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Articolo 120 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

[Aggiornato al 10/06/2019]

Incapacità di intendere o di volere

Dispositivo dell'art. 120 Codice civile

Il matrimonio può essere impugnato(1) [127] da quello dei coniugi che, quantunque non interdetto [85, 102, 119], provi di essere stato incapace di intendere o di volere, per qualunque causa, anche transitoria, al momento della celebrazione del matrimonio(2).

L'azione non può essere proposta se vi è stata coabitazione per un anno dopo che il coniuge incapace ha recuperato la pienezza delle facoltà mentali [119, 122, 123].

Note

(1) Con la disposizione in esame si limita al solo coniuge che si sia trovato in stato di incapacità di intendere e volere (art. 428 del c.c.) al momento della celebrazione il potere di impugnativa del matrimonio, onde ottenerne l'annullamento.
(2) Ovviamente risulterà fondamentale, da subito, l'accertamento del grado di incapacità non dichiarata del soggetto agente, pur prescindendo dalla riconoscibilità esterna e dall'affidamento suscitato nell'altro coniuge; solo all'esito di tale valutazione del giudice, e salvo quanto precisato sub co. 2, potrà ottenersi l'annullamento.

Ratio Legis

La disposizione esplicita nuovamente l'esigenza di un consenso puro ed effettivo dei nubendi, fondato su una volontà correttamente formatasi, in un soggetto capace di intendere e volere l'atto matrimoniale.

Spiegazione dell'art. 120 Codice civile

È questa una disposizione che non era compresa nel c.c. del 1865.
Non è necessario che l'incapacità a cui questo art. 120 si riferisce sia tale da permettere che venga promossa interdizione: la legge, infatti, espressamente si riferisce anche a causa transitoria; occorre, però, che l'incapacità o il perturbamento mentale fossero stati di tal gravità da rendere la persona incapace di manifestare validamente il consenso al matrimonio. In tali casi non si avrebbe soltanto nullità, ma inesistenza giuridica del matrimonio per difetto assoluto di consenso.
Nel nuovo primo libro si volle pure comprendere questa disposizione non tanto per affermare la nullità, o meglio la giuridica inesistenza del matrimonio che fosse stato contratto da persona incapace (principio, per vero, di diritto naturale), quanto per disciplinare, con norme positive, il relativo diritto d'impugnazione: diritto concesso soltanto al coniuge che non era capace di intendere o di volere e sempre che egli, riacquistata la pienezza delle facoltà mentali, non abbia, per un anno, coabitato con l'altro coniuge.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

98 Nell'art. 120 del c.c., il quale prevede l'impugnazione del matrimonio da parte dello sposo in condizioni mentali da non potere esprimere un valido consenso, il nuovo testo legislativo, a scopo di coordinamento, indica questo stato psicologico anormale, con l'espressione "incapace d'intendere o di volere".

Massime relative all'art. 120 Codice civile

Cass. civ. n. 6611/2015

In tema di delibazione della sentenza ecclesiastica dichiarativa della nullità di un matrimonio concordatario per difetto di consenso, le situazioni di vizio psichico assunte dal giudice ecclesiastico come comportanti inettitudine del soggetto, al momento della manifestazione del consenso, a contrarre il matrimonio non si discostano sostanzialmente dall'ipotesi d'invalidità contemplata dall'art. 120 cod. civ., cosicché è da escludere che il riconoscimento dell'efficacia di una tale sentenza trovi ostacolo in principi fondamentali dell'ordinamento italiano. In particolare, tale contrasto non è ravvisabile sotto il profilo del difetto di tutela dell'affidamento della controparte, poiché, mentre in tema di contratti la disciplina generale dell'incapacità naturale dà rilievo alla buona o malafede dell'altra parte, tale aspetto è ignorato nella disciplina dell'incapacità naturale, quale causa d'invalidità del matrimonio, essendo in tal caso preminente l'esigenza di rimuovere il vincolo coniugale inficiato da vizio psichico.

Cass. civ. n. 14794/2014

L'art. 428 cod. civ., che disciplina il regime di impugnazione degli atti negoziali compiuti da persona incapace di intendere e di volere, non si applica in ambito matrimoniale, il cui regime delle invalidità è disciplinato da norme speciali, le quali, nel bilanciamento tra il diritto personalissimo del soggetto di autodeterminarsi in ordine al matrimonio e l'interesse degli eredi a far valere l'incapacità del "de cuius" allo scopo di ottenere l'annullamento del suo matrimonio, assegnano preminenza, in modo non irragionevole, all'esigenza di tutela del primo e, quindi, della dignità di colui che, non interdetto, ha contratto matrimonio. Ne consegue la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale del combinato disposto degli artt. 120 e 127 cod. civ., con riferimento all'art. 3 Cost., laddove esclude la legittimazione piena ed autonoma degli eredi ad impugnare direttamente il matrimonio contratto dal loro congiunto in stato di incapacità di intendere e di volere.

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