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Articolo 2272 Codice Civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

[Aggiornato al 29/04/2026]

Cause di scioglimento

Dispositivo dell'art. 2272 Codice Civile

La società si scioglie:

  1. 1) per il decorso del termine [2273, 2295, n. 9, 2448, n. 1](1);
  2. 2) per il conseguimento dell'oggetto sociale o per la sopravvenuta impossibilità di conseguirlo [27, 2295, n. 5, 2448, n. 2](2);
  3. 3) per la volontà di tutti i soci [1372, 2252, 2448, n. 5];
  4. 4) quando viene a mancare la pluralità dei soci, se nel termine di sei mesi questa non è ricostituita [27, 2284, 2323];
  5. 5) per le altre cause previste dal contratto sociale [2284, 2484, n. 7];
  6. 5-bis) per l'apertura della procedura di liquidazione controllata(3)(4).

Note

(1) Nel caso in cui il contratto sociale preveda un termine di durata della società. In caso contrario la società semplice si intende costituita a tempo indeterminato.
(2) L'impossibilità di realizzare l'oggetto sociale può essere determinata sia da eventi esterni alla società (es.: revoca della concessione amministrativa necessaria per l'esercizio dell'impresa), sia da eventi interni (es.: distruzione dei beni aziendali; contrasto insanabile tra i soci che impedisce la formazione della volontà sociale etc.).
(3) Tale lettera è stata aggiunta dall'art. 39, comma 2, del D.Lgs. 26 ottobre 2020, n. 147.
(4) Il D.Lgs. 12 gennaio 2019, n. 14, come modificato dal D.L. 30 aprile 2022, n. 36, ha disposto (con l'art. 389, comma 1) la proroga dell'entrata in vigore dell'introduzione del numero 5-bis) al comma 1 del presente articolo dal 16 maggio 2022 al 15 luglio 2022.

Ratio Legis

La norma individua le cause che determinano lo scioglimento del contratto sociale e l'avvio del procedimento di liquidazione, non l'effettiva estinzione dell'ente societario.

Brocardi

Societas in tempus coita
Tamdiu societas durat, quamdiu consensus partium integer servatur

Spiegazione dell'art. 2272 Codice Civile

La disposizione si occupa di disciplinare le cause di scioglimento dell’ente societario. Lo scioglimento non va confuso con l’estinzione, dal momento che esso costituisce solamente la prima delle fasi prodromiche alla definitiva perdita della soggettività giuridica, che per le società semplici coincide con l’esaurimento delle operazioni di liquidazione (con la cancellazione dal registro delle imprese per le s.n.c. e le s.a.s.).
L’accertamento della causa di scioglimento, piuttosto, orienta la gestione dell’attività verso la mera conservazione del valore del patrimonio esistente (gestione conservativa), nell’ottica della definizione dei rapporti pendenti (liquidazione).

Fermo restando che anche in tema di scioglimento il legislatore ha attribuito all’autonomia privata la possibilità di modellare apposite cause di scioglimento (come emerge dal n. 5), la norma individua le cause di scioglimento inderogabili:
  1. decorso del termine, se indicato nel contratto sociale, fatto salvo il caso in cui le parti mostrino (anche per fatti concludenti), la volontà di continuare la società, ai sensi dell’art. 2273cc.
  2. mutuo consenso dei soci (liquidazione volontaria)
  3. conseguimento dell’oggetto sociale, purché esso sia precisamente circostanziato nel contratto sociale e possa così dirsi conseguito in via assoluta e definitiva
  4. impossibilità di conseguimento dell’oggetto sociale, alla condizione che si tratti di impossibilità assoluta e definitiva, non di una temporanea difficoltà economica. Secondo la tesi prevalente nemmeno la crisi o l’insolvenza integrano suddetta causa di scioglimento.
  5. presenza di un unico socio, protratta per sei mesi dal momento in cui è venuta a mancare la pluralità dei soci. Nelle s.a.s. integra una causa di scioglimento anche la mancanza di soci accomandanti o accomandatari.
  6. qpertura della liquidazione controllata, ovverosia della procedura concorsuale liquidatoria prevista per i debitori sovraindebitati (le società semplici, in quanto esercenti attività non commerciale, non sono soggette agli ordinari strumenti di regolazione della crisi e dell’insolvenza)

Massime relative all'art. 2272 Codice Civile

Cass. civ. n. 29036/2025

In tema di scioglimento delle società di fatto tra coniugi, il recesso di uno dei soci comporta lo scioglimento del solo rapporto societario limitatamente al socio recedente e non l'estinzione della società stessa, che rimane assoggettata alle regole generali applicabili alle società di persone. La causa di scioglimento della società per sopravvenuta impossibilità di conseguire l'oggetto sociale ex art. 2272, n. 2, cod. civ., non può essere dichiarata se l'attività sociale prosegue e produce utili, essendo tale impossibilità incompatibile con la continuazione dell'attività sociale.

Cass. civ. n. 20513/2025

In caso di cancellazione di una società di persone dal Registro delle Imprese per venir meno della pluralità dei soci (art. 2272, n. 4, c.c.), non si verifica la rinuncia tacita alle pretese creditorie in essere alla data della cancellazione (art. 2495 c.c.). Si verifica, invece, una "trasformazione regressiva", ossia la concentrazione della titolarità dei rapporti già facenti capo alla società di persone nell'unico socio rimasto, il quale subentra nei diritti e obblighi della società cancellata.

Cass. civ. n. 9562/2025

In caso di estinzione di una società, si verifica un fenomeno successorio per cui i debiti sociali sono trasferiti ai soci, i quali ne rispondono nei limiti di quanto riscosso a seguito della liquidazione o illimitatamente, a seconda della responsabilità che avevano prima dell'estinzione. I crediti e i beni non inclusi nel bilancio di liquidazione si trasferiscono ai soci in contitolarità o comunione indivisa, con esclusione delle mere pretese e dei crediti ancora incerti o illiquidi.

Cass. civ. n. 3489/2025

Il recesso del socio da una società di persone composta da due soli soci e la mancata ricostituzione della pluralità della compagine sociale da parte del socio superstite determinano lo scioglimento della società, ex art. 2272, n. 4, c.c., non già la sua estinzione, con la conseguenza che non si verifica il subentro del socio superstite nella situazione soggettiva della società, non trattandosi di una ipotesi di trasformazione né di successione tra enti. (Nella specie, la S.C. ha escluso che la socia di una società in nome collettivo fosse subentrata, in conseguenza del recesso dell'unico altro socio, nel diritto all'indennizzo assicurativo per danni da incendio, spettante alla società).

Cass. civ. n. 22346/2021

Nel caso di scioglimento del rapporto sociale relativamente ad un socio, ai sensi dell'art. 2289, comma 2, c.c., questi ha diritto ad una somma di denaro che rappresenti il valore della quota da liquidarsi in base alla situazione patrimoniale della società nel giorno in cui il rapporto cessa; né esime dal rispetto di detto criterio temporale, in favore di un preteso criterio del "giorno più prossimo" ovvero - come nella specie - di quello del più vicino bilancio d'esercizio, l'assenza di documentazione in concreto idonea, dovendo in tal caso farsi ricorso a criteri sostitutivi, ancorché presuntivi.

Cass. civ. n. 7964/2017

In tema di società di fatto, in mancanza della procedura di liquidazione, che è soltanto facoltativa, l’estinzione della società si verifica per effetto della cessazione dell’attività sociale, in assenza di obblighi di iscrizione e cancellazione a carico della stessa.

Cass. civ. n. 501/2016

Il recesso del socio da una società di persone composta da due soli soci (nella specie, una società in nome collettivo) e la mancata ricostituzione della pluralità della compagine sociale da parte del socio superstite determinano lo scioglimento della società, ex art. 2272, n. 4, c.c., non già la sua estinzione, con conseguente possibilità della stessa di essere sottoposta a fallimento entro l'anno dall'intervenuta cancellazione dal registro delle imprese ai sensi dell'art. 10 l. fall..

Cass. civ. n. 496/2015

Nel caso di recesso di un socio da una società in nome collettivo composta da due soli soci, qualora quello superstite non abbia ricostituito la pluralità della compagine sociale decidendo al contempo di continuare l'attività aziendale come impresa individuale - così determinandosi lo scioglimento della società, a norma dell'art. 2272, n. 4, cod. civ. -, non si realizza una trasformazione societaria ai sensi dell'art. 2498 cod. civ., ma solo una successione tra soggetti distinti, ossia tra colui che conferisce l'azienda (la società di persone in liquidazione) e la persona fisica che ne è beneficiaria (il socio superstite).

Cass. civ. n. 27189/2014

In tema di società di persone (nella specie, società in nome collettivo), la mancata ricostituzione della pluralità dei soci nel termine di sei mesi non determina l'estinzione, ma solamente lo scioglimento della società e la liquidazione e, pertanto, la massa dei rapporti attivi e passivi che facevano capo alla compagine sociale prima dello scioglimento conserva il proprio originario centro di imputazione.

Cass. civ. n. 15622/2012

Le società di persone non si estinguono per effetto del mutamento della composizione societaria (nella specie, per intervenuta cessione di quote), potendo il venir meno del rapporto sociale in relazione ad un socio concorrere con il mantenimento dell'identità della società (nella specie, ai fini dell'usucapione), mentre lo scioglimento della società discende dal venir meno della pluralità dei soci e dalla sua mancata ricostituzione entro il termine di sei mesi.

Cass. civ. n. 16288/2009

Il verificarsi di una causa di scioglimento della società - non comportando l'estinzione dell'ente, ma unicamente l'instaurazione del procedimento di liquidazione, al cui esito potrà seguire l'estinzione - non produce l'automatico trasferimento dei beni sociali in capo ai soci, i quali non ne divengono comproprietari: pertanto, l'alienazione dei beni mobili ed immobili, compresi nel patrimonio della disciolta società, deve essere eseguita a cura dei liquidatori, nei compiti dei quali è incluso tipicamente tale incombente, senza necessità di alcuna autorizzazione assembleare (che, ove espressa, resta ininfluente al riguardo), al fine sia di soddisfare le ragioni di eventuali creditori sociali, sia di provvedere all'eventuale distribuzione tra i soci o alla devoluzione dell'attivo residuo, secondo le norme di legge o di statuto. (Fattispecie anteriore al D.L.vo 17 gennaio 2003, n. 6, in tema di impugnazione, da parte di alcuni soci, della deliberazione di una società cooperativa edilizia in liquidazione, avente ad oggetto l'autorizzazione al liquidatore ad alienare un immobile di proprietà della cooperativa).

Cass. civ. n. 12553/2004

Lo scioglimento non comporta anche l'estinzione della società, che è determinata, invece, soltanto dalla effettiva liquidazione dei rapporti giuridici pendenti, che alla società facevano capo, e dalla definizione di tutte le controversie giudiziarie in corso con i terzi per ragioni di dare e avere; ne consegue che, verificatosi lo scioglimento di una società di fatto per il venir meno, a causa della morte di uno dei due soci, della pluralità (non ricostituita) degli stessi, il socio superstite conserva tale qualità (senza che rilevi in contrario la circostanza che gli sia inibito il recesso) ed è, pertanto, assoggettabile a fallimento unitamente alla società,

Cass. civ. n. 11185/2001

Nelle società di persone, lo scioglimento per insanabile dissidio sorto tra i soci presuppone che la situazione di conflitto renda impossibile il raggiungimento dei fini sociali. (Alla stregua del principio di cui alla massima, la Suprema Corte ha confermato la decisione della corte territoriale che aveva ritenuto comprovata la impossibilità di conseguimento dell'oggetto sociale per il fatto che il dissidio tra i soci, iniziato con una ispezione che aveva posto in rilievo alcune irregolarità, era proseguito con la delibera di esclusione di uno di essi dalla compagine sociale, delibera che aveva dato luogo ad una complessa controversia, ed era stata dichiarata Illegittima dalla stessa Corte, ed aveva determinato la mancata approvazione del bilancio per diversi anni).

Cass. civ. n. 16175/2000

Il combinato disposto degli artt. 2252 e 2275 c.c., autorizza, in conformità con i principi generali in materia di società di persone, i soci di tali enti a determinare liberamente le modalità di liquidazione delle società, sia in via preventiva (nell'ambito delle pattuizioni costituenti l'oggetto del contratto sociale), sia in via successiva (mediante accordo tra i soci), atteso che le valutazioni in merito alle procedure di estinzione dei rapporti societari pendenti competono, innanzitutto, a coloro che si rendano interpreti degli interessi dell'ente, evitando, se del caso (ed ove possibile), di imporre l'osservanza di un procedimento formalizzato, eventualmente incongruo rispetto alle esigenze ed alle dimensioni della società a base personale (nelle quali le ragioni dei creditori sono già garantite dal regime di responsabilità illimitata dei soci).

Cass. civ. n. 3221/1999

Lo scioglimento di una società non ne produce l'estinzione, ma essa continua ad esistere con la stessa individualità, struttura e organizzazione, sia pure con un restringimento della capacità, derivante dalla modificazione dello scopo che non è più quello dell'esercizio dell'impresa, bensì quello della sua liquidazione, attraverso la definizione dei rapporti di credito e di debito con i terzi. (Fattispecie relativa ad una società in accomandita semplice).

Cass. civ. n. 10065/1996

Nel caso in cui venga meno la pluralità dei soci, la società può essere rappresentata in giudizio dal socio superstite, il quale ha facoltà di proseguire nell'attività concessagli dallo statuto di recupero dei crediti, che egli perde soltanto con la nomina del liquidatore.

Cass. civ. n. 6410/1996

Il dissidio tra i soci, benché non annoverato espressamente dall'art. 2272 c.c. tra le cause di scioglimento delle società personali, può risolversi in quella generale contemplata dal n. 2 del citato articolo, quando il conflitto tra i soci sia tale da rendere «impossibile» il conseguimento dell'oggetto sociale. Tuttavia non può considerarsi tale il conflitto causato da «gravi inadempienze» di uno dei soci, dal momento che in detta ipotesi i contrasti tra i soci possono essere eliminati estromettendo quello inadempiente a norma dell'art. 2286 c.c.

Cass. civ. n. 4683/1981

L'impossibilità di conseguire l'oggetto sociale può costituire causa legittima di scioglimento della società (ex art. 2272, n. 2, c.c.) quando riveste caratteri di assolutezza e definitività tali da rendere inutile ed improduttiva la permanenza del vincolo sociale. L'accertamento in concreto di tali caratteri, cui consegue la dissoluzione del rapporto sociale, si risolve in un giudizio di fatto, che è istituzionalmente riservato al giudice di merito e si sottrae a censura in sede di legittimità, se fondato su motivazione corretta e congrua.

Cass. civ. n. 1916/1981

Lo scioglimento di una società per morte di uno dei due soci che la componevano non ne determina in via immediata l'estinzione, che si verifica soltanto con l'esaurimento delle operazioni di liquidazione, mentre sino a tale momento persiste l'autonomia patrimoniale della società, e ciò anche se, nelle more del provvedimento di liquidazione o prima di esso, sopraggiunga pure la morte del socio superstite. Ne consegue che in siffatta ipotesi non si verifica confusione del patrimonio sociale con quello di detto socio e che i creditori sociali hanno diritto ad essere soddisfatti sui beni compresi nell'asse ereditario del medesimo costituenti il patrimonio della società con preferenza rispetto agli altri creditori, salvo a concorrere con questi ultimi, per l'eventuale eccedenza, sui residui beni dell'eredità, secondo l'ordine dei rispettivi crediti.

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Consulenze legali
relative all'articolo 2272 Codice Civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

A.S. chiede
lunedì 20/07/2026
“Mi riferisco ad una snc. I soci sono due (io e mia moglie) al 50% ciascuno. Siamo ormai anziani ed abbiamo chiuso ogni attività. Da qualche mese ci siamo trasferiti all’estero e siamo iscritti all’AIRE. La società non opera da anni (almeno 5), non ha beni né liquidità, neppure un conto corrente bancario. Non ha debiti né crediti. A suo tempo ho chiuso la partita IVA. Resta solo l’iscrizione alla CCIAA perché non sono riuscito a cancellarla e quindi ogni anno pago i diritti camerali. Come posso cancellare l’iscrizione alla CCIAA e chiudere la società senza dover ricorrere ad un notaio che mi chiederebbe una parcella piuttosto elevata?

Consulenza legale i 28/07/2026
Il quesito posto riguarda la possibilità di procedere alla definitiva chiusura della società e alla cancellazione dal Registro delle imprese, senza sostenere i costi di un intervento notarile. La questione deve essere affrontata distinguendo il profilo sostanziale, relativo all’effettiva cessazione della società, dal profilo formale, relativo alla necessità di eliminare l’iscrizione camerale ancora esistente.
Il primo aspetto da chiarire riguarda una circostanza spesso fonte di equivoci: la chiusura della partita IVA e la cessazione dell’attività economica non comportano automaticamente la cessazione giuridica della società.
Una società iscritta nel Registro delle imprese continua, infatti, ad esistere sotto il profilo formale sino a quando non intervenga una causa di scioglimento e, successivamente, la cancellazione dal Registro stesso.
La cancellazione della partita IVA ha esclusivamente natura fiscale e attesta che non viene più esercitata un’attività rilevante ai fini IVA, ma non incide sull’esistenza della società quale soggetto iscritto nel Registro delle imprese.
Pertanto, anche una SNC completamente inattiva, priva di beni e senza alcun rapporto economico pendente, continua formalmente ad essere una società esistente fino alla cancellazione.
Questo spiega il motivo per cui, nonostante la chiusura della partita IVA avvenuta anni addietro, la Camera di Commercio continui legittimamente a richiedere il pagamento del diritto annuale.
In particolare, l’art. 2308 del c.c. stabilisce che la società in nome collettivo si scioglie nei casi previsti dalla legge e dal contratto sociale, richiamando sostanzialmente le cause di scioglimento previste per le società di persone.
Tra queste assume rilievo l’art. 2272 c.c., il quale individua, tra le cause di scioglimento della società semplice, il conseguimento dell’oggetto sociale o la sopravvenuta impossibilità di conseguirlo.
Nel caso prospettato, la situazione di fatto evidenzia una definitiva cessazione dello scopo sociale. Una società che non opera da oltre cinque anni, che non possiede patrimonio, che non intrattiene rapporti giuridici e per la quale gli stessi soci non intendono riavviare alcuna attività economica può essere considerata una società che ha definitivamente esaurito la propria funzione.
In altri termini, pur non essendosi formalmente proceduto allo scioglimento, sotto il profilo sostanziale si è già verificata una situazione incompatibile con la prosecuzione del rapporto sociale.
Il punto centrale del quesito riguarda la necessità di ricorrere ad un notaio.
Occorre evidenziare che nella società in nome collettivo la presenza del notaio non costituisce sempre un passaggio obbligato per arrivare alla cancellazione della società.
L’intervento notarile è certamente necessario per determinati atti societari aventi natura modificativa o costitutiva, ma nel caso di una società di persone priva di qualsiasi patrimonio e senza rapporti giuridici pendenti la situazione è diversa.
La funzione della procedura di liquidazione è, infatti, quella di consentire la definizione dei rapporti ancora esistenti: vendita dei beni sociali, pagamento dei debitori, riscossione dei crediti, ripartizione dell’eventuale residuo tra i soci.
Quando, come nel caso prospettato, non esiste alcun patrimonio sociale e non vi sono rapporti da regolare, viene meno la ragione pratica di una complessa attività liquidatoria.
La liquidazione, in tale ipotesi, assume un carattere meramente formale e può essere gestita attraverso una dichiarazione dei soci attestante la completa inesistenza di attività e passività.
L’art. 2312 del c.c. disciplina il momento conclusivo della vita della società in nome collettivo, stabilendo che, terminata la liquidazione, i liquidatori devono chiedere la cancellazione della società dal Registro delle imprese.
La norma evidenzia un principio fondamentale: la società non si estingue semplicemente perché ha cessato l’attività, ma occorre un adempimento formale diretto ad eliminare la sua posizione dal Registro pubblico.
Nel caso concreto, tuttavia, la peculiarità consiste nel fatto che non vi è una reale massa patrimoniale da liquidare.
Pertanto, la procedura può essere impostata valorizzando la circostanza che la società è ormai priva di ogni consistenza economica e che non residuano rapporti giuridici suscettibili di liquidazione.
La domanda di cancellazione può quindi essere presentata dai soci, eventualmente tramite un intermediario abilitato (commercialista o altro soggetto autorizzato alla trasmissione telematica delle pratiche camerali), allegando una dichiarazione nella quale venga rappresentata la situazione effettiva della società.
In particolare, dovrà essere evidenziato che:
  • l’attività è cessata definitivamente;
  • non esistono beni sociali;
  • non esistono rapporti bancari;
  • non vi sono debiti o crediti;
  • non vi sono procedimenti giudiziari pendenti;
  • non vi è alcuna ragione economica per mantenere in vita il soggetto societario.
Accanto alla cancellazione richiesta dai soci, deve essere considerata anche la possibilità di un intervento d’ufficio da parte della Camera di Commercio.
Il legislatore ha, infatti, previsto strumenti finalizzati alla "pulizia" del Registro delle imprese dalle posizioni ormai prive di effettiva operatività.
Il riferimento normativo è rappresentato dal D.P.R. 23 luglio 2004, n. 247, relativo alla cancellazione d’ufficio delle imprese individuali e delle società di persone.
La ratio della norma è evitare che il Registro delle imprese continui a rappresentare realtà imprenditoriali soltanto apparenti, prive di qualsiasi attività economica.
Una società che da anni non svolge attività, che non presenta movimentazioni economiche e che non possiede alcun patrimonio rientra certamente nella categoria delle situazioni che possono essere sottoposte alla valutazione dell’Ufficio del Registro delle imprese ai fini di una cancellazione d’ufficio.
Tale procedura, tuttavia, non dipende esclusivamente dalla volontà dei soci, poiché presuppone un’attività istruttoria da parte della Camera di Commercio competente.
Per tale ragione, appare normalmente preferibile tentare preliminarmente una cancellazione richiesta direttamente dai soci, fornendo una documentazione completa e idonea a dimostrare l’inesistenza di qualsiasi rapporto residuo.
Il trasferimento all’estero e l’iscrizione all’AIRE non costituiscono un ostacolo alla chiusura della società.
La società rimane soggetta alla disciplina italiana poiché continua ad essere iscritta presso il Registro delle imprese italiano.
La circostanza che entrambi i soci siano residenti all’estero rileva esclusivamente sotto il profilo personale e fiscale dei soci stessi, ma non impedisce loro di manifestare la volontà di sciogliere e cancellare la società.
Eventuali difficoltà operative possono riguardare esclusivamente gli aspetti pratici della sottoscrizione e della trasmissione telematica della pratica camerale, che possono essere agevolmente risolti mediante l’utilizzo di un professionista abilitato.
Alla luce degli elementi forniti, deve ritenersi che la società si trovi in una situazione di sostanziale cessazione definitiva dell’attività e che non vi siano ragioni economiche o giuridiche per mantenerne l’iscrizione presso il Registro delle imprese.
Il ricorso al notaio non appare, nella fattispecie concreta, una soluzione necessaria né proporzionata, considerato che non vi sono beni sociali da trasferire, rapporti da definire o operazioni liquidatorie da compiere.
La soluzione maggiormente coerente consiste nel procedere alla cancellazione della SNC mediante una pratica presso il Registro delle imprese, accompagnata da una dichiarazione dei soci che rappresenti la totale inesistenza di attività e passività e la volontà di cessare definitivamente il rapporto sociale.
Qualora l’Ufficio camerale ritenesse necessario un diverso percorso, potrà essere valutata la procedura di cancellazione d’ufficio prevista dal D.P.R. n. 247/2004.
In definitiva, la permanenza dell’iscrizione camerale costituisce, oggi, un mero dato formale non corrispondente alla realtà economica della società; attraverso una corretta impostazione della pratica è possibile ottenere la cancellazione senza sostenere i costi di un atto notarile, affidandosi eventualmente ad un professionista abilitato alla gestione della pratica telematica.


Salvatore C. chiede
mercoledì 07/11/2018 - Sicilia
“Salve, sono un socio di una società snc di persone la società e composta da tre soci 40% 30% 30%. Per mettere la società in liquidazione ci vuole il consenso di tutti i soci o si va per maggioranza? Visto che un socio non si presenta al lavoro perché pensionato, si può escludere il socio non presente al lavoro?
Preciso che la società è sempre in attivo.”
Consulenza legale i 14/11/2018
Va preliminarmente detto che la risposta può variare a seconda del contenuto del contratto sociale (atto costitutivo della società).
Se in esso è scritto, infatti, che per lo scioglimento è sufficiente la maggioranza dei soci (che può essere calcolata, attenzione, per capi o per quote), si potrà procedere del tutto legittimamente in questo modo.
Diversamente, se il contratto sociale nulla dice sul punto, vale la regola generale dettata dall’art. 2272 c.c. (applicabile per rinvio contenuto nell’art. 2308 c.c. dedicato alle s.n.c.), ovvero quella del consenso di tutti i soci (unanimità).

Quanto sopra in forza della norma generale valevole per le società di persone e di cui all’art. 2252 c.c., secondo il quale le modifiche al contratto sociale si possono apportare solo con il consenso di tutti i soci, “se non è convenuto diversamente”: attenzione, peraltro, che la deroga consensuale può avvenire solo a favore del principio maggioritario (non si potrebbe, infatti, derogare alla regola del consenso unanime prevedendo la sufficienza del consenso di una parte minoritaria dei soci o di un terzo degli stessi).
La giurisprudenza conferma tale ragionamento.

Gli studiosi del diritto societario si sono interrogati spesso, laddove la disciplina delle società non si esprimeva sulla prevalenza del principio dell’unanimità o di quello della maggioranza, su quale di questi dovesse trovare applicazione: ma si è ritenuto, alla fine, che l’unanimità debba sempre prevalere quando si tratti di decisioni che riguardino la struttura organizzativa della società, mentre se si tratti di decisioni in ordine al funzionamento della società stessa si potrà applicare il principio maggioritario.
Ebbene, nel caso di specie non c’è alcun dubbio che la messa in liquidazione rientri nella prima categoria di decisioni.

Potrebbe, forse, esistere una “scappatoia” nel caso in esame.
Se il socio mancante (che non si presenta mai in assemblea), infatti, venisse interpellato in merito allo scioglimento della società e si opponesse, si potrebbe invocare la fattispecie del dissidio insanabile tra i soci, che è una delle cause di scioglimento della società individuate dalla giurisprudenza e dagli studiosi, solo qualora però – si noti bene – il dissidio sia tale da ostacolare il conseguimento dell'oggetto sociale.
Ad esempio, si è ritenuto che costituisca “insanabile dissidio” con le predette caratteristiche il fatto che due soci coltivino, in ordine all’amministrazione della società, liti giudiziarie da diversi anni.
E’ anche vero, tuttavia, che nel caso in esame si parla di società "in attivo" e parrebbe quindi che (il quesito non lo specifica) la volontà di sciogliere la società sia del tutto arbitraria ovvero non legata in alcun modo al funzionamento e/o all’andamento dell’attività sociale. Ad avviso di chi scrive, dunque, la tesi del dissidio tra i soci rimane difficile da sostenere.

Da ultimo, un'altra soluzione potrebbe essere quella di deliberare l’esclusione del socio per gravi inadempienze (se, beninteso, ne sussistano i presupposti: pare a chi scrive, infatti, che le frequenti assenze non possano essere ritenute "gravi inadempienze" al contratto sociale) in modo da escluderlo dalla compagine sociale e rendere poi più agevole ai soci rimasti la decisione in merito alla chiusura della società.