Con la sentenza 5009/2026, la Seconda Sezione Civile è tornata su un tema molto frequente nelle successioni: la sorte delle somme depositate su conti correnti cointestati. La vicenda giudiziaria era nata dopo la morte di una persona senza testamento. Tra gli eredi, si era aperto un contenzioso avente a oggetto proprio un conto cointestato: un fratello citava in giudizio la sorella sostenendo che il conto corrente, formalmente cointestato tra lei e il defunto, fosse in realtà alimentato esclusivamente con denaro del de cuius.
Non solo. L'attore chiedeva anche che la sorella restituisse alla massa ereditaria le somme prelevate prima dell'apertura della successione. Ebbene, sia il Tribunale che la Corte d'Appello gli hanno dato ragione. Per i giudici è stato dimostrato, sulla base di elementi concreti come documenti bancari e differenze patrimoniali tra i due, che il denaro fosse interamente riconducibile al defunto. Conseguentemente, la sorella è stata condannata a restituire quanto prelevato in precedenza.
La disputa è però continuata in Cassazione, ruotando su una specifica questione pratica: di per sé, un conto cointestato implica la divisione dei soldi a metà? Vero è che, secondo l'art. 1298 del c.c., quando un conto è cointestato si presume che il saldo appartenga a entrambi i titolari in parti uguali. Ma attenzione, si tratta di una presunzione relativa (iuris tantum). Questo significa che può essere superata.
In proposito, i giudici di piazza Cavour colgono l'occasione per ribadire un principio chiave in tema di conti correnti cointestati: ossia non basta dire che i soldi li ha versati uno solo dei cointestatari, ma - per dimostrare che le somme appartengono esclusivamente a uno dei due - serve una prova più solida. Quest'ultima può basarsi anche su presunzioni semplici, ma devono essere gravi, precise e concordanti.
Ebbene, nel caso concreto, i giudici hanno valorizzato due elementi decisivi:
- la documentazione bancaria, che mostrava l'effettiva origine delle somme;
- il forte divario economico tra il defunto, con un patrimonio immobiliare consistente, e la sorella priva di risorse.
Tramite il proprio legale, la sorella ha cercato di difendersi sostenendo la tesi per cui la cointestazione del conto sarebbe stata una donazione indiretta, cioè un modo per regalare metà delle somme. Ma qui era emerso un problema processuale. Infatti, la Corte d'Appello ha dichiarato questa tesi inammissibile, perché proposta soltanto in secondo grado, violando l'art. 345 del c.p.c. che vieta di introdurre nuove questioni in appello.
La Corte di Cassazione ha poi confermato tale impostazione, aggiungendo però un punto ancora più importante: anche entrando nel merito, non c'era alcuna prova dell'animus donandi, cioè della volontà di fare una donazione. Uno dei chiarimenti più rilevanti della decisione è proprio questo: la semplice cointestazione di un conto corrente non significa, automaticamente, donazione.
Anzi, perché si possa parlare di donazione indiretta, serve una prova chiara e rigorosa che il titolare abbia voluto arricchire l'altro, gratuitamente. Ecco perché, senza raccogliere detta prova, prevarrà sempre e comunque la realtà sostanziale e, quindi, conterà chi, di fatto, ha messo i soldi nel conto.
Ricapitolando, una volta accertata - come in questo caso - l'appartenenza del denaro al solo defunto, le conseguenze sono precise:
- l'intero saldo del conto entra nella massa ereditaria;
- anche le somme prelevate prima della morte dal cointestatario devono essere restituite;
- il patrimonio sarà poi diviso tra tutti gli eredi.
Inoltre, la Corte ribadisce un altro significativo aspetto. Non spetta alla Cassazione rivalutare i fatti, ma solo verificare la correttezza giuridica e logica della decisione. E, nel caso in esame, la motivazione dei giudici di merito è stata ritenuta completa e coerente e, al contempo, non sono stati riscontrati vizi.
Il principio finale da ricordare è, quindi, che la cointestazione crea una presunzione di proprietà condivisa, ma - come accennato sopra - può essere scavalcata con prove concrete. E chi afferma l'esistenza di una donazione deve essere in grado di dimostrarla con rigore. Per evitare contenziosi tra eredi, quindi, la chiarezza nella gestione del patrimonio - anche bancario - resta la miglior forma di prevenzione.