La Suprema Corte, infatti, con la sentenza n. 10763 del 19 marzo 2021, ha confermato la condanna di un cittadino straniero residente in Italia che aveva ceduto l’unico immobile di sua proprietà – acquistato per 315.000 euro – alla propria convivente, per la cifra di 92.500 euro. Pochi mesi dopo quella vendita, la stessa abitazione veniva rivenduta a terzi per 280.000 euro.
Nel corso degli accertamenti era emerso che l’imputato era stato convocato dall’Agenzia delle Entrate per chiarimenti sui capitali provenienti dall’estero appena due mesi prima dell’atto di compravendita. Erano evidenti quindi sia la consapevolezza del debito, sia la volontà di sottrarvisi.
Sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte
Il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte è disciplinato dall’art. 11 della legge reati tributari, che punisce chiunque alieni simulatamente o compia altri atti fraudolenti sui propri beni idonei a rendere inefficace, in tutto o in parte, la procedura di riscossione coattiva. La soglia di rilevanza penale è fissata in 50.000 euro, per cui il reato si configura soltanto se il debito verso l’Erario, comprensivo di imposte, interessi e sanzioni, supera questo importo.
Non occorre aspettare la cartella esattoriale
Uno dei principali errori è credere di essere al sicuro finché non arriva un atto formale da parte del Fisco. La Cassazione, nella sentenza in esame, ribalta questa convinzione, stabilendo che, ai fini della configurabilità del reato, non sono necessari né l’emissione di cartelle esattoriali né la conclusione di procedure di accertamento già avviate. È sufficiente che esista un debito tributario, anche non ancora quantificato con esattezza, che sia ragionevolmente stimabile in misura superiore alla soglia dei 50.000 euro.
Quando la vendita è simulata e quando è fraudolenta
La norma punisce due distinte condotte. La prima è l’alienazione simulata, ovvero un trasferimento che appare reale, ma dietro il quale si nasconde un accordo contrario alla volontà dichiarata, per cui il bene viene formalmente ceduto, ma rimane di fatto nella disponibilità del venditore. La seconda è l’atto fraudolento, che implica invece un trasferimento effettivo del bene, connotato però da elementi di inganno o di artificio, con la finalità di sottrarre il proprio patrimonio all’azione di recupero del credito.
Il confine tra lecito e illecito nella gestione del patrimonio
Perché il reato si configuri, il soggetto deve agire con la consapevolezza dell’esistenza del debito e con la finalità, anche non esclusiva, di rendere più difficile o impossibile la riscossione. La Cassazione ha precisato che tale consapevolezza può essere desunta anche dall’accettazione del rischio. Pertanto, chi sa con ragionevole certezza di avere debiti con il Fisco e compie atti dispositivi sul proprio patrimonio risponde penalmente anche se, in quel momento, non ha ricevuto alcun avviso formale.
Il ruolo del prezzo nella valutazione del giudice
Il prezzo di vendita è un elemento decisivo. Nella vicenda esaminata, la sproporzione tra il valore reale dell’immobile e il corrispettivo dichiarato nell’atto notarile era talmente evidente da costituire un elemento di prova. La cessione avvenuta a favore di una persona legata da vincoli affettivi e a un prezzo enormemente inferiore a quello di mercato rappresenta una combinazione di fattori che il giudice di merito ha valutato come indice della volontà di eludere il Fisco.