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Articolo 178 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n.262)

Beni destinati all'esercizio di impresa

Dispositivo dell'art. 178 Codice civile

I beni destinati all'esercizio dell'impresa di uno dei coniugi (1) costituita dopo il matrimonio e gli incrementi dell'impresa costituita anche precedentemente si considerano oggetto della comunione solo se sussistono al momento dello scioglimento di questa (2).

Note

(1) La differenza con l'articolo precedente riguarda la gestione dell'azienda (tanto impresa individuale, quanto società di persone), qui operata da uno solo dei coniugi: i beni aziendali e gli incrementi entreranno nella comunione differita in ragione della libertà di reddito individuale perdurante il regime patrimoniale dei coniugi, che cade con lo scioglimento dello matrimonio, esigendosi un calcolo contabile di quanto prodotto in costanza dello stesso.
(2) Dovrà operarsi una valutazione complessiva, che tenga conto di possibili incrementi ravvisati al momento dello scioglimento della comunione, nell'ottica di riconoscere eventuali diritti al coniuge estraneo alla gestione, ma che permise anche solo con il lavoro domestico lo svolgimento della stessa.

Brocardi

De residuo

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

Massime relative all'art. 178 Codice civile

Cass. civ. n. 4532/2004

Il coniuge in regime di comunione legale non è incapace a testimoniare nelle controversie in cui sia parte l'altro coniuge, ove esse abbiano ad oggetto crediti derivanti dall'esercizio dell'impresa di cui sia titolare esclusivo l'altro coniuge, in quanto essi diventano comuni solo al momento dello scioglimento della comunione e nei limiti in cui ancora sussistano, non essendo egli in questo caso titolare di un interesse che ne legittimi la partecipazione al giudizio; in questo caso, il giudice non può escludere a priori l'attendibilità della testimonianza in considerazione del rapporto di coniugio, ma deve far riferimento ad ulteriori elementi.

Cass. civ. n. 2680/2000

In regime di comunione legale tra coniugi, il fallimento di uno di essi determina la comunione de residuo sui beni destinati post nuptias all'esercizio dell'impresa solo rispetto ai beni residui a seguito della chiusura della procedura.

Cass. civ. n. 7060/1986

Nel regime della comunione legale fra i coniugi, tutti i beni, inclusi quelli immobili e quelli mobili iscritti in pubblici registri, che vengano acquistati da uno dei coniugi e destinati all'esercizio d'impresa costituita dopo il matrimonio, fanno parte della comunione medesima solo de residuo, cioè, se e nei limiti in cui sussistano al momento del suo scioglimento, e, pertanto, prima di tale evento, sono aggredibili per intero da parte del creditore del coniuge acquirente (il quale, creditore, deduca e dimostri il verificarsi di detta obiettiva destinazione). Questo principio discende dall'art. 178 c.c., che regola, compiutamente, senza distinguere fra mobili ed immobili, gli acquisti di un coniuge per impresa costituita dopo il matrimonio, nonché dalla inapplicabilità a tali acquisti delle disposizioni del secondo comma dell'art. 179 c.c. — prescrivente, per l'esclusione dalla comunione di immobili o mobili iscritti in pubblici registri, che l'esclusione stessa risulti da atto in cui sia parte anche l'altro coniuge — il quale si riferisce solo alle diverse ipotesi contemplate dal primo comma del medesimo art. 179 c.c. (fra cui quella dei beni destinati all'esercizio di professione, non equiparabili ai beni destinati all'esercizio d'impresa).

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Consulenze legali
relative all'articolo 178 Codice civile

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Salvatore T. chiede
lunedì 19/03/2018 - Sicilia
“Muore Tizio titolare del 10% delle quote di una società in nome collettivo.
La di lui moglie, Caia, è titolare del 24% delle quote della suddetta snc.
Tizio è coniugato con Caia in regime di comunione legale dei beni e la società in questione è stata costituita in costanza di matrimonio.
Quesito: Caia è contitolare del 50% della partecipazione societaria di Tizio, ex art. 177 c.c., potendosi in tal modo intestare il 5% delle quote appartenute al de cuius?”
Consulenza legale i 27/03/2018
Dalla visura camerale emerge che la società in questione è stata a suo tempo costituita non dai due soli coniugi ma da questi unitamente ad altri soggetti.
Ebbene, se si trattasse di società costituita e composta esclusivamente dai due coniugi in comunione, andrebbe subito detto che sussiste un netto contrasto di vedute tra gli studiosi della materia, per cui alcuni ritengono che due coniugi in comunione non possano costituire una società (e parlano di nullità dell’atto), mentre altri ritengono che ciò sia possibile.

Per quanto riguarda, invece, il caso di specie, se doverosamente va rilevato che anche su questa situazione specifica esiste un contrasto di opinioni, si può individuare, tuttavia, un orientamento prevalente.
Va premesso che non esistono nome che stabiliscano quale sia il regime giuridico delle partecipazioni sociali acquistate da un soggetto coniugato in regime di comunione legale dei beni.
Il legislatore del 1975 (anno della legge di riforma del diritto di famiglia), infatti, si è limitato a disciplinare il caso del coniuge o dei coniugi titolari di un’impresa individuale, senza nulla prevedere relativamente a quello in cui un coniuge svolga attività di impresa congiuntamente con altri (come nel caso di specie).
Sulla questione esistono addirittura quattro distinti orientamenti.

Quello però che, come si diceva, sembra essere maggiormente condiviso da dottrina e giurisprudenza, è quello per cui sono escluse dalla comunione legale dei beni le partecipazioni in società di persone e in società di capitali cui consegua la responsabilità illimitata dei singoli soci (quindi anche le partecipazioni in snc come nel caso di specie).
Esse devono considerarsi invece, secondo questo orientamento maggioritario, oggetto della comunione cosiddetta “de residuo” ai sensi dell'art. 178 c.c., il quale recita: "i beni destinati all'esercizio dell'impresa di uno dei coniugi costituita dopo il matrimonio e gli incrementi dell'impresa costituita anche precedentemente si considerano oggetto della comunione solo se sussistono al momento dello scioglimento di questa".

Gli effetti dello scioglimento della comunione sono:
  • il subentro di una situazione di comunione ordinaria che si sostituisce a quella legale;
  • l’ingresso nel patrimonio comune dei beni così detti “de residuo”.
Ebbene la Corte di Cassazione, affrontando la questione di cosa accada al momento dello scioglimento della comunione rispetto ai beni di cui stiamo parlando, ha precisato: “Non sfugge al Collegio la non unanimità di posizioni in ordine a tale qualificazione giuridica e l'affermarsi in dottrina di due tesi opposte. Una che ritiene, come la Corte territoriale, che si formi ex lege una situazione di contitolarità dei diritti e dei beni che cadono nella comunione de residuo, l'altra che si determini una situazione di natura creditizia da azionare nei confronti del coniuge (o del suo erede come nella specie) in posizione di uguaglianza con gli altri eventuali creditori.”
Spieghiamo: la Corte, con questo, vuol dire non è chiaro se i beni e/o i diritti del coniuge defunto (come le quote di società, nello nostro caso):
a) passino in una situazione di contitolarità con il coniuge superstite (quindi, concretamente, quest’ultimo è contitolare delle quote del defunto e se gli eredi vogliono “sbloccare” questa situazione devono chiedere una divisione);
b) la contitolarità di questi beni non venga acquisita ma semplicemente nasca un diritto di credito nei confronti degli eredi al corrispondente valore.
Prosegue quindi il collegio: “La prima tesi ha il pregio di corrispondere maggiormente al tenore letterale delle norme (artt. 177 e 178) che affermano rispettivamente "costituiscono oggetto della comunione" e "si considerano oggetto della comunione) e di essere condivisa dalla prevalente giurisprudenza di legittimità.” (Cassazione Civile, sez. I, sentenza 03/07/2015 n. 13760).

La Corte poi, pur non prendendo esplicita posizione sulla questione, richiama un proprio precedente (sentenza n.4393/2011) che in una fattispecie analoga a quella che stava esaminando ha affermato che «in tema di imposta sulle successione, siccome al momento della morte del coniuge si scioglie la comunione legale sui titoli in deposito presso banche ed anche la comunione differita - o de residuo - sui saldi attivi dei depositi in conto corrente, l'attivo ereditario, sul quale determinare l'imposta, è costituito soltanto dal 50% delle disponibilità bancarie, pure se intestate al solo de cuius» (Cass., n. 4393/2011): la Corte ha cioè ritenuto che, con il verificarsi dello scioglimento della comunione legale, si determinasse la sopravvenuta cointestazione di tutti i cespiti confluenti nella comunione de residuo.

Per concludere, dunque, e rispondere al quesito, la morte del marito ha determinato lo scioglimento della comunione legale e l’instaurarsi di una comunione “ordinaria” sulle quote societarie con la moglie superstite, la quale risulta ora cointestataria delle quote del marito (pari al 10% della società, di cui la stessa possiede evidentemente una quota “ideale” del 5%).
Ad avviso di chi scrive, dunque, l’intestazione del 5% ipotizzata nel quesito parrebbe corretta: vista però la delicatezza e particolarità della questione si ritiene opportuno, a tal proposito, rivolgersi anche ad un notaio.


Omar C. chiede
domenica 17/07/2011 - Emilia-Romagna

Mio padre ha acquistato nei primi anni '80 l'immobile dove attualmente svolge la sua attività di artigiano (ditta individuale senza dipendenti): essendo venuta a mancare mia madre l'11 giugno scorso ed essendo i miei genitori in regime di comunione dei beni, chiedo se tale immobile rientri nella successione. Grazie”

Consulenza legale i 22/07/2011

Si tratta di capire se nel periodo dell’acquisto (intorno agli anni 80) il soggetto fosse già coniugato. Comunque, si presume che l’acquisto sia avvenuto in costanza di matrimonio, per cui vigendo il regime di comunione legale tra i coniugi essi ne sono divenuti contitolari, salvo l’applicabilità dell’art. 179 del c.c., ultimo comma, che prevede la facoltà per un coniuge di acquistare un immobile dichiarandolo escluso dalla comunione (quindi, di natura personale) nell’atto di acquisto cui abbia però partecipato anche l’altro coniuge oltre all’esistenza di uno dei requisiti oggettivi previsti dalle lettere c), d) e f).

All’apertura della successione, se i coniugi vivono in regime di comunione legale si rende attuale il diritto di ciascun coniuge alla metà del “residuo”, cioè di quanto sopravanzato, dalle spese comuni, dei guadagni di ognuno di loro e dei beni in comproprietà. Se il bene è di natura personale, invece, è escluso dalla successione del coniuge deceduto.


Testi per approfondire questo articolo

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    L'opera affronta le seguenti tematiche: modi di acquisto: a titolo originario, per usucapione, per accessione; contratti relativi alla concessione e l'acquisto di diritti personali di godimento; obbligazioni, pesi, oneri dell'amministrazione dei beni; scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio.

    (continua)
  • Fallimento del coniuge imprenditore e scioglimento della comunione legale

    Editore: Ipsoa
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  • Acquisti in comunione legale e circolazione dei beni di provenienza donativa

    Autore: Patti Filippo
    Editore: Ipsoa
    Pagine: 176
    Data di pubblicazione: giugno 2011
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    Il volume tratta due temi, gli acquisti in regime di comunione legale di beni e la circolazione dei beni di provenienza donativa, entrambi di notevole interesse per i professionisti soprattutto per la necessità di trovare espedienti utili che consentano di arginare situazioni e fenomeni non adeguatamente risolvibili con i mezzi offerti dalla normativa esistente.

    Per ciascun argomento, partendo da un inquadramento generale, si analizzano poi le questioni interpretative ed... (continua)