contratto sociale e cioè ad esempio in base all'ultimo bilancio di esercizio approvato o in base ad un bilancio straordinario all'uopo redatto.
Tramite la specificazione relativa al fatto che al socio uscente spetta solo il diritto ad una somma di denaro che rappresenta il valore della sua quota, la legge esclude implicitamente che egli possa ottenere la restituzione dei beni conferiti in proprietà alla società, mentre per i beni conferiti in godimento potrà solo pretendere una somma corrispondente all'utilità che la società ricava dal godimento stesso.
Per le operazioni ancora in corso il socio escluso, deceduto o che ha optato per il recesso, continuerà a partecipare agli utili ed alle perdite relative alle operazioni medesime.
Tutto quanto sopra detto presuppone ad ogni modo un attivo patrimoniale della società e, dunque, nel caso in cui il patrimonio netto sia in negativo, il socio sarà debitore nei confronti della società, almeno fino al momento in cui opera lo scioglimento del rapporto o al più tardi fino al momento in cui le operazioni iniziate prima della sua uscita dalla compagine sociale siano portate a termine.
La norma, coerentemente, prevede la stessa disciplina per gli eredi del socio.

Massime relative all'art. 2289 Codice Civile

Cass. civ. n. 24769/2018

In tema di valutazione della quota sociale ex art. 2289 c.c., occorre tener conto anche del valore dell'avviamento e, secondo una stima di ragionevole prudenza, della futura redditività dell'azienda, considerato che la norma, facendo riferimento allo scioglimento del rapporto nei confronti di un solo socio, presuppone la continuazione dell'attività sociale che non può riferirsi solo ad un compendio statico e disaggregato di beni, ma deve essere valutata anche avuto riguardo alla sua fisiologica e naturale propensione verso il futuro.

Cass. civ. n. 21036/2017

Il recesso da una società di persone è un atto unilaterale recettizio e, pertanto, la liquidazione della quota non è una condizione sospensiva del medesimo, ma un effetto stabilito dalla legge, con la conseguenza che il socio, una volta comunicato il recesso alla società, perde lo "status socii" nonché il diritto agli utili, anche se non ha ancora ottenuto la liquidazione della quota, e non sono a lui opponibili le successive vicende societarie.

Cass. civ. n. 7964/2017

In tema di società di fatto, qualora non si sia proceduto alla liquidazione della società, che è soltanto facoltativa, il diritto del socio alla liquidazione della quota si prescrive con decorrenza dalla cessazione dell’attività sociale.

Cass. civ. n. 10332/2016

La domanda di liquidazione della quota di una società di persone, formulata dagli eredi del socio defunto, fa valere un'obbligazione non degli altri soci ma della società medesima quale soggetto passivamente legittimato, potendosi altresì evocare in giudizio anche i soci superstiti, qualora siano solidalmente ed illimitatamente responsabili per le obbligazioni sociali, sebbene non siano litisconsorti necessari.

Cass. civ. n. 5449/2015

In una società di persone, la situazione patrimoniale da assumere, ai sensi dell'art. 2289 cod. civ., a base della liquidazione della quota di un socio uscente non può essere redatta - a differenza di quanto si pratica in caso di recesso da una società per azioni - facendo riferimento all'ultimo bilancio o, comunque, ai criteri di redazione del bilancio annuale di esercizio, ma occorre tener conto dell'effettiva consistenza al momento della uscita del socio, sicché, ai fini della determinazione del valore dell'avviamento - la cui rilevanza, quale elemento del patrimonio sociale, si proietta nel futuro, traducendosi nella probabilità, pur fondata su elementi presenti e passati, di maggiori profitti per i soci superstiti -, vanno considerati non solo i risultati economici della gestione passata ma anche le prudenti previsioni della futura redditività dell'azienda.

Cass. civ. n. 19321/2013

Ai fini della liquidazione della quota del socio che intenda recedere da una società di fatto, non può tenersi conto, per quantificarne, al netto dei costi, l'incidenza sull'attivo di quest'ultima, del valore derivante dalla detenzione da parte della stessa società, in forza di comodato senza specificazione di durata, di immobili appartenenti ad altro socio, trattandosi di disponibilità revocabile "ad nutum" dal proprietario concedente, e, dunque, di titolo inidoneo a proiettare nel futuro tale utilità; né, al medesimo scopo, può attribuirsi valore al godimento di detti beni avvenuto nel passato, in quanto esso concreta un'utilità ormai consumata, la quale non concorre a determinare la situazione patrimoniale della società all'attualità.

Cass. civ. n. 5836/2013

Il recesso da una società di persone è un atto unilaterale recettizio, e, pertanto, la liquidazione della quota non è una condizione sospensiva del medesimo, ma un effetto stabilito dalla legge, con la conseguenza che il socio, una volta comunicato il recesso alla società, perde lo "status socii" nonché il diritto agli utili, anche se non ha ancora ottenuto la liquidazione della quota.

Cass. civ. n. 19150/2012

La liquidazione della quota del socio receduto da società irregolare, ai sensi dell'art. 2289 c.c., richiamato dall'art. 2297 primo comma, c.c., consiste nella dazione di una somma di danaro, per la cui esecuzione il debitore è costituito in mora alla data della scadenza del termine entro il quale ne è imposto l'adempimento (sei mesi dal giorno in cui si è verificato lo scioglimento della società), ed il corrispondente credito, risultando da una liquidazione che va compiuta attraverso un mero calcolo aritmetico, deve considerarsi liquido ed esigibile. Ne consegue che alla relativa domanda giudiziale va applicato, ai fini dell'individuazione del giudice territorialmente competente, l'art. 1182, terzo comma, c.c., trattandosi di obbligazione da eseguirsi, al pari di quella di pagamento di utili, presso il domicilio del creditore.

Cass. civ. n. 9397/2011

Nel caso di scioglimento del rapporto sociale limitatamente ad un socio, perfezionatosi prima del verificarsi di una causa di scioglimento della società, al socio uscente spetta la liquidazione della sua quota, ai sensi dell'art. 2289 c.c., e non la quota di liquidazione risultante all'esito del riparto fra tutti i soci, in quanto il presupposto per l'assorbimento del procedimento di liquidazione della quota del socio in quello di liquidazione della società è costituito dalla coincidenza sostanziale tra i due, la quale sussiste solo ove il primo attenga ad un diritto non ancora definitivamente acquisito, quando si verifichino i presupposti per l'apertura del secondo.

Cass. civ. n. 1036/2009

In tema di società di persone, e con riguardo alla liquidazione della quota agli eredi del socio defunto, gli art. 2261 e 2289 cod. civ., che devono essere letti congiuntamente, pongono a carico della società l'obbligo di liquidare la quota stessa, e a carico degli amministratori quello di rendere il conto (obbligo che sussiste nei confronti degli eredi anche qualora il "de cuius" avesse partecipato all'amministrazione), al fine di consentire la formazione, in nome e per conto della società, di una situazione patrimoniale straordinaria aggiornata, nel rispetto dei criteri di redazione del bilancio ed ai fini dell'assolvimento dell'onere della società di provare il valore della quota; di fronte all'inadempimento dell'obbligo di rendiconto, il giudice può deferire ai soci-amministratori il giuramento suppletorio per la determinazione del "quantum debeatur".

Cass. civ. n. 8531/2004

La domanda con cui il socio di una società di persona fa valere l'obbligazione della società alla liquidazione della sua quota degli utili va proposta nei confronti della società medesima, quale soggetto passivamente legittimato, e non già dei soci singolarmente ; né tale principio può essere superato, ancorché si tratti di società irregolare, in base al concorrente principio della responsabilità solidale dei soci (art. 2291 c.c. ), perché la regola della solidarietà tra i soci è stabilita a favore dei terzi che vantino crediti nei confronti della società, e non è applicabile alle obbligazioni della società nei confronti dei soci medesimi (conformemente alla regola generale secondo cui nei rapporti interni l'obbligazione in solido si divide tra i diversi debitori, salvo che sia stata contratta nell'interesse esclusivo di alcuno di essi ).

Cass. civ. n. 6376/2004

Il principio secondo il quale le azioni per la liquidazione della quota del socio uscente vanno proposte nei confronti della società, anche se di persone (attesane la indiscutibile qualità di soggetto di diritto, quantunque sfornito di personalità giuridica) si applica anche al caso (come quello di specie) di azione promossa dall'ex socio per conseguire la quota di partecipazione ad utili inerenti ad operazioni in corso alla data di cessazione del singolo rapporto sociale, o che siano stati accertati dopo quella data, ma siano riferibili ad operazioni precedenti.

Cass. civ. n. 3671/2001

Nel caso di morte del socio di società di persone, per il calcolo della liquidazione della quota in favore degli eredi deve tenersi conto della effettiva consistenza economica dell'azienda sociale all'epoca dello scioglimento del rapporto, comprendendovi anche l'avviamento, la cui valutazione non rimane assorbita in quella della licenza d'esercizio, che è un distinto elemento di potenzialità economica.

Nelle società di persone (nella specie: società di fatto), gli eredi del socio defunto non acquisiscono la posizione di quest'ultimo nell'ambito della società, e non assumono perciò la qualità di soci, ma hanno soltanto il diritto alla liquidazione della quota del loro dante causa, diritto che sorge indipendentemente dal fatto che la società continui o si sciolga; pertanto, gli eredi non sono legittimati a chiedere la liquidazione della società né possono vantare un diritto a partecipare alla procedura di liquidazione, che, nella società di persone, è facoltativa, potendo i soci sostituirla con altre modalità di estinzione o chiedere al giudice nei modi ordinari di definire i rapporti di dare e avere.

Cass. civ. n. 960/2000

In tema di liquidazione della quota del socio receduto da società di persone (nella specie, società in nome collettivo), l'art. 2289, terzo comma, c.c., nel porre a favore e a carico di detto socio rispettivamente gli utili e le perdite inerenti ad «operazioni in corso» alla data del recesso, si riferisce alle sopravvenienze attive e passive che trovino la loro fonte in situazioni già esistenti a quella data. Esso, pertanto, trova applicazione con riguardo alle somme versate dalla società in base a condono fiscale attinente a violazioni commesse precedentemente al recesso, anche se richiesto in epoca successiva — sempre che non siano in discussione la sussistenza della violazione ed il carattere vantaggioso della definizione agevolata — in quanto la relativa istanza e gli ulteriori adempimenti connessi sono rivolti ad estinguere un debito già sorto.

Cass. civ. n. 642/2000

La società, anche ove abbia natura personale, come nel caso della società semplice, è pur sempre un soggetto di diritto, titolare di un patrimonio autonomo, anche se priva di personalità giuridica. Ne consegue che è nei confronti della società, e non dei singoli soci della stessa, che gli eredi del socio defunto devono promuovere le azioni per la liquidazione della sua quota.

Cass. civ. n. 13875/1999

La pendenza del procedimento di liquidazione di una società di persone non determina l'improcedibilità della domanda di liquidazione della quota del socio che abbia esercitato il recesso bensì l'improponibilità della medesima non desumibile dagli articoli 2275 e segg. c.c.

Cass. civ. n. 5732/1999

Il credito di cui all'art. 2289 c.c., relativo alla liquidazione della quota del socio uscente, avendo fin dall'origine ad oggetto una somma di danaro, è un credito di valuta ed è soggetto, quindi, al principio nominalistico di cui all'art. 1277 c.c.; nondimeno la svalutazione monetaria assume rilevanza quando, non essendo avvenuto l'adempimento entro il termine di sei mesi previsto dall'ultimo comma dell'art. 2289, diventino applicabili i principi sul risarcimento del danno conseguente alla mora del debitore.

Cass. civ. n. 5757/1998

Nella società di persone, in ipotesi di scioglimento del rapporto sociale rispetto ad un socio, la liquidazione della quota del socio receduto o escluso rappresenta un credito nei confronti della società e non direttamente dei soci, la cui responsabilità è solo sussidiaria, come per ogni altro debito sociale.

Cass. civ. n. 6966/1996

Nel caso di scioglimento del rapporto sociale limitatamente ad un socio — in cui, ai sensi dell'art. 2289, comma terzo, c.c., il socio uscente o i suoi eredi partecipano agli utili o alle perdite inerenti alle operazioni in corso — il socio di una società in nome collettivo la quale abbia ottenuto un mutuo artigiano garantito con fideiussione degli stessi soci è tenuto, salva diversa volontà delle parti, a contribuire al pagamento della rata di mutuo stipulato prima del recesso, la cui scadenza si verifichi successivamente, potendo le rate di mutuo considerarsi operazioni in corso, perché, pur se esse non sono in atto al momento dello scioglimento del vincolo, costituiscono tuttavia una conseguenza inevitabile dei rapporti giuridici preesistenti.

Cass. civ. n. 12172/1995

Nelle società di persone lo scioglimento del vincolo sociale limitatamente ad un socio opera una modificazione della struttura del rapporto sociale nella quale viene in primo piano la persona del socio, con la conseguenza che, nelle controversie relative, sia nel caso di esclusione del socio sia in quello di recesso, la legittimazione passiva spetta a tutti gli altri soci, ai quali lo scioglimento del rapporto rispetto ai soci recedenti impone direttamente il pagamento del valore della quota loro spettante.

Cass. civ. n. 8470/1995

Il principio stabilito dall'art. 2289 c.c. - a norma del quale in tutti i casi in cui il rapporto sociale si scioglie limitatamente ad un socio la liquidazione della sua quota è fatta in base alla situazione patrimoniale della società nel giorno in cui si verifica lo scioglimento - comporta la computabilità del valore di avviamento nella quota di liquidazione spettante al socio uscente, al fine di evitare l'ingiusta locupletazione, che altrimenti ne conseguirebbe, di colui ii quale continua ad avvalersi dell'organizzazione alla quale l'avviamento inerisce e giova.

Cass. civ. n. 7595/1993

Nel caso di recesso di socio di società di persone, per il calcolo della liquidazione della quota, a norma dell'art. 2289, secondo comma, c.c., deve tenersi conto dell'effettiva consistenza economica dell'azienda sociale all'epoca dello scioglimento del rapporto, comprendendovi anche il fattore di redditività dell'azienda stessa. Tale redditività, in cui si sostanzia il concetto di avviamento, deriva da un complesso di elementi che, se pure cronologicamente attualizzati al momento dello scioglimento del rapporto, si fondano sui risultati economici delle passate gestioni e sulle prudenti previsioni dei futuri rendimenti e si traduce nella probabilità, proiettata eminentemente nel futuro, di maggiori profitti per i soci superstiti, derivati dall'apporto conferito dal socio recedente e consolidatosi come componente del patrimonio sociale.

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Consulenze legali
relative all'articolo 2289 Codice Civile

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Giovanni F. chiede
martedì 11/05/2021 - Veneto
“Buongiorno,
una società in nome collettivo formata da quattro soci in cui la partecipazione agli utili e alle perdite non è proporzionale, in particolare:
1) ripartizione capitale conferito:
socio A, quota 1% in piena proprietà;
socio B, quota 1% in piena proprietà;
socio C, quota 25% piena proprietà e quota 24% in nuda proprietà, usufrutto 1/2 (12%) al socio A e usufrutto 1/2 (12%) al socio B;
socio D, quota 25% piena proprietà e quota 24% in nuda proprietà, usufrutto 1/2 (12%) al socio A e usufrutto 1/2 (12%) al socio B.
2) partecipazione utili/perdite:
25% per ciascun socio.

In seguito al decesso dei soci A e B (per semplicità ipotezziamo che avvenga contestualmente), si chiede come dovrà essere ripartita la quota spettante agli eredi alla data del decesso, posto che (sempre per semplicità):
Attivo patrimoniale valutato a valori correnti: € 100;
Capitale sociale: € 20;
Fondo di riserva di utili: € 80;
Avviamento: € 20.
Valore complessivo della società: € 120.
Si procederà a liquidare:
ipotesi 1) il 2% di € 120 (in base all'assunto che i soci hanno rinunciato in parte alla distribuzione degli utili);
ipotesi 2) il 2% del capitale conferito di € 20 e il 50% del Fondo di riserva di utili di € 80 e dell'avviamento pari a € 20;
ipotesi 3) il 2% del capitale conferito di € 20 e dell'avviamento pari a € 20 e il 50% del Fondo di riserva di utili.
Grazie, cordiali saluti.”
Consulenza legale i 14/05/2021
Ai sensi dell’art. 2289 del c.c., comma 1, quando il rapporto sociale si scioglie limitatamente ad un socio, questi o i suoi eredi hanno diritto ad una somma di denaro che rappresenti il valore della quota.
Il comma 2 dello stesso articolo 2289 del c.c. stabilisce che la liquidazione della quota deve essere fatta in base alla situazione patrimoniale della società nel giorno in cui si verifica lo scioglimento, redigendo, ed è convincimento prevalente sorretto da giurisprudenza costante, un bilancio ad hoc, redatto con criteri tali da rivelare l’effettiva consistenza economica della quota al momento dello scioglimento del vincolo (Cass. civ., 10 luglio 1993, n. 7595).
Il terzo comma precisa che se al momento dello scioglimento del rapporto vi sono operazioni in corso, il socio partecipa agli utili ed alle perdite inerenti alle operazioni medesime.

La società provvede alla liquidazione effettuando i relativi prelevamenti dal patrimonio sociale; di conseguenza, i soci devono deliberare una riduzione del capitale sociale in misura corrispondente alla quota di capitale del socio uscente, a meno che la società non possa provvedere utilizzando le riserve esistenti.

Nel momento dello scioglimento del rapporto sociale limitatamente ad un socio, per poter procedere alla liquidazione della quota del medesimo si rende necessaria la formazione di una situazione patrimoniale straordinaria (bilancio straordinario) da redigersi secondo criteri idonei a quantificare la reale ed effettiva consistenza economica del patrimonio sociale ed, in proporzione, il reale ed effettivo valore della quota al momento della cessazione del vincolo sociale da cui emerga il valore effettivo dei beni sociali e di tutte le utilità economicamente valutabili. Tutti i valori, attivi e passivi, suscettibili di valutazione devono essere attualizzati alla data in cui si è verificato lo scioglimento del rapporto sociale, non considerati in base al loro valore a bilancio.
Secondo il costante orientamento di dottrina e giurisprudenza, infatti, la locuzione “situazione patrimoniale della società”, di cui al comma 2 del citato articolo 2289 del c.c., impone di procedere ad una valutazione ad hoc riferita al momento di uscita del socio e diretta a stabilire il valore reale attuale della quota, non di predisporre una situazione patrimoniale conforme ai criteri (prudenziali) stabiliti in materia di bilancio.
Tra gli elementi che concorrono nella quantificazione del valore della quota devono, pertanto, essere compresi i plusvalori latenti nei singoli beni, il valore di eventuali licenze di esercizio, nonché il valore di avviamento.

Si deve porre in essere un’ulteriore premessa di ordine generale relativamente all’usufrutto.
Ai sensi dell’art. 979 del c.c., la durata dell’usufrutto non può eccedere la vita dell’usufruttuario; ciò significa che con la morte di questi cessa automaticamente anche l’usufrutto, che, pertanto, non è trasmissibile in via ereditaria.
In tale eventualità, il nudo proprietario torna ad acquisire i pieni poteri sul bene, ripristinandosi su di esso la piena proprietà.

Nel circostanza di cui al quesito proposto, si suppone che il valore della società sia stato attribuito in base ad una perizia, correttamente redatta sulla scorta delle prassi e dei criteri legali all’uopo stabiliti e che abbia tenuto in considerazione lo stato reale ed effettivo della società al momento dello scioglimento, pertanto già considerando tra le sue poste il capitale sociale, l’avviamento e tutti gli eventuali fondi di riserva (o perlomeno così dovrebbe essere).
Di conseguenza, tenendo a mente la non trasmissibilità in via ereditaria dell’usufrutto sulla quota societaria, la soluzione più corretta per la liquidazione è l’ipotesi numero 1, che prevede il pagamento di una somma di denaro corrispondente complessivamente al 2% del valore della società, proprio in quanto nella quantificazione di tale valore dovrebbe essere insita la valutazione di tutte le poste (compresi capitale sociale, avviamento, riserve).

Altra questione sarebbe se gli utili fossero stati semplicemente accantonati in attesa di distribuzione (quindi non a vero e proprio fondo riserva, come di uso nelle s.r.l.).
Va specificato che nelle società di persone gli utili sono tassati secondo il principio della trasparenza, pertanto scontano la tassazione IRPEF direttamente in capo ai soci, indipendentemente dalla percezione, ossia a prescindere dalla effettiva distribuzione ai soci di somme a titolo di dividendo.
In tale eventualità ogni socio avrebbe già maturato un diritto di credito nei confronti della società relativo agli utili maturati (già tassati e non distribuiti); diritto trasmissibile in via ereditaria.
Agli eredi dei soci A e B, di conseguenza, andrebbe attribuito, oltre ad una somma di denaro corrispondente al valore della quota societaria (l’1% per ciascun socio deceduto), anche la quota di utili maturati dagli ex soci deceduti, quindi nella misura del 25% ciascuno.

Ci viene riferito, tuttavia, che i soci, nel corso del tempo, conformemente al disposto di cui all’art. 2262 del c.c., abbiano rinunciato a tale diritto alla distribuzione degli utili in favore della società, di fatto liberandola dall’obbligazione alla corresponsione degli utili maturati e dismettendo, così, il proprio diritto alla loro percezione, che non potrà, pertanto, essere trasmesso agli eredi.
Anche in tale circostanza la soluzione più corretta per la liquidazione della quota appare quella di cui al numero 1, che prevede il pagamento agli eredi di A e B di una somma di denaro corrispondente complessivamente al 2% del valore della società.

Riccardo P. chiede
venerdì 30/04/2021 - Liguria
“Buonasera,
questo il quesito.
Un socio è receduto da una s.a.s. con lettera ricevuta dalla società in data 30/11/2021.
In data 22/12/2020 la società ha modificato i patti sociali dando atto del recesso del socio (accettato dagli altri soci) dichiarando di voler proseguire nell'attività sociale e di ridurre il capitale sociale.
Tale atto notarile è stato comunicato pochi giorni dopo al socio receduto unitamente ad un "bilancino" che rappresenterebbe la situazione patrimoniale della società al 30/11/2020 (data del recesso).
La valutazione inserita in detto allegato non risulta congrua in quanto decisamente sottodimensionata rispetto al reale valore di mercato della società (la quale ha cespiti immobiliari di rilevante valore).
La società dovrebbe procedere alla liquidazione della quota del socio receduto a breve in quanto scadranno i 6 mesi.
Dovrei procedere con la contestazione del valore che i soci attribuiscono alla società. A tal fine devo necessariamente attendere il decorso dei 6 mesi ? Vi sono preclusioni o termini?
Posso aspettare la liquidazione della quota secondo i parametri indicati dalla società e trattenere l'importo a titolo di acconto per poi procedere all'accertamento del reale valore di mercato della società?
Preciso, inoltre, che lo statuto prevede una clausola arbitrale per qualunque controversia dovesse insorgere tra i soci.”
Consulenza legale i 07/05/2021
Ai sensi dell'art. art. 2289 del c.c., comma 1, lo scioglimento del rapporto sociale limitatamente ad un socio da diritto ad una somma di denaro che rappresenti il valore della propria quota quota.
La liquidazione della quota del socio uscente deve essere fatta entro 6 mesi dal momento in cui si verifica lo scioglimento del rapporto, così come prescritto dall’art. 2289, comma IV, del c.c.; il valore della quota va calcolato in base alla situazione patrimoniale della società nel giorno in cui si verifica lo scioglimento, come stabilito dal comma II della medesima norma.

Dalle informazioni che ci ha fornito, pare che il recesso sia avvenuto per giusta causa, pertanto con effetto immediato, posto anche il riconoscimento della residua compagine sociale contestuale all’atto notarile di modifica dei patti sociali e di riduzione del capitale; ciò è confermato, altresì, dal fatto che sia stato redatta la situazione patrimoniale al 30.11.2020. In altre circostanze l’efficacia del recesso potrebbe decorrere dalla data dell’accettazione (es: società a tempo determinato).
La liquidazione della quota, pertanto, dovrà avvenire entro il 31.05.2021, data in cui saranno decorsi i 6 mesi prescritti dalla norma.

L’obbligo della liquidazione della quota agli ex soci ricade in capo alla società; tuttavia se non vi fa fronte la società, i soci illimitatamente responsabili sono tenuti a corrispondere la somma in via sussidiaria, come per ogni altra obbligazione sociale.

Per determinare il valore di liquidazione occorre tener conto dell'effettiva consistenza del patrimonio sociale al momento in cui opera lo scioglimento, pertanto della effettiva consistenza economica dell'azienda sociale, comprendendovi anche il fattore di redditività della azienda stessa, quindi, tra gli elementi che concorrono alla determinazione della quota di liquidazione deve essere calcolato il valore di avviamento dell'azienda (Cassazione Civ., Sez. I, 18 marzo 2015, n. 5449; si veda sul punto altresì: Cass. Civ., n. 9392/1999; Cass. Civ., n. 8470/1995; Cass. Civ., n. 4210/1992; Cass. Civ., n. 7595/1993). Deve, inoltre, tenere in considerazione le operazioni in corso, pertanto il socio che ha optato per il recesso continuerà a partecipare agli utili ed alle perdite relative alle operazioni medesime.

La contestazione del valore della quota come attribuito dalla società dovrà essere circostanziata, pertanto sarà opportuno far redigere una perizia di un commercialista che ne dimostri il diverso e maggior valore, che tenga conto altresì dei cespiti immobiliari.

Non ci sono preclusioni o termini per contestare l’ammontare della somma di denaro proposta dalla società per la liquidazione della propria quota, salvo il termine quinquennale di prescrizione del diritto alla liquidazione, decorrente dalla scadenza del termine semestrale per la liquidazione.

Quanto al momento migliore per effettuare la contestazione, non vi è una regola precisa.
Nulla vieta di attendere l’offerta di liquidazione operata dalla società, per poi comunicare di trattenere l’importo versato a titolo di acconto sulla maggiore somma a cui si ritiene di aver diritto.
Per procedere su questa via è di assoluta importanza evitare in ogni modo di accettare o acconsentire alla quantificazione del valore della quota così come operato dalla società, anche mediante comportamenti che possano essere considerati in tal senso concludenti (facta concludentia) in un successivo eventuale procedimento di accertamento e quantificazione del valore della quota.

Considerata la disponibilità che la società sembra mostrare nel liquidare la quota (anche se in base alla propria quantificazione), nonché soprattutto la consistenza del patrimonio sociale (eventualmente aggredibile in caso di rifiuto della società alla liquidazione), riteniamo di consigliare di affidarsi fin da subito ad un commercialista che rediga una perizia che valuti la situazione patrimoniale della società nel giorno in cui si è verificato lo scioglimento.
La perizia Le permetterà, peraltro, di avere contezza della differenza tra il valore attribuito alla Sua quota dalla società e il valore che ritiene di poter pretendere, così consentendoLe di valutare la necessità stessa di una contestazione rispetto all'offerta avanzata.

Sulla scorta di tale elaborato peritale, e sempre che se ne deduca l'opportunità, si consiglia di procedere fin da subito a contestare la quantificazione del valore della quota operata dalla società e comunicata con il “bilancino” a cui fa riferimento, quantificando la Sua maggior pretesa.

È pur vero che ciò comporterà l’apertura di una controversia, che condurrà la società, con tutta probabilità, a trattenere le somme destinate a liquidare la Sua quota, rifiutandosi di procedere ad una liquidazione a titolo di acconto.
Nell'eventualità in cui la trattativa stragiudiziale che potrebbe seguirne non dovesse condurre ad un accordo, dovrà attivare il procedimento arbitrale, come previsto dallo statuto.


Sergio C. chiede
lunedì 11/01/2021 - Piemonte
“Società Semplice agricola composta da due soci, tra cui il sottoscritto.
Stante continui dissapori con l'altro socio, in data 30.03.2020 trasmetto dichiarazione di recesso dalla società semplice agricola, chiedendo la liquidazione della mia quota.
Faccio presente che al momento della costituzione entrambi i soci conferirono beni mobili ( tra cui trattori ), ancora intestati ai singoli soci, nonché due terreni adiacenti ( sempre di proprietà di entrambi i soci e mai volturati ), sulla cui interezza è stato costruito un capannone / deposito attrezzi.
Da ricerche effettuate, ho constatato che l'art. 2272 codice civile prevede che " quando viene a mancare la pluralità dei soci, se nel termine di sei mesi non è ricostituita ...." la società si scioglie, con relativa messa in liquidazione.
A questo punto chiedo quanto segue:
1) posso ritornare in possesso dei beni conferiti alla società semplice e non volturati?
2) come posso ottenere la liquidazione della quota?
3) posso chiedere lo scioglimento della società nonostante il recesso? Se sì, qual'è la procedura corretta?
4) l'altro socio potrebbe integrare la pluralità dei soci nonostante i decorso dei sei mesi previsti dall'art. 2272 cod. civ.?

In attesa di un Vs/ cortese riscontro, invio distinti saluti.

Sergio C.”
Consulenza legale i 25/01/2021
Ai sensi dell’art. 2285 del c.c., un socio può recedere da una società di persone nei casi previsti dal contratto sociale, per giusta causa, nonché in ogni caso se la società è a tempo indeterminato; in tale ultimo caso il recesso va comunicato agli altri soci con preavviso di almeno 3 mesi.
Per valutare se sussiste giusta causa di recesso (eventualità nella quale non è previsto il termine di preavviso di 3 mesi) si dovrebbero conoscere dettagliatamente le circostanze che vi hanno condotto; in caso contrario, il recesso ha effetto decorsi 3 mesi dalla ricezione da parte dell’altro socio della relativa dichiarazione. L’eventuale accertamento della giusta causa di recesso, se necessario, è demandato ad una valutazione giudiziale.
Dalla data come sopra individuata decorre il termine di 6 mesi per la ricostituzione della pluralità dei soci; in caso contrario, come disposto dall’art. 2272 cc, la società si scioglie di diritto.

Tanto premesso, si risponde ai quesiti punto per punto, così come proposti.

1 - 2) Ai sensi dell’art. 2289, comma 1, del c.c., al socio recedente spetta una somma di danaro che rappresenti il valore della quota. Il pagamento della quota spettante al socio deve essere fatto entro sei mesi dal giorno in cui si verifica lo scioglimento del rapporto.
Dalla norma si ricava il principio per cui al socio uscente spetta esclusivamente una somma di denaro, non la restituzione in natura dei beni conferiti; ciò in quanto l'interesse dell'impresa prevale su quello dei singoli, impedendo al socio di sottrarre i beni conferiti alla loro destinazione produttiva e consentendo alla società di mantenere il proprio patrimonio per continuare a svolgere l’attività. I beni conferiti potranno essere restituiti solo successivamente (ad esempio in un momento successivo convenzionalmente stabilito, in una data fissata dal contratto sociale o allo scioglimento della società, come prevede l’art. 2281 del c.c.).
Ciò vale anche per i beni conferiti in godimento.

Sul punto si segnala una sentenza della Suprema Corte, la quale, in merito alla liquidazione della quota sociale e alla determinazione del suo valore in relazione a beni conferiti in godimento, così statuisce: "In ipotesi di uscita del socio da una società di persone la conseguente definizione dei rapporti fra socio e società, che va effettuata attraverso la liquidazione della quota del socio uscente, deve essere effettuata tenendo presenti i criteri stabiliti in relazione alla divisione del patrimonio sociale, con la conseguenza che ove oggetto del conferimento non sia stata la proprietà della cosa conferita, ma solo il godimento della stessa, oggetto della liquidazione - cui ha diritto il socio uscente - non può essere una somma di denaro pari al valore della proprietà del bene - mai entrata nel patrimonio della società - ma una somma che corrisponda all'utilità che la società ricava dall'essere titolare di un diritto di godimento." (Cass. Civile, Sez. I, 17 novembre 1984, n. 5853).

Se ne ricava, pertanto, che nel caso di un bene conferito in godimento la liquidazione non ha ad oggetto una quota che corrisponde al valore della proprietà di quel bene, poiché la proprietà non è mai stata conferita alla società. Ciò che è stato conferito è il godimento del bene, da cui discende il diritto ad una somma che corrisponde all'utilità che quel godimento consente alla società, così presumendo che il bene ad essa rimanga in godimento.
È fatta salva una diversa pattuizione tra i soci prevista in sede di contratto sociale o assunta con regolamentazione successiva.
Tali indicazioni sono applicabili al caso concreto esposto, pertanto non sarà possibile rientrare immediatamente in possesso dei beni conferiti, anche se non volturati.

Per quanto riguarda la liquidazione della quota, la stessa è fatta in base alla situazione patrimoniale della società nel giorno in cui si verifica lo scioglimento, come previsto dall’art. 2289, comma 2, del c.c.: si tratta di un c.d bilancio straordinario.
A tal proposito la Suprema Corte precisa che nella determinazione della suddetta quota occorre tener conto della “effettiva consistenza economica dell’azienda sociale all’epoca dello scioglimento del rapporto, comprendendovi anche il fattore di redditività dell’azienda stessa” (Cass. Civile, Sez. I, 10 luglio 1993, n.7595); includendo, pertanto, anche il valore dell’avviamento (positivo o negativo).

Ai sensi dell’art. 2289, comma 4, del c.c., il pagamento della quota spettante al socio deve essere fatto entro sei mesi dal giorno in cui si verifica lo scioglimento del rapporto.
In caso di disaccordo sul valore della quota, sarà necessario ricorrere al Tribunale, intentando un apposito procedimento.

3 - 4) Una volta decorso il termine semestrale previsto nell'art. 2272, n. 4, del c.c., il socio rimasto, preso atto del verificarsi della causa di scioglimento, si trova di fronte alle seguenti alternative: procedere alla cancellazione della società dal registro delle imprese, contestualmente alla registrazione dello scioglimento, previa liquidazione dei creditori e, laddove dalla liquidazione residui il complesso aziendale, proseguire nell'attività come imprenditore individuale; qualora il socio intenda proseguire l'attività d'impresa conservando la continuità dei rapporti giuridici facenti capo alla società rimasta unipersonale, procedere alla trasformazione in un altro tipo di ente per il quale è ammessa la partecipazione di un solo soggetto.
In ogni caso, avvenuto lo scioglimento, i soci amministratori possono continuare ad amministrare la società solo limitatamente agli affari urgenti, comunque fino a quando siano stati presi i provvedimenti necessari alla liquidazione, come stabilito dall’art. 2274 del c.c..

Spesso, tuttavia, decorso il termine di sei mesi, e nonostante l'avvenuto scioglimento, il socio continua di fatto ad amministrare la società, senza compiere alcun atto di liquidazione e senza provvedere alla cancellazione della stessa dal registro delle imprese.
Il verificarsi della causa di scioglimento, infatti, non determina l'estinzione della società, in quanto quest'ultima si verifica soltanto in seguito alla cancellazione della stessa dal registro delle imprese; di conseguenza, l'unico socio di una società di persone, una volta decorso il termine di sei mesi richiesto per la ricostituzione della pluralità dei soci, potrebbe validamente continuare a svolgere l'attività sociale.
Fintantoché la società non viene cancellata dal registro delle imprese, infatti, essa esiste e può operare, nonostante si sia verificata una causa di scioglimento, e, pertanto, è possibile rimuovere tale causa sia attraverso ricostituendo tardivamente la pluralità dei soci l'ingresso di nuovi soggetti nella compagine sociale, sia mediante la trasformazione in società unipersonale.

Gli amministratori della società sono tenuti alla comunicazione dell’avvenuto recesso al Registro delle Imprese della Camera di Commercio; nel caso di specie è tenuto l’unico socio rimasto.
Tale comunicazione è fondamentale per il socio che ha effettuato il recesso, poiché, ai sensi dell’art. 2290 del c.c., oltreché dei debiti che la società ha contratto precedentemente al recesso, egli risponderà anche delle obbligazioni sociali, contratte successivamente alla data di efficacia del recesso, fino a quando questo non verrà portato a conoscenza dei terzi con mezzi idonei, cioè mediante l’iscrizione stessa del recesso nel Registro delle Imprese.

Nella pratica, tuttavia, raramente la società comunica l’avvenuto recesso del socio, pertanto è ammissibile che l’evento del recesso sia comunicato al Registro Imprese da parte dello stesso socio receduto (e non dalla società).
Si consiglia, pertanto, di provvedere autonomamente alla comunicazione al registro delle imprese, inviando la comunicazione di recesso, con prova di consegna (ricevuta della raccomandata o PEC) della medesima al socio.
Con tale comunicazione potrà attivarsi il procedimento di cancellazione d’ufficio della società dal Registro delle Imprese, previsto dall’art. 3 d.p.r. 23 luglio 2004, n. 247 (regolamento di semplificazione del procedimento relativo alla cancellazione di imprese e società non più operative dal registro delle imprese), il quale stabilisce che il procedimento per la cancellazione della società semplice, della società in nome collettivo e della società in accomandita semplice è avviato quando l'Ufficio del Registro delle imprese rileva la mancata ricostituzione della pluralità dei soci nel termine dei sei mesi.

La cancellazione della società avrà anche l’effetto di permettere al socio uscente di pretendere i beni conferiti in godimento, poiché verrà meno l’interesse dell’impresa a proseguire l’attività, essendone disposta la cancellazione d'ufficio da parte del Registro delle Imprese.



Stefano T. chiede
sabato 03/10/2020 - Toscana
“Possiedo delle quote di una società di tipo s.r.l. ed ho recentemente concluso il mio recesso parziale per una parte della mia quota rimanendo socio per la parte restante. Con il Consiglio di Amministrazione della Società, siamo arrivati ad un accordo bonario per la liquidazione della mia quota attraverso una rateizzazione triennale. Ogni mese, per 36 mesi, la Società mi liquiderà sul c/c un importo lordo ed io ogni anno provvederò a denunciare nel mio Mod.730 la plusvalenza per il calcolo e il pagamento della relativa imposta.
Mi nasce il seguente dubbio: L'importo totale della mia liquidazione, anche se pagato con rateizzazione, dovrà o meno comparire sul prossimo bilancio della Società, in modo da ridimensionare correttamente il patrimonio complessivo della Società e rendere il debito nei miei confronti ufficialmente formalizzato e irrevocabile? Adesso la liquidazione della mia quota è stata formalizzata mediante un verbale di assemblea societaria e un verbale del Consiglio di Amministrazione, ma in tre anni potrebbero cambiare tutti o quasi tutti i soci e/o i componenti del CdA compreso l’Amministratore. Come posso io essere garantito da questo credito societario per tutta la durata della mia rateizzazione?”
Consulenza legale i 14/10/2020
Dall’analisi del quesito non sembra che tra il socio e la società sia intervenuto un accordo scritto relativo alla liquidazione della quota per il recesso parziale effettuato dal socio.

Ciò premesso, a prescindere da come verrà riportata da un punto di vista patrimoniale ed economico sul bilancio della società, la prova del credito del socio, per la liquidazione delle partecipazioni corrispondente al recesso parziale esercitato, è, nel caso di specie, racchiusa dai verbali dell’assemblea e del CDA.

I verbali dei due organi societari esprimono la manifestazione di volontà sia dei soci che degli amministratori, cosicché risulta, allo stato, in assenza di impugnazioni di tali delibere (i cui termini sono di 90 giorni ex art. 2479 ter ter c.c., salvo i casi più gravi di nullità delle delibere), che il credito del socio sia ben cristallizzato e riconosciuto dalla società, la quale si è espressa sia per mezzo del sul organo gestorio che della stessa proprietà.

Ciò che potrebbe essere utile, per scrupolo, è verificare che siano stati iscritti i due verbali in camera di commercio e, laddove non sia stato fatto, chiedere eventualmente la loro iscrizione.

Piero D. B. chiede
sabato 13/06/2020 - Lombardia
“Il contratto sociale di una società semplice può prevedere che in caso di recesso, esclusione, e morte del socio della stessa società semplice, gli venga liquidata solo la quota conferita?

Mortis Causa
"Le parti pattuiscono concordemente che il valore della quota da liquidare sarà pari al valore dei conferimenti effettuati in sede di costituzione e la liquidazione di eventuali incrementi patrimoniali della propria partecipazione sociale alla data del recesso. Agli eredi del socio d’opera dovrà essere liquidato l’eventuale credito allo stesso ancora spettante alla data del decesso"

Recesso (ho escluso il diritto di prelazione)
"Qualora un socio intenda cedere, in tutto o in parte, la propria quota, dovrà comunicarlo, a mezzo lettera raccomandata A.R.. Le quote sociali sono trasferibili per atto tra vivi solo con il consenso di tutti i soci.
Qualora un socio non presti il consenso al trasferimento, il socio che ha intenzione di alienare la propria quota di partecipazione, potrà recedere dalla società e gli verrà corrisposto, come da espressa pattuizione tra i soci, l’importo del conferimento effettuato in sede di costituzione della società, e la liquidazione di eventuali incrementi patrimoniali della propria partecipazione sociale alla data del recesso. Al socio d’opera dovrà essere rimborsato l’eventuale credito agli utili allo stesso ancora spettante alla data del recesso."

Recesso
"Nel caso in cui il socio receda dalla società, possibile solo con il consenso degli altri soci o per giusta causa , ex art. 2285, comma 2, lo stesso avrà diritto al rimborso della quota di partecipazione al suo valore nominale in sede di costituzione, e di eventuali utili maturati nell’anno in corso. "

Mi riferisco alla Società Semplice "della famiglia Agnelli" che esclude i soci da quanto previsto dall'articolo 2289 c.c., questo perché si ritiene che la Società Semplice sia alla fine un contratto, dove i soci possono prendere accordi differenti da quanto indicato dall'articolo 2289 c.c., tipo un "salvo patto contrario".”
Consulenza legale i 21/06/2020
La norma di cui all’art. 2289 del c.c. è derogabile dalle parti e, pertanto, queste ultime, nell’atto costitutivo o nello statuto della società, possono decidere di regolare la liquidazione della quota del socio in caso di recesso, morte o esclusione differentemente da quanto previsto in detta norma.

Tuttavia, seppur detta disposizione sia derogabile, i soci non possono escludere integralmente, nel calcolo della liquidazione della quota, il valore dell’avviamento, potendo solamente prevedere criteri differenti per il calcolo del medesimo, come, ad esempio, tenere in considerazione solamente l’ultimo bilancio d’esercizio della società.

Pertanto, e venendo alla risposta al quesito, per il calcolo della liquidazione della quota non potrà essere tenuto in conto il solo valore corrispondente al momento dell’assegnazione di quest’ultima, atteso che i soci, nella regolazione dei reciproci rapporti societari, non possono escludere, a priori, che nel valore della liquidazione non si tenga conto dell’avviamento.

La ragione di tale limite alla derogabilità dell’art. 2289 c.c. si spiega con la necessità di dover sempre tener conto dello stato reale ed effettivo della società al momento dello scioglimento, in quanto le potenzialità che è in grado di esprimere la società sono da considerarsi un valore tangibile per chi proseguirà nell’attività sociale. Potenzialità a cui ha contribuito il socio uscente (recesso, morte o esclusione), il quale non può pertanto vedere escluso il suo diritto ad una corretta valutazione di detto apporto nel momento in cui si proceda alla liquidazione della sua quota.

Rocco S. chiede
giovedì 06/10/2016 - Calabria
“Liquidazione agli eredi di una snc della quota del socio morto. Lo statuto prevede :Nel caso di morte di uno dei soci,la società liquiderà agli eredi la quota.La liquidazione della quota potrà avvenire, a scelta degli eredi, in uno dei seguenti modi:a)sulla base della situazione patrimoniale della società al momento della morte; b) sulla base dell'ultimo rendiconto approvato; si è scelto il punto a) .La diatriba tra il mio commercialista e e l’altro commercialista dell’altra parte è sulla lettera a) che anche noi condividiamo nella scelta ma secondo il nostro parere ed il loro si dissocia. Il nostro modo di vedere è che gli immobili che fanno la gran parte del capitale della snc noi li stiamo valorizzando a valore di libro contabile, mentre l’altra parte ci dice che dobbiamo redigere una situazione patrimoniale straordinaria valorizzando gli immobili con una perizia tecnica al valore corrente di mercato. Ed inoltre anche se è una società prevalentemente immobiliare ( detiene una quota del 76,95 dell’altra nostra società commerciale una srl dove abbiamo l’attività ) l’altra parte ci dice che anche nella snc dobbiamo inserire l’avviamento.”
Consulenza legale i 10/10/2016
Nelle società di persone i mutamenti nella compagine societaria rappresentano una modifica del contratto sociale (c.d. modifiche “soggettive”).

La norma di riferimento è l’art. 2252 c.c. la quale, seppure inserita nell’ambito della disciplina della società semplice, è applicabile, in base al rinvio operato dall’art. 2293 c.c., anche alle società in nome collettivo, nonché alle società in accomandita semplice.
In base a detta disposizione i mutamenti della compagine sociale, trattandosi di modifica dell’atto costitutivo, richiedono il consenso dell’unanimità dei soci, salvo diversa previsione statutaria.

Nelle società di persone il contratto sociale è caratterizzato dalla considerazione personale e soggettiva del singolo contraente; pertanto, la morte del socio non determina la trasmissione della sua quota agli eredi, bensì la trasformazione ope legis della quota nel corrispondente importo pecuniario di cui diventano creditori gli eredi e debitrice la società.
Il combinato disposto degli artt. 2284 e 2289 c.c. prevede, infatti, il diritto degli eredi alla liquidazione della quota del loro dante causa.
L’articolo 2289 del Codice Civile stabilisce che in caso di scioglimento del singolo rapporto sociale, il socio receduto, escluso o gli eredi del socio defunto hanno diritto alla liquidazione di una somma di denaro” che rappresenti il valore della quota (Trib. Milano 14.01.1998, Cass.19.04.2001, Cass. 11.05.2009 N°10802).

E’ opinione concorde che l’allocuzione “una somma di denaro” risponde all’esigenza di consentire alla società di continuare ad utilizzare i beni che costituiscono il suo patrimonio, in applicazione al principio di conservazione dell’ente societario e del generale principio di divieto di alterare la destinazione produttiva impressa ai beni sociali.
Tuttavia anche alla disciplina in materia di liquidazione della quota in conseguenza dello scioglimento particolare del vincolo sociale, viene generalmente attribuito carattere disponibile, derogabile in sede di contratto sociale o con successiva convenzione, ciò che è stato correttamente fatto nel caso che viene prospettato, prevedendo lo statuto due criteri alternativi per tale liquidazione.

Il comma 2 dello stesso articolo 2289 del Codice Civile stabilisce che la liquidazione della quota deve essere fatta in base alla situazione patrimoniale della società nel giorno in cui si verifica lo scioglimento, mentre il terzo comma del medesimo articolo 2289 precisa che se al momento dello scioglimento del rapporto vi sono operazioni in corso, il socio partecipa agli utili ed alle perdite inerenti alle operazioni medesime.

La società provvede alla liquidazione effettuando i relativi prelevamenti dal patrimonio sociale; di conseguenza, i soci devono deliberare una riduzione del capitale sociale in misura corrispondente alla quota di capitale del socio uscente, a meno che la società non possa provvedere utilizzando le riserve esistenti.

Al riguardo, risulta ormai pacifico che l’obbligo della liquidazione della quota agli eredi ricade in capo alla società e non al socio. Tuttavia se non vi fa fronte la società, i soci illimitatamente responsabili sono tenuti a corrispondere la somma in via sussidiaria, come per ogni altra obbligazione sociale.

Fatto questo piccolo quadro generale della situazione che consegue alla morte di uno dei soci, passiamo ad analizzare più da vicino il procedimento di valutazione che consente di giungere alla trasformazione della partecipazione sociale in una somma di denaro.
Si tratta di un procedimento piuttosto complesso, che richiede elevate competenze e idonei standard di riferimento di generale accettazione.
Al riguardo, le “Linee guida per le valutazioni economiche”, frutto di una recente ricerca condotta dall’Università Bocconi, offrono indicazioni di percorsi virtuosi da seguire.
Anche se il nuovo quadro giuridico registra un significativo progresso rispetto al passato, in quanto fissa alcuni principi e fornisce indicazioni ai fini della determinazione del “prezzo” o del “valore” di aziende e partecipazioni, la situazione resta comunque confusa.

La maggior parte delle regole esistenti sono di natura essenzialmente procedurale, senza un contenuto tecnico rigoroso; in altre circostanze, invece, la legge fornisce alcune sommarie indicazioni di merito sulla nozione di valore.
Ad esempio, in materia di società a responsabilità limitata, per effetto delle disposizioni contenute nel comma 3 del novellato art. 2473 del codice civile, nella determinazione del valore di liquidazione della quota del socio che esercita il diritto di recesso, il riferimento è alla consistenza patrimoniale della società (c.d. patrimonio sociale), con esplicita previsione che in caso di disaccordo tra società e soci recedenti, in ordine alla determinazione del valore attribuibile alle rispettive partecipazioni, si possa fare ricorso a un esperto nominato dal Tribunale, che dovrà provvedervi ai sensi dell’art. 1349, comma 1, del codice civile.

La norma riformata ha così svincolato la determinazione del patrimonio sociale dal bilancio d’esercizio, introducendo il principio della determinazione della quota in base al suo valore di mercato.
Tale ricostruzione interpretativa, peraltro, è rinvenibile nella relazione che accompagna il decreto di riforma, nella quale si legge che “… è di particolare rilievo la disciplina dettata dal terzo comma dell’art. 2473, che tende ad assicurare che la misura della liquidazione della partecipazione avvenga nel modo più aderente possibile al suo valore di mercato”.

La locuzione “valore di mercato”, sebbene in prima approssimazione equivocabile, va, evidentemente, intesa nella sua accezione di valore economico pro quota del capitale.
Per cui, nonostante il valutatore adotti la soluzione che ritiene più adeguata al caso specifico, con particolare riguardo al settore di riferimento dell’azienda, alla sua redditività e alla dinamica di sviluppo dell’impresa, la stima sarà verosimilmente caratterizzata da una “spessa patina” di soggettività ed arbitrarietà per effetto dell’utilizzo di fattori non determinabili in maniera obiettiva.

In tale circostanza, emerge, inoltre, la necessità che il valutatore adotti una metodologia in grado di evitare, o quanto meno circoscrivere il più possibile, comportamenti discrezionali e arbitrari nella determinazione del valore economico dell’azienda.

Generalmente per determinare il valore di un’azienda vengono utilizzati metodi di valutazione che si esplicitano in formule matematiche.
La dottrina economico-aziendale e i practitioner offrono – a tal proposito – un ventaglio di soluzioni molto ampio.
Sebbene, in questo ambito, numerose sono le proposte e gli schemi impiegati, nella sostanza, e salvo aspetti di dettaglio o terminologici, è noto ricondursi alla seguente distinzione:
a) metodi patrimoniali,
b) metodi reddituali,
c) metodi misti patrimoniali-reddituali,
d) metodi finanziari.
Essi sono fondati su elementi sostanzialmente differenti e possono dare risultati anche molto disparati tra loro.

E’ conveniente che la valutazione di un’azienda, nella congettura prospettata, venga utilmente effettuata attraverso l’utilizzo di un metodo patrimoniale semplice, integrando successivamente quest’ultimo con un metodo reddituale o con un metodo finanziario o, più limitatamente, destinando gli stessi alla verifica della correttezza e della congruità dei risultati ottenuti mediante l’applicazione del metodo patrimoniale.

Concretamente, per mitigare probabili censure circa l’approccio metodologico prescelto, appare utile determinare il valore dell’azienda, e – quindi – della partecipazione, creando un trait d’union tra i due metodi e liquidare la quota al socio recedente sulla base del valore più elevato.
Secondo il costante orientamento di dottrina e giurisprudenza, con il rinvio alla “situazione patrimoniale della società” , il comma 2 del citato articolo 2289 non richiede di predisporre una situazione patrimoniale conforme ai criteri (prudenziali) stabiliti in materia di bilancio, bensì di procedere ad una valutazione ad hoc riferita al momento di uscita del socio e diretta a stabilire il valore reale attuale della quota.
Si ritiene, infatti, che, per legge, la liquidazione della quota a favore del socio receduto o degli eredi del socio defunto debba essere effettuata in relazione all’effettiva consistenza patrimoniale della società.
Occorre dunque redigere una situazione patrimoniale straordinaria intesa come bilancio straordinario da cui emerga il valore effettivo dei beni sociali e di tutte le utilità economicamente valutabili.

Tra gli elementi che concorrono nella quantificazione del valore della quota devono, pertanto, essere compresi i plusvalori latenti nei singoli beni, il valore di eventuali licenze di esercizio, nonché il valore di avviamento.
Alla luce di quanto su esposto e tenendo conto dei vari metodi di valutazione proposti dalla dottrina e dalla prassi professionale (patrimoniale, reddituale, finanziario, misto), si ritiene che quello più idoneo a rappresentare il valore economico del patrimonio netto della società sia il metodo misto patrimoniale/reddituale

Caratteristica essenziale di tale metodo è la ricerca di un risultato finale che consideri l’aspetto patrimoniale senza peraltro trascurare le attese reddituali.
Occorrerà innanzitutto individuare il c.d. “patrimonio netto rettificato”, ossia il valore scaturente dall’analisi effettuata sulle voci attive e passive afferenti il patrimonio dell’azienda, opportunamente rettificate secondo i valori corretti. Per fare ciò si procederà nel seguente modo:
1. il patrimonio netto contabile, cioè risultante dal bilancio o dalle scritture contabili, viene rettificato, adeguando le singole poste con autonome stime, ai valori correnti di mercato (a tal fine sarà opportuno avvalersi di una perizia tecnica);
2. le attività vengono valutate al presunto valore di realizzo o al costo attuale di riacquisto;
3. le passività secondo il presunto valore di estinzione;
4. la rielaborazione dello stato patrimoniale dell’azienda consentirà di rilevare un “patrimonio netto rettificato” del complesso aziendale considerato nel suo insieme, ma valutato nelle sue singole parti.

Dopodichè si dovrà fare una stima del “valore di “avviamento” scaturente dalla futura capacità reddituale propria dell’azienda (la differenza tra un’azienda di nuova costituzione ed un’azienda avviata è data dalla capacità dell’azienda avviata di produrre risultati economici in conseguenza dell’organizzazione dei fattori produttivi che si è venuta a creare).
L’avviamento, nella prassi più diffusa, sarà determinato tenendo conto della differenza tra il prezzo d’acquisto dell’azienda o dell’esercizio commerciale ed il valore del patrimonio netto (pari alla differenza tra attivo e passivo patrimoniale): non è automatico che il valore risultante da questa operazione sia di segno positivo, ma ove questo accada si tradurrà in un maggior valore di attività liquidabili, potenzialmente riconducibile anche al maggior valore degli immobili e alle plusvalenze latenti.

E’ inoltre importante sottolineare che la valutazione dell’avviamento della società non rimane assorbita nella valutazione della licenza d’esercizio, che è un distinto elemento di potenzialità economica.

In generale, comunque, si dovrà tener conto dello stato reale ed effettivo della società al momento dello scioglimento: la potenzialità della stessa avrà, infatti, un valore tangibile per chi proseguirà nell’attività sociale, avvalendosi anche del contributo che il socio uscente ha dato e che deve essergli riconosciuto.
Il valore dell’avviamento verrà ad essere sommato al patrimonio netto rettificato, e ciò per arrivare in definitiva alla quantificazione del valore complessivo della società e di conseguenza al valore della quota da liquidare al socio recesso o agli eredi del socio defunto.

Anonimo chiede
giovedì 12/05/2016 - Veneto
“Buongiorno, dal 2006 sono socio d'opera di una società in nome collettivo a tempo determinato.
Posso recedere? Con quali modalità? Cosa posso richiedere?
Grazie per un vostro parere.”
Consulenza legale i 22/05/2016
Il socio di una società in nome collettivo contratta a tempo determinato può esercitare la facoltà di recesso e tale recesso acquisisce efficacia dal momento dell'accettazione del recesso da parte degli altri soci.
Al contrario, nella società in nome collettivo contratta a tempo indeterminato - diversamente dal caso di specie - il recesso acquista efficacia dal momento in cui gli altri soci giungano a conoscenza dell'esercizio di tale facoltà.
In questo senso, si veda la Giurisprudenza della Corte di Cassazione: "nella società in nome collettivo contratta a tempo indeterminato sussiste la facoltà del socio di recedere dalla società stessa "ad nutum". In tale ipotesi il recesso rappresenta un negozio giuridico unilaterale ricettizio a forma libera che si perfeziona e spiega, quindi, effetto dal momento in cui perviene a conoscenza degli altri soci. Diversamente, nell'eventualità la società abbia una scadenza prefissata, l'uscita di uno dei soci dalla compagine sociale necessita del consenso degli altri soci, dunque dell'accettazione del recesso, al pari del negozio cui si riferisce, a forma libera, e desumibile, pertanto, anche implicitamente da "facta concludentia", purché giudicati univoci" (cfr. Cassazione Civile, Sez. I, 30 gennaio 2009, n. 2438).
Il socio che esercita la sua facoltà di recesso ha diritto alla liquidazione del valore della quota conferita, ai sensi dell'art. 2289, comma 1, del c.c., il quale stabilisce che: "nei casi in cui il rapporto sociale si scioglie limitatamente a un socio, questi o i suoi eredi hanno diritto soltanto ad una somma di danaro che rappresenti il valore della quota".
Sin dalla Giurisprudenza più risalente è stato chiarito che: "ai fini della liquidazione della quota del socio receduto da una società in nome collettivo, il valore del patrimonio sociale al tempo del recesso medesimo è presuntivamente identificabile con il complessivo valore dei conferimenti, come fissato dai contraenti con le clausole dell'atto costitutivo (o con successiva variazione di esso), a meno che il creditore o il debitore non deducano e dimostrino, rispettivamente, vicende sopravvenute di tipo maggiorativo o riduttivo" (cfr. Cassazione Civile, Sez. I, 25 giugno 1998, n. 6298).
Al fine di determinare la somma complessiva da liquidare al socio recedente, occorre che quest'ultimo si affidi ad un commercialista, il quale deve computare in tale somma anche gli utili che potrebbero derivare da operazioni ancora in corso al momento in cui si perfeziona il recesso: "il diritto agli utili del socio recedente o deceduto, pur essendo autonomo, è collegato al diritto alla liquidazione della quota, nel senso che questa, liquidata in base alla situazione patrimoniale della società nel giorno dello scioglimento del rapporto, può essere accresciuta o diminuita in conseguenza degli utili o delle perdite derivanti dalle singole operazioni in corso" (cfr. Cassazione Civile, Sez. I, 1 aprile 2016, n. 6365).
Per concludere, certamente il socio di una società in nome collettivo che esercita la sua facoltà di recesso ha diritto alla liquidazione del valore della sua quota, costituita da una serie di voci, tra cui il valore dell'avviamento: "in una società di persone, la situazione patrimoniale da assumere, ai sensi dell'art. 2289 c.c., a base della liquidazione della quota di un socio uscente non può essere redatta - a differenza di quanto si pratica in caso di recesso da una società per azioni - facendo riferimento all'ultimo bilancio o, comunque, ai criteri di redazione del bilancio annuale di esercizio, ma occorre tener conto dell'effettiva consistenza al momento della uscita del socio, sicché, ai fini della determinazione del valore dell'avviamento - la cui rilevanza, quale elemento del patrimonio sociale, si proietta nel futuro, traducendosi nella probabilità, pur fondata su elementi presenti e passati, di maggiori profitti per i soci superstiti -, vanno considerati non solo i risultati economici della gestione passata ma anche le prudenti previsioni della futura redditività dell'azienda" (cfr. Cassazione Civile, Sez. I, 18 marzo 2015, n. 5449).

Emanuele M. chiede
martedì 09/02/2016 - Marche
“Salve,
mi riferisco allo scioglimento del rapporto sociale, quale che sia la causa prevista dall'art 2272, limitatamente ad un socio che abbia conferito beni in godimento. Il socio uscente, oltre alla restituzione del bene al termine del periodo prefissato o allo scioglimento della società, ha diritto anche ad una somma rappresentante l'utilità che la società ricava dall'essere titolare del diritto di godimento? Di quest'ultima ipotesi trovo riscontro unicamente in un vecchia sentenza della Cassazione civile, sezione I del 1984 numero 5853 (17/11/1984) pertanto gradirei conoscere un Vostro parere in merito. Ringraziando per l'attenzione porgo distinti saluti”
Consulenza legale i 15/02/2016
Quando il rapporto sociale si scioglie limitatamente ad un socio a questi spetta la liquidazione della propria quota in base ai criteri di cui all'art. 2289 del c.c.. Principio base che si ricava dalla disposizione è che al socio spetta solo una somma di denaro, in quanto l'interesse dell'impresa prevale su quello dei singoli ed impedisce al socio di sottrarre i beni conferiti dalla loro destinazione produttiva. Questi, dunque, potranno essere restituiti solo successivamente (ad. es. alla data fissata nel contratto sociale).
La pronuncia citata (Cass. 5853/1984) risulta così massimata: "In ipotesi di uscita del socio da una società di persone la conseguente definizione dei rapporti fra socio e società, che va effettuata attraverso la liquidazione della quota del socio uscente, deve essere effettuata tenendo presenti i criteri stabiliti in relazione alla divisione del patrimonio sociale, con la conseguenza che ove oggetto del conferimento non sia stata la proprietà della cosa conferita, ma solo il godimento della stessa, oggetto della liquidazione - cui ha diritto il socio uscente - non può essere una somma di denaro pari al valore della proprietà del bene - mai entrata nel patrimonio della società - ma una somma che corrisponda all'utilità che la società ricava dall'essere titolare di un diritto di godimento." Dunque nel caso di bene conferito in godimento la liquidazione non ha ad oggetto una quota che corrisponde al valore della proprietà: questo perché la proprietà non è mai stata conferita alla società. Ciò che è stato conferito è il godimento del bene, da cui il diritto ad una somma che corrisponde all'utilità che quel godimento consente.

Tale principio appare confermato da una più recente pronuncia della Cassazione: "Se l'art. 2254 c.c. prevede anche per la società semplice, e per i tipi sociali retti dalle norme della società semplice, il conferimento di beni in proprietà; se quindi la società, a seguito del conferimento di quel tipo, si qualifica come soggetto di diritto in quanto titolare dei diritti reali sui beni conferiti, in una forma di trasferimento del diritto reale non integrante vendita, ma richiedente pur sempre la forma dell'alienazione, quando oggetto di conferimento sia un immobile; se, infine, l'intestazione dei beni immobili conferiti alla società trova la disciplina correlata, sul piano della pubblicità immobiliare, nell'art. 2659 c.c., come riformulato con la legge n. 52/1985; se tutto ciò è vero e trova nella disciplina normativa specifica previsione, deve altresì dedursi che in mancanza di atto formale, non vi è conferimento in proprietà di beni immobili, per i quali può parlarsi solo del conferimento del valore d'uso. I beni immobili, quindi, non formalmente conferiti, o comunque non formalmente acquisiti, non fanno parte, in quanto tali, del patrimonio della impresa collettiva e ad essi, in fase di liquidazione ex art. 2289 c.c., non può ragguagliarsi il valore della quota, che è quota del patrimonio sociale in base "alla situazione patrimoniale della società nel giorno in cui si verifica lo scioglimento" (art. 2289 2 comma c.c.). La liquidazione della quota, pertanto, se vi sia valido conferimento del valore d'uso, dovrà essere ragguagliata a quest'ultima entità, mentre l'acquisizione di quota del patrimonio immobiliare, non attinendo alla liquidazione di quota, potrà essere oggetto di un'ordinaria azione di divisione, salva restando la questione se la divisione comporti, o meno, l'indisponibilità del bene finché duri il vincolo di destinazione derivante dal conferimento del valore d'uso nella società" (Cass. 21754 del 2012).
Del medesimo tenore si segnala la massima, di cui alla pronuncia del Tribunale di Rossano del 2/6/2004: "La disciplina relativa alla liquidazione della quota a favore del socio uscente di società di persone si applica a qualsiasi tipo di conferimento in natura, compreso quello in godimento, con la conseguenza che il socio avrà diritto di ottenere una somma di denaro pari al valore delle utilità che la società ha tratto e continuerà a trarre dal godimento del bene (di cui potrà tenersi conto con liquidazioni successive e periodiche)".

In conclusione, sembra doversi ritenere che il principio espresso nella richiamata pronuncia del 1984, per cui in caso di conferimento del bene in godimento la liquidazione va ragguagliata al valore dell'utilità prodotta dalla cosa, trovi conferma anche in successive pronunce giurisprudenziali.

Ernesto F. chiede
domenica 11/10/2015 - Campania
“Srl, un socio recede dalla propria quota se la quota non gli viene liquidata come previsto dallo statuto, esso è sempre socio o un qualunque creditore?
Nel mio caso la società è in liquidazione e il socio recedente ha chiesto ricorso al fallimento il giudice ha nominato una ctu contabile.
Il ctu dice che il ricorso al 2473 è tardivo e che l'importo della quota va posta in bilancio come creditore della società e non come credito di una quota societaria se così fosse gli altri tre soci sono anch'essi creditori di quota.”
Consulenza legale i 14/10/2015
Esaminato il quesito e visionata la documentazione allegata, può dirsi quanto subito infra, con la preliminare e doverosa avvertenza che le questioni giuridiche sottese sono complesse e parecchio dibattute in dottrina, principalmente a causa della mancanza di norme chiare e precise in materia.

Nel caso di specie, il c.t.u. sostiene che la messa in liquidazione della società, attuata ai sensi del quarto comma dell'art. 2473 del c.c. - a motivo del fatto che alcun socio o terzo ha manifestato l'interesse ad acquistare la quota del socio recedente, né vi è la possibilità di liquidare tale quota mediante l'utilizzo delle riserve disponibili, né riducendo il capitale sociale - sia tardiva rispetto ai tempi dettati dalla norma del codice civile (il rimborso della partecipazione va eseguito entro 180 giorni); inoltre, ritiene che tale messa in liquidazione contraddica la volontà dei soci, espressa in una precedente delibera a maggioranza, in cui si dava atto del recesso del socio e si determinava che il rimborso della quota si sarebbe liquidato sulla base del valore di mercato della stessa alla data del recesso.

Peraltro, secondo il c.t.u., a seguito delle sue rettifiche alla situazione patrimoniale della società, sussisterebbero adeguate riserve per consentire la liquidazione della quota del socio uscente.

Quanto al termine entro cui l’assemblea dei soci debba assumere le decisioni per inibire l’efficacia del recesso, non esiste per le s.r.l. una norma ad hoc, a differenza della disciplina delle s.p.a.
Quindi, o si applica analogicamente il termine previsto per queste ultime (90 giorni), oppure vi è chi ritiene che il termine sia quello di 180 giorni previsto dall'art. 2473 per il rimborso della quota; infine, solo alcuni sostengono l'assoluta libertà negoziale della società.

E' evidente che il c.t.u., nel caso di specie, ha sposato la tesi dei 180 giorni e ha quindi ritenuto che la messa in liquidazione della società non possa essere ricondotta al recesso del socio, in quanto effettuata diversi anni dopo il recesso stesso.

Ora, ci si trova nel giudizio pre-fallimentare: il giudice delegato sta valutando se sussistono i presupposti per il fallimento della società.
Il c.t.u., quindi, alla luce delle sue osservazioni, ha ritenuto di inserire il rimborso della quota del socio receduto come "debito" nel passivo a bilancio.
Risulta corretta questa impostazione?

Va rilevato che la dottrina evidenzia il silenzio della norma su questi temi.
L'articolo, infatti, trascura di stabilire un'eventuale graduazione tra il diritto di credito del socio uscente ed i diritti dei creditori sociali; né l’impianto normativo nel suo complesso consente di dire se, ad esempio, prevalga una sostanziale natura di rimborso del capitale sociale che - secondo le norme sulla liquidazione ordinaria - imporrebbe la postergazione dei versamenti dei soci al soddisfacimento dei creditori sociali.
In riferimento a questa problematica, comunque, si reputa generalmente che i creditori sociali dovrebbero essere soddisfatti prima che il socio ottenga il rimborso della quota, mentre il recedente godrà di una posizione privilegiata rispetto agli altri soci in sede di riparto finale dell'attivo, dove la misura della sua partecipazione non sarà inferiore al valore di liquidazione stabilito ai sensi del terzo comma dell'art. 2473 (nei limiti di capienza dell'attivo).

Gli studiosi si sono orientati, su due principali posizioni: secondo alcuni, lo scioglimento volontario della società sottopone quest'ultima alle disposizioni della liquidazione ordinaria, quindi il socio uscente va trattato alla stregua degli altri soci; per altri, i soci recedenti concorrono, insieme agli altri soci, al procedimento di liquidazione sociale ordinario, ma soltanto nel caso in cui lo scioglimento sia deliberato per rendere inefficace il recesso.

Poiché nel nostro caso il c.t.u. ha ritenuto che la liquidazione della società non possa essere ricollegata al recesso (in quanto tardiva e poiché comunque la situazione patrimoniale consentirebbe il rimborso della quota senza ricorrere alla extrema ratio della liquidazione volontaria, ex quarto comma dell'art. 2743), ha ritenuto che il rimborso al socio uscente vada considerato come un debito della società.

Se le rettifiche materiali al bilancio effettuate dal c.t.u. si dimostreranno corrette (ciò che non può naturalmente dirsi in questa sede) le motivazioni e le conclusioni del tecnico appaiono condivisibili.

Difatti, sembra da escludere che possa considerarsi applicabile l'ultimo comma dell'art. 2473, in quanto, anche se la norma tace, appare ragionevole applicare il termine di 180 giorni previsto dal quarto comma del medesimo articolo. Inoltre, appare insussistente il presupposto della mancanza di riserve disponibili, che consente - se la quota non è acquistata dagli altri soci o da un terzo - di porre in liquidazione la società.
Il recesso sarebbe, quindi, stato esercitato correttamente ed efficacemente, e si può provvedere al rimborso della partecipazione sociale in base ai dati del bilancio.

La rappresentazione contabile del recesso del socio si attua mediante l’imputazione, in contropartita al debito verso il socio recedente, di riserve disponibili ed eventualmente del capitale sociale, che andrà perciò corrispondentemente ridotto.

Luca chiede
mercoledì 28/11/2012 - Lombardia

“Buongiorno,
in merito alla liquidazione agli eredi della quota di un socio defunto di una snc che si occupa di affittare immobili di proprietà, i due soci rimanenti ci hanno proposto di liquidare la nostra quota non in danaro bensì tramite l'assegnazione di uno degli immobili di proprietà della società.
Noi eredi abbiamo già informato i due soci rimanenti che desideriamo essere liquidati in denaro.
Abbiamo anche proposto loro di liquidarci a rate con gli introiti degli affitti, o di vendere uno degli immobili per recuperare la cifra necessaria, ma loro non intendono cambiare la loro proposta di liquidazione tramite assegnazione d'immobile.

Le domande che le poniamo sono le seguenti:
- noi eredi abbiamo diritto ad essere liquidati in denaro?
- i soci rimanenti possono pretendere che accettiamo la forma di liquidazione propostaci?
- noi eredi possiamo pretendere che ci liquidino in denaro o, in caso di contenzioso, il liquidatore potrebbe ritenere corretta la liquidazione in natura?”

Consulenza legale i 29/11/2012

L'art. 2289 del c.c. è chiaro nello stabilire che gli eredi del socio defunto hanno diritto esclusivamente alla liquidazione della quota del de cuius: il termine "liquidazione", in ambito giuridico, indica genericamente la trasformazione di un qualsiasi bene o valore in una somma di denaro.

Gli eredi, pertanto, devono ricevere il controvalore in denaro della quota di partecipazione sociale del loro dante causa. Lo scopo della norma va ricercato nell'esigenza di evitare che la società, che continui ad esistere senza il socio defunto, venga privata di beni che possano essere essenziali per i suoi scopi produttivi. Del resto, nemmeno il socio, ancora vivente, che voglia uscire dalla società ha diritto alla restituzione dei beni a suo tempo eventualmente conferiti.

Nel caso proposto, se vi fosse accordo tra le parti, non si vede ragione per escludere la possibilità di una datio in solutum (art. 1197 del c.c.), ovvero di una sostituzione tra la somma di denaro dovuta - risultante dal calcolo della quota sulla base della effettiva consistenza economica dell'azienda all'epoca dello scioglimento del rapporto - e un bene immobile di proprietà della società. Tuttavia, mancando il consenso degli eredi, la prestazione il luogo dell'adempimento non può essere imposta.

Qualora i soci della s.n.c. insistano nel proposito di non versare l'importo in denaro agli eredi, questi ultimi potranno agire in via giudiziale contro la società per ottenere la liquidazione (in denaro) della quota del de cuius e la società non potrà opporsi a tale richiesta se non nel quantum (ovvero nella determinazione dell'ammontare della somma). Si precisa, a tal proposito, che l'onere di provare il valore della quota del socio defunto incombe sui soci superstiti e non su eredi (Cass., sez. II, 19 aprile 2001, n. 5809).


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