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Articolo 420 Codice di procedura civile

(R.D. 28 ottobre 1940, n. 1443)

Udienza di discussione della causa

Dispositivo dell'art. 420 Codice di procedura civile

Nell'udienza fissata per la discussione della causa il giudice interroga liberamente le parti presenti (1), tenta la conciliazione della lite e formula una proposta transattiva o conciliativa. La mancata comparizione personale delle parti, o il rifiuto della proposta transattiva o conciliativa del giudice, senza giustificato motivo, costituiscono comportamento valutabile dal giudice ai fini del giudizio (2). Le parti possono, se ricorrono gravi motivi, modificare le domande, eccezioni e conclusioni già formulate, previa autorizzazione del giudice (3)(4).

Le parti hanno facoltà di farsi rappresentare da un procuratore generale o speciale, il quale deve essere a conoscenza dei fatti della causa. La procura deve essere conferita con atto pubblico o scrittura privata autenticata e deve attribuire al procuratore il potere di conciliare o transigere la controversia. La mancata conoscenza, senza gravi ragioni, dei fatti della causa da parte del procuratore è valutata dal giudice ai fini della decisione.

Il verbale di conciliazione ha efficacia di titolo esecutivo (5).

Se la conciliazione non riesce e il giudice ritiene la causa matura per la decisione, o se sorgono questioni attinenti alla giurisdizione o alla competenza o ad altre pregiudiziali la cui decisione può definire il giudizio, il giudice invita le parti alla discussione e pronuncia sentenza anche non definitiva dando lettura del dispositivo (6).

Nella stessa udienza ammette i mezzi di prova già proposti dalle parti e quelli che le parti non abbiano potuto proporre prima (7), se ritiene che siano rilevanti, disponendo, con ordinanza resa nell'udienza, per la loro immediata assunzione.

Qualora ciò non sia possibile, fissa altra udienza, non oltre dieci giorni dalla prima concedendo alle parti ove ricorrano giusti motivi, un termine perentorio non superiore a cinque giorni prima dell'udienza di rinvio per il deposito in cancelleria di note difensive.

Nel caso in cui vengano ammessi nuovi mezzi di prova, a norma del quinto comma, la controparte può dedurre i mezzi di prova che si rendano necessari in relazione a quelli ammessi, con assegnazione di un termine perentorio di cinque giorni. Nell'udienza fissata a norma del precedente comma il giudice ammette, se rilevanti, i nuovi mezzi di prova dedotti dalla controparte e provvede alla loro assunzione.

L'assunzione delle prove deve essere esaurita nella stessa udienza o, in caso di necessità, in udienza da tenersi nei giorni feriali immediatamente successivi.

Nel caso di chiamata in causa a norma degli articoli 102, secondo comma, 106 e 107, il giudice fissa una nuova udienza e dispone che, entro cinque giorni, siano notificati al terzo il provvedimento nonché il ricorso introduttivo e l'atto di costituzione del convenuto, osservati i termini di cui ai commi terzo, quinto e sesto dell'articolo 415(8). Il termine massimo entro il quale deve tenersi la nuova udienza decorre dalla pronuncia del provvedimento di fissazione.

Il terzo chiamato deve costituirsi non meno di dieci giorni prima dell'udienza fissata, depositando la propria memoria a norma dell'articolo 416.

A tutte le notificazioni e comunicazioni occorrenti provvede l'ufficio.

Le udienze di mero rinvio sono vietate.

Note

(1) Nel rito del lavoro l'interrogatorio libero non è diretto a provocare la confessione giudiziale, bensì a chiarire i contorni della controversia ed acquisire ulteriori elementi di valutazione, al fine di inquadrare meglio il tema decisionale e rendere possibile la conciliazione. Il giudice, infatti, assolve ad un ruolo fondamentale, proponendo lui stesso una concreta proposta transattiva. Le dichiarazioni rese dalle parti sono valutabili dal giudice ai sensi dell'art. 116 del c.p.c. e anche il rifiuto immotivato della proposta conciliativa da lui formulata, verrà valutata in sede di decisione sulle spese della lite.
(2) Si precisa che le dichiarazioni rese dalle parti non assumono valore confessorio, a meno che non risulti dal verbale che la dichiarazione della parte non sia stata provocata da una domanda del giudice ma resa autonomamente e il verbale rechi la sottoscrizione personale della parte necessaria ai fini della prova della consapevolezza della dichiarazione.
(3) La norma attribuisce alle parti la possibilità di modificare le domande, eccezioni e conclusioni già formulate qualora sussistano gravi motivi e sempre previa autorizzazione del giudice. E' bene precisare che si tratta della c.d. emendatio libelli, ovvero della possibilità di effettuare una nuova interpretazione o qualificazione giuridica del fatto costitutivo del diritto o un ampliamento o limitazione di questo al fine di renderlo più idoneo al soddisfacimento della pretesa fatta valere in giudizio. Infatti, tale esigenza scaturisce più che altro dall'interrogatorio libero e dalle difese svolte dalla controparte. Diversamente, non è ammessa la mutatio libelli, ossia il mutamento radicale della domanda formulata, sia perché l'udienza è di norma unica, sia perché sarebbe contraria alle esigenze di immediatezza del rito del lavoro.
(4) Come nel rito ordinario, anche nel rito del lavoro vige il divieto di proporre domande nuove nel corso del giudizio di primo grado. Tuttavia, la giurisprudenza non esclude che la parte possa proporre domande ulteriori nei confronti del medesimo convenuto con un nuovo e separato ricorso, il quale deve ritenersi completo con l'indicazione di documenti già prodotti nel precedente giudizio di cui venga richiesta la riunione per ragioni di economia processuale.
(5) Si precisa che il verbale di conciliazione a cui la norma si riferisce è titolo esecutivo di per senza che sia necessaria alcuna pronuncia del giudice, diversamente da quello di cui all'art. 411.
(6) Nell'ipotesi in cui sorgano questioni attinenti alla giurisdizione o alla competenza, ovvero questioni processuali che possano impedire l'ulteriore corso del giudizio, il giudice deve decidere con sentenza, anche non definitiva. Lo stesso vale per le questioni preliminari attinenti al merito.
(7) Le parti hanno l'onere di indicare i mezzi di prova sin dagli atti introduttivi. Tuttavia, il quinto comma della norma in esame consente alle parti di proporre mezzi di prova anche durante l'udienza di discussione, purchè si tratti di mezzi di prova che non abbiano potuto promuovere prima per causa di forza maggiore o per caso fortuito, o perchè l'esigenza di tale richiesta sia scaturita dalle difese della controparte o dall'esito dell'interrogatorio libero.
(8) Nel processo del lavoro, il convenuto che voglia chiamare in causa un terzo deve effettuare la chiamata nella memoria difensiva a pena di decadenza, mentre l'attore può effettuare la chiamata direttamente in udienza, visto che tale esigenza scaturisce dalle difese del convenuto. La chiamata in causa del terzo può essere inoltre effettuata d'ufficio dal giudice in qualsiasi momento.
Il terzo deve essere messo nelle condizioni di conoscere tutti quegli atti di parte necessari al fine di far valere le proprie difese nei confronti delle parti originarie, pertanto risulta necessario notificargli il ricorso, la memoria difensiva e il provvedimento con cui il giudice fissa la nuova udienza.

Brocardi

Favor conciliationis

Massime relative all'art. 420 Codice di procedura civile

Cass. civ. n. 25472/2017

La conciliazione giudiziale prevista dagli artt. 185 e 420 c.p.c. è una convenzione non assimilabile ad un negozio di diritto privato puro e semplice, caratterizzandosi, strutturalmente, per il necessario intervento del giudice e per le formalità previste dall'art. 88 disp. att. c.p.c. e, funzionalmente, da un lato per l'effetto processuale di chiusura del giudizio nel quale interviene, dall'altro per gli effetti sostanziali derivanti dal negozio giuridico contestualmente stipulato dalle parti, che può avere anche ad oggetto diritti indisponibili del lavoratore; la transazione, invece, negozio anch'esso idoneo alla risoluzione delle controversie di lavoro qualora abbiano ad oggetto diritti disponibili, non richiede formalità "ad substantiam", essendo la forma scritta prevista dall'art. 1967 c.c. ai soli fini di prova. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha cassato la sentenza di merito che aveva respinto la domanda di accertamento della transazione intervenuta tra le parti nel corso di una udienza, per carenza di forma scritta e della relativa sottoscrizione, senza tener conto che il verbale di causa costituiva atto scritto idoneo ai fini probatori).

Cass. civ. n. 4717/2014

Nelle controversie soggette al rito del lavoro, la parte, la cui prova non sia stata ammessa nel giudizio di primo grado, deve dolersi di tale mancata ammissione attraverso un apposito motivo di gravame, senza che possa attribuirsi significato di rinuncia o di acquiescenza al fatto di non avere ripetuto l'istanza di ammissione nelle conclusioni di primo grado, in quanto non essendo previste, in detto rito, udienze di mero rinvio o di precisazione delle conclusioni, ogni udienza è destinata alla decisione e, pertanto, qualora le parti abbiano tempestivamente articolati mezzi di prova nei rispettivi atti introduttivi, il giudice non può desumere l'abbandono delle istanze istruttorie dalla mancanza di un'ulteriore richiesta di ammissione nelle udienze successive alla prima.

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