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Articolo 323 Codice penale

(R.D. 19 ottobre 1930, n.1398)

Abuso d'ufficio

Dispositivo dell'art. 323 Codice penale

Salvo che il fatto non costituisca un più grave reato (1), il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio (2) che, nello svolgimento delle funzioni o del servizio (3), in violazione di norme di legge o di regolamento (4), ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale (5) ovvero arreca ad altri un danno ingiusto, è punito con la reclusione da uno a quattro anni (6).
La pena è aumentata nei casi in cui il vantaggio o il danno hanno carattere di rilevante gravità (7).

Note

(1) La clausola di riserva fa soccombere la norma nel concorso apparente rispetto ai reati più gravi, a prescindere dal principio di specialita (v. art. 15 del c.p.)
(2) Si tratta di un reato proprio, che può essere commesso tanto dal p.u. quanto dall'i.p.s., figura inserita dalla legge 26 aprile 1990, n.86, al fine di non lasciare impunita la condotta di distrazione di danaro o altra cosa mobile effettuata a vantaggio del privato da parte dell'incaricato di un pubblico servizio.
(3) La condotta deve essere compita nello svolgimento delle funzioni o del servizio, non rileva dunque il compimento di atti in occasione dell'ufficio e il mero abuso di qualità, cioè l'agire al di fuori dell'esercizio della funzione o del servizio.
(4) La condotta del pubblico agente deve però integrare alternativamente la violazione di norme di legge o di regolamento. Quindi la rilevanza del comportamento è collegata ad un quid di immediata verificabilità: la contrarietà a regole scritte. Di conseguenza, in caso di abuso mediante omissione questa ricorrerà quando il comportamento omissivo violi un obbligo di fare.
(5) Il riferimento al vantaggio patrimoniale fa sì che venga dato rilievo al complesso dei rapporti giuridici a carattere patrimoniale conseguenti all'atto antidoveroso dell'agente, senza dunque ricomprendere vantaggi di tipo morale o politico.
(6) L'art. 1 della l. 6 novembre 2012, n. 190 ha comportato un aggravamento di pena, prima prevista nei limiti edittali di sei mesi e tre anni.
(7) Si tratta di una circostanza aggravante speciale ad effetto comune, connessa ad una rilevante gravità.

Ratio Legis

Il legislatore del '90 introdusse una fondamentale distinzione tra la condotta favoritrice o prevaricatrice e quella affaristica. Infatti, mentre la prima persegue un fine di vantaggio non patrimoniale o di danno ad altri (condotta disciplinata dal primo comma dell'art. 323 c.p.), la condotta affaristica mira ad un fine di vantaggio patrimoniale, enunciato nel secondo comma dell'articolo in esame. Pertanto, il legislatore configurò la figura dell'abuso di ufficio in due distinti commi che davano vita a due autonome figure di reato, sanzionate con trattamento differenziato, nel presupposto che l'affarismo andasse represso in una maniera più rigorosa. L'art. 323, formulato dal legislatore del '90, incorporò parte delle figure criminose previste dalla precedente normativa e consistenti in fatti riconducibili ad un "abuso di ufficio" quali ad es. quella di cui all'art. 324 poi abrogato. Con la legge 234 del 1997 l'art. 323 c.p. è stato modificato in modo sostanziale al fine di evitare il dilagare delle incriminazioni per abuso di ufficio, culminanti soltanto in minima parte in condanne o in richieste di rinvio a giudizio.

Brocardi

Metus publicae potestatis

Spiegazione dell'art. 323 Codice penale

La norma è diretta a tutelare il buon andamento della P.A., cui si accompagna l'esigenza di tutelare il privato dall prevaricazioni dell'autorità.

Massime relative all'art. 323 Codice penale

Cass. n. 8395/2016

Ai fini della configurabilità del reato di abuso d'ufficio, non costituisce violazione di legge (nella specie l'art. 10, D.Lgs. 12 aprile 2006, n. 163), l'atto di nomina di un "project manager" da parte del sindaco, quale commissario delegato alla realizzazione di un impianto di termodistruzione in relazione allo stato di emergenza rifiuti decretato per la Campania, in quanto, tale figura, benchè non prevista dalla legge, non determina la duplicazione delle funzioni attribuite al responsabile unico del procedimento (RUP) né uno svuotamento dei suoi poteri, limitandosi a svolgere una funzione di supporto, espressamente prevista dall'art. 8, comma quarto, d.P.R. 21 dicembre 1999, n 554, vigente all'epoca dei fatti, all'attività di tale ufficio.

Ai fini della configurabilità del reato di abuso d'ufficio, non costituisce violazione di legge (nella specie l'art. 10, D.Lgs. 12 aprile 2006, n. 163), l'atto di nomina di un "project manager" da parte del sindaco, quale commissario delegato alla realizzazione di un impianto di termodistruzione in relazione allo stato di emergenza rifiuti decretato per la Campania, in quanto, tale figura, benchè non prevista dalla legge, non determina la duplicazione delle funzioni attribuite al responsabile unico del procedimento (RUP) né uno svuotamento dei suoi poteri, limitandosi a svolgere una funzione di supporto, espressamente prevista dall'art. 8, comma quarto, d.P.R. 21 dicembre 1999, n 554, vigente all'epoca dei fatti, all'attività di tale ufficio.

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Quesiti degli utenti
relativi all'articolo 323 Codice penale

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SERGIO C. chiede
lunedì 20/11/2017 - Emilia-Romagna
“Vi chiedo la presente consulenza a seguito della proverbiale consuetudine degli assistenti sociali di scrivere falsità nelle loro relazioni.In particolare vorrei sapere se,a Vostro parere, sia ravvisabile il reato di abuso d’ufficio essendo chiaramente false e propedeutiche al provocare un ingiusto danno le seguenti affermazioni: «Manuel ha dunque ricevuto per mano dell'amico quanto scritto dalla zia e SUL MOMENTO, per rabbia lo ha strappato per poi chiedere al padre di poterlo consegnare all'assistente sociale." L'assistente sociale,la stessa che ha redatto la relazione,avrebbe quindi ricevuto dal minore un foglietto precedentemente strappato,e considerato che l'avrebbe fatto con rabbia,si presume che a quel punto dovrebbero essere rimasti solo frammenti dello stesso,ma la stessa,tutta presa a dar prova del fatto, non si è resa conto che la fotocopia allegata testimonia di un foglio assolutamente integro rendendo palese la falsità di quanto descritto.

Nell'episodio narrato successivamente si riporta il fatto che la nonna avrebbe saputo dall'amichetto del cuore del nipote che i due si erano recentemente incontrati ,a quel punto,scrive l’assistente sociale, "la rete parentale" materna avrebbe effettuato molte telefonate alla madre dell'amico per fare domande sul nipote e la donna,di conseguenza,ha raccontato tutto al padre".Nel suo delirio di onnipotenza,costei si attribuisce la facoltà di ingerenza nella vita privata altrui,stabilendo a chi la mia “rete parentale” possa telefonare e quali argomenti trattare.In tali telefonate,sostiene l’operatrice,il padre del minore avrebbe individuato la causa dell’angoscia manifestata dal bambino,non rendendosi conto che il bambino non poteva essere stato coinvolto dalla vicenda goffamente riferita.
L’a.s.,da quanto si evince dal suo stesso racconto, inventa strumentalmente il coinvolgimento del minore in una vicenda che non l'ha minimamente sfiorato e di cui il minore non poteva aver contezza.

È un fatto che l’operatrice si rivela falsa fornendone essa stessa la prova. Il reato lo si può individuare facilmente anche nella pervicace insistenza di criminalizzare sistematicamente l’agire dei familiari materni che,anche se veri,non presenterebbero alcun aspetto censurabile, esaltando invece,con idilliaci e improbabili racconti,la probità del padre nonostante la recente denuncia e relativa emissione di decreto penale nei suoi confronti per “abbandono di minore”,al solo fine di demonizzare una parte e magnificare l'altra agli occhi,spesso ciechi dei giudici.
Mi sembra,e ve ne chiedo eventuale conferma,che tutti i requisiti richiesti dall’art.323 c.p. perché sia configurabile il reato, si siano materializzati e cioè: l’azione,cioè la relazione, è stata realizzata da un incaricato di pubblico servizio nello svolgimento delle funzioni o del servizio;il falso conclamato di quanto relazionato,contrario al dovere di obiettività ed esso stesso reato penale ex art.476 c.p. soddisfa ampiamente il requisito dell’agire in violazione di norme di legge o di regolamento,compreso il codice deontologico della categoria cui appartiene l’a.s. Anche l’intenzionalità del dolo pare provato dal fatto che la specifica competenza professionale dell’assistente sociale dovrebbe assicurare la garanzia di una valutazione coerente con i fatti riferiti che,invece, si dimostrano falsi circa l’esistenza di situazioni di disagio e rancori del minore nei confronti dei nonni e conseguente rifiuto di incontrarli. Tale comportamento è funzionale a provocare il dolo diretto ed immediato nei confronti dei nonni,consistente nella negazione al diritto di frequentare il nipote come diretta conseguenza di un inesistente rifiuto dello stesso ad incontrare i parenti materni per i fatti falsamente riportati. Ulteriore abuso si ravvisa,a mio parere, laddove la prescrizione del decreto provvisorio emesso nel luglio 2016 viene disattesa. Essa recita infatti :

"Il servizio regolamenterà i rapporti con i nonni materni con modalità protette, almeno inizialmente, e comunque solo se rispondenti alle esigenze del minore.”

Ad un attento esame della frase,al di là di tecnicismi sintattici e grammaticali, la perentorietà che esprime il verbo:”regolamenterà” non lascia dubbi circa la possibilità che quanto da regolamentare,i rapporti con i nonni,possa essere disatteso. Tutta la frase si intuisce come intenzionata a stabilire le modalità protette degli incontri ed i tempi di attuazione,con l’indicazione sebbene vaga di “almeno inizialmente” anch’essa disattesa dal servizio avendola invece adottata senza soluzione di continuità. La condizione espressa nel decreto con “e comunque solo se rispondenti alle esigenze del minore”
deve necessariamente essere messa in relazione con le modalità e non con i rapporti con i nonni tout court essendo le prime a dettare il senso dell’intera frase,come si rileva anche dalla distribuzione gerarchica dei vari sintagmi nella frase.In caso di dubbio,data la oggettiva ambiguità della frase,per non incorrere nella mancata osservanza del precetto,i servizi avrebbero dovuto chiedere lumi al Tribunale minorile circa l’interpretazione della prescrizione prima di adottare qualsiasi iniziativa contraria.


Nell'attesa di leggerVi al piu' presto

Vi ringrazio sentitamente e Vi saluto cordialmente”
Consulenza legale i 27/11/2017
Prima di entrare nel dettaglio del delitto di abuso d’ufficio, previsto e punito dall’art. art. 323 del c.p. del c.p., è opportuno esporre brevemente gli elementi di fatto oggetto del quesito:

1) Falsità della relazione circa l’episodio del foglietto consegnato integro e non stracciato come erroneamente riferito dall’A.S.
2) Resoconto errato circa lo stato di tensione che il minore avrebbe sofferto per alcune telefonate intercorse tra la nonna e la famiglia di un amico.
3) Criminalizzazione dei familiari materni nelle relazioni.
4) Considerazioni positive sul padre non corrispondenti al vero.
5) Mancata ottemperanza al decreto provvisorio.

Alla luce di questo inquadramento giuridico, non pare che nel caso di specie si configuri il reato di abuso d’ufficio.

Bisogna in particolare soffermarsi sul requisito della c.d. doppia ingiustizia richiesto dalla norma.

A prescindere dalla violazione di norme o regolamenti, infatti, manca il requisito del danno ingiusto. Gli elementi di fatto sopra descritti rappresentano infatti delle valutazioni discrezionali dell’A.S. che difficilmente potrebbero fondare una sentenza di penale responsabilità.

L’unico elemento controverso potrebbe essere l’elemento del foglio strappato.

Con la novella normativa della legge n. 234 del 1997 la figura del reato di abuso d'ufficio è stata ancorata a dati oggettivi.

Con riferimento alla condotta è stato ristretto, rispetto al passato, il quadro oggettivo dei comportamenti antidoverosi che possono dar luogo al reato il quale resta ormai circoscritto ad azioni od omissioni poste in essere in violazione di legge o di norme regolamentari.

Tuttavia, in tali casi, non rilevano solo le norme che vietano puntualmente il comportamento sostanziale del pubblico ufficiale o dell'incaricato di pubblico servizio, ma ogni altra norma, anche di natura procedimentale, la cui violazione determina comunque un danno ingiusto ai sensi dell'art. art. 2043 del c.c. del c.c.

La fattispecie criminosa poi è stata costruita come un reato di danno e non più di pericolo essendo necessario il conseguimento effettivo del vantaggio ingiusto per sé o per altri, ovvero del danno ingiusto per altri che costituisce l'evento del reato.

Quanto allo specifico profilo del danno, la novella citata non prende in considerazione solamente situazioni soggettive di carattere patrimoniale e nemmeno diritti soggettivi perfetti, ma anche l’aggressione ingiusta alla sfera della personalità, tutelata dalle norme costituzionali (Cassazione penale, sez. VI, n. 4945 del 15 gennaio 2004).

Il danno o il vantaggio, che nella precedente formulazione erano il contenuto del dolo specifico -dovendo essere oggetto di rappresentazione e volizione da parte dell’agente a prescindere dalla loro concreta realizzazione- oggi vengono ricondotti nell’alveo del fatto tipico posticipando il momento della consumazione.

L'oggetto giuridico della fattispecie consiste sempre nel mancato funzionamento della pubblica amministrazione, perché attiene al dovere dei pubblici ufficiali esercitare le proprie funzioni mantenendosi nei limiti prescritti dalla legge ed ispirandosi all’interesse pubblico senza mirare a favorire o danneggiare i privati, addirittura, ottenendo vantaggi patrimoniali da tale abusivo comportamento.

Il delitto di abuso di ufficio, quindi, è integrato dalla doppia e autonoma ingiustizia, sia della condotta che deve essere connotata da violazione di norme di legge o di regolamento, sia dell'evento di vantaggio patrimoniale in quanto non spettante al diritto soggettivo con la conseguente necessità di una duplice distinta valutazione in proposito, non potendosi far discendere l'ingiustizia del vantaggio dalla illegittimità del mezzo utilizzato e quindi dalla accertata illegittimità della condotta (Cassazione Penale, sezione sesta n. 10133 del 17 febbraio 2015).

Quanto poi al secondo elemento costitutivo del delitto di abuso di ufficio, il dolo intenzionale, occorre ricordare che tale fattispecie richiede la coscienza e volontà di esercitare una pubblica funzione e di abusare dei relativi poteri, al fine specifico di procurare a sé o ad altri un ingiusto vantaggio ovvero, in alternativa, di arrecare ad altri un danno ingiusto.

La nuova formulazione dell’ipotesi criminosa di cui all'arti. art. 323 del c.p. richiede che vantaggio, o il danno, ingiusto siano procurati “intenzionalmente”, con rappresentazione e volizione dell'evento come conseguenza immediata e diretta della condotta dell'agente e obiettivo primario da costui perseguito e, quindi, il dolo specifico previsto nella vecchia normativa risulta sostituito dal dolo generico rafforzato dal predetto avverbio (Cassazione Penale, sez. sesta n. 35859 del 7 maggio 2008).

La prova dell'intenzionalità esige il raggiungimento della certezza che la volontà della gente sia stata orientata proprio a procurare il vantaggio patrimoniale o danno ingiusti e tale certezza non può rinvenirsi esclusivamente dal comportamento non jure tenuto dall’agente, ma deve trovare conferma anche in altri elementi sintomatici che evidenzino l'effettiva ratio ispiratrice del comportamento, quali la specifica competenza professionale dell’agente, l'apparato motivazionale su cui riposa il provvedimento, i rapporti personali tra l’agente e il soggetto o i soggetti che dal provvedimento ricevano vantaggio o subiscano danno in questo senso (Cassazione Penale, sez. VI, n. 35814 del 26 giugno 2007).

Per quanto sopra esposto, in un’ottica dibattimentale non sarebbe possibile sostenere che l’A.S. abbia volontariamente voluto danneggiare la famiglia materna.

Anonimo chiede
venerdì 22/09/2017 - Campania
“Nel documento allegato si legge il capo di imputazione per il delitto p. e p. dagli artt. 110-81 cpv, 323 c.p. I reati sarebbero stai commessi fino a tutto il 2013. L'incarico di commissario della Società è stato ufficialmente lasciato il 18 gennaio 2008. Nel novenbre 2014 c'è stato l'interrogatorio della Polizia Giudiziaria.
Quando si prescriveranno i reati richiamati nel documento inviato per email e sopra richiamati?”
Consulenza legale i 28/09/2017
Il reato di abuso d’ufficio, previsto dall’art. art. 323 del c.p. del c.p. punisce il pubblico ufficiale che nello svolgimento delle proprie funzioni procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto.

Appare utile ricordare come la Giurisprudenza ritiene elemento essenziale di tale delitto la c.d. doppia ingiustizia: è necessario verificare se l’evento di vantaggio o di danno sia ingiusto in sè e non soltanto come riflesso della violazione di norme da parte del pubblico ufficiale (da ultimo Cass.Pen., sez. VI, del 25 agosto 2014).

Inoltre, l’elemento soggettivo richiesto è il dolo c.d. intenzionale del pubblico ufficiale o dell’incaricato di un pubblico servizio che deve aver agito con lo scopo immediato e finale di non perseguire, attraverso la condotta posta in essere, una finalità pubblica, il cui conseguimento deve essere escluso non soltanto nei casi nei quali essa manchi del tutto ma anche nei casi in cui rappresenti una mera occasione della condotta illecita, posta in essere invece al preciso scopo di realizzare, in via immediata ed attraverso la violazione di legge o di regolamento o l’omissione del dovere di astensione nei casi prescritti, un danno ingiusto ad altri o un vantaggio patrimoniale ingiusto per sè o per altri (in tal senso Cass.Pen, sezione III, del 25 marzo 2014).

Nel caso di specie, l’eventuale condotta criminosa pare interrompersi con la cessazione dell’incarico nel 2008.

Le condotte successive sono state infatti commesse da altri soggetti. Chi scrive non è però in grado di sapere se, per quanto riguarda le condotte successive al 2008, possa configurarsi un concorso, morale o materiale, nel reato commesso da altri.

Ai sensi dell’art. art. 110 del c.p. del c.p., infatti, “quando più persone concorrono nel medesimo reato, ciascuna di esse soggiace alla pena per questo stabilita”.

Ad ogni modo, il tempo necessario a prescrivere un reato aumenta proporzionalmente alla gravità del reato preso in considerazione, cioè aumenta con l’aumentare della pena edittale prevista per quel determinato reato.

L’art. art. 157 del c.p. c.p., come modificato dalla legge 5.12.2005 n. 215, stabilisce che la prescrizione estingue il reato decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale stabilita dalla legge e comunque un tempo non inferiore a sei anni se si tratta di delitto, e a quattro anni se si tratta di contravvenzioni, anche se puniti con la sola pena pecuniaria.

L’ipotesi criminosa descritta nel quesito è un delitto, quindi nel caso di specie il termine ordinario di prescrizione è di anni sei.

L’art. art. 160 del c.p. c.p. indica le cause di interruzione della prescrizione (in tali casi il corso della prescrizione si interrompe e comincia a decorrere un nuovo tempo di prescrizione dal giorno dell’interruzione):
- la sentenza di condanna;
- decreto penale di condanna;
- l'ordinanza che applica le misure cautelari personali e quella di convalida del fermo o dell'arresto;
- l'interrogatorio reso davanti al pubblico ministero o al giudice;
- l'invito a presentarsi al pubblico ministero per rendere l'interrogatorio;
- il provvedimento del giudice di fissazione dell'udienza in camera di consiglio per la decisione sulla richiesta di archiviazione;
- la richiesta di rinvio a giudizio;
- il decreto di fissazione della udienza preliminare;
- l'ordinanza che dispone il giudizio abbreviato;
- il decreto di fissazione della udienza per la decisione sulla richiesta di applicazione della pena;
- la presentazione o la citazione per il giudizio direttissimo;
- il decreto che dispone il giudizio immediato;
- il decreto che dispone il giudizio e il decreto di citazione a giudizio.

L’interrogatorio innanzi alla P.G. non interrompe, quindi, la prescrizione.

A questo proposito la Suprema Corte ha chiarito che “l'invito a presentarsi rivolto dal p.m. all'indagato per rendere l'interrogatorio ha efficacia interruttiva della prescrizione del reato, anche se all'interrogatorio abbia poi proceduto un ufficiale di polizia giudiziaria all'uopo delegato dal p.m. (Annulla con rinvio, Trib. lib. Brindisi, 21/06/2013 ). Cassazione penale sez. III 18 marzo 2014 n. 18919”.

In ogni caso, ai sensi dell’art. art. 161 del c.p. c.p., tuttavia, l’interruzione della prescrizione può comportare l’aumento fino a:
- un quarto del tempo necessario a prescrivere nei casi ordinari;
- la metà del tempo necessario a prescrivere nei casi di recidiva specifica (art. art. 99 del c.p. c.p. II comma);
- i due terzi del tempo necessario a prescrivere nel caso in cui il recidivo commetta altro delitto non colposo (Art. art. 99 del c.p. c.p. IV comma);
- l’aumento del doppio del tempo necessario nel caso in cui a commetterlo sia il delinquente abituale (Artt. art. 102 del c.p. e [[103]] c.p.), oppure il delinquente di professione (Art. art. 105 del c.p. c.p.).

In caso di atti interruttivi la prescrizione potrebbe aumentare da sette anni e mezzo fino a dieci anni.

Testi per approfondire questo articolo

  • L' abuso di ufficio

    Editore: Giuffrè
    Collana: Teoria pratica dir. I: dir. e proc. civ.
    Data di pubblicazione: dicembre 2009
    Prezzo: 21,00 -10% 18,90 €
    Categorie: Abuso di ufficio

    L'Autore analizza il reato d'abuso di ufficio, che si rivela tuttora norma di facile contestazione, ripercorrendo il cammino e le varie tappe che hanno portato alla riforma del 1997, segnalando i passaggi più significativi.
    Infatti, solo attraverso un'attenta ricostruzione storica di questo reato è possibile comprendere le vere ragioni della riforma. La soluzione finale, data dal Legislatore, alla fattispecie di abuso d'ufficio è il risultato di una esigenza... (continua)


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