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Articolo 2115 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n.262)

Contribuzioni

Dispositivo dell'art. 2115 Codice civile

Salvo diverse disposizioni della legge [o delle norme corporative] (1), l'imprenditore e il prestatore di lavoro contribuiscono in parti eguali alle istituzioni di previdenza e di assistenza [2753, 2754] (2).

L'imprenditore è responsabile del versamento del contributo, anche per la parte che è a carico del prestatore di lavoro, salvo il diritto di rivalsa secondo le leggi speciali [2116].

È nullo qualsiasi patto diretto ad eludere gli obblighi relativi alla previdenza o all'assistenza [1418, 1419 2].

Note

(1) Vedi nota 1 sub art. 2114.
(2) L'equa divisione dei contributi fra datore di lavoro e lavoratore è derogata dalle leggi speciali, che prevedono a carico dei datori percentuali molto più elevate di quelle a carico dei lavoratori.

Massime relative all'art. 2115 Codice civile

Cass. civ. n. 7987/2012

Le somme spettanti a titolo di risarcimento danni per la violazione degli obblighi facenti carico al datore di lavoro hanno natura retributiva - e sono quindi da computare nella retribuzione imponibile ai fini contributivi - solo quando derivino da un inadempimento, il quale, pur non riguardando direttamente l'obbligazione retributiva, tuttavia immediatamente incida su di essa in quanto determini la mancata corresponsione di compensi dovuti al dipendente; viceversa, le attribuzioni patrimoniali che il lavoratore riceve a titolo di risarcimento del danno per la violazione degli altri obblighi del datore, sebbene siano anch'esse "dipendenti dal rapporto di lavoro", non hanno natura retributiva, così come tale natura non aveva l'obbligazione primaria rimasta inadempiuta, e quindi non sono computabili nella retribuzione imponibile ai fini contributivi, ex art. 12 legge 30 aprile 1969 n. 153 ed ex art. 6 del d.l.vo 2 settembre 1997 n. 314. (Nella specie, in applicazione di tale principio, la S.C. ha incluso dal computo della retribuzione imponibile ai fini contributivi le somme spettanti al lavoratore a titolo di risarcimento danno da mancata corresponsione di maggiorazione per lavoro notturno).

Cass. civ. n. 6448/2009

In tema di contributi previdenziali, il datore di lavoro che non abbia provveduto ai versamenti dovuti nei termini di legge resta obbligato, ai sensi dell'art. 23 della legge 4 aprile 1952, n. 218, in via esclusiva per l'adempimento, con esclusione del diritto di rivalsa nei confronti del lavoratore per la quota a carico di quest'ultimo e ciò anche nell'ipotesi in cui l'inadempimento sia conseguenza della nullità del termine di durata apposto al contratto di lavoro, non potendosi ravvisare, in tale situazione, una impossibilità della prestazione derivante da causa oggettiva non imputabile allo stesso datore di lavoro.

Cass. civ. n. 3782/2009

La norma che consente al datore di lavoro di operare le ritenute contributive sulla retribuzione del lavoratore (art. 19 della legge 4 aprile 1952, n. 218) è di stretta interpretazione e, limitando il diritto di ritenuta del datore di lavoro sulla retribuzione soltanto nel caso di tempestivo pagamento della contribuzione relativa al medesimo periodo, non consente detta forma di recupero ove i contributi siano pagati parzialmente o in ritardo, dovendosi ricomprendere in tale ultima ipotesi il caso (ricorrente nella specie) del ritardato pagamento della retribuzione unitamente ai contributi ad essa riferibili.

Cass. civ. n. 15308/2004

Il disposto dell'art. 2115, terzo comma, c.c. — che stabilisce la nullità di qualsiasi patto diretto ad eludere gli obblighi relativi alla previdenza o all'assistenza — non è applicabile qualora le parti abbiano inteso transigere non già su eventuali obblighi del datore di lavoro di corrispondere all'Inps i contributi assicurativi, bensì sul danno subito dal lavoratore per l'irregolare versamento dei contributi stessi.

Cass. civ. n. 3675/2004

L'importo della retribuzione da assumere come base di calcolo dei contributi previdenziali non può essere inferiore all'importo di quella che ai lavoratori di un determinato settore sarebbe dovuta in applicazione dei contratti collettivi stipulati dalle associazioni sindacali più rap-presentative su base nazionale (cosiddetto «minimale contributivo»), secondo il riferimento ad essi fatto con esclusiva incidenza sul rapporto previdenziale dall'art. 1 D.L. 9 ottobre 1989 n. 338 (convertito in legge 7 dicembre 1989 n. 389), senza le limitazioni derivanti dall'applicazione dei criteri di cui all'art. 36 Costituzione(cosiddetto «minimo retributivo costituzionale»), che sono rilevanti solo quando a detti contratti si ricorre con incidenza sul distinto rapporto di lavoro ai fini della determinazione della giusta retribuzione. L'efficacia dell'autonomia collettiva nei confronti dei lavoratori non aderenti opera anche con riguardo ai contributi dovuti dalle imprese cooperative per il lavoro prestato dai soci, i quali, ai fini della tutela previdenziale, sono equiparati ai lavoratori subordinati.

Cass. civ. n. 6024/2000

In materia di determinazione della base imponibile per il calcolo dei contributi dell'as-sicurazione obbligatoria, la prescrizione dell'art. 1 D.L. 9 ottobre 1989, u. 338, convertito in legge 7 dicembre 1989, n. 389 deve essere interpretata nel senso che essa, con portata innovativa, ha aggiunto al previgente principio secondo cui l'imponibile si determina sul «dovuto» e non su quanto «di fatto erogato», il nuovo ed ulteriore criterio del «minimale» contributivo. Ne consegue che, secondo la suddetta normativa, gli accordi collettivi, diversi da quelli stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative su base nazionale (ad es. gli accordi aziendali) ovvero gli accordi individuali hanno rilevanza ai fini contributivi soltanto quando determinino una retribuzione superiore alla misura minima stabilita dal contratto collettivo, in caso contrario restano irrilevanti e la contribuzione va parametrata al minimale suddetto.

Cass. civ. n. 5002/1999

In materia di determinazione della base imponibile per il calcolo dei contributi della as-sicurazione obbligatoria, la prescrizione dell'art. 1 D.L. 9 ottobre 1989, n. 338, convertito in legge 7 dicembre 1989, n. 389 (le cui disposizioni sono "confermate" espressamente dall'art. 6, comma ottavo del D.L.vo n. 314 del 1997) — che stabilisce che la retribuzione da assumere come base per il calcolo dei contributi di previdenza ed assistenza sociale non può essere inferiore all'importo delle retribuzioni stabilito da leggi, regolamenti, contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative su base nazionale, ovvero da accordi collettivi ed individuali, qualora ne derivi una retribuzione di importo superiore a quello previsto dal contratto collettivo — va interpretata in armonia con quanto previsto dall'art. 12 della legge n. 153 del 1969, anche secondo il nuovo testo dettato dall'art. 6 del D.L.vo n. 314 del 1997, e non deroga al principio secondo cui la base imponibile dei contributi previdenziali non può riguardare somme maggiori da quelle che il datore di lavoro è obbligato a corrispondere al lavoratore, in base a legge (compreso l'art. 36 Cost.) o disposizioni di contratti collettivi o individuali, senza peraltro che spieghi efficacia riduttiva della base imponibile l'eventuale corresponsione di fatto di somme minori di quelle effettivamente dovute, anche in presenza di accettazione o rinuncia del lavoratore.

Cass. civ. n. 1432/1998

Le prestazioni previdenziali e pensionistiche di fonte negoziale non hanno carattere di indisponibilità ed irrinunciabilità, riferendosi l'ultimo comma dell'art. 2115 c.c. soltanto alle forme di previdenza obbligatoria, e per l'esercizio dei relativi diritti possono essere previsti termini di decadenza. (Fattispecie relativa al trattamento denominato «anzianità professionale edile» o «a.p.c. straordinaria», erogato dalla cassa edile di mutualità e assistenza e basato su contribuzione dei soli datori di lavoro, e specificamente al termine di decadenza di sei mesi per la relativa domanda, previsto dall'accordo 4 giugno 1987 e decorrente dal riconoscimento della pensione di anzianità, d'inabilità o ai superstiti, ovvero dalla data di presentazione della domanda di pensione di vecchiaia).

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Consulenze legali
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Anonimo chiede
giovedì 23/03/2017 - Veneto
“Ho ricevuto una richiesta dall'Ispettorato territoriale del lavoro di P. di comparizione per il tentativo di conciliazione monocratica(art. 11 comma 1 D.L.g.s.) a seguito di richiesta di intervento ispettivo relativo alla richiesta da parte della Federazione italiana lavoratori ambienti e servizi di P. di, secondo loro, conteggio mancati emolumenti. Ho bisogno di capire quale sarebbe l'iter che seguirebbe a una mia mancata partecipazione all'incontro, nel migliore e nel peggiore dei casi.

In attesa di Vostra cortese e sollecita risposta, porgo distinti saluti.


Consulenza legale i 30/03/2017
Il riferimento normativo in materia è il Decreto Legislativo n. 124/2004, il quale elenca i compiti del personale ispettivo delle Direzioni Territoriali del Lavoro, tra i quali vi è quello di (art. 7): “a) vigilare sull'esecuzione di tutte le leggi in materia di livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale, di tutela dei rapporti di lavoro e di legislazione sociale ovunque sia prestata attività di lavoro a prescindere dallo schema contrattuale, tipico o atipico, di volta in volta utilizzato;
b) vigilare sulla corretta applicazione dei contratti e accordi collettivi di lavoro;
(…) e) effettuare inchieste, indagini e rilevazioni, su richiesta del Ministero del lavoro e delle politiche sociali”.

L’art. 11 del medesimo decreto – che è quello che qui più interessa - disciplina la cosiddetta “conciliazione monocratica”, ovvero stabilisce che quando il personale ispettivo chiamato ad effettuare un’ispezione si rende conto che la questione potrebbe essere risolta mediante un accordo tra le parti, le convoca per un tentativo di conciliazione: “Nelle ipotesi di richieste di intervento ispettivo alla direzione provinciale del lavoro dalle quali emergano elementi per una soluzione conciliativa della controversia, la Direzione provinciale del lavoro territorialmente competente può, mediante un proprio funzionario, anche con qualifica ispettiva, avviare il tentativo di conciliazione sulle questioni segnalate.”

Le parti che vengono convocate hanno la facoltà di farsi assistere o da un professionista cui conferire mandato (avvocato, commercialista consulente del lavoro, ecc: è indifferente) oppure da associazioni o organizzazioni sindacali.

Il funzionario ascolta le parti (congiuntamente e separatamente) e cerca di favorire una soluzione conciliativa: se le parti si accordano si stila un verbale di conciliazione, che può essere reso esecutivo da un Giudice a cura della parte interessata qualora l’altra si renda inadempiente all’accordo.

Diversamente, la norma dice: “Nella ipotesi di mancato accordo ovvero di assenza di una o di entrambe le parti convocate, attestata da apposito verbale, la direzione provinciale del lavoro dà seguito agli accertamenti ispettivi.”.
Ebbene, nel caso in esame, la mancata partecipazione all’incontro comporterà dunque la prosecuzione degli accertamenti ispettivi da parte dei funzionari, accertamenti che possono concludersi con un nulla di fatto (ovvero non viene riscontrata alcuna irregolarità né violazione di legge) per cui il datore di lavoro ne uscirà “indenne” (senza subìre alcun provvedimento sanzionatorio).

Se all’esito degli accertamenti risulti, invece, che il datore di lavoro è debitore nei confronti del lavoratore di emolumenti retributivi o altri crediti, lo diffida a corrisponderli (art. 12): “Qualora nell'ambito dell'attività di vigilanza emergano inosservanze alla disciplina contrattuale da cui scaturiscono crediti patrimoniali in favore dei prestatori di lavoro, il personale ispettivo delle Direzioni del lavoro diffida il datore di lavoro a corrispondere gli importi risultanti dagli accertamenti.
2. Entro trenta giorni dalla notifica della diffida accertativa, il datore di lavoro può promuovere tentativo di conciliazione presso la Direzione provinciale del lavoro. In caso di accordo, risultante da verbale sottoscritto dalle parti, il provvedimento di diffida perde efficacia (…).
3. Decorso inutilmente il termine di cui al comma 2 o in caso di mancato raggiungimento dell'accordo, attestato da apposito verbale, il provvedimento di diffida di cui al comma 1 acquista (…) valore di accertamento tecnico, con efficacia di titolo esecutivo.
4. Nei confronti del provvedimento di diffida di cui al comma 3 è ammesso ricorso davanti al Comitato regionale per i rapporti di lavoro (…)

L’art. 13 poi continua: “In caso di constatata inosservanza delle norme di legge o del contratto collettivo in materia di lavoro e legislazione sociale e qualora il personale ispettivo rilevi inadempimenti dai quali derivino sanzioni amministrative, questi provvede a diffidare il trasgressore e l’eventuale obbligato in solido (…) alla regolarizzazione delle inosservanze comunque materialmente sanabili, entro il termine di trenta giorni dalla data di notificazione del verbale di cui al comma 4” (si veda oltre) “3. In caso di ottemperanza alla diffida, il trasgressore o l’eventuale obbligato in solido è ammesso al pagamento di una somma pari all’importo della sanzione nella misura del minimo previsto dalla legge ovvero nella misura pari ad un quarto della sanzione stabilita in misura fissa, (…) Il pagamento dell’importo della predetta somma estingue il procedimento (…).
4. All’ammissione alla procedura di regolarizzazione di cui ai commi 2 e 3, nonché alla contestazione delle violazioni amministrative (…) si provvede da parte del personale ispettivo esclusivamente con la notifica di un unico verbale di accertamento e notificazione, notificato al trasgressore e all’eventuale obbligato in solido”.

E’ sempre opportuno presentarsi in sede conciliativa, non solo perché – evidentemente - la disponibilità all’incontro viene sicuramente interpretata come segno di buona fede e di correttezza, ma soprattutto perché – se in effetti il datore di lavoro sa di non essere perfettamente in regola con gli adempimenti di legge – ha la possibilità di “bloccare” l’indagine ispettiva (che, se proseguisse, potrebbe anche far emergere molte più mancanze di quelle riscontrate in un primo momento e che hanno determinato il funzionario a convocare le parti) e trovare una soluzione conciliativa che è sempre maggiormente vantaggiosa sul piano sanzionatorio.

Testi per approfondire questo articolo