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Articolo 177 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

[Aggiornato al 10/06/2019]

Oggetto della comunione

Dispositivo dell'art. 177 Codice civile

Costituiscono oggetto della comunione:

  1. a) gli acquisti compiuti dai due coniugi insieme o separatamente durante il matrimonio, ad esclusione di quelli relativi ai beni personali(1) [179];
  2. b) i frutti dei beni propri di ciascuno dei coniugi, percepiti e non consumati allo scioglimento della comunione [191](2);
  3. c) i proventi dell'attività separata di ciascuno dei coniugi se, allo scioglimento della comunione, non siano stati consumati(2);
  4. d) le aziende gestite da entrambi i coniugi e costituite dopo il matrimonio(3) [181, 191].

Qualora si tratti di aziende appartenenti ad uno dei coniugi anteriormente al matrimonio ma gestite da entrambi, la comunione concerne solo gli utili e gli incrementi.

Note

(1) Alla lettera a) dell'articolo in esame viene configurata la contitolarità dei beni provenienti dagli acquisti compiuti dai coniugi anche separatamente, in costanza di matrimonio: tali beni, acquistati anche separatamente, diventano comuni ope legis , ed il coniuge che non ha partecipato all'acquisto ne sarà comproprietario per il 50%.
A tali beni si affiancano, per il medesimo regime operante, anche le aziende di cui al successivo punto d), e i beni acquistati per effetto di successione o donazione, se così specificato nell'atto di liberalità (lett. b), ultimo periodo dell'art. 179 del c.c.).
(2) La cosiddetta "comunione de residuo" si instaura automaticamente al momento dello scioglimento della comunione, per l'equa divisione di quanto acquistato prima e quanto rimane poichè non speso. Si fa riferimento tanto alle lett. b) e c) dell'articolo in esame, quanto ai beni di cui all'art. 178 del c.c. destinati all'attività dell'impresa di uno dei coniugi costituita dopo il matrimonio, e agli incrementi dell'impresa costituita precedentemente.
(3) In merito all'azienda coniugale, dovrà preliminarmente valutarsi la gestione congiunta o meno della stessa, ed il momento di costituzione rispetto alla celebrazione del matrimonio. Nulla quaestio se l'azienda venne costituita dopo il matrimonio e gestita da entrambi: è oggetto di comunione legale. Diverso se prima del matrimonio la stessa già appartenesse ad uno dei coniugi, ma successivamente venne gestita congiuntamente: la lett. d) e l'ultimo comma dell'articolo in esame specificano che solo eventuali utili ed incrementi andranno in comunione.

Brocardi

De residuo

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

Massime relative all'art. 177 Codice civile

Cass. civ. n. 20969/2018

La comunione legale, in assenza della dichiarazione di dissenso di cui all'art. 228, comma 1, della l. n. 151 del 1975, decorre dal 16 gennaio 1978 e interessa i beni acquistati dai coniugi separatamente nel primo biennio di applicazione della legge stessa - e, dunque, in pendenza del regime transitorio - solo se ancora esistenti, alla scadenza del biennio, nel patrimonio del coniuge che li ha acquistati.

Cass. civ. n. 1429/2018

In regime di comunione legale tra coniugi, in virtù dell'art. 177, comma 1, lett. b) c.c. deve escludersi che rientrino nella comunione "de residuo" i frutti dei beni personali di uno dei coniugi in corso di maturazione, ma non ancora percepiti, al tempo dello scioglimento della comunione legale. (Nella specie la S.C. ha escluso dalla comunione "de residuo" gli interessi su buoni postali di proprietà esclusiva di uno dei coniugi, in corso di maturazione al tempo della separazione personale).

Cass. civ. n. 5652/2017

L’art. 177, comma 1, lett. c), c.c. esclude dalla comunione legale i proventi dell'attività separata svolta da ciascuno dei coniugi e consumati, anche per fini personali, in epoca precedente allo scioglimento della comunione.

Cass. civ. n. 19689/2014

I titoli di partecipazione ad una società cooperativa acquistati, in costanza di matrimonio, da uno dei coniugi ed allo stesso intestati, sono suscettibili di essere compresi nel regime di comunione legale contemplata dall'art. 177, primo comma, lett. a), cod. civ., in tutti i casi in cui il carattere personale della partecipazione non sia recessivo di fronte al dato sostanziale preminente dell'estraneità del socio all'attività che costituisce l'oggetto sociale della cooperativa. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata, che aveva ritenuto cadute nella comunione legale le azioni, acquistate durante il matrimonio da uno dei coniugi, di una banca popolare cooperativa, attesa la specificità dell'oggetto sociale, relativo all'esercizio dell'attività di azienda di credito, la diffusa finalità lucrativa ed il difetto della sostanza cooperativistica, nonché la sostanziale divaricazione dell'assetto organizzativo e funzionale, come delineato per le banche popolari dalla disciplina legislativa, rispetto a quello riguardante le cooperative in senso stretto).

Cass. civ. n. 5424/2010

La disciplina della comunione legale tra coniugi è animata dall'intento di tutelare la famiglia attraverso una specifica protezione della posizione dei coniugi che si manifesta, a norma dell'art. 177, primo comma, lettera a), c.c., nel regime dell'attribuzione comune degli acquisti compiuti durante il matrimonio. Tale finalità di protezione è del tutto assente nell'ipotesi in cui i beni acquistati - astrattamente riconducibili al regime della comunione legale - abbiano una provenienza illecita; pertanto, ove il giudice penale abbia sottoposto a confisca, ai sensi dell'art. 2 ter della legge 31 maggio 1965, n. 575, beni di persona sottoposta a procedimento di prevenzione per sospetta appartenenza ad associazioni di tipo mafioso, il coniuge non può invocare la disciplina della comunione legale per sottrarre determinati beni alla predetta misura, salvo che dimostri di aver contribuito all'acquisto con proprie disponibilità frutto di attività lecite.

Cass. civ. n. 799/2009

Il credito per l'indennizzo, dovuto ai sensi dell'art. 936 c.c., dal proprietario del suolo per opere fatte dal terzo con materiali propri, non costituisce un acquisto che cade in comunione legale ai sensi dell'art. 177, lett. a ), c.c., dovendo escludersi che la comunione degli acquisti provenienti da attività separata possa comprendere tutti indistintamente i diritti di credito, in quanto, posto che l'atto deve avere ad oggetto l'acquisizione di un «bene » ai sensi degli articoli 810, 812 e 813 c.c., restano esclusi i meri diritti di credito che non abbiano una componente patrimoniale suscettibile di acquisire un valore di scambio.

Cass. civ. n. 20296/2008

Gli acquisti di beni immobili per usucapione effettuati da uno solo dei coniugi, durante il matrimonio, in vigenza del regime patrimoniale della comunione legale, entrano a far parte della comunione stessa, non distinguendo l'art. 177, primo comma, lettera a) del cod. civ tra gli acquisti a titolo originario e quelli a titolo derivativo. Ne consegue che il momento determinate l'acquisto del diritto "ad usucapionem" da parte dell'altro coniuge, attesa la natura meramente dichiarativa della domanda giudiziale, s'identifica con la maturazione del termine legale d'ininterrotto possesso richiesto dalla legge.

Cass. civ. n. 6120/2008

In tema di comunione legale tra coniugi, la previsione normativa contenuta nell'art. 177 lettera a) c.c., secondo la quale entrano a far parte della comunione gli acquisti compiuti dai coniugi anche separatamente durante il matrimonio, ai sensi dell'art. 177 c.c., riguarda esclusivamente gli acquisti provenienti da terzi e non gli atti di disposizione intercorsi tra i coniugi stessi. (Nel caso di specie, in costanza di matrimonio, erano stati alienati da un coniuge, all'altro propri beni personali, consistenti in quote sociali, cui era seguito, all'atto dello scioglimento della società, l'attribuzione di un cespite immobiliare al coniuge acquirente, escluso dalla comunione per espressa indicazione contenuta nel rogito, seguita dalla dichiarazione adesiva dell'altro coniuge. La Corte, confermando la sentenza di secondo grado, ne ha escluso la riconduzione alla comunione legale, richiesta dal cedente).

Cass. civ. n. 8002/2004

Il regime di comunione coniugale di cui all'art. 177 c.c. coinvolge i soli acquisti di beni e non inerisce invece alla instaurazione di rapporti meramente creditizi, quali quelli connessi, ad esempio, all'apertura di un conto corrente bancario nel corso della convivenza coniugale, i quali, se cointestati, non esorbitano dalla logica di un tal tipo di rapporti e non conoscono quindi alcuna preclusione legata al preventivo scioglimento della comunione legale coniugale e — quindi — al preventivo passaggio in giudicato della sentenza di separazione.

Cass. civ. n. 7060/2004

Il principio generale dell'accessione posto dall'art. 934 c.c., in base al quale il proprietario del suolo acquista ipso iure al momento dell'incorporazione la proprietà della costruzione su di esso edificata e la cui operatività può essere derogata soltanto da una specifica pattuizione tra le parti o da una altrettanto specifica disposizione di legge, non trova deroga nella disciplina della comunione legale tra coniugi, in quanto l'acquisto della proprietà per accessione avviene a titolo originario senza la necessità di un'apposita manifestazione di volontà, mentre gli acquisti ai quali è applicabile l'art. 177, primo comma, c.c. hanno carattere derivativo, essendone espressamente prevista una genesi di natura negoziale, con la conseguenza che la costruzione realizzata in costanza di matrimonio ed in regime di comunione legale da entrambi i coniugi sul terreno di proprietà personale esclusiva di uno di essi è a sua volta proprietà personale ed esclusiva di quest'ultimo in virtù dei principi generali in materia di accessione, mentre al coniuge non proprietario che abbia contribuito all'onere della costruzione spetta, ai sensi dell'art. 2033 c.c., il diritto di ripetere nei confronti dell'altro coniuge le somme spese.

Cass. civ. n. 13441/2003

L'art. 177, lett. c) del codice civile esclude dalla comunione legale tra coniugi i proventi dell'attività separata svolta da ciascuno di essi e consumati in epoca precedente allo scioglimento della comunione.

Cass. civ. n. 14897/2000

Costituiscono oggetto della comunione cosiddetta de residuo, ai sensi dell'articolo 177, lett. c) c.c., non solo quei redditi per i quali si riesca a dimostrare che sussistano ancora al momento dello scioglimento della comunione ma anche quelli, percetti e percipiendi, rispetto ai quali il coniuge titolare non riesca a dimostrare che siano stati consumati o per il soddisfacimento dei bisogni della famiglia o per investimenti già caduti in comunione. (Nella specie la S.C. ha confermato la decisione di merito secondo cui ricadevano in comunione de residuo le somme depositate su un conto corrente cointestato, ritirate prima della separazione e asseritamente utilizzate per l'attività d'impresa del coniuge prelevante).

Cass. civ. n. 14237/2000

Nel caso di acquisto di appartamento ad uso abitativo da parte di uno dei coniugi in regime di comunione legale, l'altro ne diviene comproprietario ex art. 177 c.c. con diritto a fruire delle agevolazioni fiscali contemplate in relazione all'acquisto della «prima casa» anche se sprovvisto dei requisiti di legge, sussistenti solo in capo al coniuge acquirente.

Cass. civ. n. 4716/1999

La costruzione realizzata da entrambi i coniugi sul suolo di proprietà esclusiva di uno di essi non rientra nella comunione legale dei beni di cui all'art. 159 c.c., con la conseguenza che il coniuge titolare esclusivo del manufatto così realizzato può, del tutto legittimamente, attribuire all'altro coniuge, con atto unilaterale risultante da scrittura privata non autenticata (atto a causa atipica, non liberale ma corrispettiva, dall'effetto evidentemente costitutivo), il diritto di proprietà sul 50% dell'appartamento, sulla base del contestuale riconoscimento «dell'averlo costruito insieme».

Cass. civ. n. 1292/1998

Anche se per la vendita di un veicolo non è necessario il consenso dell'altro coniuge in regime di comunione legale dei beni (art. 159 c.c.) essendo sufficiente la dichiarazione autenticata del trasferimento verbale del venditore per l'iscrizione o la trascrizione nel P.R.A. (artt. 13 e 16 R.D. 29 luglio 1927, n. 1814), tale bene tuttavia entra automaticamente nel patrimonio di entrambi i coniugi (art. 177 lett. a, c.c.), pur essendo consumabile e oneroso, salvo che il giudice del merito ne accerti la natura personale (art. 179 lett. c) e d), c.c.).

Cass. civ. n. 4273/1996

In regime di comunione legale fra coniugi, i beni che possono formare oggetto della comunione de residuo, che si forma ai sensi dell'art. 177 comma primo lettere b) e c) all'atto dello scioglimento della comunione stessa sui frutti non consumati dei beni propri e sui proventi dell'attività separata, possono consistere esclusivamente in beni mobili o in diritti di credito verso terzi, con esclusione, pertanto, degli immobili.

Cass. civ. n. 651/1996

Nel regime di comunione legale, la costruzione realizzata durante il matrimonio da entrambi i coniugi, sul suolo di proprietà personale ed esclusiva di uno di essi, appartiene esclusivamente a quest'ultimo in virtù delle disposizioni generali in materia di accessione e pertanto non costituisce oggetto della comunione legale, ai sensi dell'art. 177 primo comma lett. b) c.c. In siffatta ipotesi, la tutela del coniuge non proprietario del suolo, opera non sul piano del diritto reale (nel senso che in mancanza di un titolo o di una norma non può vantare alcun diritto di comproprietà, anche superficiaria, sulla costruzione), ma sul piano obbligatorio, nel senso che a costui compete un diritto di credito relativo alla metà del valore dei materiali e della manodopera impiegati nella costruzione.

Cass. civ. n. 12523/1993

La cessazione della convivenza dei coniugi, ancorché autorizzata con i provvedimenti provvisori adottati a norma dell'art. 708 terzo comma c.p.c., non osta a che i beni successivamente acquistati dai coniugi medesimi ricadano nella comunione legale, ai sensi dell'art. 177 primo comma lett. a) c.c., dato che l'operatività di tale disposizione, in base alle regole evincibili dall'art. 191 c.c. in tema di scioglimento della comunione, viene meno ex nunc con l'instaurarsi del regime di separazione, a seguito del provvedimento giudiziale che la pronunci in via definitiva, ovvero che omologhi l'accordo al riguardo intervenuto.

Cass. civ. n. 9513/1991

La comunione legale fra coniugi, di cui all'art. 177 c.c., riguarda gli acquisti, cioè gli atti implicanti l'effettivo trasferimento della proprietà della res o la costituzione di diritti reali sulla medesima, non quindi i diritti di credito sorti dal contratto concluso da uno dei coniugi, i quali per la loro stessa natura relativa e personale, pur se strumentali rispetto all'acquisizione di una res, non sono suscettibili di cadere in comunione. Ne consegue che, nel caso di un contratto preliminare di vendita, stipulato da uno solo dei coniugi, l'altro coniuge non è legittimato - sostituendosi al primo - a proporre la domanda di esecuzione specifica ex art. 2932 c.c.

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Vittorio P. chiede
martedì 12/05/2020 - Veneto
“Buongiorno,
con la presente vorrei porre alcuni questi in tema di successione.

Riassumo di seguito i fatti:

- Nel mese di agosto dell'anno 2014 muore mio papà, lasciando la moglie e due figli maggiorenni.
- Mio papà e mia mamma erano in comunione dei beni.
- Qualche anno prima di morire mio papà desidera donarmi un immobile, in modo indiretto, il quale è stato costruito poi da una cooperativa.
- Al fine della donazione indiretta dell'immobile, mio papà esegue vari bonifici alla cooperativa ovvero al terzo che doveva adempiere trasferendo a me la proprietà dell'immobile.
- Tali bonifici erano a valere su due conti correnti ovvero un conto intestato al solo papà e un conto cointestato al papà e alla mamma.
- Tali bonifici sono stati disposti tutti e solo da mio papà.
- Al momento dello scioglimento della comunione (morte di mio papà) il saldo di entrambi i conti era irrisorio.
- Mia mamma non ha avuto redditi, non avendo lavorato, e non ha ricevuto donazioni.
- Prima della morte di mio papà, io firmai un preliminare con la cooperativa (questo preliminare non fu trascritto e non fu registrato all'Agenzia delle Entrate).
- Prima della stipula, comunque dopo la morte di mio papà, fu sottoscritto da me (anno 2018) un altro preliminare con la cooperativa, questa volta registrato e trascritto; con l'occasione venne registrato anche il primo preliminare.
- Per ritardi di varia natura, imputabili alla cooperativa, l'atto di trasferimento della proprietà è stato stipulato dopo la morte del papà, ovvero a fine anno 2019.

Sono quindi a chiedere:

- Visto che «i redditi personali dei coniugi e annessi risparmi, frutto dei beni personali o proventi dell'attività separata, non ricadono in maniera automatica nella comunione legale e non rientrano neppure tra i beni personali, ma si considerano oggetto della comunione ai soli fini della divisione se non sono stati consumati al momento dello scioglimento della stessa» chiedo se ciò vale anche nel caso delle donazioni ai figli, effettuate da un coniuge prima dello scioglimento della comunione oppure se, nonostante la comunione solo residuale dei proventi dell'attività separata, le donazioni ai figli debbano comunque essere considerate effettuate da entrambi i coniugi in comunione dei beni.
- Per il conto cointestato in comunione dei beni, mi hanno detto che si presume le somme depositate appartengano in ogni momento ad entrambi i coniugi, in parti uguali, fatta eccezione della prova contraria; in tal caso, la provenienza del denaro dalla sola attività lavorativa e imprenditoriale di un coniuge, unica fonte di guadagno della famiglia, potrebbe essere prova sufficiente? (Cass. sent. n. 1149/2004: «La mera titolarità formale di un conto corrente bancario non può, da sola, costituire circostanza decisiva in ordine alla proprietà e spettanza dei relativi fondi, occorrendo valutare in concreto, caso per caso, se sussista disgiunzione fra intestazione nominale del conto e reale appartenenza delle somme depositate (principio affermato dalla S.C. nel confermare la decisione di merito che, a seguito di separazione personale, facendo corretta applicazione dell’art. 2729 cod. civ. aveva ritenuto che le somme accreditate sul conto corrente di cui era titolare un coniuge spettassero all'altro, i proventi della cui attività avevano costituito l'unica fonte di guadagno della famiglia)». Dovrebbe essere stato mio papà ad agire, oppure posso agire anch'io per il riconoscimento della provenienza del denaro e quindi dell'appartenenza dello stesso denaro al solo mio papà?
- Detto ciò, chi è il donante nel caso della donazione indiretta del mio immobile? Solo il papà, sempre mia mamma e mio papà in parti uguali, oppure per una certa quota mio papà e per un'altra quota (magari differente) entrambi i miei genitori?
- Da ultimo, la donazione indiretta del mio immobile comincia quando mio papà era vivo, ma il terzo (la cooperativa) adempie quando egli era già venuto meno, ovvero a dicembre 2019. Qual è la data di questa donazione, in relazione al calcolo di eventuali attualizzazioni in sede ereditaria? Il mio patrimonio si arricchisce solo a dicembre 2019.

Documentandomi, ho appreso anche che le donazioni fatte da un solo coniuge in comunione dei beni, il quale aliena un bene in comunione (Cassazione civile, Ordinanza n. 21503/2018) secondo cui «la donazione di un bene facente parte della comunione legale dei beni a favore di un figlio è valida anche se posta in essere da uno solo dei coniugi, senza il consenso dell'altro, poiché quest’ultimo può sempre agire mediante l'azione di annullamento entro un anno (ai sensi dell’articolo 184 cod. civ.)». Vista come è scritta l'ordinanza, sembra che il donante possa essere solo uno dei coniugi anche quando viene donato un bene già in comunione.

Ringraziando in anticipo per le risposte, saluto cordialmente.”
Consulenza legale i 19/05/2020
Diverse sono le problematiche che si rende necessario affrontare.
La prima di esse riguarda la sorte dei proventi dell’attività lavorativa svolta da uno solo dei coniugi, i quali secondo la tesi prevalente sia in dottrina che in giurisprudenza vanno fatti rientrare nella c.d. comunione de residuo, e ciò in forza di quanto espressamente disposto dal primo comma, lett. c) dell’art. 177 del c.c..
Tali proventi, dunque, entrano nel patrimonio comune allo scioglimento della comunione legale se, e nella misura in cui, non siano stati consumati.

Poiché il codice non contiene una espressa definizione normativa di “proventi”, si era inizialmente discusso se il legislatore abbia inteso riferirsi ai risultati di qualunque tipo di attività o soltanto a quelli connessi allo svolgimento di una attività professionale.
E’ prevalsa sia in dottrina che in giurisprudenza l’interpretazione estensiva della norma, affermandosi che nel concetto di “provento” vi si debba far rientrare ogni attività, derivante dall’attività lavorativa svolta, a qualsiasi titolo (dipendente o professionale, occasionale o stabile) dal coniuge.
In particolare, secondo la giurisprudenza di merito (Trib. Padova 26.02.2015; Trib. Ascoli Piceno 22.08.2017) costituiscono oggetto della comunione de residuo tutti i redditi individuali prodotti da ciascuno dei coniugi, sia derivanti da capitale che provenienti dalla propria attività, mentre la giurisprudenza di legittimità ha chiarito che oggetto della comunione de residuo ex art. 177 lett. c) possono essere soltanto beni mobili, denaro o diritti di credito.

Con specifico riferimento al conto corrente intestato ad uno solo dei coniugi, nel quale siano affluiti proventi dell’attività separata svolta dallo stesso, la Corte di Cass., con sentenza n. 10386/2009, ha affermato che questo diviene di titolarità comune dei coniugi allorquando si verifica lo scioglimento della comunione determinato dalla morte di uno dei coniugi, con ciò implicitamente riconoscendo la titolarità esclusiva del coniuge che ne risulta intestatario e che lo alimenti con i
proventi personali (in quanto tale, lo stesso ne ha l’esclusivo godimento e, fermo il generale dovere di contribuzione, ne può disporre liberamente).

Diversa, invece, è la situazione per il conto corrente cointestato tra coniugi in comunione legale, per il quale il Tribunale di Udine, con sentenza datata 01.09.2019, ha affermato che va esclusa l’operatività dei principi della comunione de residuo e che vale la presunzione legale di cui all’art. 1854 del c.c., secondo cui gli intestatari sono considerati creditori e debitori solidali del saldo conto.
Sulla sorte delle somme confluite su tale conto si è di recente pronunciata la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 4682 del 28.02.2018, nella quale ha affermato il principio secondo cui in caso di cointestazione di un conto corrente, con firma e disponibilità disgiunta, l’operazione è qualificabile come donazione indiretta se la somma depositata, all’atto della cointestazione, risulti essere appartenuta ad uno solo dei cointestatari.
In tal caso, infatti, con il mezzo del contratto di deposito bancario, si realizza l’arricchimento senza corrispettivo dell’altro cointestatario, purchè si possa accertare che il proprietario del denaro non aveva, al momento della cointestazione, altro scopo che quello della liberalità.

Quanto fin qui riportato ci consente di giungere ad una prima conclusione e così poter rispondere alle prime delle domande poste:
mentre le somme che venivano riversate sul conto corrente personale del padre costituivano, senza alcun dubbio, patrimonio personale dello stesso, in quanto rientranti nella categoria dei proventi di cui alla lett. c) dell’art. 177 c.c., quelle che venivano fatte confluire sul conto corrente cointestato divenivano immediatamente comuni per effetto del disposto di cui al sopra citato art. 1854 c.c., andando così ad arricchire anche il patrimonio dell’altro coniuge.
Soltanto il padre avrebbe potuto, in un eventuale giudizio, ed in quanto titolare esclusivo del relativo interesse, dedurre ogni circostanza utile per dimostrare la sua mancanza di volontà di arricchire senza corrispettivo l’altro coniuge.

Tale tesi consente di rispondere alla successiva domanda, ossia quella relativa alla esatta individuazione di colui il quale, in questa vicenda, assume la posizione di donante.
Infatti, si ritiene che siano da qualificare come donanti sia il padre che la madre, ciascuno in proporzione alle somme che sono effettivamente uscite dal conto corrente personale e da quello cointestato.

La domanda ulteriore attiene a ciò che costituisce oggetto di donazione indiretta ed alla esatta individuazione del momento in cui questa deve intendersi perfezionata.
Per rispondere a questa domanda si ritiene possa essere intanto utile richiamare la definizione di donazione indiretta che si ritrova nella sentenza della Corte di Cassazione SS.UU. n. 18725 del 27.07.2017, dalla quale si ricava che si configura una donazione indiretta quando le parti, per raggiungere l’intento di liberalità, anziché utilizzare lo schema negoziale previsto dall’art. 769 del c.c., il quale impone che l’attribuzione liberale avvenga direttamente dal disponente al donatario, ne adottano un altro, caratterizzato da uno schema formale diverso.
Si è così osservato che il fenomeno delle donazioni indirette debba spiegarsi come la risultante della combinazione di due diversi negozi giuridici, ossia il negozio mezzo ed il negozio fine, quest’ultimo avente natura di negozio accessorio e integrativo (così Cass. 21.10.2015 n. 21449).
Inoltre, la particolare eterogeneità che caratterizza le liberalità indirette comporta che queste possono anche concretarsi in una combinazione di negozi tipici, che nel loro insieme costituiscono un procedimento.
Proprio in questa prospettiva, ossia quella del procedimento, può dunque dirsi che anche nelle ipotesi come quella di specie, in cui il bene indirettamente donato giunge nel patrimonio del donatario dopo una sequenza procedimentale di atti (bonifici-preliminare-atto definitivo), oggetto della donazione sarà pur sempre da considerare il bene di cui si è arricchito il patrimonio del beneficiario.
Di particolare rilievo, in tal senso, è la sentenza della Corte di Cassazione n. 18541 del 02.09.2014, nella quale si precisa che “La dazione di una somma di denaro configura una donazione indiretta d’immobile ove sia effettuata quale mezzo per l’unico e specifico fine dell’acquisto del bene, dovendosi altrimenti ravvisare soltanto una donazione diretta del denaro elargito, per quanto poi successivamente utilizzato in un acquisto immobiliare”.
Si configura una donazione indiretta tutte le volte in cui la dazione della somma di denaro sia effettuata quale mezzo per l’unico e specifico fine dell’acquisto dell’immobile, ossia qualora possa ravvisarsi incontrovertibilmente un collegamento teleologico tra elargizione del denaro paterno o dei genitori e l’acquisto del bene immobile da parte del figlio.
Solo laddove tale nesso manchi o non lo si riesca a provare, non può dirsi integrata la fattispecie della donazione indiretta.

Per completare il quadro va poi detto che alla liberalità indiretta consegue l’obbligo di portare in collazione ex art. 737 del c.c. non la somma ricevuta, ma il valore che il bene acquistato con il negozio mezzo ha al momento dell’apertura della successione, poiché è di questo che in definitiva si arricchisce il patrimonio del destinatario (in tal senso è orientata la giurisprudenza di legittimità, a partire da Cass. SS.UU. n. 9282 del 05//08/1992 per giungere a Cass. n. 1986 del 02.02.2016).
Ciò si ritiene che valga anche nell’ipotesi in cui per giungere al definitivo acquisto dell’immobile sia stato stipulato un contratto preliminare, in quanto, pur nell’ipotesi di eventuale inadempimento del promittente venditore (la cooperativa edilizia), il promittente acquirente (cioè il figlio) ha pur sempre il diritto di avvalersi del disposto di cui all’art. 2932 del c.c. e così chiedere l’esecuzione in forma specifica del contratto preliminare, attraverso cui ottenere una sentenza che tenga luogo del contratto non concluso.
Secondo, poi, il combinato disposto degli artt. 746 e 747 c.c., il figlio sarà tenuto a collazionare una somma di denaro corrispondente al valore di mercato che quell’immobile ha al momento dell’apertura della successione.

Dunque, concludendo e ricapitolando in maniera estremamente sintetica tutto quanto sopra dedotto, nel caso di specie si avrà che:
  1. donanti sono da considerare entrambi i genitori, in quanto le somme utilizzate per l’acquisto dell’immobile sono state tratte in parte dal conto personale del padre ed in parte dal conto cointestato di entrambi i genitori;
  2. solo il padre avrebbe potuto esercitare in giudizio un’azione volta a dimostrare che la cointestazione del conto corrente con la moglie non era stata fatta con intento di liberalità verso la stessa, ma per fini diversi;
  3. il procedimento che ha condotto all’acquisto dell’immobile in capo al figlio (bonifici-preliminare-definitivo) denota uno stretto collegamento negoziale tra intestazione dell’immobile al figlio e trasferimento delle somme di denaro occorrenti per tale acquisto;
  4. oggetto di collazione sarà il valore che l’immobile aveva alla morte del padre (momento di apertura della successione), in proporzione alle somme che sono state da questo trasferite per tale finalità, e ciò sebbene l’acquisto definitivo si sia perfezionato con il contratto definitivo di vendita stipulato a dicembre 2019, potendo in ogni caso il promittente compratore avvalersi del rimedio dell’esecuzione in forma specifica dell’obbligo di concludere il contratto.



Beatrice F. chiede
lunedì 10/02/2020 - Sicilia
“La mia unica sorella, sposata in regime patrimoniale di comunione dei beni e senza figli, è deceduta essendo una ex dipendente regionale già in quiescenza da tre anni, non avendo ancora percepito l'indennità di trattamento di fine servizio o alcuna sua quota.
Tale somma cosiddetta buonuscita “entra a far parte dell'asse ereditario e deve essere corrisposta agli eredi legittimi e/o testamentari in base agli ordinari principi che regolano la successione”
QUESITO
La suddetta quota :
è da considerare un bene personale e pertanto alla sottoscritta spetta 1/3 del totale e al coniuge ne spettano i i 2/3

OPPURE

cade in comunione dei beni con il coniuge e quindi alla sottoscritta spetta 1/3 della metà dell'intero, pari a 1/6 del totale

Si richiede risposta corredata da riferimenti normativi ed orientamenti giuresprudenziali, possibilmente di legittimita'.

Distinti saluti.”
Consulenza legale i 16/02/2020
Prima di trattare nello specifico il tema oggetto del quesito e rispondere allo stesso, si ritiene opportuno fare una precisazione in ordine all’indennità di trattamento di fine servizio.
Di essa si occupa l’art. 2120 del c.c., il quale prevede che in ogni caso di cessazione del rapporto di lavoro subordinato, il prestatore di lavoro ha diritto ad un trattamento di fine rapporto.
Il successivo art. 2122 del c.c., invece, si occupa di regolare le modalità di devoluzione di tale indennità (oltre che di quella spettante al lavoratore ex art. 2118 del c.c. per il caso di recesso dal contratto a tempo indeterminato) in caso di morte del prestatore di lavoro che ne ha diritto, disponendo che la stessa deve essere corrisposta al coniuge, ai figli e, soltanto se vivevano a carico del prestatore di lavoro (ossia se inseriti nel suo nucleo familiare), ai parenti entro il terzo grado (tra i quali vi sono i fratelli e le sorelle) ed agli affini entro il secondo grado.
Solo in mancanza di tali soggetti, per la sua devoluzione potranno trovare applicazione le norme sulla successione legittima.

Dalla lettura di tale norma si desume che, nell’ipotesi in cui l’evento morte dovesse verificarsi in costanza di rapporto di lavoro, il trattamento di fine rapporto o fine servizio competerà ai soggetti ivi espressamente indicati (e che sono stati prima elencati) senza che lo stesso concorra a formare l’attivo ereditario.
Tali soggetti, infatti, acquisiscono quella indennità iure proprio, in forza di un diritto loro attribuito dalla legge e la sua corresponsione è indipendente dall’accettazione dell’eredità.
La ragione di tale devoluzione la si ritrova espressa nello stesso art. 2120 c.c., nella parte in cui è detto (comma secondo) che la ripartizione deve farsi secondo il bisogno di ciascuno degli aventi diritto (salvo diverso accordo degli stessi), lasciando con ciò chiaramente intendere che tale indennità, pur avendo natura di retribuzione differita, assolve in effetti ad una funzione previdenziale.

Diverso è il caso in cui manchino i soggetti indicati nella norma o ancora il caso, come quello di specie, in cui l’evento morte si verifichi dopo la cessazione del rapporto di lavoro e, dunque, quando già il prestatore di lavoro aveva maturato il diritto alla liquidazione di quella indennità, liquidazione a cui l’ente preposto non aveva ancora materialmente provveduto.
La riserva legale di destinazione, infatti, viene disposta dal legislatore solo nell’ipotesi di decesso del lavoratore in attività di servizio, mentre, nel caso di decesso a seguito del collocamento a riposo, la somma già maturata a titolo di indennità di fine rapporto entra, come ogni altro bene, a far parte del patrimonio ereditario, dovendo pertanto ripartirsi secondo le norme della successione legittima o testamentaria.

E’ qui che entrano in gioco anche le norme sulla comunione legale dei beni, a cui si fa riferimento nel quesito e per le quali si chiedono chiarimenti ai fini di una loro corretta applicazione.
Si ritiene che, trattandosi di coniugi in regime di comunione legale dei beni, debba trovare applicazione l’art. 177 c.c., ed in particolare la lettera c) di tale norma, la quale dispone che entrano a far parte della comunione tutti i proventi dell’attività separata di ciascuno dei coniugi e che al momento dello scioglimento della comunione non siano stati consumati.
Si tratta della c.d. comunione de residuo, nella quale vanno a confluire tutti i proventi che ciascuno dei coniugi non ha consumato o non ha avuto possibilità di consumare prima del verificarsi di una causa di scioglimento della medesima comunione, tra le quali si annovera indubbiamente la morte naturale, prevista dall’art. 149 del c.c. quale causa di scioglimento del matrimonio e implicitamente dall’art. 191 del c.c..

Della espressione “proventi”, in effetti manca una definizione normativa a cui poter fare riferimento, e ciò ha fatto sorgere il dubbio se con essa il legislatore abbia inteso riferirsi ai risultati di qualunque tipo di attività o piuttosto soltanto a quelli connessi allo svolgimento di una attività professionale.
Prevale l’interpretazione estensiva della norma e, pertanto, si ritiene che nel concetto di provento vi si debba far rientrare ogni utilità derivante da una attività lavorativa svolta a qualsiasi titolo dal coniuge (dipendente o professionale, occasionale o stabile).
Anche la giurisprudenza ha affermato in diverse occasioni che costituiscono oggetto della comunione de residuo tutti i redditi individuali prodotti da ciascuno dei coniugi, sia derivanti da capitale che proventi della propria attività e che residuino al tempo dello scioglimento della comunione, rimanendo di pertinenza esclusiva del relativo titolare solo fino a tale momento (così Tribunale Ascoli Piceno 22.08.2017; Tribunale di Padova 26.02.2015).

Più specificamente, con riferimento precipuo all’indennità di fine rapporto di lavoro percepita dall’altro coniuge, il Tribunale di Padova con sentenza del 26.09.1985 ha affermato espressamente che questa confluisce nella comunione de residuo.
Nessuna rilevanza può assumere il fatto che l’indennità sia stata liquidata solo in epoca successiva alla morte di colei che ne aveva diritto, in quanto il diritto di credito che legittima alla riscossione della relativa somma sorge al momento stesso della cessazione del rapporto di lavoro, tant’è che da tale momento comincia pure a decorrere il termine quinquennale di prescrizione di tale diritto (così il n. 5 dell’art. 2948 del c.c.; Cass. Sez. lavoro ord. N. 16139/2018) .

Da tutto quanto detto se ne deve far conseguire che nel momento in cui l’indennità di buonuscita viene liquidata, le relative somme formeranno oggetto di comunione de residuo ex art. 177 lett. c) c.c., e pertanto, solo il 50% confluirà nel patrimonio ereditario della de cuius.
Anche la Corte di Cassazione ha precisato che allorquando si verifica lo scioglimento della comunione determinato dalla morte del coniuge solo intestatario di un conto corrente, nel quale siano confluiti proventi dell’attività separata svolta dallo stesso, il saldo attivo diviene di titolarità comune dei coniugi, sicchè il coniuge superstite, attesa la presunzione di parità delle quote, ha un diritto proprio e non ereditario sulla metà dei frutti e dei proventi residui, perfino nell’ipotesi in cui essi fossero stati esclusivi del coniuge defunto (Cass. 10386/2009; Trib. Padova 06.09.2011).
Considerato che la de cuius lascia quali eredi solo il coniuge ed una sorella, troverà applicazione, nell’ipotesi di successione legittima, l’art. 582 del c.c., il quale stabilisce che in caso di concorso del coniuge con fratelli e sorelle, al coniuge sono devoluti due terzi dell’eredità, ed il rimanente terzo a fratelli e sorelle.
Pertanto se l’indennità è pari a 120, di questi solo 60 andranno in successione e solo 20 andranno alla sorella (ossia un sesto dell’intero ed un terzo della metà).


Adrian N. chiede
martedì 23/06/2015 - Lazio
“Buongiorno,io e mia moglie ci stiamo separando in comunione dei beni. Ci siamo sposati nel 2010 e abbiamo 3 figli. Nel 2011 abbiamo costituito una SRL con quote 80% a me e 20% a mia moglie. Questa società ha 2 punti vendita di prodotti alimentari (supermercati). Amministratore unico sono io. Come si fa la separazione dei beni in questo caso specifico? Grazie”
Consulenza legale i 25/06/2015
Come noto, costituiscono oggetto della comunione, ai sensi dell'art. 177, lett. d), c.c., le aziende gestite da entrambi i coniugi e costituite dopo il matrimonio.
Quindi, nel caso di specie, se la s.r.l. è stata costituita insieme dagli sposi subito dopo le nozze ed è cogestita dai coniugi, essa è entrata a far parte della comunione.

L'art. 191 del c.c. stabilisce che la comunione si scioglie, tra le altre ipotesi, in caso di separazione personale dei coniugi (la comunione si considera sciolta solo con il passaggio in giudicato della sentenza di separazione giudiziale o del decreto che omologa la separazione consensuale).
L'ultimo comma del medesimo articolo menziona espressamente le aziende di cui alla lettera d) dell'art. 177, sancendo che i coniugi possono decidere di sciogliere la comunione nelle forme previste dall'art. 162.
Ciò significa che i coniugi possono decidere che l'azienda sia svincolata dalla comunione anche prima che questa si sciolga per una delle cause previste dalla legge, mediante una convenzione in forma di atto pubblico.

Supponendo, però, che i coniugi vogliano inserire le sorti dell'azienda tra le condizioni della separazione (che si presume essere consensuale), valgono le seguenti osservazioni.

Uno degli effetti più importanti scaturenti dallo scioglimento della comunione è il diritto di procedere alla divisione del patrimonio comune, comprese le aziende.
Secondo la giurisprudenza, andranno applicati all'azienda i principi di cui all’art. 720 c.c. (che regola la divisione degli immobili non comodamente divisibili), in quanto essa costituisce una universalità di beni, insuscettibile di essere frazionata nelle sue singole componenti.
In generale, la giurisprudenza di legittimità reputa applicabile analogicamente all’azienda la disposizione relativa agli immobili non comodamente divisibili "ove il frazionamento determini il vanificarsi dell’avviamento commerciale, atteso che la comoda divisibilità di cui alla norma citata presuppone, fra l’altro, che la divisione non importi un pregiudizio al valore economico delle porzioni rispetto all’intero" (Cass. civ., 26.4.1983, n. 2861).

Secondo la tesi maggioritaria, l’impresa costituita e gestita da entrambi i coniugi non è una forma speciale di società, ma una forma di comunione nell’esercizio dell’impresa: si deve escludere, quindi, che la divisione dei beni della comunione legale implichi scioglimento della società e quindi liquidazione dell’impresa. Si deve, invece, valutare la situazione patrimoniale dell'impresa al momento della divisione, secondo la regola generale valevole per ogni stima in sede divisoria.

Di conseguenza:
- l’azienda dovrà essere trattata come bene indivisibile in natura;
- gli utili e gli incrementi si possono eventualmente dividere direttamente.

L'art. 720 sopra citato prevede che i beni non comodamente divisibili vadano di preferenza compresi per l'intero nella quota di un condividente, con addebito dell'eccedenza. Nel nostro caso, ad esempio, il marito può chiedere l'assegnazione della quota societaria della moglie, corrispondendole il valore, anche sottoforma di concessioni diverse riguardanti, ad esempio, la casa coniugale, etc.

Nel caso estremo in cui nessuno dei coniugi voglia vedersi assegnare la società, si dovrebbe procedere alla vendita e alla suddivisione del prezzo ricavato.

I coniugi, naturalmente, sono sempre liberi di trovare un accordo diverso, che li soddisfi entrambi.

Maria chiede
lunedì 03/11/2014 - Trentino-Alto Adige
“Buongiorno,
Io e mio marito siamo in regime di separazione dei beni.
Nel 2007 ha chiesto la separazione perchè ha conosciuto una nuova compagna da cui ha avuto una figlia nel 2008.
Abbiamo sottoscritto una separazione consensuale regolando però solo gli aspetti riguardanti il mantenimento mio e dei figli e non la divisione del patrimonio.
La sottoscritta ha lavorato per anni con ruoli apicali, dal 1991 al 2008 (anno di separazione) nelle aziende di famiglia senza percepire ne stipendio ne utili e senza che sia stato configurato nessun rapporto di lavoro.
Nel 2008 son stata estromessa dal marito dall'azienda in cui lavoravo perciò ho avuto un ulteriore danno perché mi sono trovata senza lavoro.
Con i proventi dell'attività, utili indivisi e stipendi non percepiti, mio marito si è acquistato una gran parte del patrimonio dai suoi fratelli, ovvero:
- Azienda A (sas) - dal 35% al momento del matrimonio fino al 90% + 10% intestato a me.
- dal 50% al momento del matrimonio fino al 100 % della casa coniugale
- Azienda B (snc) - dal 50% al momento del matrimonio fino al 100%
Tutto questo con soldi provenienti dall'attività per cui io ho lavorato senza nessun stipendio né utile, pensando a costituire un patrimonio per la famiglia.
Ora cosa posso fare?
I beni acquistati in regime di separazione dei beni ma con soldi provenienti dal lavoro di entrambi i coniugi ed intestati solo ad uno dei due come vanno divisi?
Grata dei consigli che vorrete darmi, porgo cordiali saluti.”
Consulenza legale i 10/11/2014
Nella vicenda narrata una moglie, oggi separata dal marito, ha lavorato per molti anni nelle aziende di famiglia (che fino ad un certo punto era in comproprietà tra il marito e i fratelli, poi sono divenute interamente del marito, tranne una piccola quota della moglie), senza mai figurare formalmente e quindi senza percepire uno stipendio o utili.

Per rispondere alla domanda posta nel quesito, analizziamo prima brevemente cosa succede quando due coniugi sono in comunione dei beni.
Se si tratta di azienda costituita dopo il matrimonio e gestita da entrambi i coniugi, essa fa parte della comunione (entrambi i coniugi ne sono considerati formalmente titolari), ai sensi dell'art. 177, lett. d), c.c.
Se uno dei coniugi è proprietario di un'azienda preesistente (anche per quote), l'altro coniuge che cogestisca l'impresa senza spendita del proprio nome (quindi senza implicazione nei rapporti con i terzi) ha diritto solamente agli utili e agli incrementi che dalla stessa sono derivati, e non ne diventa titolare in alcun modo (art. 177, secondo comma).
Se non vi è stata una gestione comune da parte dei coniugi (per gestione si intende non una qualsiasi forma di collaborazione, ma partecipazione attiva alle scelte imprenditoriali, all'amministrazione e al controllo), opera invece l'art. 178 del c.c., che stabilisce che i beni destinati all'esercizio dell'impresa di uno dei coniugi costituita dopo il matrimonio e gli incrementi dell'impresa costituita anche precedentemente si considerano oggetto della comunione solo se sussistono al momento dello scioglimento di questa (in particolare, gli utili dell'impresa vanno considerati come proventi dell'attività separata di uno dei coniugi, che cadono in comunione se esistenti al momento del suo scioglimento, v. art. 177, lett. c), c.c.).

Se ne deduce che, quando gli sposi scelgono il regime di separazione dei beni, gli utili e gli incrementi provenienti dall'impresa di cui sia titolare solo uno dei coniugi rimarranno esclusivamente nel suo patrimonio e quindi l'altro coniuge non acquista alcun diritto su di essi.

Naturalmente, però, il lavoro svolto dalla moglie non è privo di importanza economica.
Sembra rilevare nel caso di specie l'istituto dell'impresa familiare ex art. 230 bis del c.c.: si tratta dell’attività economica alla quale collaborano, in modo continuativo, il coniuge, i parenti entro il terzo grado e gli affini entro il secondo, qualora non sia configurabile un diverso rapporto.
Parte della giurisprudenza ritiene applicabile l'istituto anche alle società di persone (in tal senso v. Cass. civ., 19 ottobre 2000, n. 13861: "I soggetti indicati dal comma 3 dell’art. 230 bis cod. civ. hanno diritto alla tutela prevista da tale norma ove svolgano attività di lavoro familiare in favore del titolare di impresa, sia esercitata in forma individuale sia esercitata come società di fatto, nei limiti della quota"), ma sicuramente non a quelle di capitali.
Trattandosi di un istituto residuale, prima di tutto, si devono valutare i presupposti di un rapporto di lavoro subordinato o addirittura di una società di fatto tra i coniugi. Perché si abbia una di queste ipotesi, è necessario che i familiari abbiano dato al loro rapporto, in maniera espressa o tacita, una configurazione tipica.
Secondo la giurisprudenza, nel dubbio tra lavoro subordinato e impresa familiare, prevarrebbe sempre quest'ultima, in quanto le circostanze che il prestatore non abbia partecipato né a decisioni sulla vita dell'impresa né alla divisione degli utili relativi sono indicative di un rapporto di lavoro subordinato solo se consegua ad una espressa pattuizione delle parti volta ad inquadrare in tale rapporto la detta attività (Cass. civ. n. 1211/1989).

La sua residualità non esclude però l’imperatività della disciplina dell'impresa familiare: ove , quindi, le parti non abbiano inteso costituire un differente rapporto (lavoro subordinato), non potrebbero assolutamente sottrarsi al dettato dell'art. 230 bis, che si applicherebbe quindi ex lege, a prescindere da un’effettiva volontà delle parti, in quanto disciplina posta a tutela di interessi generali.

Se, una volta analizzati con attenzione tutti i dettagli e le circostanze della fattispecie concreta (analisi che naturalmente non si può effettuare in questa sede e per la quale si consiglia di rivolgersi ad un legale), si può alla fine configurare un'ipotesi di impresa familiare, allora secondo la legge la moglie avrà diritto al mantenimento, agli utili e agli incrementi dell'impresa, il tutto proporzionato al lavoro prestato e al tempo dedicato all'impresa. Il diritto agli utili andrà calcolato al netto delle spese di mantenimento che il coniuge imprenditore ha già corrisposto all'altro coniuge.
Il diritto ad utili e incrementi si configura come un diritto di credito nei confronti del familiare imprenditore. Il credito agli utili si prescrive normalmente in dieci anni dalla sua maturazione, però si ammette la sospensione della prescrizione tra coniugi (art. 2941 del c.c.), che secondo alcuni opera anche in caso di separazione personale (Cass. 4502/1985).

Tutto ciò premesso, dimostrato l'ammontare delle somme non percepite dalla moglie (compreso naturalmente il risarcimento del danno, se si possa provare che ha subito un pregiudizio dal comportamento del marito), questa potrà chiederne il pagamento da parte del marito. Trattandosi di diritti di credito, ella avrà diritto a somme di denaro, non direttamente a partecipazioni sociali o a quote di immobili: in altre parole, la moglie aveva diritto a vedersi pagare uno stipendio (se lavoratrice dipendente) o a farsi corrispondere gli utili (in proporzione al lavoro prestato, in caso di impresa familiare), ma non per questo potrà diventare automaticamente titolare dei beni acquistati dal marito in regime di separazione.
Nell'ottica di una definizione transattiva della controversia (assolutamente consigliabile), la moglie potrà eventualmente chiedere al marito, anziché denaro, una quota di partecipazione nelle società (se vi ha interesse) o una parte dell'immobile un tempo adibito a casa coniugale (se lo stima conveniente), ma chiaramente sarà necessario l'accordo con il marito in tal senso.

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    (continua)