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Pensione anticipata, ora contano anche gli anni di lavoro svolti all'estero, se sono stati faticosi: nuova sentenza UE

Pensione anticipata, ora contano anche gli anni di lavoro svolti all'estero, se sono stati faticosi: nuova sentenza UE
Chi ha speso anni della propria vita in un cantiere, in una miniera o a spingere carrelli in un magazzino sa bene che il corpo non dimentica. Adesso, finalmente, nemmeno l'Europa fa finta di non vedere. Ecco cosa ha stabilito una sentenza UE in merito ai lavori gravosi e usuranti all’estero e alla possibilità di richiedere la pensione anticipata
C'è una verità scomoda che chiunque abbia mai messo piede su un ponteggio o lavorato su turni notturni conosce bene: il corpo, logorandosi, non aspetta i 67 anni. Ed è proprio da questa consapevolezza che nasce, in Italia come in Europa, l'esigenza di costruire percorsi di uscita anticipata dal lavoro per chi svolge mansioni particolarmente faticose o usuranti.
In Italia, questa sensibilità si è tradotta nel tempo in strumenti concreti. L'Ape sociale consente il pensionamento a partire da 63 anni e 5 mesi, a condizione di aver maturato almeno 36 anni di contributi, ed è rivolta anche ai cosiddetti lavoratori gravosi. Quota 41 per i lavoratori precoci, invece, è ancora più generosa: non prevede alcun requisito anagrafico, ma richiede 41 anni di contributi, di cui almeno uno versato prima del compimento dei 19 anni. Infine, lo scivolo per i lavori usuranti - introdotto ai tempi della riforma Fornero - consente di lasciare il lavoro già a 61 anni e 7 mesi, con almeno 35 anni di contributi versati.
Non si tratta di misure riservate a poche categorie di nicchia. Al contrario, le attività considerate gravose ai fini previdenziali sono ben 15, e comprendono lavoratori agricoli, facchini, pescatori, operai edili, maestre della scuola dell'infanzia, infermieri di sala operatoria e conducenti di mezzi pesanti. Tra i lavori usuranti, invece, rientrano addetti allo smaltimento dell'amianto, lavoratori notturni, operai alle catene di montaggio e autisti del trasporto pubblico locale.
La sentenza europea che cambia le regole del gioco
Fin qui, quello che già esisteva. Ma il vero salto di qualità arriva da Bruxelles. Il 21 maggio 2026, la Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha depositato una sentenza (Causa C-717/24) che potrebbe ridisegnare in profondità il diritto previdenziale dei lavoratori europei che hanno svolto la propria carriera - anche solo in parte - in un Paese diverso da quello in cui intendono andare in pensione.
La Corte ha affermato che i periodi di lavoro gravoso o usurante svolti in un altro Stato membro dell'Unione Europea devono essere riconosciuti e valorizzati anche ai fini dell'accesso alle pensioni anticipate, e non soltanto conteggiati come generici anni contributivi. In altre parole, non basta più sommare i contributi: bisogna guardare anche alla qualità di quel lavoro svolto all'estero.
Il caso specifico che ha dato origine alla pronuncia riguardava un lavoratore che aveva svolto attività mineraria nella Repubblica Ceca, ma aveva poi richiesto la pensione agevolata prevista per i minatori in Slovacchia. La Corte ha riconosciuto il suo diritto a beneficiare di quella tutela previdenziale speciale, aprendo così una breccia che va ben al di là del singolo episodio.
Cosa cambia in concreto per i lavoratori italiani
Le implicazioni pratiche di questa sentenza per i lavoratori italiani potrebbero essere molto significative. Il meccanismo al centro della pronuncia è quello della cosiddetta totalizzazione internazionale, cioè la possibilità - già riconosciuta dal diritto europeo - di sommare i contributi versati in diversi Paesi dell'Unione ai fini del raggiungimento dei requisiti pensionistici.
Finora, però, questa somma veniva effettuata in modo sostanzialmente "neutro": i contributi esteri valevano come contributi, punto. Con la nuova sentenza, invece, se quei contributi derivano da lavori gravosi o usuranti, devono essere trattati come tali anche nello Stato in cui viene richiesta la pensione anticipata.
Questo significa, in concreto, che un operaio edile italiano che ha lavorato per anni in Germania o in Francia potrebbe far valere quei periodi anche per soddisfare il requisito lavorativo richiesto dalla Quota 41 precoci, ad esempio quello di aver svolto lavoro edile per almeno 7 degli ultimi 10 anni. Analogamente, un infermiere che ha prestato servizio in sala operatoria in un altro Paese UE potrebbe vedersi riconoscere quella carriera ai fini dell'accesso agevolato alla pensione in Italia.
La sentenza della Corte di Giustizia UE del 21 maggio 2026 non introduce nuove misure pensionistiche, ma obbliga gli Stati membri a interpretare le proprie norme previdenziali in modo coerente con il diritto europeo, garantendo che i lavoratori mobili - coloro che hanno costruito la loro vita e il loro percorso professionale attraversando le frontiere del continente - non vengano penalizzati proprio nelle tutele più importanti. Un passo avanti concreto, e atteso da tempo.


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