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Articolo 177 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n.262)

Oggetto della comunione

Dispositivo dell'art. 177 Codice civile

Costituiscono oggetto della comunione:

  1. a) gli acquisti compiuti dai due coniugi insieme o separatamente durante il matrimonio, ad esclusione di quelli relativi ai beni personali (1) [179];
  2. b) i frutti dei beni propri di ciascuno dei coniugi, percepiti e non consumati allo scioglimento della comunione [191] (2);
  3. c) i proventi dell'attività separata di ciascuno dei coniugi se, allo scioglimento della comunione, non siano stati consumati (2);
  4. d) le aziende gestite da entrambi i coniugi e costituite dopo il matrimonio (3) [181, 191].

Qualora si tratti di aziende appartenenti ad uno dei coniugi anteriormente al matrimonio ma gestite da entrambi, la comunione concerne solo gli utili e gli incrementi.

Note

(1) Alla lettera a) dell'articolo in esame viene configurata la contitolarità dei beni provenienti dagli acquisti compiuti dai coniugi anche separatamente, in costanza di matrimonio: tali beni, acquistati anche separatamente, diventano comuni ope legis , ed il coniuge che non ha partecipato all'acquisto ne sarà comproprietario per il 50%.
A tali beni si affiancano, per il medesimo regime operante, anche le aziende di cui al successivo punto d), e i beni acquistati per effetto di successione o donazione, se così specificato nell'atto di liberalità (lett. b), ultimo periodo dell'art. 179 del c.c.).
(2) La cosiddetta "comunione de residuo" si instaura automaticamente al momento dello scioglimento della comunione, per l'equa divisione di quanto acquistato prima e quanto rimane poichè non speso. Si fa riferimento tanto alle lett. b) e c) dell'articolo in esame, quanto ai beni di cui all'art. 178 del c.c. destinati all'attività dell'impresa di uno dei coniugi costituita dopo il matrimonio, e agli incrementi dell'impresa costituita precedentemente.
(3) In merito all'azienda coniugale, dovrà preliminarmente valutarsi la gestione congiunta o meno della stessa, ed il momento di costituzione rispetto alla celebrazione del matrimonio. Nulla quaestio se l'azienda venne costituita dopo il matrimonio e gestita da entrambi: è oggetto di comunione legale. Diverso se prima del matrimonio la stessa già appartenesse ad uno dei coniugi, ma successivamente venne gestita congiuntamente: la lett. d) e l'ultimo comma dell'articolo in esame specificano che solo eventuali utili ed incrementi andranno in comunione.

Brocardi

De residuo

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

Massime relative all'art. 177 Codice civile

Cass. civ. n. 5652/2017

L’art. 177, comma 1, lett. c), c.c. esclude dalla comunione legale i proventi dell'attività separata svolta da ciascuno dei coniugi e consumati, anche per fini personali, in epoca precedente allo scioglimento della comunione.

Cass. civ. n. 19689/2014

I titoli di partecipazione ad una società cooperativa acquistati, in costanza di matrimonio, da uno dei coniugi ed allo stesso intestati, sono suscettibili di essere compresi nel regime di comunione legale contemplata dall'art. 177, primo comma, lett. a), cod. civ., in tutti i casi in cui il carattere personale della partecipazione non sia recessivo di fronte al dato sostanziale preminente dell'estraneità del socio all'attività che costituisce l'oggetto sociale della cooperativa. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata, che aveva ritenuto cadute nella comunione legale le azioni, acquistate durante il matrimonio da uno dei coniugi, di una banca popolare cooperativa, attesa la specificità dell'oggetto sociale, relativo all'esercizio dell'attività di azienda di credito, la diffusa finalità lucrativa ed il difetto della sostanza cooperativistica, nonché la sostanziale divaricazione dell'assetto organizzativo e funzionale, come delineato per le banche popolari dalla disciplina legislativa, rispetto a quello riguardante le cooperative in senso stretto).

Cass. civ. n. 5424/2010

La disciplina della comunione legale tra coniugi è animata dall'intento di tutelare la famiglia attraverso una specifica protezione della posizione dei coniugi che si manifesta, a norma dell'art. 177, primo comma, lettera a), c.c., nel regime dell'attribuzione comune degli acquisti compiuti durante il matrimonio. Tale finalità di protezione è del tutto assente nell'ipotesi in cui i beni acquistati - astrattamente riconducibili al regime della comunione legale - abbiano una provenienza illecita; pertanto, ove il giudice penale abbia sottoposto a confisca, ai sensi dell'art. 2 ter della legge 31 maggio 1965, n. 575, beni di persona sottoposta a procedimento di prevenzione per sospetta appartenenza ad associazioni di tipo mafioso, il coniuge non può invocare la disciplina della comunione legale per sottrarre determinati beni alla predetta misura, salvo che dimostri di aver contribuito all'acquisto con proprie disponibilità frutto di attività lecite.

Cass. civ. n. 799/2009

Il credito per l'indennizzo, dovuto ai sensi dell'art. 936 c.c., dal proprietario del suolo per opere fatte dal terzo con materiali propri, non costituisce un acquisto che cade in comunione legale ai sensi dell'art. 177, lett. a ), c.c., dovendo escludersi che la comunione degli acquisti provenienti da attività separata possa comprendere tutti indistintamente i diritti di credito, in quanto, posto che l'atto deve avere ad oggetto l'acquisizione di un «bene » ai sensi degli articoli 810, 812 e 813 c.c., restano esclusi i meri diritti di credito che non abbiano una componente patrimoniale suscettibile di acquisire un valore di scambio.

Cass. civ. n. 20296/2008

Gli acquisti di beni immobili per usucapione effettuati da uno solo dei coniugi, durante il matrimonio, in vigenza del regime patrimoniale della comunione legale, entrano a far parte della comunione stessa, non distinguendo l'art. 177, primo comma, lettera a) del cod. civ tra gli acquisti a titolo originario e quelli a titolo derivativo. Ne consegue che il momento determinate l'acquisto del diritto "ad usucapionem" da parte dell'altro coniuge, attesa la natura meramente dichiarativa della domanda giudiziale, s'identifica con la maturazione del termine legale d'ininterrotto possesso richiesto dalla legge.

Cass. civ. n. 6120/2008

In tema di comunione legale tra coniugi, la previsione normativa contenuta nell'art. 177 lettera a) c.c., secondo la quale entrano a far parte della comunione gli acquisti compiuti dai coniugi anche separatamente durante il matrimonio, ai sensi dell'art. 177 c.c., riguarda esclusivamente gli acquisti provenienti da terzi e non gli atti di disposizione intercorsi tra i coniugi stessi. (Nel caso di specie, in costanza di matrimonio, erano stati alienati da un coniuge, all'altro propri beni personali, consistenti in quote sociali, cui era seguito, all'atto dello scioglimento della società, l'attribuzione di un cespite immobiliare al coniuge acquirente, escluso dalla comunione per espressa indicazione contenuta nel rogito, seguita dalla dichiarazione adesiva dell'altro coniuge. La Corte, confermando la sentenza di secondo grado, ne ha escluso la riconduzione alla comunione legale, richiesta dal cedente).

Cass. civ. n. 8002/2004

Il regime di comunione coniugale di cui all'art. 177 c.c. coinvolge i soli acquisti di beni e non inerisce invece alla instaurazione di rapporti meramente creditizi, quali quelli connessi, ad esempio, all'apertura di un conto corrente bancario nel corso della convivenza coniugale, i quali, se cointestati, non esorbitano dalla logica di un tal tipo di rapporti e non conoscono quindi alcuna preclusione legata al preventivo scioglimento della comunione legale coniugale e — quindi — al preventivo passaggio in giudicato della sentenza di separazione.

Cass. civ. n. 7060/2004

Il principio generale dell'accessione posto dall'art. 934 c.c., in base al quale il proprietario del suolo acquista ipso iure al momento dell'incorporazione la proprietà della costruzione su di esso edificata e la cui operatività può essere derogata soltanto da una specifica pattuizione tra le parti o da una altrettanto specifica disposizione di legge, non trova deroga nella disciplina della comunione legale tra coniugi, in quanto l'acquisto della proprietà per accessione avviene a titolo originario senza la necessità di un'apposita manifestazione di volontà, mentre gli acquisti ai quali è applicabile l'art. 177, primo comma, c.c. hanno carattere derivativo, essendone espressamente prevista una genesi di natura negoziale, con la conseguenza che la costruzione realizzata in costanza di matrimonio ed in regime di comunione legale da entrambi i coniugi sul terreno di proprietà personale esclusiva di uno di essi è a sua volta proprietà personale ed esclusiva di quest'ultimo in virtù dei principi generali in materia di accessione, mentre al coniuge non proprietario che abbia contribuito all'onere della costruzione spetta, ai sensi dell'art. 2033 c.c., il diritto di ripetere nei confronti dell'altro coniuge le somme spese.

Cass. civ. n. 13441/2003

L'art. 177, lett. c) del codice civile esclude dalla comunione legale tra coniugi i proventi dell'attività separata svolta da ciascuno di essi e consumati in epoca precedente allo scioglimento della comunione.

Cass. civ. n. 14897/2000

Costituiscono oggetto della comunione cosiddetta de residuo, ai sensi dell'articolo 177, lett. c) c.c., non solo quei redditi per i quali si riesca a dimostrare che sussistano ancora al momento dello scioglimento della comunione ma anche quelli, percetti e percipiendi, rispetto ai quali il coniuge titolare non riesca a dimostrare che siano stati consumati o per il soddisfacimento dei bisogni della famiglia o per investimenti già caduti in comunione. (Nella specie la S.C. ha confermato la decisione di merito secondo cui ricadevano in comunione de residuo le somme depositate su un conto corrente cointestato, ritirate prima della separazione e asseritamente utilizzate per l'attività d'impresa del coniuge prelevante).

Cass. civ. n. 14237/2000

Nel caso di acquisto di appartamento ad uso abitativo da parte di uno dei coniugi in regime di comunione legale, l'altro ne diviene comproprietario ex art. 177 c.c. con diritto a fruire delle agevolazioni fiscali contemplate in relazione all'acquisto della «prima casa» anche se sprovvisto dei requisiti di legge, sussistenti solo in capo al coniuge acquirente.

Cass. civ. n. 4716/1999

La costruzione realizzata da entrambi i coniugi sul suolo di proprietà esclusiva di uno di essi non rientra nella comunione legale dei beni di cui all'art. 159 c.c., con la conseguenza che il coniuge titolare esclusivo del manufatto così realizzato può, del tutto legittimamente, attribuire all'altro coniuge, con atto unilaterale risultante da scrittura privata non autenticata (atto a causa atipica, non liberale ma corrispettiva, dall'effetto evidentemente costitutivo), il diritto di proprietà sul 50% dell'appartamento, sulla base del contestuale riconoscimento «dell'averlo costruito insieme».

Cass. civ. n. 1292/1998

Anche se per la vendita di un veicolo non è necessario il consenso dell'altro coniuge in regime di comunione legale dei beni (art. 159 c.c.) essendo sufficiente la dichiarazione autenticata del trasferimento verbale del venditore per l'iscrizione o la trascrizione nel P.R.A. (artt. 13 e 16 R.D. 29 luglio 1927, n. 1814), tale bene tuttavia entra automaticamente nel patrimonio di entrambi i coniugi (art. 177 lett. a, c.c.), pur essendo consumabile e oneroso, salvo che il giudice del merito ne accerti la natura personale (art. 179 lett. c) e d), c.c.).

Cass. civ. n. 4273/1996

In regime di comunione legale fra coniugi, i beni che possono formare oggetto della comunione de residuo, che si forma ai sensi dell'art. 177 comma primo lettere b) e c) all'atto dello scioglimento della comunione stessa sui frutti non consumati dei beni propri e sui proventi dell'attività separata, possono consistere esclusivamente in beni mobili o in diritti di credito verso terzi, con esclusione, pertanto, degli immobili.

Cass. civ. n. 651/1996

Nel regime di comunione legale, la costruzione realizzata durante il matrimonio da entrambi i coniugi, sul suolo di proprietà personale ed esclusiva di uno di essi, appartiene esclusivamente a quest'ultimo in virtù delle disposizioni generali in materia di accessione e pertanto non costituisce oggetto della comunione legale, ai sensi dell'art. 177 primo comma lett. b) c.c. In siffatta ipotesi, la tutela del coniuge non proprietario del suolo, opera non sul piano del diritto reale (nel senso che in mancanza di un titolo o di una norma non può vantare alcun diritto di comproprietà, anche superficiaria, sulla costruzione), ma sul piano obbligatorio, nel senso che a costui compete un diritto di credito relativo alla metà del valore dei materiali e della manodopera impiegati nella costruzione.

Cass. civ. n. 12523/1993

La cessazione della convivenza dei coniugi, ancorché autorizzata con i provvedimenti provvisori adottati a norma dell'art. 708 terzo comma c.p.c., non osta a che i beni successivamente acquistati dai coniugi medesimi ricadano nella comunione legale, ai sensi dell'art. 177 primo comma lett. a) c.c., dato che l'operatività di tale disposizione, in base alle regole evincibili dall'art. 191 c.c. in tema di scioglimento della comunione, viene meno ex nunc con l'instaurarsi del regime di separazione, a seguito del provvedimento giudiziale che la pronunci in via definitiva, ovvero che omologhi l'accordo al riguardo intervenuto.

Cass. civ. n. 9513/1991

La comunione legale fra coniugi, di cui all'art. 177 c.c., riguarda gli acquisti, cioè gli atti implicanti l'effettivo trasferimento della proprietà della res o la costituzione di diritti reali sulla medesima, non quindi i diritti di credito sorti dal contratto concluso da uno dei coniugi, i quali per la loro stessa natura relativa e personale, pur se strumentali rispetto all'acquisizione di una res, non sono suscettibili di cadere in comunione. Ne consegue che, nel caso di un contratto preliminare di vendita, stipulato da uno solo dei coniugi, l'altro coniuge non è legittimato - sostituendosi al primo - a proporre la domanda di esecuzione specifica ex art. 2932 c.c.

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Consulenze legali
relative all'articolo 177 Codice civile

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Adrian N. chiede
martedì 23/06/2015 - Lazio
“Buongiorno,io e mia moglie ci stiamo separando in comunione dei beni. Ci siamo sposati nel 2010 e abbiamo 3 figli. Nel 2011 abbiamo costituito una SRL con quote 80% a me e 20% a mia moglie. Questa società ha 2 punti vendita di prodotti alimentari (supermercati). Amministratore unico sono io. Come si fa la separazione dei beni in questo caso specifico? Grazie”
Consulenza legale i 25/06/2015
Come noto, costituiscono oggetto della comunione, ai sensi dell'art. 177, lett. d), c.c., le aziende gestite da entrambi i coniugi e costituite dopo il matrimonio.
Quindi, nel caso di specie, se la s.r.l. è stata costituita insieme dagli sposi subito dopo le nozze ed è cogestita dai coniugi, essa è entrata a far parte della comunione.

L'art. 191 del c.c. stabilisce che la comunione si scioglie, tra le altre ipotesi, in caso di separazione personale dei coniugi (la comunione si considera sciolta solo con il passaggio in giudicato della sentenza di separazione giudiziale o del decreto che omologa la separazione consensuale).
L'ultimo comma del medesimo articolo menziona espressamente le aziende di cui alla lettera d) dell'art. 177, sancendo che i coniugi possono decidere di sciogliere la comunione nelle forme previste dall'art. 162.
Ciò significa che i coniugi possono decidere che l'azienda sia svincolata dalla comunione anche prima che questa si sciolga per una delle cause previste dalla legge, mediante una convenzione in forma di atto pubblico.

Supponendo, però, che i coniugi vogliano inserire le sorti dell'azienda tra le condizioni della separazione (che si presume essere consensuale), valgono le seguenti osservazioni.

Uno degli effetti più importanti scaturenti dallo scioglimento della comunione è il diritto di procedere alla divisione del patrimonio comune, comprese le aziende.
Secondo la giurisprudenza, andranno applicati all'azienda i principi di cui all’art. 720 c.c. (che regola la divisione degli immobili non comodamente divisibili), in quanto essa costituisce una universalità di beni, insuscettibile di essere frazionata nelle sue singole componenti.
In generale, la giurisprudenza di legittimità reputa applicabile analogicamente all’azienda la disposizione relativa agli immobili non comodamente divisibili "ove il frazionamento determini il vanificarsi dell’avviamento commerciale, atteso che la comoda divisibilità di cui alla norma citata presuppone, fra l’altro, che la divisione non importi un pregiudizio al valore economico delle porzioni rispetto all’intero" (Cass. civ., 26.4.1983, n. 2861).

Secondo la tesi maggioritaria, l’impresa costituita e gestita da entrambi i coniugi non è una forma speciale di società, ma una forma di comunione nell’esercizio dell’impresa: si deve escludere, quindi, che la divisione dei beni della comunione legale implichi scioglimento della società e quindi liquidazione dell’impresa. Si deve, invece, valutare la situazione patrimoniale dell'impresa al momento della divisione, secondo la regola generale valevole per ogni stima in sede divisoria.

Di conseguenza:
- l’azienda dovrà essere trattata come bene indivisibile in natura;
- gli utili e gli incrementi si possono eventualmente dividere direttamente.

L'art. 720 sopra citato prevede che i beni non comodamente divisibili vadano di preferenza compresi per l'intero nella quota di un condividente, con addebito dell'eccedenza. Nel nostro caso, ad esempio, il marito può chiedere l'assegnazione della quota societaria della moglie, corrispondendole il valore, anche sottoforma di concessioni diverse riguardanti, ad esempio, la casa coniugale, etc.

Nel caso estremo in cui nessuno dei coniugi voglia vedersi assegnare la società, si dovrebbe procedere alla vendita e alla suddivisione del prezzo ricavato.

I coniugi, naturalmente, sono sempre liberi di trovare un accordo diverso, che li soddisfi entrambi.

Maria chiede
lunedì 03/11/2014 - Trentino-Alto Adige
“Buongiorno,
Io e mio marito siamo in regime di separazione dei beni.
Nel 2007 ha chiesto la separazione perchè ha conosciuto una nuova compagna da cui ha avuto una figlia nel 2008.
Abbiamo sottoscritto una separazione consensuale regolando però solo gli aspetti riguardanti il mantenimento mio e dei figli e non la divisione del patrimonio.
La sottoscritta ha lavorato per anni con ruoli apicali, dal 1991 al 2008 (anno di separazione) nelle aziende di famiglia senza percepire ne stipendio ne utili e senza che sia stato configurato nessun rapporto di lavoro.
Nel 2008 son stata estromessa dal marito dall'azienda in cui lavoravo perciò ho avuto un ulteriore danno perché mi sono trovata senza lavoro.
Con i proventi dell'attività, utili indivisi e stipendi non percepiti, mio marito si è acquistato una gran parte del patrimonio dai suoi fratelli, ovvero:
- Azienda A (sas) - dal 35% al momento del matrimonio fino al 90% + 10% intestato a me.
- dal 50% al momento del matrimonio fino al 100 % della casa coniugale
- Azienda B (snc) - dal 50% al momento del matrimonio fino al 100%
Tutto questo con soldi provenienti dall'attività per cui io ho lavorato senza nessun stipendio né utile, pensando a costituire un patrimonio per la famiglia.
Ora cosa posso fare?
I beni acquistati in regime di separazione dei beni ma con soldi provenienti dal lavoro di entrambi i coniugi ed intestati solo ad uno dei due come vanno divisi?
Grata dei consigli che vorrete darmi, porgo cordiali saluti.”
Consulenza legale i 10/11/2014
Nella vicenda narrata una moglie, oggi separata dal marito, ha lavorato per molti anni nelle aziende di famiglia (che fino ad un certo punto era in comproprietà tra il marito e i fratelli, poi sono divenute interamente del marito, tranne una piccola quota della moglie), senza mai figurare formalmente e quindi senza percepire uno stipendio o utili.

Per rispondere alla domanda posta nel quesito, analizziamo prima brevemente cosa succede quando due coniugi sono in comunione dei beni.
Se si tratta di azienda costituita dopo il matrimonio e gestita da entrambi i coniugi, essa fa parte della comunione (entrambi i coniugi ne sono considerati formalmente titolari), ai sensi dell'art. 177, lett. d), c.c.
Se uno dei coniugi è proprietario di un'azienda preesistente (anche per quote), l'altro coniuge che cogestisca l'impresa senza spendita del proprio nome (quindi senza implicazione nei rapporti con i terzi) ha diritto solamente agli utili e agli incrementi che dalla stessa sono derivati, e non ne diventa titolare in alcun modo (art. 177, secondo comma).
Se non vi è stata una gestione comune da parte dei coniugi (per gestione si intende non una qualsiasi forma di collaborazione, ma partecipazione attiva alle scelte imprenditoriali, all'amministrazione e al controllo), opera invece l'art. 178 del c.c., che stabilisce che i beni destinati all'esercizio dell'impresa di uno dei coniugi costituita dopo il matrimonio e gli incrementi dell'impresa costituita anche precedentemente si considerano oggetto della comunione solo se sussistono al momento dello scioglimento di questa (in particolare, gli utili dell'impresa vanno considerati come proventi dell'attività separata di uno dei coniugi, che cadono in comunione se esistenti al momento del suo scioglimento, v. art. 177, lett. c), c.c.).

Se ne deduce che, quando gli sposi scelgono il regime di separazione dei beni, gli utili e gli incrementi provenienti dall'impresa di cui sia titolare solo uno dei coniugi rimarranno esclusivamente nel suo patrimonio e quindi l'altro coniuge non acquista alcun diritto su di essi.

Naturalmente, però, il lavoro svolto dalla moglie non è privo di importanza economica.
Sembra rilevare nel caso di specie l'istituto dell'impresa familiare ex art. 230 bis del c.c.: si tratta dell’attività economica alla quale collaborano, in modo continuativo, il coniuge, i parenti entro il terzo grado e gli affini entro il secondo, qualora non sia configurabile un diverso rapporto.
Parte della giurisprudenza ritiene applicabile l'istituto anche alle società di persone (in tal senso v. Cass. civ., 19 ottobre 2000, n. 13861: "I soggetti indicati dal comma 3 dell’art. 230 bis cod. civ. hanno diritto alla tutela prevista da tale norma ove svolgano attività di lavoro familiare in favore del titolare di impresa, sia esercitata in forma individuale sia esercitata come società di fatto, nei limiti della quota"), ma sicuramente non a quelle di capitali.
Trattandosi di un istituto residuale, prima di tutto, si devono valutare i presupposti di un rapporto di lavoro subordinato o addirittura di una società di fatto tra i coniugi. Perché si abbia una di queste ipotesi, è necessario che i familiari abbiano dato al loro rapporto, in maniera espressa o tacita, una configurazione tipica.
Secondo la giurisprudenza, nel dubbio tra lavoro subordinato e impresa familiare, prevarrebbe sempre quest'ultima, in quanto le circostanze che il prestatore non abbia partecipato né a decisioni sulla vita dell'impresa né alla divisione degli utili relativi sono indicative di un rapporto di lavoro subordinato solo se consegua ad una espressa pattuizione delle parti volta ad inquadrare in tale rapporto la detta attività (Cass. civ. n. 1211/1989).

La sua residualità non esclude però l’imperatività della disciplina dell'impresa familiare: ove , quindi, le parti non abbiano inteso costituire un differente rapporto (lavoro subordinato), non potrebbero assolutamente sottrarsi al dettato dell'art. 230 bis, che si applicherebbe quindi ex lege, a prescindere da un’effettiva volontà delle parti, in quanto disciplina posta a tutela di interessi generali.

Se, una volta analizzati con attenzione tutti i dettagli e le circostanze della fattispecie concreta (analisi che naturalmente non si può effettuare in questa sede e per la quale si consiglia di rivolgersi ad un legale), si può alla fine configurare un'ipotesi di impresa familiare, allora secondo la legge la moglie avrà diritto al mantenimento, agli utili e agli incrementi dell'impresa, il tutto proporzionato al lavoro prestato e al tempo dedicato all'impresa. Il diritto agli utili andrà calcolato al netto delle spese di mantenimento che il coniuge imprenditore ha già corrisposto all'altro coniuge.
Il diritto ad utili e incrementi si configura come un diritto di credito nei confronti del familiare imprenditore. Il credito agli utili si prescrive normalmente in dieci anni dalla sua maturazione, però si ammette la sospensione della prescrizione tra coniugi (art. 2941 del c.c.), che secondo alcuni opera anche in caso di separazione personale (Cass. 4502/1985).

Tutto ciò premesso, dimostrato l'ammontare delle somme non percepite dalla moglie (compreso naturalmente il risarcimento del danno, se si possa provare che ha subito un pregiudizio dal comportamento del marito), questa potrà chiederne il pagamento da parte del marito. Trattandosi di diritti di credito, ella avrà diritto a somme di denaro, non direttamente a partecipazioni sociali o a quote di immobili: in altre parole, la moglie aveva diritto a vedersi pagare uno stipendio (se lavoratrice dipendente) o a farsi corrispondere gli utili (in proporzione al lavoro prestato, in caso di impresa familiare), ma non per questo potrà diventare automaticamente titolare dei beni acquistati dal marito in regime di separazione.
Nell'ottica di una definizione transattiva della controversia (assolutamente consigliabile), la moglie potrà eventualmente chiedere al marito, anziché denaro, una quota di partecipazione nelle società (se vi ha interesse) o una parte dell'immobile un tempo adibito a casa coniugale (se lo stima conveniente), ma chiaramente sarà necessario l'accordo con il marito in tal senso.

Testi per approfondire questo articolo

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