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Convivenza, puoi restare fino a 5 anni nella casa del compagno morto, gli eredi non possono cacciarti: legge Cirinnā

Convivenza, puoi restare fino a 5 anni nella casa del compagno morto, gli eredi non possono cacciarti: legge Cirinnā
Se la coppia ha convissuto per lungo tempo, il convivente superstite può avere diritto a rimanere nell'abitazione? Scopriamolo insieme
Il trascorrere del tempo può diventare rilevante per alcune specifiche tutele, ma non trasforma la convivenza in matrimonio. Restano differenze importanti soprattutto sul piano dell'eredità, della pensione di reversibilità e di alcune forme di tutela patrimoniale.

In particolare, per una coppia che sceglie di non sposarsi, il contratto di convivenza è lo strumento giuridico previsto dalla legge che può essere particolarmente utile quando i partner hanno patrimoni diversi, sostengono spese in misura differente, acquistano beni importanti oppure vogliono stabilire preventivamente come contribuire alle necessità della famiglia.
La sua funzione, quindi, non è soltanto quella di risolvere eventuali problemi dopo la fine della relazione, ma soprattutto quella di prevenire conflitti, stabilendo regole condivise quando il rapporto è ancora stabile.
La disciplina di riferimento si rinviene nell'art. 1 della Legge 20 maggio 2016, n. 76, nota anche come legge Cirinnà, che ha introdotto una disciplina specifica per i conviventi di fatto.

Il contratto può essere utilizzato soprattutto per disciplinare gli aspetti patrimoniali della vita comune.
Tra le questioni che possono essere regolamentate rientrano, ad esempio:
  • le modalità con cui ciascun convivente contribuisce alle necessità della vita comune;
  • la gestione delle spese familiari;
  • i criteri per la ripartizione di determinate spese;
  • la scelta del regime patrimoniale della comunione dei beni, nei casi previsti dalla legge;
  • altri accordi di natura patrimoniale compatibili con la disciplina delle convivenze di fatto.

Lo scopo è dare alla coppia una maggiore certezza nella gestione economica della vita quotidiana, evitando che ogni questione debba essere affrontata soltanto quando nasce un problema.

Si rammenta che la Legge Cirinnà prevede il diritto di abitazione, ovvero si riconosce al partner superstite la possibilità di continuare ad abitare nella casa di comune residenza per due anni oppure, se la convivenza è durata più di due anni, per un periodo pari alla durata della convivenza, fino a un massimo di cinque anni.

Questo significa che, se la coppia ha convissuto per cinque anni, il convivente superstite può avere diritto a rimanere nell'abitazione per cinque anni, salvo le specifiche condizioni previste dalla legge.

La tutela è ancora più forte quando nella casa vivono figli minori o figli disabili del convivente superstite: in questo caso il diritto di continuare ad abitare nell'immobile non può essere inferiore a tre anni.

È però fondamentale ricordare che il convivente non diventa automaticamente proprietario della casa e non diventa automaticamente erede del partner. Il diritto di abitazione previsto dalla legge è una tutela temporanea e non equivale ai diritti successori riconosciuti al coniuge.

Se la coppia si separa la legge stabilisce che, quando la convivenza termina, il partner che si trova in stato di bisogno e non è in grado di provvedere al proprio mantenimento può ottenere gli alimenti dall'ex convivente. Non si tratta, quindi, del normale assegno di mantenimento previsto in determinate situazioni per i coniugi. Per i conviventi è necessario che sussista una concreta situazione di bisogno.
Anche in questo caso la durata della relazione assume un ruolo importante: la legge stabilisce che gli alimenti siano riconosciuti per un periodo proporzionale alla durata della convivenza e secondo i criteri previsti dal codice civile.
Di conseguenza, una convivenza durata cinque anni costituisce un parametro rilevante, ma non significa che dopo cinque anni spetti automaticamente un assegno per cinque anni. Sarà il giudice, valutate le condizioni previste dalla legge, a determinare se gli alimenti spettano e per quanto tempo.
Ma le tutele riguardano soltanto il patrimonio? No. Anche in caso di malattia o ricovero, i conviventi di fatto hanno diritto reciproco di visita, assistenza e accesso alle informazioni personali sullo stato di salute, secondo le regole organizzative delle strutture sanitarie. La legge permette inoltre a ciascun convivente di designare l'altro come proprio rappresentante.

La designazione può riguardare:
  • le decisioni in materia di salute quando una malattia comporti incapacità di intendere e di volere;
  • in caso di morte, le decisioni relative alla donazione degli organi;
  • le modalità di trattamento del corpo;
  • le celebrazioni funerarie.

La designazione deve essere effettuata nelle forme previste dalla legge.
Occorre chiarire che questi diritti non scattano perché sono trascorsi cinque anni: sono collegati allo status di conviventi di fatto e alla stabilità della relazione.

La condizione di convivente di fatto può assumere, inoltre rilievo anche nei rapporti con la pubblica amministrazione e nell'accesso all'edilizia residenziale pubblica, secondo le regole applicabili alle singole procedure.

Si ricorda, infine, che con la sentenza n. 148 del 2024, la Corte Costituzionale ha stabilito che la tutela dell'impresa familiare deve comprendere anche il convivente di fatto che presta in modo continuativo la propria attività nella famiglia o nell'impresa dell'altro partner. La Consulta ha dichiarato illegittima la disciplina nella parte in cui escludeva il convivente e ha esteso le relative garanzie.
Si tratta di un passaggio importante perché rafforza la tutela del lavoro prestato all'interno della famiglia o dell'attività economica del partner.

Per accedere ai diritti riconosciuti dalla legge e poter stipulare un contratto di convivenza, è necessario che la coppia:
  • sia registrata come convivenza anagrafica presso l’ufficio anagrafe del Comune;
  • risulti coabitante in modo stabile;
  • sia priva di altri vincoli giuridici (matrimonio o unione civile).

L’iscrizione nell’anagrafe della popolazione residente comporta l’annotazione della famiglia anagrafica fondata su vincoli affettivi e consente di accedere a tutele giuridiche previste dalla legge, incluso il contratto di convivenza.


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