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Articolo 793 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Donazione modale

Dispositivo dell'art. 793 Codice civile

La donazione può essere gravata da un onere (1) [794, 797 c.c.].

Il donatario è tenuto all'adempimento dell'onere entro i limiti del valore della cosa donata (2).

Per l'adempimento dell'onere può agire, oltre il donante, qualsiasi interessato [1174 c.c.] (3), anche durante la vita del donante stesso [648 c.c.].

La risoluzione per inadempimento [1453 c.c.] dell'onere, se preveduta nell'atto di donazione, può essere domandata dal donante o dai suoi eredi [2652 n. 1 c.c.].

Note

(1) L'onere consiste nell'imposizione di un peso rivolta al beneficiario della donazione che limita gli effetti dell'atto. Non assume la natura di corrispettivo, ma riduce la liberalità che resta, in ogni caso, la causa della donazione.
(2) Ove l'adempimento dell'onere comporti l'uso di risorse maggiori rispetto a quelle ricevute attraverso la donazione, l'onerato non è tenuto all'adempimento per la parte in eccedenza.
(3) Legittimato non è chiunque ma solo colui che possa ricevere un vantaggio, seppur indiretto, dall'adempimento.

Brocardi

Cuius est dare, eius est disponere
Donatio cum onere
Modus
Perfecta donatio condiciones postea non capit

Spiegazione dell'art. 793 Codice civile

Definizione di "donazione modale"
La donazione modale è un contratto di donazione gravato da un modus, cioè da un onere a carico del donatario che, però, non è tenuto al suo adempimento oltre i limiti del valore della cosa donata. Il modus rappresenta infatti il mezzo mediante il quale acquistano rilevanza i motivi.
Lo spirito di liberalità tipico della donazione è perfettamente compatibile con l'imposizione di un peso al beneficiato, purchè tale peso, non assumendo il carattere di corrispettivo, costituisca una modalità del beneficio senza snaturare l'essenza di atto di liberalità della donazione.
Per capire se un elemento costituisce un onere ai sensi dell'art. 793 del c.c. o un motivo di cui all'art. 787 del c.c. si deve guardare alle circostanze di fatto, di modo da ricercare l'effettiva volontà dei contraenti.
Natura giuridica della "donazione modale"
La natura giuridica della donazione modale è stata oggetto di ampio dibattito dottrinale e giurisprudenziale.
Secondo un primo orientamento (c.d. teoria dell'elemento accessorio), l'apposizione dell'onere non muterebbe la causa gratuita della donazione, ma semplicemente ne limiterebbe solo l'effetto principale dell'arricchimento. Tra le due prestazioni (quella oggetto di donazione e quella oggetto del modus) non si instaura un rapporto di dipendenza bilaterale ma unilaterale, poichè è la donazione ad essere causa del modus.
Minoritaria è, invece, la c.d. teoria del contratto a prestazioni corrispettive (Carnevali), la quale si basa sul presupposto per cui esisterebbe una relazione funzionale tra arricchimento del donatario ed esecuzione del modus, sempre che quest'ultimo abbia costituito motivo unico e determinante. Tale ricostruzione è stata tuttavia criticata sulla base dell'osservazione che la donazione rimarrebbe tale anche qualora l'onere assorba totalmente il valore della cosa donata funzionando come limite dell'obbligazione a carico del donatario.
Maggioritaria appare la c.d. teoria del negozio autonomo, in base alla quale l'onere donativo avrebbe una propria autonomia anche se collegato alla donazione. A conferma di ciò militerebbe l'assunto per cui qualora venga prevista la clausola di accrescimento esso trasmigrerebbe a carico del donatario.
Alcuni autori, muovendo da tale ricostruzione, giungono a sottolineare che il modo realizzerebbe una seconda donazione accessoria tra donatario e terzo beneficiario; tuttavia tale teoria è stata criticata osservandosi che il donatario agisce sempre animus solvendi ed il beneficiario dell'onere potrebbe anche essere un soggetto indeterminato.
Oggetto della "donazione modale"
L'onere donativo è fonte di una obbligazione in senso tecnico, pertanto la prestazione deve avere contenuto patrimoniale. Secondo l'orientamento maggioritario, tuttavia, è possibile assoggettare il donatario anche all'adempimento di una prestazione di carattere diverso prevedendo una clausola penale che svolge la funzione di "patrimonializzare" la prestazione.

Questa ricostruzione è stata criticata da alcuni autori (in particolare Torrente), i quali hanno osservato anzitutto che la penale non trasformerebbe la natura della prestazione; in secondo luogo, che mentre l'adempimento dell'onere può essere chiesto da chiunque vi abbia interesse ai sensi dell'art. 793, comma 3, c.c., l'adempimento della penale può essere domandato solo dal contraente.
Spesso non è facile stabilire se si è in presenza di un modus oppure di uno scambio. L'onere in ogni caso non deve assumere carattere di corrispettivo, poichè costituisce solo un elemento accidentale, quale limitazione di valore, volto a perseguire una finalità aggiuntiva e ulteriore rispetto a quella principale, e cioè l'arricchimento del donatario.
Per quanto concerne, invece, il rapporto tra il valore della donazione e il valore del modus, dottrina e giurisprudenza sono concordi nell'affermare che se il valore della donazione è inferiore a quello del modus, come si desume dall'art. 793, comma 2, c.c., la donazione comunque rimane un atto liberale, avendo l'ordinamento solo stabilito i limiti dell'obbligo cui è tenuto il donatario affinchè non venga snaturata la causa donativa, perchè altrimenti il contratto diventerebbe una causa di impoverimento.
Se, invece, il valore della donazione è superiore a quello dell'onere, non si pone alcun problema.
Infine, qualora i due valori coincidano, si tratterà di un contratto a prestazioni corrispettive se non vi è un lasso apprezzabile di tempo tra le prestazioni e l'equivalenza è conosciuta dalle parti; sarà invece una donazione se l'adempimento dell'onere deve essere effettuato dopo qualche tempo, di modo che il donatario tragga vantaggio dal godimento della cosa donata.
Per stabilire ciò, in ogni caso si dovrà avere riguardo non già al tempo della stipula del contratto ma al risultato finale ottenibile con lo sfruttamento del bene donato e il suo incremento patrimoniale una volta adempiuto l'onere.
Impossibilità sopravvenuta della "donazione modale"

In presenza di un motivo unico determinante non potrà applicarsi l'art. 794 del c.c., che concerne l'impossibilità originaria della donazione qualora l'onere ad essa apposto sia illecito o impossibile. Alcuni autori (Giorgianni) invocano la risoluzione del contratto, ma tale ricostruzione è stata criticata poichè non considera che tale eventualità risulta limitata all'ipotesi di previsione espressa per il caso di inadempimento.
Poichè il modus è elemento estraneo alla struttura della donazione, in assenza di corrispettività l'esecuzione dell'onere non potrà ripercuotersi sulla validità della donazione, salvo il disposto di cui all'art. 793, comma 4, c.c. Se pertanto l'impossibilità sopravvenuta è imputabile al donatario vi sarà inadempimento con risarcimento del danno in favore del creditore del modus e anche la risoluzione; se, invece, non è imputabile il modus si estinguerà ai sensi dell'art. 1256 del c.c., considerandosi non apposto anche se ha costituito l'unico motivo della donazione.
Rapporti e differenze della "donazione modale" con altri istituti
Donazione modale e clausola risolutiva espressa. Mentre nella donazione modale l'onere imposto al donatario costituisce una vera e propria obbligazione, con conseguente rilevanza dell'indagine volta ad accertare se la sua mancata esecuzione dipenda da inadempimento imputabile al donatario, l'avveramento dell'evento futuro ed incerto previsto dalle parti come condizione risolutiva del contratto produce effetti a prescindere da ogni indagine sul comportamento colposo o meno dei contraenti in ordine al verificarsi dell'evento stesso.
Donazione modale e donazione condizionata. Mentre nella donazione sottoposta a condizione l'avvenimento futuro ed incerto, al cui verificarsi è subordinata l'efficacia o la risoluzione del contratto, non forma oggetto di obbligazione per l'obiettiva incertezza della realizzazione dell'evento previsto come condizione, nella donazione modale l'onere imposto al donatario costituisce vera e propria obbligazione, con la conseguenza che la sua mancata esecuzione, quando sia determinata da inadempimento imputabile al donatario, può essere causa di risoluzione della donazione se in tale atto la risoluzione stessa sia stata prevista.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

379 Una modificazione formale apportata all'art. 793 del c.c., ultimo comma, tende ad escludere il dubbio che sia ammissibile la risoluzione della donazione per inadempimento dell'onere su istanza del donante, anche quando la risoluzione non sia stata prevista nell'atto di donazione, mentre è evidente che la previsione è elemento essenziale tanto nei riguardi del donante, quanto nei riguardi degli eredi.

Massime relative all'art. 793 Codice civile

Cass. civ. n. 5702/2012

Qualora una clausola apposta ad una donazione sia prevista dalle parti non come "modus", che costituisce per il donatario una vera e propria obbligazione, ma come condizione risolutiva del contratto, questa produce effetti indipendentemente da ogni indagine sul comportamento, colposo o meno, dei contraenti in ordine al verificarsi dell'evento stesso, tenuto conto che nella disciplina delle condizioni nel contratto non possono trovare applicazione i principi che regolano l'imputabilità in materia di obbligazioni.

Cass. civ. n. 11096/2004

È ammissibile l'inserimento del modus come elemento accessorio di un negozio atipico di liberalità, atteso che le specifiche disposizioni codicistiche in cui esso è disciplinato, rappresentano applicazioni — e tuttavia fonti normative utilizzabili per la regolamentazione di casi analoghi — che non esauriscono la possibile gamma negoziale in cui può estrinsecarsi l'autonomia privata negli atti di liberalità, attesa l'attitudine del modus a modificare, ampliandolo, il singolo schema negoziale, consentendo la realizzazione di singole e specifiche finalità estranee alla causa (nella specie si è ritenuto che l'obbligo, di costruire un manufatto, imposto ad un comune in un atto unilaterale di consenso del proprietario all'occupazione di un terreno, avesse la natura di disposizione modale piuttosto che di condizione).

Cass. civ. n. 1036/2000

Ai sensi dell'art. 793 c.c., mentre per l'adempimento dell'onere imposto con le donazioni modall sono legittimati ad agire sia il donante sia qualunque altro interessato (anche durante la vita del donante stesso), per la risoluzione della donazione per inadempimento dell'onere possono agire unicamente il donante e, dopo la sua morte, gli eredi, e ciò sempre che tale facoltà di agire sia espressamente prevista nell'atto di donazione. Tale principio deve ritenersi applicabile anche alle donazioni compiute in epoca antecedente all'entrata in vigore del codice del 1942, (pur se il codice del 1865, all'art. 1080, non prevedeva espressamente alcuna limitazione soggettiva per l'azione di risoluzione de qua) qualora la qualità di «interessato» (e la conseguente legittimazione all'azione) risulti acquistata per effetto di un atto compiuto sotto il vigore dell'attuale codice civile.

Cass. civ. n. 5122/1999

Costituisce modus, e non condizione risolutiva, un obbligo morale apposto ad una donazione che non diviene inefficace in caso di inadempimento, ma obbliga il donatario al trasferimento del bene ad altri per realizzare le finalità stabilite dal donante, ancorché sia previsto a carico di questi ultimi l'obbligo di rimborsare miglioramenti e addizioni apportati su di esso dal primo donatario.

Cass. civ. n. 5983/1994

In caso di donazione gravata da un onere modale consistente nel compimento di un'opera di cui sia destinatario lo stesso donatario, per stabilire se l'adempimento dell'onere si risolva, ai sensi dell'art. 793, comma 2, c.c., in un pregiudizio economico per il donatario a causa della sua eccedenza sul valore della cosa donata, occorre avere riguardo al risultato finale ottenibile con lo sfruttamento di tutte le potenziali caratteristiche del bene donato e del suo incremento patrimoniale ad opera compiuta.

Cass. pen. n. 7679/1986

Distinta dal vitalizio oneroso — contratto dal quale derivano obbligazioni reciproche contrapposte tra i contraenti e nel quale sussiste un nesso di interdipendenza fra le due prestazioni — è, per diversità della causa, della natura giuridica e degli effetti, la donazione cui acceda un onere che comporti l'obbligo, giuridicamente coercibile, del donatario di effettuare prestazioni periodiche in favore del donante o di un terzo per tutta la vita contemplata. In tal caso la disposizione modale costituisce un elemento accessorio dell'atto di liberalità in quanto con esso il disponente mira ad attuare un fine che si aggiunge a quello principale del negozio a titolo gratuito, operando come ulteriore movente di questo, senza peraltro condizionarne l'attuazione e senza che, anche quando la disposizione modale preveda a carico del donatario la prestazione di una rendita vitaliza a favore del disponente, resti modificata la natura e la causa della donazione. (Nella specie, la decisione dei giudici del merito — confermata dalla Corte Suprema — ha respinto la domanda di riscatto di un fondo agricolo, qualificando come donazione l'atto dispositivo di cui quello era stato oggetto).

Cass. civ. n. 3819/1986

L'azione di risoluzione della donazione per inadempimento dell'onere, da cui la medesima sia gravata ai sensi dell'art. 793 c.c., va proposta, in caso di morte del donatario cui siano succeduti dei figli minori, nei confronti di tutti questi ultimi, ma qualora gli stessi, per mezzo del loro rappresentante legale, non abbiano accettato l'eredità nelle forme previste inderogabilmente dalla legge (accettazione espressa con beneficio d'inventario), è necessaria la preventiva nomina di un curatore speciale ai medesimi, a norma dell'art. 321 c.p.c.

Cass. civ. n. 2432/1986

Nella controversia promossa, a norma dell'art. 793 ultimo comma, c.c., per conseguire una pronuncia di risoluzione della donazione per inadempimento dell'onere da parte del donatario, deve escludersi che il giudice, qualificando il contratto come a prestazioni corrispettive, possa rilevarne lo svolgimento, ai sensi dell'art. 1453 c.c., in conseguenza di clausola risolutiva espressa, atteso che tale ultima pronuncia, di carattere dichiarativo e non costitutivo (come invece quella richiesta con la domanda), è riconducibile ad un'azione diversa, per presupposti, caratteri ed effetti.

Cass. civ. n. 3735/1985

Le limitazioni alla disponibilità del bene oggetto di donazione, eredità o legato, che vengano imposte dal donante o dal testatore, non incidono sulla natura sostanziale dell'atto di liberalità, e configurano mero onere o modus con esso compatibile, qualora, pur traducendosi in una riduzione o perdita dell'utilità economica ricevuta dal donatario, erede o legatario, svolgano per il medesimo donante o testatore una funzione soltanto accessoria, in quanto siano rivolte a perseguire una finalità aggiuntiva ed ulteriore rispetto a quella principale di beneficiare l'onerato con la diretta attribuzione in suo favore del predetto bene.

Cass. civ. n. 2237/1985

Mentre nella donazione sottoposta a condizione l'avvenimento futuro e incerto, ai cui verificarsi è subordinata l'efficacia o la risoluzione del contratto, non forma oggetto di obbligazione per l'obiettiva incertezza della realizzazione dell'evento previsto come condizione, nella donazione modale l'onere imposto al donatario costituisce vera e propria obbligazione, con la conseguenza che la mancata sua esecuzione, quando sia determinata da inadempimento imputabile al donatario, può
essere causa di risoluzione della donazione se in tale atto la risoluzione stessa sia preveduta (art. 70 comma terzo c.c.).

Cass. civ. n. 1134/1982

L'attribuzione patrimoniale di un quadro ad una parrocchia, perché sia destinato alla contemplazione dei fedeli nella chiesa, non costituisce datio ob causam (contratto innominato del genere do ut facias in cui l'accipiens si impegna a devolvere a terzi l'utilità ricevuta) ma donazione, con la quale l'ente destinatario acquisisce al proprio patrimonio il bene, per il perseguimento dei propri fini istituzionali con il vincolo della destinazione pertinenziale alla chiesa, a beneficio della comunità dei fedeli.

Cass. civ. n. 739/1977

Il modo non è parte integrante della manifestazione di volontà di donare, ma integra soltanto un elemento accessorio della donazione; esso è pertanto valido anche se la relativa disposizione è documentata da scrittura privata, mentre la donazione cui è apposto è fatta per atto pubblico.

Cass. civ. n. 1024/1976

Nella donazione modale l'onere si concreta in un rapporto obbligatorio in senso tecnico, come tale giuridicamente coercibile, con la conseguenza che l'onerato è tenuto alla prestazione dedotta in contratto; in tale prospettiva la disposizione modale resta normalmente soggetta alla disciplina generale delle obbligazioni, tranne per quelle norme che presuppongono l'esistenza di un negozio a prestazioni corrispettive.

Cass. civ. n. 1668/1973

In tema di attribuzioni patrimoniali a titolo gratuito lo spirito di liberalità è perfettamente compatibile con l'imposizione di un peso al beneficiato, se tale peso non assume carattere di corrispettivo ma costituisce, invece una modalità del beneficio, ossia una mera limitazione del beneficio mediante riduzione del valore attribuito al destinatario della liberalità. Costituisce indagine di fatto, attinente all'interpretazione del negozio di donazione, stabilire se l'onere imposto dal donatario sia tale da porre in essere un modus oppure valga ad imprimere al negozio carattere di onerosità; e l'apprezzamento del giudice del merito circa il carattere modale della donazione è insindacabile in sede di legittimità, se congruamente e correttamente motivato. La legge non commina la nullità della donazione cui sia apposto un onere modale che assorbisca o addirittura superi l'entità economica della cosa donata, né l'assoggetta alla disciplina giuridica dei contratti a titolo oneroso. Nel caso in cui l'onere modale si concreti in una prestazione vitalizia, come tale a carattere aleatorio, il donatario deve subire l'incidenza dell'alea, e sarà tenuto ad eseguire il modus con il solo limite dell'effettivo arricchimento conseguito (art. 793 c.c.).

Cass. civ. n. 2966/1971

Il giudice che rigetti la domanda di risoluzione di una donazione modale per inadempimento dell'onere, sul presupposto che tale risoluzione non è prevista nell'atto di donazione, non è esonerato dall'accertare, ove esista domanda specifica del donante di risarcimento dei danni dipendenti dalla mancata esecuzione dell'onere, se ricorrano le condizioni oggettive e soggettive per il riconoscimento del diritto al risarcimento indipendentemente dalla risoluzione del contratto.

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Consulenze legali
relative all'articolo 793 Codice civile

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ROBERTO . R. chiede
mercoledì 11/09/2019 - Lazio
“Un'Associazione sportiva ha ricevuto con atto di donazione un'impianto sportivo nel giugno 1979. Nell'atto ci sono due condizioni:
1) Richiedere il Riconoscimento Giuridico alla Prefettura (richiesta effettuata)
2) Ottenimento entro 10 anni dalla donazione (1989) del Riconoscimento Giuridico ai sensi dell'art.786 c.c.
e un impegno (non condizione) a mantenere l'attività sportiva senza scopo di lucro.
Passati i 10 anni non c'è stato il Riconoscimento.(Problema nazionale)
Nessuno dei donanti ha rivendicato la restituzione per inefficacia della donazione e l'Associazione ha proseguito nel pieno possesso dell'impianto donato a tutt'oggi 2019
.
Nell'anno 2000 con la Legge 192 c'è stata l'abrogazione della condizione prevista dall'art.786 relativo al riconoscimento giuridico con applicazione retroattiva di tutte le donazioni che prevedevano il predetto art. c.c..
Si chiede di sapere se:
- il Titolo di Proprietà e da ritenersi valido come ATTO DI DONAZIONE
- un possibile acquirente rischia qualcosa ?

Inoltre nel frattempo il terreno dell'impianto è stato inserito nel Piano regolatore edificabile con possibilità di sviluppo edilizio Residenziale e non residenziale (centro Sportivo) e l'Associazione ha presentato un Progetto
che riduce il Campo di Calcio prevedendo abitazioni e ampliando e migliorando l'attività sportiva inserendo nel Nuovo Progetto di attività sportiva Piscina,Palestra,ecc.
si chiede sapere se:
- l'impegno morale "di mantenere attività sportiva" possa creare problemi nella riduzione del terreno x attività sportiva ma di contro un incremento delle discipline sportive che si intendono realizzare con la vendita della parte residenziale.”
Consulenza legale i 16/09/2019
L’art. 782 del codice civile stabilisce quali debbano essere i requisiti di forma dell’atto di donazione.
Tra questi, vi è l’accettazione da parte del donatario (l’associazione sportiva, nel nostro caso).
Come ha osservato la Suprema Corte con sentenza n. 7821/2015 “in base all'espresso disposto dell'art. 782 c.c., comma 2, l'accettazione della donazione può essere fatta nello stesso atto pubblico della donazione, ovvero con atto pubblico posteriore, nel qual caso la donazione può ritenersi perfezionata solo nel momento in cui l'accettazione del donatario è notificata al donante.” Nella medesima pronuncia, è stato altresì evidenziato che: “secondo la giurisprudenza, per stabilire se in conseguenza di una convenzione (anche se nulla per difetto di requisiti di forma) con la quale un soggetto riceve da un altro il godimento di un immobile si abbia un possesso idoneo all'usucapione, ovvero una mera detenzione, occorre fare riferimento all'elemento psicologico del soggetto stesso ed a tal fine stabilire se la convenzione sia un contratto ad effetti reali od uno ad effetti obbligatori, in quanto solo nel primo caso il negozio è idoneo a determinare l'"animus possidendi" nell'indicato soggetto (Cass. 11-6- 2010 n. 14092; Cass. 6-8-2004 n. 15145; Cass. 27-1-1983 n. 741). In applicazione di tali principi, in particolare, è stato affermato che l'atto di donazione nullo, in quanto privo della forma richiesta dalla legge (art. 782 c.c.), costituisce, dal punto di vista materiale - che è l'unico che può essere considerato a tal fine -, fatto certamente idoneo a trasferire o costituire in favore del donatario il possesso del bene, atteso che con la sua accettazione questi manifesta univocamente la propria intenzione di considerarsi proprietario”.

Orbene, nella presente vicenda, l’atto di donazione del 1979 appare essere un contratto sia valido che efficace.
E’ valido in quanto in quanto presenta tutti i requisiti formali richiesti dalla legge (art. 782 c.c.): la forma dell’atto pubblico, l’accettazione del donatario (l’associazione sportiva) e l’assenza di una revocazione della donazione.
E’ efficace alla luce dell’abrogazione dell’art. 786 c.c. in quanto, come espressamente previsto dall’art. 1 della L.192/2000, essa si applica “ anche alle acquisizioni deliberate o verificatesi in data anteriore a quella di entrata in vigore della legge”.
Inoltre, l’atto pubblico ha anche i requisiti relativi alla pubblicità essendo stato regolarmente trascritto.

Dunque, la risposta alla prima domanda in merito alla validità dell’atto deve intendersi affermativa.
In ogni caso, pour parler, anche volendo ipotizzare una qualche invalidità dell’atto di donazione, alla luce della costante giurisprudenza sopra richiamata esso costituirebbe comunque titolo idoneo ai fini dell’acquisto per usucapione. Ne consegue che un possibile acquirente, sotto questo profilo, non rischia nulla.

Con riguardo invece all’ultima domanda contenuta nel quesito in merito all'impegno morale "di mantenere attività sportiva" , si osserva quanto segue.

Nell’atto di donazione è specificato espressamente l’onere per il donatarioche sul fondo donato continui a svolgersi attività sportiva, senza perseguire fini di lucro”.
Si tratta quindi di una donazione modale ai sensi dell’art. 793 c.c.
La Corte di Cassazione con sentenza n.9330/2011 ha evidenziato che: “In una donazione lo spirito remuneratorio non è incompatibile con l'apposizione di un modus. In caso di inadempimento dell'onere la donazione sarà, quindi, risolubile.” Tuttavia, il predetto articolo 793 c.c. prevede espressamente che “la risoluzione per inadempimento dell'onere, se preveduta nell'atto di donazione, può essere domandata dal donante o dai suoi eredi”.
Nell’atto di donazione in questione, non è presente alcuna clausola risolutiva in tal senso.
E anche laddove voglia intendersi che tale risoluzione sia implicita, occorre tenere presente che comunque sarebbe necessario un accertamento del giudice di merito che valuti l’importanza o meno dell’inadempimento.
Su tale aspetto, la Suprema Corte con sentenza n. 14120/2014 ha infatti evidenziato che: “resta ferma la necessità che il suo inadempimento, per poter comportare la risoluzione, non abbia scarsa importanza: è significativo che l'art. 793 c.c. consente al donante o ai suoi eredi di “domandare” la risoluzione per inadempimento dell'onere, se preveduta nell'atto di liberalità, con terminologia analoga a quella utilizzata per l'azione costitutiva nell'art. 1453 c.c., senza disporre in ordine alla risoluzione stabilita dall'art. 1456 c.c. come effetto “di diritto”, oggetto quindi di sentenza di accoglimento di domanda di semplice accertamento.”.
Ciò significa, appunto, che non potrebbe in ogni caso operare una risoluzione di diritto dell’atto di donazione.

Ciò posto, a parere di chi scrive, la circostanza che l’Associazione abbia presentato un progetto che riduce il campo di calcio prevedendo abitazioni potrebbe in astratto costituire un inadempimento dell’onere.
Tuttavia, non essendo prevista la risoluzione della donazione in caso di mancato rispetto di tale onere, si ritiene che essa non possa essere richiesta.
In ogni caso, come sopra evidenziato, non potrebbe comunque aversi una risoluzione di diritto ma dovrebbe essere oggetto di accertamento in sede giudiziale.
In definitiva, in risposta alla domanda contenuta nel quesito, l’onere di mantenere l’attività sportiva non appare possa “creare problemi” alla realizzazione dei progetti descritti. Chiaro che non può essere escluso al 100% il rischio di azione giudiziale.

A. P. chiede
mercoledì 20/02/2019 - Puglia
“Mi è stata revocata una donazione modale nei 3 gradi di giudizio. La sentenza di Cassazione è del dicembre scorso. Ero molto fiducioso, unitamente ai due legali che hanno gestito i 3 gradi, ma le ns/ ragioni non sono state considerate. Vi chiedo se l'errore è all'origine dell'atto pubblico (del notaio) o se posso chiedere il risarcimento spese al donante (ora all'erede in quanto deceduta). In atto il notaio identifica le parti " il donante pensionata e il donatario dipendente" (bancario ora in pensione). In atto pone come onere di prestare ogni assistenza e cura, anche in caso di malattia all'uopo occorrenti e precisamente ad assisterla di giorno e di notte e provvedere al suo sostentamento con somministrazione del vitto, alla sua pulizia, al suo vestiario, alle cure mediche e ai medicinali, all'alloggio e alle sue eventuali spese funerarie. Ovviamente è un onere a cui non potevo attendere perchè ero un lavoratore dipendente con una famiglia a carico. Al notaio posi questa obiezione ma mi rispose che è una frase di rito. Ancora vorrei chiedervi se posso avviare giudizialmente una richiesta di risarcimento spese per aver provveduto alla cura della sua persona per ca. 3 anni con personale. Spese che ho presentato in I° grado ma che non sono state considerate dal giudice mentre nella sentenza recita "il modus riportato in forma scritta non può essere modificato se non in altrettanta forma scritta. Ma la donante sapeva perfettamente la mia condizione in quanto bancario in una filiale a pochi metri da casa sua e ha voluto e gradito l'assistenza di persone che aveva precedentemente pagato e dopo la donazione riceveva gratis . Grazie e saluti.”
Consulenza legale i 01/03/2019
La donazione modale, cioè gravata da un onere, è disciplinata dall’art. 793 c.c.
Secondo tale norma, il donatario è tenuto all'adempimento dell'onere entro i limiti del valore della cosa donata.
La risoluzione per inadempimento dell'onere, se preveduta nell'atto di donazione, può essere domandata dal donante o dai suoi eredi.
Ciò significa che la sola previsione dell’onere non è sufficiente a chiedere la risoluzione del contratto: è necessario cioè che l’atto preveda espressamente che, in caso di inadempimento dell’onere, il contratto venga risolto.
Sul punto, la Corte di Cassazione ha sottolineato che: “In caso di donazione gravata da un onere modale che si concreti in una prestazione vitalizia di assistenza in favore del donante, spetta a costui, se agisca per l'adempimento dell'onere, provare la misura complessiva della prestazione dovuta dal donatario, contenuta, ai sensi dell'art. 793, comma 2, c.c., nei limiti del valore del bene donato; il donatario può limitarsi a sostenere di avere già esattamente adempiuto l'onere, in quanto l'assistenza prestata superava il valore del bene ricevuto in donazione”(Cass. civ. Sez. II, 26/01/2000, n. 865).

Inoltre, occorre sottolineare che l’onere non deve avere la natura di corrispettivo. Ciò significa che la causa della donazione, infatti, resta sempre la liberalità.
Sul punto la Suprema Corte ha ribadito che: “In materia di donazione modale, l'imposizione di un onere in capo al donante - sebbene non presenti natura di corrispettivo, trasformando il titolo dell'attribuzione da gratuito in oneroso - comporta una diminuzione di valore della donazione stessa, incidendo sull'ammontare del trasferimento patrimoniale” (Cass. civ. Sez. II Sent., 07/04/2015, n. 6925).

Ciò posto, nell’atto di donazione in esame è previsto espressamente che il mancato puntuale adempimento dell’onere comporta la risoluzione del contratto.
Da questo punto di vista, quindi, è stato legittimo richiedere la risoluzione per mancato adempimento dell’onere.
Come ha osservato la Suprema Corte “se nell'atto di donazione di un immobile viene apposta specifica clausola di risoluzione nel caso in cui i donatari non provvedano ad assistere i donanti per tutta la loro vita e a sostenere le spese per i loro funerali, il solo inadempimento di una di tali obbligazioni comporta la risoluzione del contratto” (Cass. 9330/2011).

Ciò premesso, esaminate anche le sentenze trasmesse, si osserva quanto segue.
Nella sentenza di primo grado, risulta che non vi sarebbe stata prova dell’adempimento da parte del donatario.
Quanto al dedotto accordo di corrispondere l’importo di euro 1200, esso doveva risultare da un atto pubblico. Tale ragionamento del tribunale appare corretto in quanto per modificare un atto pubblico come la donazione occorre un altro atto che abbia i medesimi requisti formali.
Inoltre, dalla medesima sentenza risulta che tale corresponsione mensile sarebbe stata anche rifiutata dalla donante.
La Corte d’Appello, del resto, conferma la pronuncia di primo grado evidenziando la gravità dell’inadempimento e la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso.

L’accertamento quindi sul mancato rispetto dell’onere previsto nel contratto di donazione è dunque ormai definitivo e inoppugnabile.

Sulla base delle predette osservazioni, con riguardo alla domanda se possa essere azionata una causa di rimborso delle spese sostenute, si ritiene che non ve ne siano i presupposti di legge in quanto le spese - se ed in quanto provate - erano state sostenute per adempiere all’onere previsto nel contratto di donazione.
Del resto, lo stesso art. 793 c.c. al secondo comma prevede che il donatario è tenuto all'adempimento dell'onere entro i limiti del valore della cosa donata.
In sostanza, a parere di chi scrive, appare giuridicamente infondata una azione civile che voglia chiedere un rimborso per delle spese sostenute con riguardo all’adempimento di un obbligo previsto in un contratto, in quanto si vorrebbe chiedere il rimborso di una spesa sostenuta adempiendo in modo non corretto ad una obbligazione.
In ogni caso, anche volendo ipotizzare per assurdo che si possa intentare una tale causa civile, visto il periodo di riferimento, la stessa dovrebbe intendersi preclusa dalla prescrizione decennale (art. 2946 c.c.) visto che i fatti risalgono al 2006 (e comunque non oltre il 2007, anno di iscrizione a ruolo della causa di revocazione della donazione).

Inoltre, non appare possibile nemmeno una impugnazione del contratto di donazione viziato da errore (derivante dall’affermazione del notaio in merito all’onere che sarebbe stato una mera “frase di rito”).
Infatti, ammesso che ciò possa essere dimostrato in un giudizio e che lo si voglia intendere un errore essenziale ai sensi dell’art. 1429 c.c., anche qui sarebbe comunque intervenuta la prescrizione, peraltro più breve (cinque anni) di cui all’art. 1442 c.c.
E poi, in tal caso, l’azione sarebbe anche inammissibile per violazione del principio del “ne bis in idem” di cui all’art. 2909 c.c. secondo cui il giudicato copre il dedotto e il deducibile:
Può ritenersi formato un giudicato implicito tutte le volte in cui tra la questione risolta espressamente e quella risolta implicitamente sussista un rapporto indissolubile di dipendenza, nel senso che l’accertamento contenuto nella motivazione della sentenza cade su questioni che si presentano come necessaria premessa o il presupposto logico e giuridico della decisione, coprendo il dedotto e il deducibile, e cioè non semplicemente le questioni fatte valere in giudizio, ma anche tutte le altre che si caratterizzano per la loro inerenza ai fatti costitutivi delle domande o eccezioni dedotti in giudizio” (Cass.14055/2017).

In definitiva, le risposte alle domande contenute nel quesito devono intendersi tutte negative.

ANTONIO chiede
giovedì 03/10/2013 - Puglia
“Faccio riferimento alla Vs/ risposta del 26/11/2012 (quesito n° 7093) nel quale vi chiedevo: in caso di decesso della donante (nubile) il possesso e quindi il godimento dei beni sarebbe mio fino a sentenza passata in giudicato o degli eredi legittimi?.
La situazione ad oggi: la donante è deceduta e il procedimento è nella fase di appello che si terrà nel 2014.
Mi sono presentato a casa della defunta avanzando i miei diritti ma sono stato messo alla porta da un nipote (a suo dire unico erede) il quale mi ha denunciato per esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alle persone (art. 393 cp). Ci sono anche 2 locali commerciali dati in fitto e per questo ho fatto le racc. ai locatari affinchè mi riconoscano il fitto.
Vi chiedo come comportarmi per venire in possesso della casa, considerando che l'arredo è certamente dell'erede.”
Consulenza legale i 10/10/2013
Premesso che la fase in cui versa attualmente la controversia richiede l'intervento di un legale, in particolare per gestire il rapporto con gli eredi della donante (è sconsigliabile in questo momento agire senza l'assistenza di un avvocato), è possibile in questa sede fornire solo alcuni chiarimenti.

Come già anticipato nella risposta al quesito n. 7093, la donante, vittoriosa in primo grado, ha ottenuto il riconoscimento del suo diritto alla restituzione dell'immobile. Si tratta di un diritto che potrebbe essere già esercitato, in quanto la condanna alla restituzione si pone come effetto della sentenza riconducibile all'alveo degli effetti "esecutivi" della medesima. Il processo di cui faceva parte la defunta, proseguirà ora nei confronti degli eredi, che potranno far valere gli effetti esecutivi della sentenza pronunciata a favore della signora deceduta. Naturalmente la richiesta di restituzione è attualmente superflua in quanto il donatario non è nel possesso dei beni donati, di cui era usufruttuaria la donante.

Inoltre, il fatto che il ritrasferimento della proprietà non sia già richiedibile da parte degli eredi della donante e che esso avverrà solo dopo il passaggio in giudicato della eventuale sentenza che - in secondo o terzo grado - dovesse confermare quella del primo giudice, non deve indurre il donatario ad agire senza alcuna cautela.
Difatti, come già sottolineato, il temporaneo godimento della cosa da parte dell'una o dell'altra parte, in pendenza di giudizio, potrà essere oggetto di una richiesta di interessi, frutti e accessori, nonché di risarcimento dei danni, successivi alla sentenza di primo grado, ai sensi del primo comma dell'art. 345 del c.p.c.. Ad esempio, se il donatario ricevesse il pagamento dei canoni di locazione degli immobili donati, e poi risultasse soccombente in appello, gli eredi della donante avrebbero diritto a chiedere la restituzione dei canoni percepiti, trattandosi di frutti civili non percepiti dal legittimo proprietario dopo la sentenza di primo grado (Cass. civ., sez. III, 27.1.2003 n. 16089: "Poiché i canoni di locazione costituiscono frutti civili, è ammissibile in appello la domanda volta ad ottenere il pagamento dei canoni maturati dopo la sentenza impugnata").
Si capisce, quindi, che ogni azione nei confronti degli eredi della defunta, diretta a riottenere il possesso del bene, andrà attentamente valutata.

Una soluzione, in assenza di un auspicabile accordo tra le parti, potrebbe essere quella di chiedere un sequestro giudiziario ex art. 670 del c.p.c. sui beni oggetto di giudizio, rimedio cautelare volto ad evitare il pericolo che i beni di cui è controversa la proprietà subiscano deterioramenti, sottrazioni o alterazioni nel corso dello svolgimento del processo. Affinché si possa chiedere un sequestro giudiziario, è necessario che sussista il fumus boni iuris (cioè che chi chiede il sequestro abbia probabilità di successo nella causa in cui sostiene di essere proprietario del bene) e il periculum in mora (cioè il pericolo che il bene non possa essere poi rilasciato integro a colui che risulterà vittorioso in appello). Naturalmente, tali requisiti - ora solo brevemente richiamati - devono essere supportati da prove e solo un legale potrà fornire adeguata assistenza, dopo aver esaminato in maniera esaustiva i fatti e i documenti.

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