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Articolo 1655 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Nozione

Dispositivo dell'art. 1655 Codice civile

(1) L'appalto è il contratto con il quale una parte assume, con organizzazione [2082] dei mezzi necessari e con gestione a proprio rischio (2), il compimento di un'opera o di un servizio (3) verso un corrispettivo in danaro.

Note

(1) L'appalto è un contratto consensuale ad effetti obbligatori (1376 c.c.) che, se ha ad oggetto beni immobili, deve avere la forma scritta (1350 c.c.) e deve essere trascritto (2643 ss. c.c.). Esso si distingue dalla vendita (1471 c.c.) poichè questa ha ad oggetto un dare, il primo un fare; si differenzia dal contratto di lavoro autonomo (2222 c.c.) in cui l'opera o il servizio possono essere compiuti anche con lavoro proprio o dei propri famigliari, laddove l'appaltatore deve essere un imprenditore dotato di appositi mezzi.
(2) L'appaltatore organizza i mezzi necessari: quindi deve trattarsi di un imprenditore. Egli, inoltre, sopporta il rischio: ne deriva che su di lui grava una obbligazione di risultato, in quanto è tenuto non solo a predisporre i mezzi necessari per realizzare l'opera ma anche a raggiungere quel risultato.
(3) L'appalto d'opera è, ad esempio, quello che ha ad oggetto la costruzione di un condominio. Si ha appalto di servizi, ad esempio, per il servizio di catering prestato ai treni o alle navi.

Ratio Legis

Con l'appalto il committente può ottenere la costruzione di un opera od una prestazione di servizi che non sarebbe in grado di realizzare da solo (ad esempio la costruzione di un immobile): l'appaltatore, invece, è in grado di provvedervi in quanto dispone dei mezzi e dell'organizzazione necessari (ad esempio un'impresa edile).

Spiegazione dell'art. 1655 Codice civile

Definizione

Questo articolo è stato introdotto per la prima volta con il codice del 1942 e con esso il legislatore ha voluto dare una definizione del contratto di appalto, allontanandosi dall'antica regola, per la quale ogni definizione sarebbe pericolosa; ma, questa volta, il pericolo è stato superato in quanto la offerta definizione non presenta lati oscuri o di controversa interpretazione.
In sostanza noi abbiamo, nelle indicazioni date dal codice, delineata chiaramente la posizione delle due parti contraenti, l'appaltatore cioè e il committente, e abbiamo altresì, in modo sommario ma chiaro, delineato il fondamento ed il contenuto essenziale delle reciproche prestazioni.

Analizziamo ora gli elementi della definizione: prima però dobbiamo dire che la legge ha cura di precisare che l'appalto è un contratto, con che è pregiudiziale che le parti debbano, antecedentemente alle reciproche prestazioni, convenire qualcosa e convenirla nelle forme stabilite per i contratti. Il codice non aggiunge altro e non chiede alcuna forma speciale o solenne per la stipulazione o il perfezionamento del contratto e quindi esso può manifestarsi tanto per atto pubblico come per scrittura privata, o potrebbe anche risultare da convenzione verbale se le parti, per la scarsa importanza dell'oggetto, ritengono sufficienti dichiarazioni verbali a tutela dei diritti reciproci. Le dichiarazioni verbali e la scrittura privata, specie se questa non è autenticata e non è registrata, possono costituire intralcio in caso di divergenza: ma ciò tocca il sistema delle prove e non infirma l'essenza dell' intervenuta convenzione.

Comunque avendo la legge dichiarato che l'appalto è un contratto, tutte le regole generali concernenti i contratti sono da tener presenti, anche se materialmente non trascritte, nella interpretazione di un qualsiasi contratto d'appalto.


Carattere tecnico dell'organizzazione e del rischio

Il codice aggiunge che l'appalto è il contratto con il quale una delle parti assume l'opera, con organizzazione dei mezzi necessari e con gestione a proprio rischio.
Il punto essenziale, a questo riguardo, è di conoscere cosa si intenda per rischio, e per giungere a quello che a noi sembra l'esatta nozione. Procediamo per ordine.

L'inciso "con organizzazione dei mezzi necessari" è stato una novità rispetto al progetto ministeriale del 1940 ed esso cominciò col dare una accentuazione tecnica al rischio dell'appaltatore, e serve anche quasi per mettere in mora l'assuntore nel senso che non deve egli, a cuor leggero, assumere qualunque intrapresa, ma deve commisurare l'importanza dell'appalto alla sua potenzialità tecnica. Il committente può anche essere in colpa e subire le conseguenze della sua imprudenza se affida un'opera di gran mole ad un'impresa fornita di scarsi mezzi, ma, tranne che la sproporzione sia troppo evidente ovvero che l' imprudenza del committente risulti da altri elementi oggettivi, non si può pretendere che per ogni appalto si faccia un' indagine tecnica intesa ad accertare la possibilità dell'assuntore per eseguire quel dato lavoro. A parte che, nel più dei casi, mancano al committente le cognizioni ed i mezzi per eseguire una simile indagine, è da notare che quando un privato si rivolge ad un'impresa, conosciuta nella piazza, non può sapere e tanto meno può chiedere se questa impresa abbia, in quel dato momento, assunta tale una mole di lavori, da avere esaurito le proprie possibilità tecniche in guisa da non poter far fronte al nuovo appalto che le si va a proporre. Chi ha pratica di lavori sa che i mezzi d'opera passano da un cantiere all'altro della stessa impresa in relazione allo sviluppo delle opere e quindi il committente che si affida, come diciamo, ad una ditta abbastanza conosciuta non la obbliga di compiere indagini sulla potenzialità tecnica della ditta.

Conseguenza della responsabilità che, in linea principale, incombe all'impresa di organizzare quanto occorre per l'esecuzione dell'opera assunta, è quella che il risultato finale dell'appalto costituisce il rischio, proprio di questo contratto, il quale rischio sta a carico dell'assuntore.
Su questo punto occorre intenderci, perché, come abbiamo accennato, è il punto essenziale e il perno di tutte le discussioni concernenti l'appalto.
Se noi consideriamo superficialmente la disposizione di legge potremmo restare in dubbio se il rischio si debba intendere in senso economico ovvero in senso tecnico: in senso economico, vale a dire nel significato che l'assuntore debba consegnare l'opera finita quale che sia il suo costo e quindi quale che sia l'eventuale differenza, a suo carico, rispetto alle previsioni di contratto; in senso tecnico e così col significato che l'assuntore risponde delle imperfezioni causate da lui o dai suoi agenti nel corso dei lavori, col conseguente obbligo di eliminarle a sue spese.
Ora, anche questo rischio tecnico ha un riflesso economico, tuttavia dobbiamo cominciare con lo scartare, in confronto alle prescrizioni del codice, il rischio economico, e dobbiamo scartarlo non solo nei contratti a misura, ma anche in quelli a corpo, per i quali più appariscente e piu seducente apparirebbe l'illazione che la legge abbia voluto riferirsi al rischio economico. La ragione della esclusione, oltre che nel concetto fondamentale che il contratto d'appalto è commutativo e non aleatorio, sta nelle altre disposizioni del codice concernenti l'eccessiva onerosità e cioè tanto in quelle di ordine generale per tutti i contratti contenute nell'art. 1467 quanto nelle altre che specificatamente si riferiscono agli appalti, sancite nell'art. 1664.

Il rischio pertanto, al quale allude il codice, è il rischio tecnico, vale a dire che l'appaltatore deve, nell'organizzare il cantiere e nell'eseguire i lavori sopportare quei danni che provengano da forza maggiore o che più particolarmente possono essere a lui imputabili o per cattiva organizzazione o per non felice scelta dei suoi collaboratori ed operai. Egli deve dare l'opera compiuta in perfetto stato e quindi deve eliminare, a sue spese, in corso d'opera o alla fine le imperfezioni che man mano si vanno scoprendo e se il risultato finale non sarà quale egli aveva sperato e se anche, in luogo di lucrare, avrà avuto una perdita, tutto ciò ricadra a suo carico, purché si sia sempre entro i limiti del rischio dell' organizzazione.

Perché infatti, anche il rischio tecnico delineato dal codice ha i suoi limiti, ed oltre a quello della eccessiva onerosità che in casi particolari può dipendere anche dalla condotta tecnica dei lavori, vi sono le altre norme del citato art. 1664 per le quali se nel corso dell'opera si manifestano difficoltà di esecuzione derivanti
da cause geologiche, idriche e simili, non previste dalle parti che rendano notevolmente più onerosa la prestazione dell'appaltatore, questi ha diritto ad un equo compenso.


Oggetto dell'appalto

L'oggetto della prestazione, secondo l' indicazione del codice, è il compimento di un'opera o di un servizio. Su questo punto poco abbiamo da dire perché la proposizione non ha bisogno di soverchie illustrazioni. L'opera può essere mobile o immobile; di scarsa o di notevole entità: l'essenziale è che si tratti di qualcosa da eseguire e non dello scambio di un oggetto già esistente perché allora saremmo nel caso della vendita e non dell'appalto. Così sarà vendita e non appalto, l'acquisto di un palazzo già costruito, anche se il venditore è la stessa ditta che lo ha costruito.


Il prezzo

Il codice dichiara che il compimento dell'opera o del servizio vien fatto verso un corrispettivo in denaro. Il prezzo è, dunque, uno degli elementi essenziali del contratto, e pertanto se manca il prezzo non vi sarà contratto d'appalto, ma verseremmo in un'altra figura giuridica, la più appropriata delle quali potrebbe essere la donazione.
Essenziale è che il corrispettivo in denaro, ove non si abbia per la totalità, sia tuttavia tale da farlo apparire elemento prin­cipale della prestazione, potendosi, in caso diverso, presumersi una permuta effettiva o mascherata, con la eventualità di dubbi e di controversie sempre, in modo particolare, in ordine alla responsabilità decennale. Perché infatti l'appaltatore, il quale in luogo di essere pagato, accetta, poniamo, un altro edificio potrebbe accampare la pretesa — che diciamo subito poco fondata — di essere un permutante il quale non ha altre responsabilità che quelle derivanti da questo contratto e non da quello di appalto.

Come appunto abbiamo accennato, la mancanza assoluta del corrispettivo trasforma l'appalto in altro contratto e normalmente nella donazione. Anche qui il punto cruciale è sempre quello della responsabilità decennale. È occorso infatti che un facoltoso appaltatore abbia costruito un edificio destinato ad orfanotrofio, facendone dono all'ente creato appositamente per l'amministrazione e la gestione dell'orfanotrofio medesimo. Il donatore non può certamente assumere la speciale responsabilità decennale verso l'ente che non gli ha pagato il costo della costruzione e quindi qualsiasi futuro danno all'edificio e di qualsiasi natura sta a carico del proprietario, il quale potrebbe anche essere esposto a sopportare la totale rovina della costruzione. Vi potrebbe essere un intreccio subalterno di responsabilità in confronto ai subappaltatori che avessero eseguito parti di opera, e la individuazione delle responsabilità, più o meno facile che sia, può giovare al donatario, ma di fronte al donante, a meno di clausole speciali, poco concepibili, il donatario non può agire per la responsabilità decennale perché manca uno degli elementi essenziali del contratto d'appalto, vale a dire il corrispettivo in denaro.

Comunque, per concludere, vi è sempre appalto, anche se una parte non esuberante del prezzo è pagata in modo diverso del denaro.

Relazione al Libro delle Obbligazioni

(Relazione del Guardasigilli al Progetto Ministeriale - Libro delle Obbligazioni 1941)

469 Nell'individuare gli elementi essenziali e caratteristici del contratto di appalto, l'art. 533 si distacca sotto due profili dal corrispondente art. 507 del progetto del 1936.
Anzitutto non è apparsa perfettamente esatta la dicotomia "compimento di un lavoro o di un'opera", perché se l'esecuzione di un'opera appare veramente il risultato giuridico del contratto, che ha riguardo all'opus come risultato di un'attività e non un'attività di lavoro impiegata per conseguirlo, invece l'espressione "compimento di un lavoro" poteva indurre in equivoco e far pensare che non si era tenuto sufficientemente presente il criterio discretivo fra locatio operis e locatio operarum. In verità con quell'espressione il progetto voleva probabilmente alludere alla prestazione di servizi, intesi sempre come risultato e non come semplice attività lavorativa. Ma ho preferito comunque tacerne, sia perché la prestazione di servigi esorbita frequentemente dallo schema tipico dell'appalto, pur entrando nella generica figura della locazione di opera, sia perché l'espressione "esecuzione di un'opera" mi sembra idonea a comprendere tutte le ipotesi e quindi anche quelle in cui il risultato promesso non sia un opus materiale.
In secondo luogo, mentre il progetto poneva fra i caratteri essenziali dell'appalto 1'elemento della direzione da parte dell'appaltatore, io ho preferito mettere invece in rilievo l'elemento della gestione a suo rischio. Se pure infatti non si può negare che nell'appalto l'elemento della direzione dell'appaltatore si ritrovi quasi sempre, tuttavia bisogna riconoscere che non di rado esso non ha grande rilievo. E' frequente il caso infatti che il committente nomini una persona di sua fiducia per dirigere i lavori e controllare quindi il procedimento di esecuzione dell'opera, con conseguente menomazione del potere direttivo dell'appaltatore, che in qualche caso diventa quasi un semplice esecutore delle direttive e delle disposizioni di quello. Invece, l'elemento della gestione a rischio dell'appaltatore, nel senso che questi organizza a proprio rischio le attività necessarie alla produzione dell'opus, è un carattere ineliminabile dell'appalto, mancando il quale il contratto assume un nomen iuris diverso. Del resto, che l'appaltatore debba in qualche modo avere la direzione dell'impresa, risulta lo stesso dal concetto di gestione a rischio, perché, essendo l'organizzazione del lavoro a rischio dell'appaltatore, ossa si qualifica necessariamente come una gestione autonoma della quale il potere di direzione è appunto uno degli aspetti.

Massime relative all'art. 1655 Codice civile

Cass. civ. n. 5935/2018

Ai fini della differenziazione tra vendita ed appalto, quando alla prestazione di fare, caratterizzante l'appalto, si affianchi quella di dare, tipica della vendita, deve aversi riguardo alla prevalenza o meno del lavoro sulla materia, con riguardo alla volontà dei contraenti oltre che al senso oggettivo del negozio, al fine di accertare se la somministrazione della materia sia un semplice mezzo per la produzione dell'opera ed il lavoro lo scopo del contratto (appalto), oppure se il lavoro sia il mezzo per la trasformazione della materia ed il conseguimento della cosa l'effettiva finalità del contratto (vendita).

Cass. civ. n. 27258/2017

Ove facciano difetto circostanze di fatto atte a dimostrare che il committente si sia riservato l'organizzazione e la divisione del lavoro e degli strumenti tecnici, assumendo, quindi, il rischio del conseguimento del risultato ripromessosi, la qualità di imprenditore del soggetto cui sia stata affidata l'esecuzione di un'opera o di un servizio fa presumere che le parti abbiano inteso stipulare un contratto d'appalto e non di opera.

Cass. civ. n. 20301/2012

Si ha contratto di appalto, e non contratto di vendita, quando, secondo la volontà dei contraenti, la prestazione della materia è un semplice mezzo per la produzione dell'opera, il lavoro essendo prevalente rispetto alla materia, sicché è corretta la qualificazione come appalto del contratto avente ad oggetto la costruzione di un capannone di grandi dimensioni (ottomila metri cubi), trattandosi necessariamente di un'opera da realizzare "su misura" rispetto alle specifiche esigenze del committente, con prevalenza, quindi, dell'obbligazione di "facere" rispetto alla pattuita fornitura di elementi prefabbricati da parte dell'appaltatore.

Cass. civ. n. 12519/2010

Il contratto d' appalto ed il contratto d'opera si differenziano per il fatto che nel primo l'esecuzione dell'opera commissionata avviene mediante una organizzazione di media o grande impresa cui l'obbligato è preposto, mentre nel secondo con il prevalente lavoro di quest'ultimo, pur se coadiuvato da componenti della sua famiglia o da qualche collaboratore, secondo il modulo organizzativo della piccola impresa.

Cass. civ. n. 12546/2003

Ai fini della differenziazione tra il contratto di appalto e di somministrazione — rilevante rispetto all'azione volta al riconoscimento della responsabilità solidale ex art. 3, legge .n. 1369 del 1960, essendo le conseguenze previste da detto articolo circoscritte solo all'appalto — il criterio distintivo da adottare si fonda sul principio secondo cui, nel caso di prestazione continuativa di servizi anziché di cose, si ha contratto di appalto; invece, si ha somministrazione nel caso in cui le cose da somministrare in via continuativa debbano essere prodotte dal somministrante; inoltre, quando l'attività di fare è strumentale rispetto all'erogazione, si resta nell'ambito della somministrazione, se, invece, è prevalente il lavoro prestato, si ha appalto.

Cass. civ. n. 7307/2001

Il contratto d'appalto ed il contratto d'opera si differenziano per il fatto che nel primo l'esecuzione dell'opera commissionata avviene mediante una organizzazione di media o grande impresa in cui l'obbligato è preposto e nel secondo con il prevalente lavoro di quest'ultimo, pur se coadiuvato da componenti della sua famiglia o da qualche collaboratore secondo il modulo organizzativo della piccola impresa desumibile dall'art. 2083 c.c.

Cass. civ. n. 7606/1999

Il contratto d'appalto e il contratto d'opera hanno in comune l'obbligazione, verso il committente, di compiere, a fronte di corrispettivo, un'opera o un servizio senza vincolo di subordinazione e con assunzione di rischio da parte di chili esegue, mentre la differenza tra i due negozi è costituita dalla circostanza che nel primo l'esecuzione avviene mediante un'organizzazione di media o grande impresa cui l'obbligato è preposto; nel secondo con il prevalente lavoro di questi, pur se adiuvato da componenti della sua famiglia o da qualche collaboratore, secondo il modulo organizzativo della piccola impresa, desumibile dall'art. 2083 c.c.

Cass. civ. n. 12727/1995

Ove facciano difetto circostanze di fatto atte a dimostrare che il committente si era riservato l'organizzazione e la divisione del lavoro e degli strumenti tecnici, assumendo, quindi, il rischio del conseguimento del risultato ripromessosi, la qualità di imprenditore del soggetto cui sia stata affidata l'esecuzione di un'opera o di un servizio, fa presumere che le parti abbiano inteso stipulare un contratto d'appalto e non di opera, essendo l'appalto caratterizzato dalla organizzazione imprenditoriale dell'appaltatore.

Cass. civ. n. 2035/1994

Il contratto di appalto diretto alla costruzione di un'opera edilizia, senza la prescritta licenza, è nullo e privo di effetti, in quanto ha un oggetto illecito per violazione delle norme imperative di cui agli artt. 31 e 41, L. 17 agosto 1942, n. 1150 e 10 e 13, L. 6 agosto 1967, n. 765, talché l'appaltatore non può pretendere in forza del contratto nullo il pagamento del corrispettivo pattuito, senza che possa rilevare l'ignoranza del mancato rilascio della concessione edilizia, che non può ritenersi scusabile per la grave colpa del contraente, il quale con l'ordinaria diligenza avrebbe potuto avere conoscenza della reale situazione. Ne consegue che essendo dedotta in contratto un'opera contrastante con norme imperative, e penalmente punita con previsione di responsabilità a carico del committente e dell'assuntore dei lavori, è irrilevante l'accertamento della comune intenzione delle parti di fare a meno della concessione o autorizzazione.

Cass. civ. n. 1856/1990

Il contratto di appalto, che si ha qualora una parte assume, con organizzazione dei mezzi necessari e con la gestione a proprio rischio, il compimento di un'opera, non è incompatibile con il carattere artigianale dell'impresa e con il fatto che il lavoro venga svolto da personale in prevalenza appartenente al nucleo familiare dell'imprenditore.

Cass. civ. n. 4838/1988

La figura dell'appalto a forfait, pur presentando analogie con il lavoro subordinato a cottimo, se ne differenzia, perché in esso il corrispettivo, ancorché parametrato all'opera, è in funzione del conseguimento del risultato e non della quantità di prestazioni fornite in dato periodo di tempo, come nel lavoro a cottimo (che è un prestatore d'opera subordinato), e l'appaltatore gestisce con piena autonomia, e con assunzione del rischio, la propria impresa organizzata. Stabilire in concreto se in un rapporto obbligatorio sia configurabile un appalto (a forfait) o un contratto di lavoro subordinato con retribuzione a cottimo costituisce una valutazione di fatto rimessa all'apprezzamento del giudice del merito, che sfugge al sindacato di legittimità, se sorretto da corretta e idonea motivazione.

Cass. civ. n. 4911/1983

Il contratto d'appalto non è soggetto a rigore di forme e, pertanto, per la sua stipulazione non è richiesta la forma scritta, né ad substantiam, né ad probationem. (Nella specie, il S.C., enunciando surriportato principio, ha ritenuto corretta la decisione di merito che aveva desunto la prova della conclusione del contratto d'appalto e della predeterminazione pattizia della misura del corrispettivo dovuto all'appaltatore da quietanze di quest'ultimo per acconti ricevuti in corso d'opera nelle quali era precisato tale corrispettivo.

Cass. civ. n. 4339/1979

Il contratto di appalto presuppone che l' imprenditore abbia un'organizzazione di mezzi e di persone destinati a realizzare a suo rischio un'opera complessa per conto del committente, il che si verifica sia nell'ipotesi in cui è rimessa all'appaltatore tutta l'attività occorrente per l'esecuzione dell'opera, ivi compreso il reperimento e l'apprestamento dei materiali, sia nell'ipotesi in cui è dovuta allo stesso la sola attività consistente nella messa in opera degli elementi costruttivi secondo i dettami della tecnica, in quanto la configurazione del contratto di appalto è esclusa soltanto se il committente fornisce anche gli strumenti e i mezzi meccanici che servono alla costruzione, o organizza direttamente il personale da impiegare, ovvero sottopone l'esecuzione dell'opera a suoi ordini continuativi e minuti. Non manca, invece, il requisito del rischio quando si pattuisce il corrispettivo commisurandolo all'impiego autonomo dei mezzi e del personale che concorrono a formare un'organizzazione imprenditoriale ai fini costruttivi. Infatti, il rischio va ravvisato nel fatto che, nonostante l'applicazione delle tariffe, possa aversi da parte dell'imprenditore un impiego della propria organizzazione - che non viene coperto dall'ammontare del corrispettivo che così risulta.

Cass. civ. n. 3754/1979

Il rischio o pericolo che l'appaltatore assume nel compimento dell'opera o del servizio, non è quello inteso in senso tecnico-giuridico, relativo, cioè, ai casi fortuiti, ma quello cosiddetto economico, che deriva dall'impossibilità di stabilire previamente ed esattamente i costi relativi, per cui l'appaltatore, che non ha il potere di interrompere i lavori per l'aumentata onerosità degli stessi, potrà anche perdere nell'affare se i costi si riveleranno superiori al corrispettivo pattuito, salve le modificazioni consentite in presenza di determinate circostanze e realizzabili col rimedio della revisione dei prezzi.

Cass. civ. n. 1588/1979

Per la determinazione dell'oggetto del contratto di appalto non è necessario che l'opera sia specificata in tutti i suoi particolari, ma è sufficiente che ne siano fissati gli elementi fondamentali, ben potendo le parti contraenti rinviare a successivi accordi la determinazione di punti non fondamentali. Ne consegue che le eventuali deficienze ed inesattezze riguardanti taluni elementi costruttivi non costituiscono causa di nullità del contratto quando non siano rilevanti ai fini della realizzazione dell'opera e consentano un'agevole individuazione della stessa, nella sua consistenza qualitativa e quantitativa, mediante il ricorso ai criteri generali della buona tecnica costruttiva e alle cosiddette regole d'arte, le quali devono adeguarsi alle esigenze e agli scopi cui l'opera è destinata.

Cass. civ. n. 1125/1979

Il contratto di appalto, che non richiede per la stipulazione la forma scritta né ad substantiam, né ad probationem, può essere concluso con la sottoscrizione del solo elenco dei lavori da eseguirsi, con i relativi prezzi, non essendo necessario che sia sottoscritto anche il successivo documento che fissa il prezzo globale forfetario.

Cass. civ. n. 2396/1971

Il criterio distintivo fra prestazione di lavoro subordinato e appalto di servizi va individuato nel fatto che, mentre l'oggetto del primo è costituito dalla prestazione di una energia lavorativa, cui il lavoratore si obbliga in favore dell'imprenditore in rapporto di collaborazione e di subordinazione, inserendosi in tal modo nella organizzazione dell'impresa; nell'appalto di servizi, invece, l' appaltatore si obbliga alla prestazione di un dato risultato, agendo autonomamente e a proprio rischio.

Cass. civ. n. 898/1970

In materia di appalto, la sorveglianza ed il controllo esercitati dal committente non bastano a degradare il rapporto nell'ambito di un contratto di lavoro subordinato.

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Consulenze legali
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S. I. chiede
sabato 15/09/2018 - Calabria
“Gent.ma redazione di Brocardi, inoltro una richiesta di consulenza legale relativa ad alcuni problemi legati al nostro condominio e a difetti nella costruzione della villetta di Nostra proprietà, imputabili alla negligenza del costruttore/venditore.
Seguiranno in allegato due missive da me inoltrate all'Amministratore del suddetto condominio, nelle quali sono dettagliatamente specificate le problematiche in oggetto.
Tali missive, d'accordo con l'Amministratore, abbiamo concordato strategicamente di non metterle a conoscenza del costruttore/venditore.

In attesa di cortese e sollecito riscontro, ringrazio anticipatamente e porgo i miei cordiali saluti.


Consulenza legale i 01/10/2018
Il complicato ed intricato quesito proposto, esposto tra l’altro in maniera chiara e lucidissima dal suo autore, ci offre la possibilità di affrontare un argomento molto frequente in ambito condominiale: i vizi di costruzione derivanti da una non corretta esecuzione dell’opera commissionata.

Il contratto di appalto è previsto dall’art. 1655 del c,c, e viene definito come il contratto con il quale una parte, detta appaltatore, assume con l’organizzazione dei mezzi necessari e con gestione a proprio rischio, l’obbligazione di compiere per l’altra parte, detta committente, un’opera o un servizio verso un corrispettivo in denaro. Frequente in ambito condominiale è la presenza dell’appalto d’opera, che è il tipico contratto che viene utilizzato per commissionare ad una impresa edile la costruzione o ristrutturazione di un edificio condominiale.

Prima di addentrarci nello specifico a parlare del contratto di appalto e delle responsabilità dell’appaltatore è importante soffermarci a trattare rapidamente il caso degli immobili in corso di costruzione.
Prima ancora che possa sorgere l’edificio condominiale, capita sovente che il costruttore proponga “su carta”, la vendita delle unità abitative che andranno a formare l’erigendo fabbricato. Nel momento in cui l’impresa edile ed il suo cliente raggiungono una intesa di massima circa l’acquisto dell’immobile, si sottoscrive solitamente tra il costruttore e il cliente un preliminare di immobile da costruire, a cui seguirà, una volta terminata la costruzione dell’edificio, il rogito di acquisto dell’immobile.

Il preliminare di immobile da costruire viene definito dalla giurisprudenza e dottrina dominante come un contratto a causa mista vendita-appalto;in forza di esso il costruttore assume su di sé non solo i tipici obblighi e la responsabilità previsti dal codice civile per il venditore, ma anche i tipici obblighi e responsabilità dell’appaltatore.
Si è ritenuto opportuno effettuare questa piccola precisazione sull’immobile da costruire, in quanto, da quanto letto, sembra che l’autore del quesito abbia acquistato su carta la propria unità abitativa: quello che si dirà nel proseguo vale anche per chi ha acquistato su carta un immobile di futura edificazione.

L’appalto d’opera è, tipicamente, un contratto ad esecuzione continuata, nel senso che la realizzazione dell’opera avviene, col protrarsi del tempo e l’ interesse del committente si realizza con l’ultimo atto esecutivo da parte della impresa appaltatrice.
Per tale motivo il codice civile va a disciplinare in maniera piuttosto dettagliata la esecuzione del contratto di appalto, e gli obblighi che per questo sorgono tra committente e costruttore.

Per le finalità che ci si propone di raggiungere col presente parere, è importante dare un breve cenno alle operazioni di verifica e collaudo con conseguente accettazione dell’opera
Il codice civile agli artt. 1665 e 1668 del c.c., prevede la possibilità per il committente di verificare l’opera eseguita, o un suo stato di avanzamento. La verifica, generalmente effettuata per mezzo di tecnico di fiducia del committente, è l’operazione attraverso la quale il committente accerta la conformità dell’opera costruita con quanto commissionato.
Se la verifica ha esito positivo, l’opera viene accettata dal committente. L’accettazione può essere espressa o tacita. Si ha accettazione espressa quando il committente attraverso un atto scritto espressamente dichiara di accettare l’opera eseguita e che la stessa è conforme a quanto commissionato. L’ accettazione tacita o presunta viene prevista dal codice civile:
1) se nonostante l’invito fatto dall’appaltatore, il committente tralascia di verificare l’opera, la stessa si considera accettata;
2)se il committente, nonostante l’invito fatto dall’appaltatore, non comunica i risultati della verifica entro un congruo termine;
3) la consegna dell’opera fatta al committente senza che quest’ultimo avanzi specifiche riserve;
4) con il pagamento integrale del prezzo dell’opera.
L’ accettazione ha una importanza fondamentale nell’ottica della responsabilità dell’appaltatore, in quanto ha tra i suoi effetti principali quello di liberare l’appaltatore dalla responsabilità per vizi palesi. Pertanto una eventuale accettazione espressa derivante da una verifica mal eseguita dal committente, o una accettazione presunta potrebbero andare a pregiudicare di molto l’esito delle azioni di responsabilità nei confronti dell’appaltatore che si andranno di seguito ad illustrare.

Innanzitutto, l’art. 1667 del c.c. prevede che l’appaltatore è tenuto alla garanzia per le difformità e i vizi dell’opera. Tale azione è subordinata alla denuncia all’appaltatore, entro 60 giorni dalla scoperta dei vizi (salvo che l’appaltatore abbia in mala fede occultato le proprie negligenze), e ha un termine di prescrizione di due anni dalla scoperta dei vizi.
In altre parole, dopo aver scoperto le difformità dell’opera, si deve denunciare a mezzo raccomandata a/r le stesse, per poi, se non si addiviene ad un accordo bonario, instaurare una causa civile per arrivare ad ottenere o l’eliminazione dei vizi o la proporzionale riduzione del prezzo dell’appalto.

Affianco all’art.1667 del c.c. appena illustrato, vi è la garanzia prevista dall’art. 1669 del c.c., rubricato rovina o difetto di cosa immobile.
Tale garanzia opera quando l’opera rovina in tutto o in parte, o vi è evidente pericolo di crollo, per grave difetto della costruzione o vizio del suolo.
L’art.1669 del c.c., trova applicazione non solo per le nuove costruzioni, ma anche per le ristrutturazioni e interventi manutentivi di lunga durata; può essere chiamato a rispondere non solo l’impresa appaltatrice, ma anche l’impresa venditrice costruttrice, da cui si è acquistato su carta una nuova unità abitativa.
Presupposto fondamentale di tale mezzo di tutela è che il vizio di costruzione che ha colpito il bene immobile, sia tale da causare la rovina o il pericolo di rovina dell’edificio.
Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione con sentenza n.7756 del 27.03.2017, in merito al vizio rilevante ex art. 1669 del c.c., hanno chiarito che:” In tema di contratto d’appalto, sono gravi difetti dell’opera, rilevanti ai fini dell’art. 1669 c.c., anche quelli che riguardino elementi secondari ed accessori (come impermeabilizzazioni, rivestimenti, infissi, etc.), purché tali da comprometterne la funzionalità globale e la normale utilizzazione del bene, secondo la destinazione propria di quest’ultimo.”

Anche l’azione ex art.1669 del c.c. è soggetta a rigidi termini di decadenza e di e prescrizione. Innanzitutto, i vizi devono manifestarsi entro 10 anni dal compimento dell’opera; in secondo luogo vi è un obbligo di denunziare il vizio al costruttore entro un anno dalla scoperta.
Si tenga però conto che in giudiziol’onere probatorio di dimostrare che sono decorsi i citati termini prescrizionali-decadenziali previsti dagli artt. 1667 e 1669 del c.c., non è compito della parte che si lamenta dei vizi, ma bensì del costruttore convenuto; onere probatorio che non è detto sia sempre di facile assolvimento.

Venendo a trattare più nello specifico il caso proposto, alla luce delle evidenti negligenze costruttive presenti nel complesso condominiale, è essenziale denunciare quanto prima detti vizi per poi eventualmente valutare una eventuale causa giudiziaria contro il costruttore, con ausilio, oltre che di un legale incaricato, di apposito perito. Tra la denunzia dei vizi e la causa, però, riteniamo sia opportuno provare ad instaurare con la controparte un approccio collaborativo al fine di sondare la possibilità di addivenire ad un accomodamento bonario della vicenda.

Approssimandosi la fine del presente parere, ritengo doveroso soffermarsi sul soggetto che è legittimato a far valere le azioni ex artt 1667 e 1669 del c.c. in ambito condominiale.
Con un importante sentenza la Corte di Cassazione, Sez.II, n.2436 del 31.01.2018 ha statuito che: "l’articolo 1130 c.c., n. 4, che attribuisce all’amministratore del condominio il potere di compiere atti conservativi dei diritti inerenti alle parti comuni dell’edificio deve interpretarsi estensivamente nel senso che. oltre agli atti conservativi necessari ad evitare pregiudizi a questa o a quella parte comune, l’amministratore ha il potere – dovere di compiere analoghi atti per la salvaguardia dei diritti concernenti l’edificio condominiale unitariamente considerato. Pertanto rientra nel novero degli atti conservativi di cui al citato articolo 1130 c.c., n. 4 l’azione di cui all’articolo 1669 c.c. intesa a rimuovere i gravi difetti di costruzione, nel caso in cui questi riguardino l’intero edificio condominiale ed i singoli appartamenti, vertendosi in una ipotesi di causa comune di danno che abilita alternativamente l’amministratore del condominio ed i singoli condomini ad agire per il risarcimento, senza che possa farsi distinzione tra parti comuni e singoli appartamenti o parte di essi soltanto".
In altre parole, alla legittimazione attiva dei singoli proprietari, si aggiunge quella dell’amministratore di condominio nel far valere in giudizio la responsabilità dell’appaltatore per vizi della cosa costruita.
Ma quali conseguenze possono incombere sull’amministratore se quest’ultimo si disinteressa del problema e omette di coltivare l’azione, su opportuna autorizzazione assembleare, o non effettua la denunzia dei vizi entro i rigidi termini decadenziali previsti dagli artt. 1667 e 1669 del c.c.?
Sicuramentel’assemblea può sfiduciare ex art 1129 co.11 del c.c., in ogni tempo un amministratore senza addurre motivi particolari, adottando una delibera con le maggioranze di cui all’art.1136 del c.c. Ma vi è di più, in quanto l’aver omesso di coltivare l’azione nei confronti dell’appaltatore, costituisce grave irregolarità ex art.1129 co.12 del c.c.
In caso di gravi irregolarità, ciascun condomino, secondo quanto prevede il precedente comma 11 dell’art 1129 del c.c., in caso di mancata revoca assembleare, può autonomamente adire l’autorità giudiziaria per chiedere la rimozione dell’amministratore.
Affianco alla revoca, ovviamente, in caso di gravi irregolarità per mancata coltivazione delle azioni di responsabilità nei confronti dell’appaltatore, l’amministratore inadempiente potrebbe essere chiamato a rispondere dei danni.

Carlo R. chiede
martedì 01/03/2016 - Liguria
“Salve,
ho consegnato una somma di denaro alla ditta che mi ha fatto i lavori a casa per l'acquisto di una piscina, precisando nel contratto d'appalto che la fornitura della piscina doveva avvenire direttamente a mie mani.
L'assegno è stato intestato direttamente alla ditta appaltatrice che doveva poi pagare la ditta della piscina, inserendo nel contratto il mio nome come beneficiario.
Ciò non è avvenuto in quanto la ditta appaltatrice a fatto il contratto di fornitura a suo nome, pagando con i soldi ad essa versati, ma senza menzionare me come beneficiario finale avente diritto alla fornitura.
Ripeto che nel contratto si dice che la fornitura deve essere fatta dalla ditta della piscina direttamente a mio favore.
Ora la ditta appaltatrice, a seguito di un contenzioso nato dopo la consegna della casa per lavori malfatti, tiene sostanzialmente in ostaggio la piscina rifiutandosi di dare l'autorizzazione alla ditta della piscina di consegnarmi la stessa.
Secondo me ricorrono gli estremi del reato di appropriazione indebita, in quanto a fronte del versamento di una somma di denaro alla ditta appaltatrice alle suddette condizioni, a seguito del comportamento illegittimo della prima io ora non ho né la piscina né i soldi.
Grazie”
Consulenza legale i 07/03/2016
L'art. 1655 del codice civile definisce l’appalto quale contratto a prestazioni corrispettive con cui una parte (appaltatore) assume il compimento di un'opera o di un servizio su incarico di un committente e verso un corrispettivo in danaro, con organizzazione dei mezzi necessari e con gestione a proprio rischio. Dalla disciplina dettata dal codice civile si evince che l’appaltatore non può dare in subappalto l'esecuzione dell'opera o del servizio, se non è stato espressamente autorizzato dal committente.

Il contratto di appalto trova spesso impiego nella costruzione di beni immobili o mobili, e nella fornitura di servizi di assistenza, consulenza, vigilanza. Nella sua esecuzione, l’appaltatore non può discostarsi da quanto pattuito salva l’ipotesi in cui vengano apportate delle modifiche al contenuto dell’accordo con il consenso della parte committente e deve fornire un’opera o un servizio esente da vizi o da difformità.

Di converso, il committente non può sottrarsi al pagamento dell’opera o del servizio, una volta accettati a seguito della verifica e della consegna. Trattandosi per l’appunto di un accordo, ciascuna parte è tenuta ad osservare gli obblighi contrattuali a pena di inadempimento, il quale legittimerebbe l’azione di esatto adempimento o la risoluzione del contratto ed, in ogni caso, il risarcimento del danno ai sensi dell’art. 1453 c.c.

Nel caso di specie si evince che la ditta appaltatrice non ha rispettato gli accordi assunti con il committente il quale, una volta versato il prezzo della piscina ha maturato il diritto alla consegna del bene così come pattuito dal contratto di appalto secondo cui il committente sarebbe stato il beneficiario del bene. La ditta appaltatrice, non ha agito correttamente in quanto non ha adempiuto all’accordo stipulato. Tale comportamento legittima il committente ad azionare i rimedi contro l’inadempimento contrattuale.

Innanzitutto, il committente potrà a sua scelta esercitare il rimedio di cui all’art. 1454 c.c. che prevede l’intimazione diretta nei confronti della parte inadempiente ad adempiere entro il termine essenziale, decorso inutilmente il quale il contratto si intenderà risolto ex lege con l’effetto di ottenere la restituzione del prezzo oltre il risarcimento del danno.

Ancora, il committente potrà in via alternativa azionare il rimedio dell’esatto adempimento pretendendo quindi dalla ditta appaltatrice l’adempimento delle prestazioni di cui al contratto, tra cui, per l’appunto, la consegna della piscina direttamente da parte della ditta produttrice, oppure potrà decidere di risolvere il contratto, pretendendo quindi la restituzione del corrispettivo già versato.

Questi i rimedi previsti dal codice civile, al quale si aggiunge il risarcimento del danno derivante dal comportamento negligente della ditta appaltatrice, sia che il committente scelga di promuovere l’azione di adempimento sia che invece decida di risolvere il contratto. Quanto detto vale a livello di disciplina civilistica.

Dal punto di vista penalistico, si potrebbe ipotizzare l’eventualità di una denuncia-querela a carico della ditta appaltatrice per appropriazione indebita disciplinata all’art. 646 c.p. a mente del quale “Chiunque, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, si appropria il denaro o la cosa mobile altrui di cui abbia, a qualsiasi titolo, il possesso, è punito, a querela della persona offesa, con la reclusione fino a tre anni e con la multa fino a milletrentadue euro”, in quanto la ditta appaltatrice si è appropriata della somma di denaro che il committente le aveva versato all'unico ed esclusivo fine, precisamente indicato nell'accordo, di ottenere la consegna della piscina. Il comportamento della ditta appaltatrice configura un chiara ipotesi di interversio possessionis, ovvero un cambiamento del comportamento del soggetto attivo rispetto alla cosa (in questo caso la somma di denaro data dal cliente alla ditta appaltatrice) poiché mostra, a questo punto della vicenda, di trattare la medesima come fosse propria, invece che averla utilizzata, secondo gli accordi scritti presi, per procurare al cliente la piscina.
Si potrebbe quindi procedere sia penalmente che civilmente per sanzionare il comportamento della ditta. E' peraltro più che consigliabile per entrambi i casi - in particolare prima di intraprendere la via della denuncia penale - consultare un legale il quale, potendo analizzare ogni dettaglio della fattispecie concreta (il testo completo del contratto di appalto prima di ogni altro elemento), sappia consigliare la via migliore da percorrere, onde evitare di commettere errori di strategia che potrebbero costare cari.
Infine si precisa che, a nostro sommesso giudizio, la via della denuncia-querela penale potrebbe avere senso più che altro per esercitare una pressione psicologica sulla ditta appaltatrice, di modo da accelerare la definizione di un accordo transattivo a livello civilistico. Occorre, però, lo si ripete, analizzare per bene il contratto e tutto quanto accaduto nel corso di esecuzione del medesimo.

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