Brocardi.it - L'avvocato in un click! CHI SIAMO   CONSULENZA LEGALE

Articolo 1456 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n.262)

Clausola risolutiva espressa

Dispositivo dell'art. 1456 Codice civile

I contraenti possono convenire espressamente che il contratto si risolva nel caso che una determinata obbligazione non sia adempiuta secondo le modalità stabilite (1).
In questo caso, la risoluzione si verifica di diritto quando la parte interessata dichiara all'altra che intende valersi della clausola risolutiva [1457 2] (2).

Note

(1) L'obbligazione deve essere indicata in modo preciso e non generico proprio perchè la volontà delle parti si sostituisce al controllo del giudice in ordine alla gravità (1455 c.c.). Se, peraltro, sorgono contrasti tra le parti circa uno degli elementi costitutivi della fattispecie (ad esempio circa l'adempimento o meno, ovvero in ordine alla colpevolezza della parte), questi vengono demandati alla cognizione del giudice che decide con una sentenza accertativa e non costitutiva.
(2) La comunicazione, che produce i medesimi effetti di una sentenza giudiziale, è un atto unilaterale (1324 c.c.) recettizio (1334, 1335 c.c.).

Ratio Legis

Con la clausola in esame il legislatore dà alle parti uno strumento utile sia nel merito, in quanto la valutazione circa la gravità dell'inadempimento (1455 c.c.) è preventiva e rimessa alle parti stesse, sia sul piano procedurale, atteso che, in luogo dell'intero procedimento giudiziale, il meccanismo risolutorio opera con la sola comunicazione unilaterale.

Spiegazione dell'art. 1456 Codice civile

Anche questa clausola si risolve in una forma di autotutela privata, ammessa espressamente dall'ordinamento giuridico. Presupposti richiesti perché si abbia una vera e propria clausola risolutiva espressa. La vera funzione di una tale clausola apposta ai contratti con prestazioni corrispettive

Anche questa clausola si risolve in una forma di autotutela privata, ammessa espressamente dalla legge.

Qui il potere privato di risoluzione sorge da una convenzione delle parti.

Quanto ai presupposti per la risoluzione (sub art. 1453, n. 2), ha da ritenersi che, nel caso di clausola risolutiva espressa, non si richiede la gravità dell’inadempienza.

La clausola risolutiva espressa attribuisce il potere privato di risoluzione quando concorrano queste due condizioni:

a) sia stato specificatamente stabilito quali hanno da essere le prestazioni, e le loro relative modalità, la cui mancata esecuzione potrà dar luogo alla risoluzione;

b) risulti la volontà delle parti di fare operare la risoluzione non dalla sentenza del giudice, ma dalla volizione del creditore deluso: è necessario che risulti una tale volontà delle parti, non bastando il primo presupposto (sub a) della specifica determinazione di quei fatti che dovranno costituire causa di risoluzione, in quanto ciò potrebbe essere fatto al semplice scopo di convenire preventivarnente l'eliminazione di ogni futura discussione sulla gravità o meno dell'inadempimento).

In mancanza dei suddetti due presupposti, non potrà vedersi una vera e propria clausola risolutiva espressa, onde per la risoluzione del contratto ci si dovrà attenere al disposto degli articoli 1453, 1454, 1457.

La conclusione al riguardo è duplice:

1) basta che esista la precisa determinazione, fatta d' accordo tra i contraenti, delle obbligazioni, e della loro modalità di esecuzione, la cui violazione avrà da essere causa di risoluzione, perché non sia più dato al giudice - per quanto detta violazione possa essere di lieve importanza - di escludere la risoluzione stessa;

2) trattandosi di vera clausola risolutiva espressa, l’applicabilità dell'art. 1455 ha sempre da ritenersi esclusa per volontà delle parti, appunto perché tale crausola deve contenere necessariamente la specifica determinazione delle obbligazioni (e delle loro modalità di esecuzione) la cui violazione sarà causa di risoluzione e di conseguenza non conterà nulla che la violazione, così predeterminata dai contraenti stessi, possa non avere in sè alcun carattere di gravità. L'esattezza di queste conclusioni può vedersi confermata dalle stesse finalità cui tende la clausola espressa: l'utilità, di essa infatti non può essere che quella di fare sì che il creditore insoddisfatto sia sollecitamente liberato dalla propria obbligazione, o comunque possa riavere la disponibilità della propria prestazione, evitando le lungaggini, le discussioni e i necessari accertamenti che sono propri della risoluzione giudiziale. Pare di poter affermare nettamente che, con la vera e propria clausola risolutiva espressa, l'intento delle parti è quello, e solo quello, di sostituire il proprio sovrano apprezzamento a quello del giudice circa l'opportunità della risoluzione: se non fosse così non si potrebbe altrimenti capire perché le parti abbiano apposta al contratto una espressa clausola risolutiva.


La clausola risolutiva espressa differisce nettamente dalla condizione risolutiva ex art. 1353

La risoluzione, nel caso di clausola espressa, non avviene però ex re.

A questo proposito, si deve subito escludere che detta clausola significhi apposizione al contratto di una vera e propria condizione risolutiva. Infatti:

a) la risoluzione ex art. 1456 non si verifica per il fatto del semplice inadempimento di un contraente; occorre anche una dichiarazione in questo senso da parte dell'altro contraente, dichiarazione che non può configurarsi come semplice dichiarazione esplicativa di una risoluzione già avvenuta;

b) la risoluzione ex art. 1456 non ha efficacia retroattiva reale (art. 1458): si cfr. invece l’art. 1360; e anche nei contratti ad esecuzione continuata o periodica non intacca mai la stabilità delle prestazioni già eseguite, mentre nella condizione vera e propria è ammesso per tale ipotesi il patto contrario (1360).

Bisogna dunque escludere senz'altro che con il patto commissorio le parti abbiano creato quella stretta subordinazione tra l'evento (inadempimento) e l'efficacia del patto stesso che è propria della condizione risolutiva.


Costruzione giuridica di detta clausola

Dunque, è necessario che il creditore deluso dichiari all'inadempiente che esso intende avvalersi, e che si avvale, del potere di risoluzione.

Questo perchè il creditore potrebbe avere interesse all'adempimento dell'obbligazione nonostante l'inadempimento del debitore: si deve quindi dire che, nonostante l'inadempimento, la risoluzione avviene solo se così vuole il creditore.

Deve aggiungersi che mentre la domanda di adempimento non pre­clude la possibilità di far valere successivamente il potere di risoluzione, non può invece assolutamente chiedersi l'adempimento quando si sia chiesta la risoluzione in quanto che questa avviene automaticamente al momento di quella richiesta (1456).

La clausola risolutiva espressa può essere così costruita: si tratta di un negozio giuridico che attribuisce al creditore deluso un potere privato di risoluzione, potere che avrà da esercitarsi mediante una dichiarazione unilaterale di volontà diretta all'inadempiente. La risoluzione pertanto è da collegarsi, non alla volontà espressa dai contraenti nel patto commissorio, bensì alla volontà unilaterale del contraente deluso ex art. 1456.

Dal patto commissorio deriva solo il potere di risoluzione a favore del creditore insoddisfatto, potere che appunto si esercita mediante la dichiarazione unilaterale sopradetta.

Tale dichiarazione quindi assume la struttura di un negozio giuridico unilaterale, con funzione costitutiva, in quanto è ad esso che la legge ricollega direttamente la risoluzione del contratto.

Si tratta di una dichiarazione recettizia, e non è prescritto aIcun termine di decadenza entro il quale la dichiarazione deve essere fatta al debitore inadempiente.


Momento in cui opera la risoluzione

La risoluzione opera con lo stesso meccanismo che si è visto a proposito della risoluzione giudiziale.

Essa opera automaticamente, al momento della dichiarazione fatta dal contraente deluso (1456), più precisamente, trattandosi di dichiarazione unilaterale recettizia, al momento in cui questa perviene a conoscenza del destinatario (1334). Sino a detto momento quella dichiarazione è revocabile purché la revoca giunga a conoscenza del destinatario prima della dichiarazione di risoluzione (arg. 1328), e sino a quel momento è ammissibile l'adempimento da parte del debitore. E’ vero che, sebbene il termine concorra a determinare il valore della prestazione, onde l'inosservanza di esso altera quel valore, tuttavia la prestazione tardiva si considera ugualmente valida purché si ripari alla mora con il pagamento dei danni (modifica oggettiva del rapporto obbligatorio); ma è altrettanto vero che, dopo il momento in cui la dichiarazione ex art. 1456 è pervenuta a conoscenza dell'inadempiente, a questi non può più assolutamente essere data la possibilità di adempiere — onde il giudice non potrebbe affatto ritenere per buona l'esecuzione compiuta dopo tale momento — non tanto perché qui non è più il giudice che opera la risoluzione, dovendo egli limitarsi a dichiarare la risoluzione già avvenuta, ma perché da quel momento il contratto è ormai risolto.


Requisito richiesto perché la risoluzione sia opponibile ai terzi

Sempre che si tratti di contratto che rientri in una delle categorie di cui all'art. 2643, affinché la risoluzione abbia efficacia di fronte ai terzi che ancora non abbiano trascritto il loro acquisto (arg. 2651, 2652 n. 1, 1458), sarà necessaria la trascrizione di un atto, posto in essere dalle parti, con il quale sia accertata la risoluzione stessa (2657), o, in mancanza, di una sentenza dichiarativa della risoluzione.

Relazione al Libro delle Obbligazioni

(Relazione del Guardasigilli al Progetto Ministeriale - Libro delle Obbligazioni 1941)

234 Altre ipotesi di risoluzione di diritto si hanno per la forza del patto commissorio espresso o del termine essenziale.
235 La prima fattispecie è prevista nell'art. 257, dove anzitutto si precisa che il patto commissorio espresso è una convenzione che commina la risoluzione del contratto nel caso in cui restino inadempiute determinate obbligazioni.
Insisto sulla parola "determinate" perché essa segnala la mia adesione alla giusta tendenza che considera pura e semplice riproduzione della c.d. clausola risolutiva tacita il patto per cui qualsiasi inadempienza è causa di risoluzione del contratto. La clausola risolutiva espressa deve avere, quindi, un contenuto specifico, e riferirsi alla inadempienza di una o più obbligazioni tassativamente indicate.
A mio avviso, però, potendo il creditore avere interesse alla esecuzione del contratto anche dopo l'inadempimento considerato nel patto commissorio espresso, questo inadempimento non deve produrre di per sé la risoluzione. Perciò ho previsto che la parte che voglia avvalersi della clausola risolutiva espressa, deve dichiararlo all'altra.

Massime relative all'art. 1456 Codice civile

Cass. n. 4796/2016

La clausola risolutiva espressa presuppone che le parti abbiano previsto la risoluzione di diritto del contratto per effetto dell'inadempimento di una o più obbligazioni specificamente determinate, sicché la clausola che attribuisca ad uno dei contraenti la facoltà di dichiarare risolto il contratto per "gravi e reiterate violazioni" dell'altro contraente "a tutti gli obblighi" da esso discendenti va ritenuta nulla per indeterminatezza dell'oggetto, in quanto detta locuzione nulla aggiunge in termini di determinazione delle obbligazioni il cui inadempimento può dar luogo alla risoluzione del contratto e rimette in via esclusiva ad una delle parti la valutazione dell'importanza dell'inadempimento dell'altra.

Cass. n. 9488/2013

L'azione di risoluzione del contratto ex art. 1456 cod. civ. tende ad una pronuncia di mero accertamento dell'avvenuta risoluzione di diritto a seguito dell'inadempimento di una delle parti previsto come determinante per la sorte del rapporto, in conseguenza dell'esplicita dichiarazione dell'altra parte di volersi avvalere della clausola risolutiva espressa, differendo tale azione da quella ordinaria di risoluzione per inadempimento per colpa ex art. 1453 cod. civ., che ha natura costitutiva. Ne consegue che, in caso di fallimento del locatario, l'effetto risolutivo del contratto (nella specie, di locazione finanziaria) deve ritenersi già verificato ove la volontà di avvalersi della clausola risolutiva espressa sia stata comunicata anteriormente alla data della sentenza di fallimento, spettando il relativo accertamento al giudice delegato in sede di verifica dello stato passivo.

Cass. n. 13248/2010

Nelle locazioni di immobili ad uso diverso dall'abitazione, alle quali non si applica la disci­plina di cui all'art. 55 della legge 27 luglio 1978, n. 392, l'offerta o il pagamento del canone (che, se effettuati dopo l'intimazione di sfratto, non consentono l'emissione, ai sensi dell'art. 665 c.p.c., del provvedimento interinale di rilascio con riserva delle eccezioni, per l'insussistenza della persistente morosità di cui all'art. 663, terzo comma, c.p.c.), nel giudizio susseguente a cognizione piena, non comportano l'inoperatività della clausola risolutiva espressa, in quanto, ai sensi dell'art. 1453, terzo comma, c.c., dalla data della domanda - che è quella già avanzata ex art. 657 c.p.c. con 1'intimazione di sfratto, introduttiva della causa di risoluzione del contratto - il conduttore non può più adempiere.

Cass. n. 26508/2009

In tema di risoluzione dei contratti, una volta che la parte interessata, in modo esplicito e inequivoco, non invochi, nella comunicazione inviata alla controparte, la facoltà di avvalersi della clausola risolutiva espressa nel contratto vincolante e vigente tra le parti, la successiva di­chiarazione di avvalersi di essa, espressa in rela­zione all'inadempimento del conduttore, non ha più alcuna rilevanza, anche se contenuta nell'atto introduttivo del giudizio per la risoluzione.

Cass. n. 16993/2007

In tema di risoluzione dei contratti, costitui­sce rinuncia all'effetto risolutivo il comportamen­to del contraente che, dopo essersi avvalso della clausola risolutiva espressa, manifesti in modo inequivoco l'interesse alla tardiva esecuzione del contratto.

Cass. n. 2553/2007

La clausola risolutiva espressa non compor­ta automaticamente lo scioglimento del contratto a seguito del previsto inadempimento, essendo sempre necessario, per l'articolo 1218 c.c., l'accer­tamento dell'imputabilità dell'inadempimento al debitore almeno a titolo di colpa.

Cass. n. 15026/2005

In tema di clausola risolutiva espressa, la tolleranza della parte creditrice, che si può estrinsecare tanto in un comportamento nega­tivo, quanto in uno positivo (accettazione di un pagamento parziale o tardivo), non determina l'eliminazione della clausola per modificazione della disciplina contrattuale, né è sufficiente ad integrare una tacita rinuncia ad avvalersene, ove la parte creditrice contestualmente o successiva­mente all'atto di tolleranza manifesti l'intenzione di avvalersi della clausola in caso di ulteriore protrazione dell'inadempimento; la tolleranza può invece incidere sulla posizione soggettiva del debitore, escludendone la colpa, specialmente ove si accompagni ad una regolamentazione pattizia degli interessi prevista proprio per i ritardi nei pagamenti. (Fattispecie relativa a mancato paga­mento di canoni di contratto di leasing nonostante solleciti di pagamento).

Cass. n. 167/2005

La clausola risolutiva espressa può essere fatta valere in via di azione o di eccezione: nel primo caso, ove accerti la ricorrenza delle condi­zioni richieste, il giudice è tenuto a pronunziare la risoluzione; nel secondo, deve invece limitarsi a rigettare la domanda in relazione alla quale l'eccezione risulta proposta.

Cass. n. 10935/2003

In tema di contratti, la clausola risolutiva espressa attribuisce al contraente il diritto pote­stativo di ottenere la risoluzione del contratto per l'inadempimento di controparte senza doverne provare l'importanza e la risoluzione del con­tratto per il verificarsi del fatto considerato, come in genere la risoluzione per inadempimento, non può dunque essere pronunciata d'ufficio, ma solo se la parte nel cui interesse la clausola è stata inserita nel contratto dichiari di volersene avvalere. Differentemente, la risoluzione consensuale, o la sopravvenuta impossibilità della prestazione, che determinano automaticamente il venir meno del contratto, rappresentando fatti oggettivamente estintivi dei diritti nascenti da esso, possono es­sere accertati d'ufficio dal giudice.

Cass. n. 7178/2002

La risoluzione di diritto di un contratto non opera automaticamente per effetto del mero inadempimento di una delle parti, ma nel mo­mento in cui il contraente nel cui interesse è stata pattuita la clausola risolutiva comunica all'altro contraente l'intenzione di volersene avvalere con manifestazione che, in assenza di espressa previ­sione formale, può essere consacrata anche in un atto giudiziale. Da ciò consegue, fra l'altro, che, nell'ipotesi in cui la domanda, tesa ad accertare detta condizione risolutiva, sia formulata; con ri­guardo all'inadempimento del contraente il quale sia stato dichiarato fallito, attraverso la domanda di ammissione del relativo credito allo stato pas­sivo fallimentare, la relativa azione soggiace alla regola del concorso formale sancita nell'art. 51 della legge fallimentare, e deve essere dichiarata improponibile.

Cass. n. 9356/2000

La risoluzione di diritto del contratto conse­guente all'applicazione di una clausola risolutiva espressa postula non soltanto la sussistenza, ma anche l'imputabilità dell'inadempimento, in quan­to la pattuizione di tale modalità di scioglimento dal contratto, pur eliminando ogni necessità di indagine in ordine all'importanza dell'inadempi­mento, non incide, per converso, sugli altri prin­cipi regolatori dell'istituto della risoluzione, né, in particolare, configura un'ipotesi di responsabilità senza colpa, onde, difettando il requisito della colpevolezza dell'inadempimento, la risoluzione non si verifica né, di conseguenza, può in alcun modo essere legittimamente pronunciata.

Cass. n. 5455/1997

L'operatività della clausola risolutiva espres­sa viene meno in conseguenza della rinunzia della parte interessata ad avvalersene, ma, qualora si deduca la rinunzia tacita ? che è pur sempre un atto di volontà abdicativa, ancorché non manifestato espressamente, bensì mediante comporta­menti incompatibili con la conservazione del di­ritto ? l'indagine del giudice volta ad accertarne l'esistenza, implicando la risoluzione di una que­stio voluntatis, deve essere condotta in modo che non risulti alcun ragionevole dubbio sull'effettiva intenzione del preteso rinunziante. La tolleranza dell'avente diritto ? che può estrinsecarsi sia in un comportamento negativo (mancata comu­nicazione della dichiarazione di avvalersi della clausola subito dopo l'inadempimento), che in un comportamento positivo (accettazione di un adempimento parziale) ? non costituisce di per sé prova di rinunzia tacita, ove non risulti deter­minata dalla volontà di non più avvalersi della clausola, ma da altri motivi, e il giudice, qualora accerti che non è configurabile una rinunzia ta­cita ma solo un comportamento tollerante, non può attribuire ad esso alcuna rilevanza giuridica ai fini della inoperatività della clausola risolutiva.

Cass. n. 4369/1997

La stipulazione di una clausola risolutiva espressa non significa che il contratto possa es­sere risolto solo nei casi espressamente previsti dalle parti, rimanendo fermo il principio per cui ogni inadempimento di non scarsa rilevanza può giustificare la risoluzione del contratto, con l'unica differenza che, per i casi già previsti dalle parti nel­la clausola risolutiva espressa, la gravità dell'ina­dempimento non deve essere valutata dal giudice.

Cass. n. 5436/1995

In tema di clausola risolutiva espressa, la dichiarazione del creditore della prestazione ina­dempiuta di avvalersi della risoluzione di diritto (art. 1456, secondo comma, c.c.) non deve essere necessariamente contenuta in un atto stragiudi­ziale precedente alla lite, ma può manifestarsi, per la prima volta, pure nel corso del giudizio, o nell'atto introduttivo di quest'ultimo, anche se nullo.

Cass. n. 4911/1995

La dichiarazione di volersi avvalere della clausola risolutiva espressa (art. 1456, comma 2, c.c.) può essere resa, senza necessità di formule rituali, anche in maniera implicita, purché ine­quivocabile, pure nell'atto di citazione in giudizio per la risoluzione del contratto o in atti giudiziari equipollenti, ma non può, in nessun, caso, avere effetto se la controparte ha già adempiuto alle proprie obbligazioni contrattuali, anche se ciò è avvenuto oltre i termini previsti nel contratto per l'adempimento, atteso che fino a quando il cre­ditore non dichiari di volersi avvalere della detta clausola il debitore può adempiere, seppure tardi­vamente, la sua obbligazione.

Cass. n. 1029/1993

Quando la risoluzione del contratto si verifica di diritto a seguito della dichiarazione del creditore di volersi avvalere della clausola risolutiva espressa (art. 1456 c.c.), la valutazione dell'incidenza dell'inadempimento sull'intero contratto è stata già compiuta dalle parti, la cui autonomia privata ha instaurato il collegamen­to tra singoli inadempimenti considerati nella clausola e risoluzione dell'intero contratto, con la conseguenza che tale collegamento non può più essere contestato né ai fini dell'accertamento giudiziale sull'avvenuta risoluzione, né agli effetti del risarcimento del danno, che va ricondotto al venire meno dell'intero contratto e non limitato al singolo inadempimento considerato nella clauso­la risolutiva espressa. Tantomeno, per pervenire ad una risoluzione dei danni risarcibili, può es­sere invocato l'art. 1227 c.c., in quanto, poiché la legge riconosce al contraente adempiente il pote­re di provocare la risoluzione del contratto, non può nella stessa condotta essere ravvisato un fatto colposo, ovvero il mancato impiego dell'ordinaria diligenza.

Cass. n. 90/1991

Il creditore che si sia avvalso della clausola risolutiva espressa può rinunciare tacitamente all'effetto risolutivo qualora osservi un compor­tamento inequivoco, che sia chiaramente incom­patibile con la volontà di avvalersi di tale effetto; siffatto inequivoco comportamento, peraltro, non può ravvisarsi nell'ipotesi in cui, avvenuta la risoluzione di diritto del contratto, il locatore che ha instaurato il giudizio per il rilascio dell'im­mobile locato riceva, pur senza espresse riserve, il pagamento del debito scaduto ? che non cessa di essere dovuto ? nonché degli ulteriori canoni maturati nel corso del giudizio, che il condutto­re in mora nella restituzione delle cose locate è comunque tenuto a corrispondere in forza del disposto dell'art. 1591 c.c.

La tolleranza del locatore nel ricevere il canone oltre il termine stabilito rende inoperante la clausola risolutiva espressa prevista in un con­tratto di locazione, quando essa si sia consolidata attraverso un comportamento abituale; la clauso­la riprende, peraltro, la sua efficacia se il credi­tore, che non intende rinunciare ad avvalersene, provveda, successivamente al suo precedente comportamento contrario al mantenimento in vita di detta clausola, con una nuova manifesta­zione di volontà, a richiamare il debitore all'esatto adempimento delle sue obbligazioni.

Cass. n. 4058/1989

In tema di clausola risolutiva espressa, la sua rinuncia tacita da parte del creditore costitui­sce atto di volontà abdicativa, ancorché la volontà stessa venga manifestata, anziché espressamente, mediante comportamenti incompatibili con la conservazione del diritto. Ne consegue che l'inda­gine del giudice diretta ad accertarne l'esistenza, implicando sostanzialmente la risoluzione di una quaestio voluntatis, deve essere effettuata in modo che non residui alcun ragionevole dubbio sulla effettiva intenzione dell'asserito rinunzian­te.

Cass. n. 6827/1983

Per la configurabilità della clausola riso­lutiva espressa, le parti devono avere previsto la risoluzione del contratto come conseguenza dell'inadempimento di una o più obbligazioni specificamente determinate, mentre costituisce clausola di stile quella redatta con generico ri­ferimento alla violazione di tutte le obbligazioni contenute nel contralto nulla aggiungendo tale clausola alle norme generali di cui agli artt. 1453 e 1455 c.c. Ove, pertanto, le parti abbiano con­venuto la clausola risolutiva espressa con riferi­mento a determinate obbligazioni, il successivo generico riferimento a tutte le altre obbligazioni contrattuali non è idoneo a far venir meno quella qualifica, non rivelando tale riferimento di per sé solo la comune intenzione delle parti di negare valore e significato alla precedente sua specifica­zione.

Cass. n. 5640/1983

Le fattispecie previste rispettivamente da­gli artt. 1456 c.c. («clausola risolutiva espressa») e 1457 c.c. («termine essenziale per una delle parti») sebbene affini, riguardando entrambe la risoluzione di diritto, per inadempimento, del contratto con prestazioni corrispettive, presenta­no tuttavia propri e differenti presupposti di fatto, tra cui il diverso atteggiarsi della volontà della parte interessata al momento dell'inadempimento dell'altra, l'effetto risolutivo verificandosi — nella prima — con la dichiarazione dell'intenzione di avvalersi della facoltà potestativa attribuitale dalla legge e — nella seconda — con lo spirare di tre giorni a partire dalla scadenza del termine senza che essa abbia dichiarato all'altra di volere l'esecuzione — ne consegue che, invocata in giu­dizio l'applicabilità di un termine essenziale rela­tivamente ad una data prestazione (nella specie, stipulazione del contratto definitivo), non può de­dursi per la prima volta nel giudizio di legittimità la configurabilità nella relativa pattuizione di una clausola risolutiva espressa.

Cass. n. 817/1983

La clausola risolutiva espressa opera non già in via automatica ed indipendentemente dalla richiesta che il contraente faccia dichiarando di volersene avvalere, bensì in conseguenza di tale richiesta la quale, come preclude la possibilità del pagamento, ormai tardivo, così, per la stessa struttura e finalità della pattuizione, non può più essere effettuata una volta ricevuto il pagamento. Pertanto, nel caso di regolamento cambiario del rapporto, il creditore, per far valere la clausola risolutiva, deve dedurre l'azione causale — subor­dinata (art. 66 legge cambiaria) alla condicio iuris della mancanza di accettazione o di pagamento e all'offerta (al debitore, in restituzione) della cambiale, con deposito presso la cancelleria del giudice — con la conseguenza che tale azione non può essere dedotta in difetto di produzione della cambiale ed il pagamento della stessa ancorché tardivo, nelle mani del terzo, ovviamente preclu­de tale possibilità.

Cass. n. 3575/1975

Ove la parte che chiede la risoluzione non si sia avvalsa della clausola risolutiva espressa, il giudice deve procedere alla valutazione della gravità dell'inadempimento previsto dalla clau­sola rimasta inoperante.

Cass. n. 2325/1974

La parte che ha prestato acquiescenza com­pleta alla violazione di un obbligo contrattuale posto in essere dall'altro contraente non può più addurre tale violazione come motivo di inadem­pimento, e ció per intervenuta rinuncia. Questo principio vale anche laddove sia stata pattuita una clausola risolutiva espressa, non potendo il creditore avvalersi di tale clausola qualora abbia, col suo comportamento, rinunziato alla rigorosa osservanza dei patti convenuti o a determinate modalità inserite nel contratto.

Cass. n. 2828/1973

La clausola risolutiva espressa è preordina­ta ad operare di fronte ad un comportamento (di uno dei contraenti) costituente inadempimento in senso tecnico; il recesso convenzionale dal con­tratto è destinato ad operare in presenza di fatti o comportamenti di una parte che, pur acqui­stando rilevanza giuridica rispetto all'interesse dell'altra parte alla prosecuzione del rapporto, non costituiscono tuttavia inadempimento vero e proprio e non implicano, quindi, alcun giudizio di riprovazione morale o giuridica.

Cass. n. 1275/1973

È improduttiva di effetti giuridici la di­chiarazione di avvalersi della clausola risolutiva espressa contenuta in un contratto, se tale dichia­razione non promani dalla parte interessata o da persona all'uopo investita da mandato speciale.

Cass. n. 1611/1972

La volontà di avvalersi della clausola riso­lutiva espressa può essere manifestata in ogni valido modo idoneo, e pure se implicito, purché in maniera inequivocabile, e quindi anche attra­verso fatti incompatibili con una diversa volontà. (Nella specie il diniego alla proroga del termine, stabilito per il versamento del residuo prezzo di una vendita immobiliare, è stato ritenuto idonea manifestazione dell'intenzione di avvalersi della pattuita clausola risolutiva espressa).

Cass. n. 3012/1971

L'art. 1456 c.c. conferisce alla parte il diritto (potestativo) di determinare la risoluzione auto­matica del contratto con la mera dichiarazione che essa intende valersi della clausola risolutiva espressa. Qualora il contratto sia stato stipulato da una P.A., la dichiarazione può anche consi­stere in un decreto amministrativo notificato alla controparte dato che tale forma non modifica il contenuto negoziale dell'atto.

Hai un dubbio o un problema su questo argomento?

Scrivi alla nostra redazione giuridica

e ricevi la tua risposta entro 5 giorni a soli € 29,90

N.B.: è possibile inviare documenti o altro materiale allegandolo ad una email da inviare all'indirizzo info@brocardi.it indicando nell'oggetto il nome con il quale si è richiesto il servizio di consulenza

SEI UN AVVOCATO?
AFFIDA A NOI LE TUE RICERCHE!

Sei un professionista e necessiti di una ricerca giuridica su questo articolo? Un cliente ti ha chiesto un parere su questo argomento o devi redigere un atto riguardante la materia?
Inviaci la tua richiesta e ottieni in tempi brevissimi quanto ti serve per lo svolgimento della tua attività professionale!

Quesiti degli utenti
relativi all'articolo 1456 Codice civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

FRANCESCO L. chiede
martedì 30/01/2018 - Liguria
“Con riferimento all'esercizio della clausola risolutiva espressa prevista in un contratto d'affitto d'azienda per mancato pagamento di più canoni d'affitto, nelle more dell'accertamento dell'imputabilità al debitore dell'inadempimento (quali sono i tempi?), al contratto cosa succede? la parte inadempiente, l'affittuario, può continuare l'esercizio dell'azienda?

grazie per la risposta”
Consulenza legale i 06/02/2018
La clausola risolutiva espressa è disciplinata dall’art. 1456 del c.c., alla lettura del quale si rimanda.
L’operatività della clausola risolutiva espressa postula innanzitutto la sua specificità: non è sufficiente che le parti deducano quale causa di risoluzione un generico inadempimento agli obblighi nascenti dal contratto, ma è necessario che l’obbligazione il cui inadempimento determina la risoluzione del contratto sia esattamente individuata.
In secondo luogo, deve essere espressamente previsto che il mancato adempimento di tale obbligazione produca come effetto proprio la risoluzione del contratto. In altri termini, le parti, nell’inserire la clausola in questione, effettuano una valutazione preventiva della gravità dell’inadempimento.
Ciò non significa che la clausola risolutiva espressa operi in via realmente “automatica”: infatti l’effetto risolutivo si verifica in conseguenza della dichiarazione della parte interessata ad avvalersene.
Inoltre la giurisprudenza di legittimità (v. Cass. civ., Sez. I, sentenza 23868/2015) ha chiarito che “la clausola risolutiva espressa non comporta automaticamente lo scioglimento del contratto a seguito del previsto inadempimento, essendo sempre necessario l'accertamento dell'imputabilità dell'inadempimento al debitore almeno a titolo di colpa nonché una valutazione della condotta della parte inadempiente contraria ai principi di buona fede e correttezza; deve, infatti, escludersi la sussistenza dell'inadempimento qualora il debitore, pur realizzando il fatto materiale previsto della clausola risolutiva, abbia tenuto una condotta conforme al principio della buona fede, così da escludere la sussistenza dell'inadempimento tout court e, quindi, dei presupposti per dichiarare la risoluzione del contratto”.
Ne consegue che, qualora sorga contestazione sul punto, l’accertamento dovrà essere necessariamente rimesso al giudice, con tutti i tempi di un procedimento giudiziario.
Ora, la recente giurisprudenza di legittimità (Cass. civ., Sez. III, sentenza 25743/2013) ha precisato che

l'azione di risoluzione del contratto ex articolo 1456 c.c., tende ad una pronuncia dichiarativa, perché implica l'accertamento dell'inadempienza, con la conseguenza che non ha l'idoneità, con riferimento all'articolo 282 c.p.c., all'efficacia anticipata rispetto al momento del passaggio in giudicato (conforme Cass. 7369 del 2009).
Pertanto fino al momento della definitività della sentenza di accertamento - che in quanto tale deve acquisire quel grado di stabilità che si identifica con il giudicato formale (articolo 324 del c.p.c.), in funzione di quello sostanziale (articolo 2909 del c.c.) - il rapporto contrattuale permane” (“e con esso” - prosegue la sentenza in esame - “nel caso di contratto a prestazioni corrispettive, l'obbligo del conduttore di continuare a corrispondere il canone”).

Ne deriva che, nelle more del giudizio di accertamento dell’imputabilità al debitore dell’inadempimento e - nel caso in cui questa venga accertata - fino al passaggio in giudicato della relativa sentenza, l’affittuario potrà continuare nell’esercizio dell’azienda (ferma restando naturalmente la maturazione dei canoni di affitto: infatti a norma dell’art. 1458 del c.c. “la risoluzione del contratto per inadempimento ha effetto retroattivo tra le parti, salvo il caso di contratti ad esecuzione continuata o periodica, riguardo ai quali l'effetto della risoluzione non si estende alle prestazioni già eseguite”).

Luigi O. chiede
lunedì 14/08/2017 - Lazio
“Mi riferisco all’art. 1453 c.c. e seguenti e all’art. 2930 c.c. e seguenti.
Ho dato in “affitto con riscatto” un mio appartamento con atto notarile.
Nell’atto notarile è scritto: “in caso di mancato pagamento, anche non consecutivo, di almeno due canoni mensili il presente contratto si risolverà di diritto”.
Come procedere?
E’ mio desiderio in caso si regolarizzino i pagamenti dei canoni continuare quanto scritto nell’atto.
L’articolo 1453 c.c. cita il risarcimento del danno. Cioè quali danni? All’appartamento?

Consulenza legale i 21/08/2017
La clausola del contratto in oggetto citata nel quesito è la tipica “clausola risolutiva espressa”, che trova disciplina nell’art. 1456 cod. civ..
Con quest’ultima le parti concordano nell’attribuire particolare importanza, fra tutte quelle di cui al contratto, ad una determinata obbligazione, tanto che il mancato adempimento di quest’ultima comporta una grave conseguenza, ovvero la risoluzione del contratto “di diritto”.
Con tale ultima espressione si intende che, a differenza di quanto accade nella normalità dei casi (in cui chi vuole ottenere la risoluzione del contratto deve richiederla al Giudice, promuovendo un apposito giudizio in cui l’inadempimento di controparte sia accertato con sentenza) – il contratto si risolve in automatico senza bisogno di alcuna pronuncia giudiziale.

L’unica condizione, tuttavia - posta dall’1456 cod. civ., al secondo comma - è quella per cui gli effetti della risoluzione si producono nel momento in cui la parte che vuole avvalersi della clausola (che vuole risolvere il contratto) dichiari all’altra che intende farlo.

“Dichiarare”, semplicemente (e con ciò si risponde alla prima delle domande poste nel quesito), significa comunicare all’altra parte che si vuole attribuire efficacia alla clausola e che quindi il contratto deve intendersi ormai risolto: questa comunicazione è a forma libera ma è altresì “recettizia”, ovvero è importante che pervenga a conoscenza del destinatario.
Ciò significa, in concreto, che benché sia sufficiente e valida anche una comunicazione esclusivamente orale oppure una e-mail, è senz’altro più opportuno adottare una forma che consenta di dimostrare, oltre che l’avvenuto invio della comunicazione, anche e soprattutto l’avvenuta ricezione di quest’ultima. Lo strumento migliore, ad avviso di chi scrive (quando non si possa utilizzare la p.e.c.) è la raccomandata.

Se invece, come vorrebbe chi pone il quesito, si intende rinunciare all’effetto risolutivo automatico della clausola, è necessario – secondo la giurisprudenza – un “comportamento concludente”: a tal fine però, si noti bene, secondo la giurisprudenza, la semplice tolleranza da parte del creditore (a esempio il procrastinare l’invio della comunicazione a controparte) può solo avere come effetto quello di “spostare” in avanti il momento risolutivo, ma non quello di rendere definitivamente inefficace la clausola (tanto che, in un secondo momento, il creditore può di nuovo avvalersi utilmente degli effetti di quest’ultima).

Si riporta, di seguito, qualche pronuncia sul punto:
- “In tema di clausola risolutiva espressa, la tolleranza della parte creditrice, che si può estrinsecare tanto in un comportamento negativo, quanto in uno positivo (accettazione di un pagamento parziale o tardivo) non determina l'eliminazione della clausola per modificazione della disciplina contrattuale, né è sufficiente ad integrare una tacita rinuncia od avvalersene, ove la parte creditrice contestualmente o successivamente all'atto di tolleranza manifesti l'intenzione di avvalersi della clausola in caso di ulteriore protrazione dell'inadempimento. La tolleranza può invece incidere sulla posizione soggettiva del debitore, escludendone la colpa, specialmente ove si accompagni ad una regolamentazione pattizia degli interessi prevista proprio per i ritardi nei pagamenti.” (Cassazione civile, sez. II, 31/10/2013, n. 24564; Tribunale Lucca, 16/06/2015, n. 1115; Tribunale Siena, 17/04/2015, n. 701);
- “La tolleranza del locatore nel ricevere il canone oltre il termine stabilito rende inoperante la clausola risolutiva espressa prevista in un contratto di locazione, la quale riprende la sua efficacia se il creditore, che non intende rinunciare ad avvalersene, provveda, con una nuova manifestazione di volontà, a richiamare il debitore all'esatto adempimento delle sue obbligazioni” (Cassazione civile, sez. III, 14/02/2012, n. 2111).
Afferma altresì, tuttavia, la Cassazione che:
- “In presenza di clausola risolutiva espressa costituisce rinuncia al relativo effetto risolutivo il comportamento del contraente che, dopo essersi avvalso della facoltà di risolvere il contratto manifesti in modo non equivoco l'interesse alla tardiva esecuzione del contratto stesso” (Cass. civ. sez. II, 10/03/2011, n. 5734);
- analogamente “Costituisce rinuncia all'effetto risolutivo, conseguente alla dichiarazione di avvalersi della clausola risolutiva espressa, il comportamento del contraente non inadempiente che mostri in modo non equivoco l'interesse all'esecuzione del contratto” (Cassazione civile, sez. III, 24/11/2010, n. 23824).

Tornando al quesito, dunque, nonostante l’inadempimento del conduttore abbia reso operante la clausola, con effetto risolutivo automatico del contratto, il locatore che abbia ancora interesse all’esecuzione di quest’ultimo nonostante il pagamento tardivo dei canoni e voglia rinunciare agli effetti della clausola pare debba – secondo la giurisprudenza sopra citata - astenersi dall’invio della dichiarazione di cui all’art. 1456 cod. civ. secondo comma, proseguendo normalmente nel rapporto ma – questo è il consiglio di chi scrive per evitare che tale comportamento possa essere interpretato come semplice tolleranza - formalizzando, con comunicazione scritta alla controparte, la volontà di proseguire il rapporto nonostante l’inadempimento, dichiarando di accettare il pagamento tardivo.

In merito alle ultime domande, infine, il danno cui si riferisce l’art. 1453 cod. civ. non è predeterminato: la norma vuole solo significare che, in entrambe le ipotesi (ovvero sia nel caso in cui si scelga di mantenere in piedi il rapporto pretendendo l’adempimento esatto, sia nel caso in cui si preferisca chiuderlo domandando la risoluzione), si ha comunque il diritto ad essere risarciti di eventuali danni subìti.
I danni possono essere di qualsiasi tipo, dipende dal caso concreto: di natura patrimoniale (come i danni al bene immobile cui si accenna nel quesito), di natura non patrimoniale se ve ne siano. Ovviamente l’importante è che il danno sia provato, ovvero il 1453 cod. civ. non attribuisce un ristoro “automatico” (solo per il fatto che c’è stato un inadempimento) ma richiede – come in tutte le ipotesi di istanze risarcitorie – che esso sia dimostrato sia nella sua effettività (dev’esserci stato un danno concreto, reale) sia nel suo ammontare (sono limitate le ipotesi in cui il danno viene liquidato in via equitativa).

Giacomo C. chiede
giovedì 11/08/2016 - Umbria
“Buongiorno.
Il quesito è relativo all'applicazione dell'art. 1456 cc, in posizione di soggetto cedente.
"Nel caso di vendita di immobile abitativo tra privati con pagamento rateale senza patto di riservato dominio, ma con iscrizione di ipoteca legale, è possibile aggiungere nel contratto una clausola risolutiva espressa per inadempimento del compratore relativamente al mancato pagamento del prezzo (ovviamente tenuto conto di quanto stabilito dal precedente art. 1455 sulla rilevanza dell'inadempimento)?"
Grazie

Consulenza legale i 18/08/2016
In base agli attuali e predominanti orientamenti della giurisprudenza in materia, la risposta può dirsi positiva.

La questione è stata oggetto di dibattito, perché ci si è chiesti se - in tema di obbligazione afferente al pagamento del prezzo – l’inadempimento dell’acquirente possa essere dedotto in contratto come “condizione”.

Normalmente, infatti, all’inadempimento segue il rimedio della risoluzione “obbligatoria”, ovvero la parte diligente, verificatosi l’inadempimento della controparte, può rivolgersi al giudice e chiedere la risoluzione del contratto, che quindi verrà dichiarata con sentenza.
Rendere invece, su accordo delle parti, l’inadempimento oggetto di una clausola risolutiva espressa significa che, una volta che esso si verifichi (come se fosse proprio una condizione di efficacia del contratto) la risoluzione opera di diritto (senza cioè bisogno di rivolgersi al Giudice) ed in più ha effetto anche nei confronti dei terzi.

Chi si oppone all’ammissibilità dell’ipotesi di cui al quesito sostiene l’impossibilità di principio che un evento legato al “sinallagma funzionale”, ovvero a quella che è la causa stessa del contratto, possa svolgere la diversa funzione di, per così dire, “elemento accidentale” del negozio.
E’ alla fine prevalsa in giurisprudenza, tuttavia, l'opinione positiva, secondo la quale le parti sono libere di far assumere al pagamento del prezzo il diverso ruolo di evento condizionale.

A questo riguardo ciò che conta è che questo intento emerga chiaramente dal tenore del contratto: “Nessuna incompatibilità di principio può ritenersi sussistente fra condizione ed esecuzione di una prestazione essenziale, quale è il pagamento del prezzo rispetto al contratto, di compravendita, talché è bene ammissibile la deducibilità di quest'ultima come evento condizionante, per accordo fra le parti o per volontà di legge, (…)” (Cassazione civile, sez. III, 24 febbraio 1983, n. 1432; conformi anche Cass. Civ. Sez. I, n. 192/1978 e Cass. Civ. Sez. I, n. 3229/1975).

Si aggiunga che, come è stato correttamente osservato da alcuni studiosi, la condizione risolutiva avente ad oggetto il pagamento del prezzo ben potrebbe essere qualificata come unilaterale, ovvero pattuita nell'esclusivo interesse di uno dei contraenti. In tal caso, ciò significherebbe che detta parte potrebbe farvi rinunzia tanto nel tempo che precede il termine massimo previsto per l'adempimento, quanto successivamente a detto periodo, sia nell'ipotesi in cui l'evento sia mancato, sia in quella in cui si sia realizzato. Pertanto, così qualificata, essa sarebbe pienamente legittima perché il creditore avrebbe la possibilità di scegliere di avvalersi dell'operatività del meccanismo condizionale ovvero di domandare la risoluzione del contratto secondo i principi generali.

Nessun problema, infine, per l’ipoteca legale: l’opinione dominante ritiene che essa operi, come garanzia per l’alienante, in alternativa alla risoluzione: qualora quest’ultimo preferisca chiedere l’adempimento, l’ipoteca costituirà per lui un rimedio molto efficace; diversamente, qualora quest’ultimo si avvalga della clausola risolutiva espressa, l’ipoteca si estinguerà con il ritrasferimento del bene.


Mario R. chiede
lunedì 16/06/2014 - Abruzzo
“Vorrei sapere se, al fine di poter evitare di dichiarare nella denuncia dei redditi tutti i canoni NON precepiti dall'inizio della morosità e non soltanto quelli non percepiti a partire dalla data di convalida di sfratto (causa morosita' del conduttore) fosse possibile avvalersi di una clausola scritta sul contratto che dice: " il presente contratto si risolvera' ipso iure in caso di inadempimento anche ad uno solo dei citati articoli..." E quindi risolvere unilateralmente il contratto registrando la disdetta anticipata all'Agenzia Entrate.

Inoltre vorrei sapere, in caso di risposta affermativa, se la dichiarazione di volersi avvalere di tale clausola, da comunicare al conduttore moroso, sia soggetta a vincoli di forma oppure e' sufficiente una lettera, o se il fatto stesso che gia' si siano adite le vie legali costituisca un'implicita dichiarazione, sufficiente a consentire di procedere con la risoluzione unilaterale del contratto presso l'Agenzia Entrate.”
Consulenza legale i 16/06/2014
L'art. 23, comma 1, T.U.I.R., come modificato dalla L. n. 431 del 1998, art. 8, comma 5), sancisce che "i redditi derivanti da contratti di locazione ad uso abitativo, se non percepiti, non concorrono a formare il reddito dal momento della conclusione del procedimento giurisdizionale di convalida di sfratto per morosità del conduttore". La dichiarazione dei canoni, quindi, va di pari passo con il procedimento che dichiara la risoluzione del contratto per morosità.
Sulla possibilità di assoggettare a tassazione i canoni non percepiti in un momento precedente, si dà conto di due diversi orientamenti giurisprudenziali:
- la Cassazione, con sentenza 6911/2003, afferma che, in tema di determinazione del reddito dei fabbricati, l’articolo 35 del Dpr 597/1973, laddove stabilisce che il reddito lordo effettivo è costituito dai canoni di locazione risultanti dai relativi contratti, deve essere interpretato nel senso che esso riguarda soltanto i criteri applicabili per la revisione della rendita catastale e non può essere invocato nella diversa ipotesi di tassazione del reddito effettivo di un immobile;
- con sentenza 12095/2007, la Suprema Corte ha sostenuto invece che il solo fatto dell’intervenuta risoluzione consensuale del contratto di locazione, unito alla circostanza del mancato pagamento dei canoni relativi a mensilità anteriori alla risoluzione, non è idoneo, di per sé, a escludere che tali canoni concorrano a formare la base imponibile Irpef, salvo che non risulti la volontà delle parti di attribuire alla risoluzione stessa efficacia retroattiva (Cassazione 24444/2005).
Questa seconda posizione è in accordo con la sentenza della Corte costituzionale n. 362/2000, con cui si è affermato che il riferimento al canone locativo a scopo impositivo può operare solo fin quando risulti in vita un contratto di locazione.
E' ben possibile che le parti di un contratto si avvalgano della clausola risolutiva espressa contemplata dall'art. 1456 del c.c.: i contraenti possono convenire espressamente che il contratto si risolva qualora una determinata obbligazione non sia adempiuta secondo le modalità stabilite.
Il creditore avrà l'obbligo di dichiarare all'altro contraente che intende avvalersi della clausola risolutiva con atto negoziale stragiudiziale, avente la stessa forma del contratto risolto (quindi, forma scritta e con prova dell'invio, quindi almeno con raccomandata a.r.).
Pertanto, se le parti hanno concordato una clausola risolutiva espressa, la risoluzione del contratto avviene di diritto dal momento in cui la comunicazione di avvalersi della clausola giunge alla controparte: la successiva sentenza del giudice sarà di mero accertamento, dichiarativa dell'avvenuto scioglimento del rapporto (v. Cass. civ., Sez. III, 22.3.2012, n. 4540).

Quindi, la soluzione proposta nel quesito è, in astratto, giuridicamente fondata.
Tuttavia, la Corte di cassazione, con sent. 6 febbraio 2007, n. 2553, ha stabilito che "la clausola risolutiva espressa non comporta automaticamente lo scioglimento del contratto a seguito del previsto inadempimento, essendo sempre necessario, per l’articolo 1218 del Codice civile, l’accertamento dell’imputabilità dell’inadempimento al debitore almeno a titolo di colpa".
Di conseguenza, per procedere con la risoluzione del contratto all’ufficio del registro, è necessario attendere la pronuncia dell’autorità giudiziaria che attesti l'inadempimento colpevole del debitore. Si torna quindi a dover fare riferimento alla norma citata all'inizio (art. 23, comma 1, T.U.I.R.).
E' possibile ipotizzare che, se la risoluzione espressa fosse stata legata ad un evento fattuale preciso, quale ad esempio il mancato bonifico della mensilità entro un determinato giorno, in questo caso la mancata verificazione dell'evento avrebbe reso superflua ogni valutazione in merito all'elemento soggettivo della colpa.

Hai un dubbio o un problema su questo argomento?

Scrivi alla nostra redazione giuridica

e ricevi la tua risposta entro 5 giorni a soli € 29,90

N.B.: è possibile inviare documenti o altro materiale allegandolo ad una email da inviare all'indirizzo info@brocardi.it indicando nell'oggetto il nome con il quale si è richiesto il servizio di consulenza

Testi per approfondire questo articolo


→ Altri libri su Clausola risolutiva espressa ←