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Ospedali, stop alle aggressione al personale sanitario, ora è violenza a pubblico ufficiale: nuova sentenza Cassazione

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Ospedali, stop alle aggressione al personale sanitario, ora è violenza a pubblico ufficiale: nuova sentenza Cassazione
Con la sentenza 39438/2025, in tema di aggressioni a personale sanitario, la Suprema Corte ribadisce il perimetro della responsabilità penale e i rischi in gioco
La Cassazione ha recentemente confermato una posizione molto netta. Chi aggredisce il personale sanitario se ne assume la relativa responsabilità e non può sperare in attenuanti. Il riferimento specifico va alla sentenza 39438/2025, riguardante una vicenda in cui una donna aveva aggredito una dottoressa, in servizio presso un ospedale, causandole lesioni al cuoio capelluto e alla spalla, per una prognosi di cinque giorni.

In precedenza, la signora era stata condannata dalla Corte d'Appello di Reggio Calabria per due distinti reati, lesioni a personale sanitario di cui all'art. 583 quater del c.p., secondo comma, e violenza a pubblico ufficiale, di cui all'art. 336 del c.p.. I giudici di piazza Cavour hanno ora confermato integralmente la condanna, arrivata al termine del giudizio di merito, chiarendo alcuni aspetti fondamentali del diritto penale.

Anzitutto, in tema di lesioni a dottori e operatori sanitari, siamo innanzi a un reato autonomo. Perciò, in questi casi, le aggressioni non debbono essere intese come mera aggravante del generico reato di lesioni personali di cui all'art. 582 del c.p., che non considera alcun ruolo specifico della vittima. Anzi, occorre fare stretto riferimento a quanto previsto dalla legge 113/2020, recante "Disposizioni in materia di sicurezza per gli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie". In particolare, il testo ha introdotto uno specifico illecito penale, al citato art. 583-quater, comma secondo c.p., al fine di rafforzare la protezione della salute e sicurezza dei professionisti della sanità, nell'esercizio delle loro funzioni.

Per il legislatore, non si tratta meramente di proteggere l'integrità fisica di colui che lavora in una struttura sanitaria, ma anche di assicurare la sicurezza collettiva. Infatti, l'aggressione a chi lavora in ospedale, o comunque in ambito sanitario, può avere ripercussioni su tutto il sistema di cura e assistenza ai malati.

Nel caso concreto giunto all'attenzione della Suprema Corte, i reati contestati alla donna che aveva aggredito una professionista sanitaria, durante l'esercizio delle sue funzioni, erano quelli di lesioni a personale medico e di violenza a pubblico ufficiale. La difesa sosteneva, invece, che la condotta avrebbe dovuto essere considerata solo una circostanza aggravante delle lesioni personali generiche. Al contempo, il reato di violenza a pubblico ufficiale doveva essere assorbito nel primo.

Tuttavia, la Corte di Cassazione ha respinto queste argomentazioni. Infatti, secondo i giudici di legittimità c'è una non trascurabile differenza sostanziale tra l'art. 336 e l'art. 583-quater del Codice Penale. In particolare:
  • la norma che punisce la violenza a pubblico ufficiale riguarda esclusivamente la violenza necessaria a costringere quest'ultimo a compiere un atto contrario ai suoi doveri;
  • mentre la norma relativa alle lesioni personali a medici e infermieri costituisce una fattispecie autonoma di reato, dedicata specificamente alle aggressioni contro gli esercenti professioni sanitarie.
In termini pratici, questo vuol dire che i due illeciti penali possono coesistere, senza che uno "cancelli" l'altro. Parallelamente, la Corte ha rimarcato che la legge ha voluto creare una nuova figura di reato, separata dalle generiche lesioni dolose. Le sue caratteristiche principali sono da rintracciarsi nei seguenti elementi:
  • qualifica soggettiva della vittima, perché si tratta di un pubblico ufficiale o di un professionista sanitario;
  • collegamento causale, perché la violenza è direttamente correlata all'esercizio delle funzioni professionali della vittima, o avviene a causa del servizio svolto.
In breve, il legislatore ha riconosciuto che l'aggressione del privato, nei confronti di chi cura o assiste, è più grave di una semplice lesione personale. Ecco perché la Suprema Corte rileva che - in vicende come queste - non è possibile un trattamento indulgente nei confronti del reo. La legge è, infatti, precisa e rigorosa. Perciò, tutte le aggressioni a medici, infermieri o operatori socio-sanitari costituiscono reati autonomi, pur con possibili aggravanti ulteriori per lesioni gravi o gravissime.

Concludendo, chiunque aggredisca un sanitario o un pubblico ufficiale rischia sempre una condanna severa, con la possibilità che più reati concorrano senza escludersi a vicenda. La sentenza 39438/2025 della Cassazione rappresenta un messaggio chiaro: le aggressioni agli operatori sanitari non sono più tollerabili, né trattabili come reati minori.

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