Se per milioni di acquisti, effettuati online su piattaforme internazionali, scatteranno nuovi costi all'importazione (già soggetta a maggiori controlli da parte dell'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli), è però appena venuto meno il rischio di applicazione, in Italia, di un doppio prelievo destinato a incidere sia sui consumatori, sia sulle imprese dell'influente comparto della logistica. Infatti, slitta di tre mesi la tassa italiana da 2 euro sulle spedizioni di valore inferiore ai 150 euro provenienti dai Paesi extra UE. La decisione è stata presa dall'Esecutivo nel Consiglio dei ministri di lunedì 22 giugno.
Invece, per le spedizioni aventi lo stesso limite massimo di valore, è confermata l'entrata in vigore della tassa forfettaria europea da 3 euro, con la conseguente cancellazione della franchigia doganale disposta a inizio anni '90. Tale regime agevolato ha finora consentito l'ingresso senza dazi dei piccoli o mini pacchi provenienti da Stati extra UE, con specifico riferimento alla Cina che rappresenta di gran lunga il principale Paese di origine di queste merci.
È stata quindi appena scongiurata l'applicazione di un costo aggiuntivo pari a 5 euro per spedizione, anche se al nuovo dazio continentale andrà pur sempre sommata l'Iva secondo le regole previste dalla normativa fiscale. La volontà delle istituzioni di Bruxelles è contrastare il crescente flusso di merci a basso costo provenienti dall'Asia, garantendo maggiore controllo sulle importazioni e una concorrenza più equilibrata nei confronti delle imprese europee.
Aice-Confcommercio, l'Associazione italiana commercio estero, sostiene questa nuova voce di spesa perché rappresenta uno strumento concreto di contrasto a forme di concorrenza sleale e di tutela delle aziende del nostro Paese, con speciale riferimento a settori quali l'abbigliamento, gli accessori e gli articoli per la casa.
Ma come funzionerà, in concreto, il nuovo dazio europeo? Ebbene, uno degli aspetti meno intuitivi della nuova disciplina riguarda il metodo di applicazione del prelievo. Il contributo di 3 euro non sarà necessariamente applicato una sola volta per ogni pacco, ma potrà essere riscosso per ciascuna categoria merceologica contenuta nella spedizione.
Per esempio, se un pacco di valore inferiore a 150 euro conterrà due camicie di cotone e una camicia di lana, le merci apparterranno a due diverse classificazioni tariffarie. Il dazio potrà, perciò, essere applicato due volte per un totale di 6 euro. Altro aspetto degno di nota è che, come specificato dalla Commissione UE, il dazio dovrà essere pagato indipendentemente dal sistema utilizzato per la riscossione dell'Iva.
Per quanto riguarda, invece, la diversa tassa italiana da 2 euro, la misura era stata introdotta all'inizio di quest'anno con l'obiettivo di contribuire alla copertura dei costi sostenuti dalle autorità doganali, per la gestione delle importazioni di piccolo valore e - indirettamente - per contrastare la crescita delle piattaforme orientali dell'e-commerce ultra low cost e del fast fashion. La sua applicazione, inizialmente prevista per gennaio, è stata prima sospesa fino a marzo e successivamente rinviata al primo luglio dal decreto fiscale di primavera. Recentissimo il nuovo spostamento dell'entrata in vigore al primo ottobre prossimo.
Con tutta probabilità, il Governo ha ascoltato le organizzazioni che rappresentano il settore della logistica e del commercio internazionale, le quali chiedevano a gran voce di rinviare o eliminare questo ulteriore costo. Secondo Confetra, la Confederazione generale italiana dei trasporti e della logistica, la doppia tassa avrebbe rischiato di provocare una drastica riduzione delle spedizioni, gestite nel nostro Paese, e dei traffici commerciali che transitano attraverso gli aeroporti e gli hub logistici italiani. Per i grandi operatori internazionali sarebbe stato economicamente conveniente far arrivare le merci in altri Stati membri dell'UE e, successivamente, trasferirle in Italia via camion, evitando così alcuni costi aggiuntivi. Analogo il giudizio di Aice-Confcommercio, secondo cui l'eventuale effetto "3+2", cioè la somma del dazio europeo e del contributo nazionale, avrebbe potuto - paradossalmente - spingere alla perdita di una parte delle entrate fiscali. Ossia proprio quegli introiti che la misura - nelle intenzioni - intenderebbe generare.