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Separazione, ti spettano oltre 150mila euro di risarcimento se l'ex ti impedisce di vedere tuo figlio: nuova sentenza

Separazione, ti spettano oltre 150mila euro di risarcimento se l'ex ti impedisce di vedere tuo figlio: nuova sentenza
Oltre 156mila euro di risarcimento per un padre a cui è stato impedito, per anni, di essere presente nella vita del figlio. Una cifra che la Corte d'Appello di Roma ha stabilito in una pronuncia destinata a segnare un precedente importante nel diritto di famiglia italiano, riaprendo il dibattito mai sopito sull'alienazione parentale
Al centro della vicenda ci sono due genitori romani, separatisi quando il figlio aveva appena tre anni. Da quel momento, quello che avrebbe dovuto essere un percorso di co-genitorialità si è trasformato in un contenzioso infinito, fatto di denunce reciproche e provvedimenti mai davvero eseguiti.

Già nel 2014, un primo decreto del Tribunale ordinario di Roma (n. 747/2013) aveva riconosciuto al padre un ruolo di frequentazione nei confronti del figlio, ma da lì in avanti la vicenda si è trascinata attraverso numerosi gradi di giudizio. Nel 2019 il Tribunale per i minorenni aveva già disposto il collocamento del ragazzo presso il padre, ma quella decisione è rimasta lettera morta. Due anni dopo, la madre è stata perfino dichiarata decaduta dalla responsabilità genitoriale, provvedimento che però non ha trovato applicazione a causa della sua ferma opposizione, protratta per mesi.

Il risultato è che il figlio ha continuato a vivere con lei, mentre il rapporto con il padre si assottigliava fino quasi a scomparire: dal 2016, secondo quanto ricostruito nel procedimento, l'uomo è riuscito a vedere il ragazzo per sole quattro ore. Una situazione talmente grave che nel 2025 anche la Corte europea dei diritti dell'uomo, con la sentenza n. 4337/24, ha ritenuto lo Stato italiano responsabile di non aver tutelato adeguatamente il diritto alla vita familiare del padre, sancendo la violazione dell'articolo 8 della Convenzione.

Cosa ha stabilito realmente la Cassazione

Il passaggio decisivo arriva con l'ordinanza n. 29690/2024 della Corte di Cassazione, pubblicata il 19 novembre 2024, quando la Suprema Corte interviene sul caso e riconosce, in modo netto, l'atteggiamento ostruzionistico tenuto dalla madre nell'ostacolare le visite paterne, insieme alle conseguenze negative che questo comportamento ha avuto sul minore stesso.

Va ricordato che, in una fase precedente della stessa vicenda, la Cassazione si era già espressa con l'ordinanza n. 286/2022, accogliendo il ricorso della madre e definendo la sindrome da alienazione parentale una teoria priva di fondamento scientifico; a quella pronuncia si era affiancata anche l'ordinanza n. 9691/2022, relativa alle modalità di esecuzione coattiva dell'allontanamento del minore.

Con l'ordinanza n. 29690/2024, però, i giudici della Suprema Corte non tornano sulla sindrome in sé, ma affermano con chiarezza che possono esistere condotte concrete di un genitore volte a impedire all'altro di esercitare il proprio ruolo, e che tali condotte vanno sanzionate. È una distinzione sottile, ma fondamentale: non conta l'etichetta clinica, conta il comportamento accertato nei fatti.

Su questa base la Cassazione ha cassato con rinvio la sentenza della Corte d'Appello di Roma del 10 ottobre 2023, affidando ai giudici di rinvio il compito di quantificare il danno, richiamando l'articolo 709 ter del Codice di procedura civile, la norma che punisce il genitore che impedisce all'altro di mantenere, educare, istruire e seguire moralmente il figlio.

Il risarcimento e il principio della bigenitorialità

Per arrivare alla cifra di poco più di 156mila euro, a cui si aggiungono circa 20mila euro tra spese legali e accessorie, i giudici d'appello si sono basati su una tabella elaborata dall'Osservatorio sulla giustizia civile di Milano, adattandola alle specificità del caso.

Ma il valore della sentenza non è solo economico. Il collegio giudicante ha infatti qualificato la condotta della madre come un vero e proprio "illecito endofamiliare": un danno, cioè, che si consuma dentro le mura della famiglia stessa e che, proprio per questo, merita tutela giuridica quanto qualsiasi altro illecito. Al centro resta il principio della bigenitorialità, il diritto-dovere di entrambi i genitori di partecipare alla crescita dei figli, che secondo la Corte non può mai essere messo in discussione dalle scelte oppositive di uno dei due, salvo casi gravi e documentati come abusi o maltrattamenti.

Un risarcimento che non ripara tutto

Resta però una domanda scomoda: cosa succede quando, dopo anni di distanza forzata, è il ragazzo stesso a non voler più vedere il padre? È il nodo più delicato dell'intera vicenda, perché nessuna sentenza può imporre un affetto o ricostruire artificialmente un legame interrotto. Come ha sottolineato l'avvocata che ha seguito il caso per conto del padre, il riconoscimento economico non restituisce le tappe di vita perse, i momenti di quotidianità mai condivisi, il passaggio dall'infanzia all'adolescenza vissuto solo a distanza. Il danno, in questi casi, è irreversibile anche per il figlio, che cresce privato della presenza di uno dei due genitori.

Proprio per questo la sentenza romana assume un significato che va oltre il singolo caso: manda un segnale chiaro a chi, con comportamenti ostruzionistici, trasforma un rapporto genitoriale nato sano in qualcosa di sterile e irrecuperabile, ricordando che il diritto di un genitore a restare tale, sul piano affettivo e sostanziale, merita oggi una tutela concreta anche sul piano giudiziario.


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