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Assegno Unico, in arrivo i soldi anche per figli all'estero e addio al vincolo dei due anni di residenza: ecco le novitą

Assegno Unico, in arrivo i soldi anche per figli all'estero e addio al vincolo dei due anni di residenza: ecco le novitą
Assegno unico verso la riforma con lo stop al vincolo di residenza, il via libera ai figli all'estero e nuove regole di calcolo. Ecco cosa cambia davvero, perché e chi guadagna
Varato il primo marzo 2022 e sostitutivo di alcune precedenti misure a sostegno delle famiglie con figli a carico, l'assegno unico e universale si prepara a cambiare volto. Infatti, con un emendamento al decreto Pnrr, il Governo interviene su uno dei punti più discussi e controversi della misura, ampliando la platea dei beneficiari e adeguando la normativa italiana ai principi europei.

Si tratta di una significativa modifica, che riguarda in particolare i lavoratori europei e le famiglie con figli residenti all'estero. Alla base dell'intervento dell'Esecutivo c'è una questione giuridica rilevante: nel 2024 la Commissione europea aveva deciso di deferire l'Italia alla Corte di giustizia dell'UE, contestando alcune regole di funzionamento dell'assegno unico. In particolare, Bruxelles ha ritenuto discriminatori due requisiti previsti dalla normativa italiana, ossia l'obbligo di residenza in Italia per almeno due anni e il vincolo che i figli fossero residenti sul territorio italiano.

Ebbene, secondo l'Unione, queste condizioni violano il principio di libera circolazione dei lavoratori e la parità di trattamento tra cittadini europei. In particolare, penalizzano i cosiddetti lavoratori "mobili", vale a dire le persone che si spostano tra Stati membri ma lavorano e versano contributi nel nostro Paese.

Per evitare una possibile condanna, che avrebbe potuto comportare anche il pagamento di arretrati agli esclusi, il Governo ha deciso di intervenire prima della sentenza. All'orizzonte è, infatti, l'eliminazione del requisito dei due anni di residenza in Italia.

Finora, per accedere all'assegno unico è necessario aver risieduto in Italia per almeno due anni (anche non continuativi), oppure avere un contratto di lavoro di durata almeno semestrale. Con la riforma tale vincolo sarebbe abolito e, al suo posto, introdotto un criterio più ampio: potrà ottenere l'assegno unico chi lavora in Italia (come dipendente o autonomo), è iscritto a una gestione previdenziale e versa contributi obbligatori.

Non solo. Per i figli a carico, residenti all'estero, si aprono le porte del riconoscimento. In passato, anche se non esplicitamente scritto, il sistema basato sull'Isee portava a considerare solo i figli residenti in Italia. Ora la norma viene chiarita e ampliata perché l'assegno potrà essere riconosciuto anche per figli residenti in un altro Stato UE, purché fiscalmente a carico secondo le regole italiane. In pratica, ciò vuol dire che, ad esempio, un lavoratore residente in Austria o Grecia - ma occupato in Italia - potrà ricevere l'assegno anche se i figli vivono all'estero.

Ma la riforma in vista semplifica anche i requisiti per i cittadini europei. Prima era richiesto, oltre alla cittadinanza UE, anche il possesso del diritto di soggiorno o di soggiorno permanente. Ora questo requisito viene eliminato: sarà sufficiente essere cittadini di uno Stato membro dell'Unione. Si tratta di una modifica significativa, perché rimuove un ostacolo formale che poteva escludere lavoratori regolarmente occupati in Italia. A livello normativo nulla cambia, invece, per i cittadini extra UE peri quali continuano, infatti, a essere richiesti specifici titoli di soggiorno.

Un altro elemento centrale della riforma riguarda il modo in cui viene calcolato il beneficio. In particolare, l'emendamento introduce un principio di proporzionalità: l'assegno non sarà più automaticamente riconosciuto per l'intero anno, ma sarà rapportato al periodo effettivo di presenza o lavoro in Italia. In breve:
  • chi lavora in Italia solo per alcuni mesi riceverà l'assegno solo per quei mesi;
  • il diritto si costruisce nel tempo, in base alla durata della residenza, del domicilio o dell'attività lavorativa.
In ogni caso, da parte dei lavoratori non residenti la richiesta del beneficio dovrà essere presentata in relazione alla durata dell'occupazione e rinnovata ogni anno, a partire dal primo marzo. Il beneficio resta, quindi, strettamente collegato al rapporto di lavoro: se questo termina, si interrompe anche il versamento dell'importo.

La relazione tecnica all'emendamento al decreto Pnrr indica che l'impatto sui conti pubblici sarà contenuto, ma crescente nel tempo: 20 milioni di euro per il 2026, 31,1 milioni per il 2027 e crescita progressiva fino a circa 36,2 milioni annui dal 2035. Le risorse giungeranno dal fondo destinato al recepimento della normativa europea.

Ricapitolando, le imminenti novità normative modificano il sistema dell'assegno unico e universale, che non sarà più espressamente fondato sulla residenza ma sul contributo economico dato al Paese. Come accennato, l'obiettivo è duplice: evitare una condanna europea per discriminazione e rendere la misura più coerente con i principi di libera circolazione dei lavoratori.

Ora entra in gioco il ruolo del Parlamento: il testo sarà esaminato dalla Commissione Bilancio e poi dall'Aula della Camera, dopo la pausa pasquale. Se approvata, la riforma renderà l'assegno unico più inclusivo, ma anche più strettamente collegato alla durata effettiva del lavoro in Italia.


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