Il
disegno di legge sulla
pubblica amministrazione, promosso dal
ministro Paolo Zangrillo, ha completato il suo
iter in Senato ed è diventato
legge, con 86 voti favorevoli e 59 contrari. Il provvedimento ridisegna in profondità
l'accesso alla dirigenza pubblica. Fino a oggi, chiunque volesse ricoprire un ruolo dirigenziale doveva superare un concorso pubblico, aperto e con prove uguali per tutti. Con la nuova legge, il 30% dei posti dirigenziali di seconda fascia sfuggirà a questa regola, percentuale che sale al 50% per la prima fascia, cioè per i vertici assoluti della macchina statale.
Al posto del concorso tradizionale arriva una procedura interna, chiamata "sviluppo di carriera", che permette ai
dipendenti già in servizio di salire di grado senza affrontare una selezione pubblica vera e propria. Il
Governo la presenta come una svolta meritocratica, pensata per premiare chi lavora concretamente in ufficio invece di chi eccelle solo sui libri. Ma il rischio concreto è che il criterio decisivo diventi la fedeltà al capo, più che la reale preparazione tecnica e giuridica.
Come funziona la nuova selezione
Per accedere a questa corsia preferenziale servono cinque anni di anzianità come funzionari, oppure due anni nelle cosiddette "elevate qualificazioni". La selezione è affidata a una commissione indipendente composta da sette membri, estratti a sorte tra professionisti provenienti anche da altre amministrazioni o dal settore privato, che non potranno partecipare per due volte consecutive. La procedura prevede una prima fase di valutazione della performance, delle capacità organizzative e della leadership - attraverso colloqui e relazioni dei dirigenti sovraordinati - seguita da una prova scritta e una orale.
Resta comunque centrale il ruolo del
dirigente che ha proposto il candidato per la promozione, chiamato a fornire una relazione sulle sue capacità. Una presenza che, secondo diversi osservatori del settore giuridico, rappresenta comunque
un condizionamento significativo sul giudizio finale, difficilmente disposto a smentire chi lo ha "sponsorizzato".
Gli incarichi avranno una durata massima di tre anni, rinnovabili una sola volta, e solo dopo quattro anni di attività e una valutazione positiva sarà possibile l'inserimento definitivo nei ruoli dirigenziali. Un percorso lungo, che secondo i critici trasforma il merito in una forma di sottomissione gerarchica prolungata.
I nodi critici della riforma
Il punto più delicato riguarda l'assenza di criteri del tutto oggettivi e misurabili per valutare il rendimento nella fase che precede la commissione. Senza parametri numerici e verificabili, il giudizio iniziale rischia di dipendere in larga parte dalla valutazione soggettiva del superiore, che diventa arbitro quasi assoluto della carriera dei propri sottoposti, prima ancora che il fascicolo arrivi in commissione.
Per almeno quattro anni, il candidato dirigente si trova in una posizione di dipendenza pressoché totale da chi dovrà validare la sua promozione definitiva. Chi conosce da vicino il funzionamento della pubblica amministrazione sottolinea come questo meccanismo possa disincentivare comportamenti di controllo e legalità: un dipendente che blocca una procedura scorretta del proprio dirigente, per esempio, rischia di essere penalizzato proprio nel momento della valutazione finale, mentre chi si limita a eseguire senza obiettare può risultare "premiato".
Tre scenari per capire l'impatto reale
Per comprendere le conseguenze pratiche, vale la pena immaginare alcune situazioni concrete. Il primo caso riguarda un
funzionario esperto in materia fiscale che blocca una procedura irregolare voluta dal proprio dirigente: quando arriva il momento della promozione, il superiore potrebbe scegliere un altro dipendente, meno preparato ma più accondiscendente.
Il secondo scenario coinvolge un
cittadino che si vede respingere un'istanza da un dirigente nominato senza concorso: se il rifiuto risulta infondato e finisce davanti al Tar, è la collettività a pagare le spese legali, mentre il dirigente può comunque ottenere la conferma del ruolo.
Il terzo caso descrive un neo-dirigente che, per timore di compromettere la valutazione finale, rallenta le pratiche e moltiplica i pareri richiesti, paralizzando di fatto l'attività del proprio ufficio: l'esatto opposto della tanto annunciata "amministrazione del fare".
Il ministro Zangrillo respinge queste letture. Interpellato sul rischio di favoritismi, ha ribadito che la riforma non abolisce i concorsi e che la crescita interna riguarda comunque solo una parte delle promozioni, subordinata ad almeno cinque anni di lavoro e al giudizio di una commissione esterna sorteggiata. Resta da vedere, nei prossimi anni, se le garanzie procedurali introdotte basteranno a evitare le derive che i critici temono.