A lanciare l'allarme è l'Osservatorio previdenza della Cgil, che ha analizzato l'impatto della revisione delle aliquote di rendimento applicate ad alcune gestioni previdenziali del settore pubblico. I dati diffusi parlano di una platea potenziale di circa 700mila dipendenti coinvolti entro i prossimi quindici anni, e di un effetto economico complessivo stimato in più di trenta miliardi di euro.
Il tema riguarda specificamente i lavoratori con cosiddette "carriere miste", cioè coloro che hanno accumulato contributi sia nel sistema retributivo sia in quello contributivo. Ed è proprio su questa parte della pensione che interviene la riforma.
Come appena accennato, la novità principale consiste nel taglio delle aliquote di rendimento utilizzate per calcolare la quota retributiva della pensione, quella più vantaggiosa. Per comprendere il problema bisogna ricordare che il sistema pensionistico italiano - per molti lavoratori - è composto da due parti:
- una quota calcolata con il sistema retributivo, applicato alle anzianità più vecchie e in grado di garantire generalmente pensioni più favorevoli, perché il calcolo era collegato agli stipendi finali;
- una quota determinata con il sistema contributivo, legata ai contributi effettivamente versati in carriera.
L'impatto della riduzione della pensione cambierebbe in base a due distinti elementi, livello della retribuzione e anno di inizio della contribuzione. Infatti, pensioni più alte subiscono tagli economicamente maggiori sulla quota retributiva, mentre chi ha iniziato a lavorare in determinati anni ha una diversa quantità di contributi maturati nel sistema retributivo, cioè la parte più colpita dalla riforma.
Cgil ha fatto una stima d'esempio, citando il caso di chi ha una retribuzione da 30mila euro lordi all'anno. Ebbene, il taglio varierebbe da circa 927 euro annui fino a oltre 6.100 euro annui nei casi più penalizzati. Proiettando queste riduzioni sull'intera aspettativa media di vita pensionistica, la perdita economica complessiva potrebbe oscillare da circa 17mila per arrivare a un massimo di quasi 120mila euro. Ancor peggio andrebbe, spiega il sindacato, a chi intasca uno stipendio annuo di circa 50mila euro lordi, perché la riduzione avrebbe un minimo di circa 1.500 euro annui con possibilità di superare anche i 10mila euro annui. In termini complessivi, la perdita stimata durante tutta la pensione potrebbe andare da circa 29mila euro fino a quasi 200mila euro.
Come intuibile, per le fasce retributive più alte la penalizzazione diventerebbe ancora più marcata.
In base agli aggiornamenti normativi, le modifiche in oggetto riguardano le pensioni liquidate dal primo gennaio 2024 e coinvolgono quattro storiche casse previdenziali del pubblico impiego, ossia:
- Cassa pensioni dipendenti enti locali (CPDEL);
- Cassa pensioni sanitari (CPS);
- Cassa pensioni insegnanti (CPI);
- Cassa pensioni ufficiali giudiziari (CPUG).
In verità la stretta non riguarderebbe soltanto l'importo della pensione. Parallelamente si allungherebbero, infatti, i tempi di uscita dal lavoro. In particolare, per i lavoratori delle quattro casse previdenziali interessate aumenterebbero le cosiddette finestre mobili della pensione anticipata. In pratica, anche dopo avere maturato il requisito contributivo necessario, il lavoratore dovrebbe attendere più tempo prima di ricevere concretamente il trattamento previdenziale. Infatti, in base al calendario fissato la finestra salirà gradualmente fino ai nove mesi entro il 2028, sommando altri due mesi rispetto al 2027.
Questi aggiornamenti normativi in tema di pensioni sono giustificati dal Governo con la volontà di contenere la spesa previdenziale futura in un contesto segnato dall'invecchiamento della popolazione, dalla crisi demografica e dalle difficoltà dei conti pubblici. Ma è pur vero che sindacati e lavoratori pubblici denunciano il rischio di una forte penalizzazione - quasi una beffa - per chi ha costruito per decenni la propria prospettiva pensionistica sulla base di regole diverse. Per la Cgil la misura sarebbe critica anche perché inciderebbe sulle aspettative previdenziali di lavoratori che operano nei servizi pubblici essenziali, dalla sanità agli enti locali. Perciò il timore di lavorare più a lungo e ottenere comunque una pensione più bassa, con cui dover fronteggiare inflazione e carovita, è reale.