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Riconosciuta la causa di servizio per il tumore derivato dall’uso del cellulare sul lavoro

Riconosciuta la causa di servizio per il tumore derivato dall’uso del cellulare sul lavoro
È stata riconosciuta la causa di servizio per un tumore del nervo acustico insorto in seguito all’utilizzo prolungato del cellulare sul lavoro.
La Corte d’Appello di Torino, con la sentenza n. 904/2019, pubblicata il 13 gennaio 2020, ha riconosciuto la dipendenza da causa di servizio nel caso di un cancro al nervo acustico insorto in seguito all’uso prolungato del telefono per motivi lavorativi, stabilendo che sussiste una legge scientifica di copertura che supporta l’affermazione dell’esistenza di un nesso causale secondo i criteri probabilistici del “più probabile che non”.

La vicenda giudiziaria vedeva protagonista un dipendente di una nota compagnia telefonica al quale, dopo aver utilizzato per 15 anni , con una media di quattro ore al giorno, un cellulare dotato di tecnologia Etacs, caratterizzata da emissioni fino a 100 volte più forti degli attuali apparecchi, per coordinare altri quindici colleghi, veniva diagnosticato un neurinoma del nervo acustico.
Il Tribunale di Ivrea, nel 2017, condannava l’Inail a pagare all’uomo una rendita vitalizia corrispondente ad un’invalidità del 23%.

La Corte d’Appello di Torino ha confermato la sentenza emessa in primo grado, rigettando il ricorso presentato dall’Inail.
I giudici di secondo grado, sulla scorta di quanto esposto dai consulenti tecnici d’ufficio, hanno ritenuto provato con elevata probabilità logica il nesso causale tra la prolungata e considerevole esposizione alle radiofrequenze e l’insorgenza del cancro. Si è, infatti, osservato che sono “i dati epidemiologici, i risultati delle sperimentazioni sugli animali, la durata e l’intensità dell’esposizione che assumono particolare rilievo considerata l’accertata, a livello scientifico, relazione dose-risposta tra esposizione a radiofrequenze da telefono cellulare e rischio di neurinoma dell’acustico, unitamente alla mancanza di una altro fattore che possa avere cagionato la patologia”.

Secondo il Collegio giudicante, il fatto che l’appellato sia stato esposto alle radiofrequenze per 15 anni, dal 1995 al 2010, anno in cui è stata diagnosticata la malattia, stando alla letteratura in materia, è pienamente compatibile con lo sviluppo di tale tipologia di cancro. Sul punto la stessa Corte ha, peraltro, sottolineato di aver ritenuto maggiormente attendibili le conclusioni tratte da autori totalmente indipendenti dalla parte appellante. Nel corso del giudizio era, infatti, emerso che, seppure buona parte della letteratura scientifica, indicata dall’Inail a propria difesa, escludesse la cangerogenicità dell’esposizione a radiofrequenze, gli autori di tali studi, come riportato dai consulenti tecnici, si trovavano in una posizione di conflitto d’interessi poiché, in quanto membri della Commissione Internazionale per la Protezione dalle Radiazioni Non Ionizzanti e dello Scientific Committee on Emerging and Newly Identified Health Risks, avevano ricevuto finanziamenti dall’industria.

La Corte d’Appello adita ha, inoltre, evidenziato che, trattandosi, nel caso concreto, di una malattia professionale non tabellata ed eziologicamente multifattoriale, l’onere di provare la causa da lavoro grava sul lavoratore e va valutata in termini di ragionevole certezza, escludendo la rilevanza della mera possibilità di un’origine professionale del morbo, risultando, nella fattispecie, concretamente provata con un rilevante grado di probabilità, come emerso dalla c.t.u.

Redazione Giuridica

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