Le protagoniste di questa opportunità sono le cosiddette
lavoratrici contributive pure, ovvero coloro il cui primo contributo previdenziale è stato versato dopo il 31 dicembre 1995. Per queste donne, il sistema pensionistico italiano prevede una serie di agevolazioni legate alla maternità che si traducono in riduzioni concrete dell'età di accesso alla
pensione.
Ogni figlio vale 4 mesi di anticipo, fino a un massimo di 16 mesi per chi ha quattro figli o più.
Questo beneficio si può applicare a tre diverse misure pensionistiche:
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la pensione di vecchiaia contributiva, che richiede 71 anni di età e almeno 5 anni di contributi;
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la pensione anticipata contributiva, accessibile a 64 anni con almeno 20 anni di contributi e un assegno minimo tra 2,6 e 3 volte l'assegno sociale (soglia variabile in base al numero di figli);
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la pensione di vecchiaia ordinaria, che scatta a 67 anni con almeno 20 anni di contribuzione e un importo non inferiore all'assegno sociale.
Con il massimo dello sconto applicato, i requisiti anagrafici scendono rispettivamente a 69 anni e 8 mesi, 65 anni e 8 mesi, e 62 anni e 8 mesi. Va tenuto presente, tuttavia, che dal 2027 tutti questi requisiti aumenteranno per effetto dell'adeguamento all'aspettativa di vita: un mese in più nel 2027, tre mesi in più a partire dal 2028. Il tempo stringe, e scegliere con anticipo fa la differenza.
Anticipo o arretrati: due facce della stessa medaglia, ma non identiche
Una volta accertato il diritto allo sconto, la lavoratrice si trova davanti a una
scelta concreta: usare i mesi "guadagnati" per
uscire prima dal lavoro, oppure aspettare l'età ordinaria e richiedere al momento della domanda una
decorrenza retroattiva, incassando fino a 16 mesi di arretrati. A prima vista, la seconda opzione sembra la più conveniente: si lavora fino all'età normale e poi si ottiene un
bonus in denaro. Ma la realtà previdenziale è più sottile di così.
Nel sistema contributivo, l'importo della pensione non è calcolato in base all'ultimo
stipendio o agli anni di servizio, ma dipende interamente dal
montante contributivo accumulato, ovvero dalla somma di tutti i contributi versati nel corso della vita lavorativa, rivalutati nel tempo. Questo montante viene poi
trasformato in rendita applicando i coefficienti di trasformazione, che variano in base all'età al momento del pensionamento:
più si è giovani, più il coefficiente è penalizzante,
perché l'INPS calcola che la pensione dovrà essere erogata per più anni.
Il risultato è chiaro: anticipare l'uscita, anche solo di qualche mese, abbassa il coefficiente e quindi l'assegno mensile, per sempre. Chiedere la decorrenza retroattiva produce esattamente lo stesso effetto: l'assegno viene calcolato con il coefficiente dell'età inferiore, non di quella effettiva alla domanda.
La terza via che in pochi conoscono: coefficienti più favorevoli restando all'età ordinaria
Esiste però una possibilità che molte lavoratrici ignorano e che può rivelarsi la più vantaggiosa in assoluto. Le contributive pure con figli, invece di usare lo sconto per anticipare la pensione o ottenere arretrati, possono scegliere di rinunciarvi e beneficiare di un coefficiente di trasformazione più elevato, come se fossero andate in pensione più tardi di quanto effettivamente abbiano fatto.
In pratica, la regola funziona così:
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chi ha uno o due figli vede applicarsi il coefficiente corrispondente a un anno in più rispetto alla propria età effettiva;
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chi ha più di due figli ottiene il coefficiente di due anni in più.
Il risultato concreto è
un assegno mensile strutturalmente più alto, che si percepisce per tutti gli anni della pensione. Nessuna
legge o
sentenza ha finora limitato questa facoltà, che rientra pienamente nel quadro normativo vigente e nella possibilità di scelta garantita alle assicurate.
Come scegliere: la logica finanziaria dietro ogni opzione
Non esiste una risposta uguale per tutte. La decisione migliore dipende dall'aspettativa di vita, dalle esigenze economiche immediate e dal numero di anni di contribuzione già maturati. Chi ha urgenza di smettere di lavorare, per ragioni di salute o familiari, troverà nell'anticipo la soluzione più pratica, accettando consapevolmente un assegno ridotto. Chi invece ha bisogno di liquidità immediata ma può continuare a lavorare, potrebbe essere tentata dagli arretrati. Tuttavia, come spiegato, l'effetto sul calcolo è identico all'uscita anticipata, quindi si ottiene un bonus una tantum pagandolo ogni mese per il resto della vita con una pensione più bassa.
La terza strada - lavorare fino all'età ordinaria e sfruttare il coefficiente più alto - è quella che massimizza l'assegno mensile e conviene a chi ha una prospettiva di vita lunga e non ha urgenza di smettere.
In definitiva, ogni mese anticipato o posticipato nel sistema contributivo ha un peso reale, permanente e non reversibile sull'importo della pensione. Prima di presentare qualsiasi domanda all'INPS, è fortemente consigliato richiedere una simulazione personalizzata che metta a confronto le tre opzioni: solo i numeri reali, calcolati sulla propria situazione contributiva, possono guidare una scelta davvero consapevole.