Il tema è tutt'altro che marginale, se si guarda ai numeri messi nero su bianco dalla Ragioneria generale dello Stato: ogni anno i lavoratori della
pubblica amministrazione accumulano e consumano oltre 65 milioni di giornate di ferie, pari in media a 21 giorni per dipendente. Un volume enorme, che diventa un problema concreto nel momento in cui si discute se, durante quei giorni di riposo, spettino o meno le voci accessorie dello
stipendio.
Il punto debole sta nel fatto che la legge italiana non disciplina in modo chiaro questo aspetto. A colmare il vuoto normativo ci ha pensato la giurisprudenza: alcune pronunce, nate nell'ambito del trasporto privato, si sono poi estese anche al
pubblico impiego, riconoscendo al lavoratore il
diritto a percepire determinate voci retributive anche mentre è in ferie. Alla base c'è un orientamento consolidato della
Corte di giustizia dell'Unione Europea (tra le altre, le pronunce note come Robinson-Steele, Schultz-Hoff, Williams, Torsten Hein e Koch), che applica i principi della
Direttiva 2003/88/CE: chi è in ferie deve continuare a percepire una
retribuzione paragonabile a quella dei giorni lavorati, altrimenti rischia di essere scoraggiato dall'esercitare un diritto fondamentale come quello al riposo.
È proprio da questa lettura giuridica che nasce il rischio economico più consistente: se i
dipendenti pubblici presentassero richieste generalizzate per gli arretrati, l'impatto sulle casse statali potrebbe essere pesantissimo. Il decreto allo studio serve esattamente a questo: mettere in sicurezza il passato,
impedendo che si moltiplichino le domande di risarcimento retroattivo, in attesa di una disciplina più chiara per il futuro.
Il cortocircuito normativo: quando la teoria sfiora l'assurdo
Applicare alla lettera l'orientamento giurisprudenziale porta a situazioni paradossali all'interno degli
uffici pubblici. Oggi, infatti, la regola generale lega l'erogazione del
ticket restaurant a una presenza in servizio di almeno
7,2 ore giornaliere.
Basta un esempio concreto per capire dove nasce il corto circuito. Un dipendente comunale, che si presenta regolarmente in ufficio ma usufruisce di un permesso di due ore, vede la propria prestazione scendere a 5,2 ore: in questo caso l'amministrazione non gli riconosce il buono pasto, perché non raggiunge la soglia minima richiesta. Applicando invece per intero le sentenze citate, lo stesso lavoratore potrebbe incassare il ticket per un'intera settimana trascorsa al mare, senza aver lavorato nemmeno un'ora. Un'evidente sproporzione rispetto a chi, pur presente in ufficio, perde il diritto al buono per un semplice permesso.
Il
Governo intende chiudere definitivamente questa anomalia. Per il futuro,
la materia passerà nelle mani dei nuovi contratti collettivi nazionali di lavoro (Ccnl), già rinnovati con il contributo dell'Aran e delle organizzazioni sindacali. La linea concordata è netta:
i buoni pasto spetteranno solo per le giornate di effettivo lavoro, sia che si tratti di presenza fisica in ufficio sia di giornate in
smart working. Le indennità legate a turni, disagio o servizio esterno seguiranno invece regole specifiche, sempre stabilite dai nuovi contratti nazionali, con l'obiettivo di superare le incertezze applicative degli ultimi anni.
Non solo tagli: risorse per università e titoli Afam
Il provvedimento, però, non si limita a blindare la spesa pubblica sul fronte del personale statale: contiene infatti un pacchetto corposo di misure destinate al mondo universitario. Il testo stanzia 60 milioni di euro complessivi per gli atenei, di cui 50 milioni aggiuntivi confluiranno nel Fondo di finanziamento ordinario (Ffo) per il 2026.
Queste risorse servono a proteggere i bilanci delle
università nella delicata fase di passaggio al nuovo sistema di Valutazione della qualità della ricerca (Vqr 2020-2024): senza questo intervento, diversi atenei avrebbero rischiato tagli anche significativi. Il decreto stabilisce infatti un vincolo preciso: le variazioni dei finanziamenti dovranno restare comprese tra lo 0% e il +5% rispetto al 2025, così da garantire che nessuna università riceva meno fondi statali dell'anno precedente, premiando al tempo stesso gli atenei più virtuosi con risorse extra.
Tra le altre novità,
il testo equipara a tutti gli effetti di legge i diplomi rilasciati dalle istituzioni Afam (Conservatori, Accademie di belle arti, Istituti di design) alle lauree universitarie tradizionali. Viene inoltre prorogata fino al 31 dicembre 2026 l'attuale composizione del
Consiglio universitario nazionale (Cun), in attesa che la riforma complessiva, ancora all'esame della commissione Cultura del Senato, veda finalmente la luce.
Scuola: proroghe per le paritarie e più sicurezza negli istituti
L'ultima sezione del decreto raccoglie le richieste del Ministero dell'Istruzione e del Merito, con l'obiettivo di garantire un avvio regolare del prossimo anno scolastico e rafforzare la sicurezza negli edifici. Viene prorogata anche per il biennio 2026/2027 e 2027/2028 la deroga che consente alle
scuole paritarie di mantenere lo
status di parità pur impiegando insegnanti privi di
abilitazione formale, purché abbiano insegnato per almeno tre anni, anche non consecutivi, nell'ultimo decennio.
Il testo prevede inoltre il mantenimento nelle graduatorie dei concorsi ordinari per i docenti che superano con esito positivo l'anno di formazione e prova, oltre a fondi specifici, concordati con il Ministero dell'Interno, destinati all'installazione di sistemi di videosorveglianza nei pressi degli edifici scolastici, un tema sempre più sentito da famiglie e dirigenti scolastici.