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Articolo 1923 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

[Aggiornato al 30/06/2020]

Diritti dei creditori e degli eredi

Dispositivo dell'art. 1923 Codice civile

Le somme dovute dall'assicuratore al contraente o al beneficiario non possono essere sottoposte ad azione esecutiva o cautelare.

Sono salve, rispetto ai premi pagati, le disposizioni relative alla revocazione degli atti compiuti in pregiudizio dei creditori [2901; 6 ss. l.f.] e quelle relative alla collazione [737], all'imputazione [747] e alla riduzione delle donazioni [555](1).

Note

(1) Tutte queste azioni sono ammesse ma solo nei limiti delle somme effettivamente corrisposte a titolo di premio.

Ratio Legis

Il primo comma della norma dipende dal fatto che le somme in questione hanno natura previdenziale e non indennitaria (ciò spiega anche l'inapplicabilità del principio indennitario di cui all'art. 1905 c.c. ed, in particolare, il fatto che l'entità di tale cifra sia libera e non conosca un limite massimo).
Il secondo comma, invece, detta una regola volta ad evitare che il contraente possa, attraverso la stipula dell'assicurazione e la corresponsione dei premi, eludere le norme poste a tutela dei creditori (2901 c.c.) e dei legittimari (536 ss. c.c.).

Spiegazione dell'art. 1923 Codice civile

Storia e ragione della norma

Il nuovo codice riproduce con alcuni chiarimenti ed unifica sotto un unico articolo due distinte norme già esistenti nel vecchio diritto. La prima norma era stata posta dall'art. 5 del R. D. L. 29 aprile , n. 966, il quale stabiliva il divieto di pignoramento e sequestro somme dovute agli aventi diritto: il nuovo codice chiarisce che per “aventi diritto” s'intendono il contraente e il beneficiario e parla più ampiamente di azione esecutiva a cautelare.

La seconda norma in terra di assicur. a favore di terzi era già stata stabilita dall'art. 453 cod. comm. e riprodotta da tutti i progetti. Ora il nuovo codice nel riprodurla sostituisce la più chiara espressione “rispetto ai primi” a quella più vaga “rispetto ai fatti versamenti” e d'altro canto non ne limita l'applicazione all'assicur. a favore di terzi, ammettendo la revocatoria anche in caso di assic. a favore proprio.

L'una e l'altra norma tendono ad un comune obiettivo: quello di promuovere e di tutelare lo spirito di previdenza, le somme dovute dall'assicuratore all'azione dei creditori o a favore di terzi degli eredi del contraente, pur dando soddisfazione agli interessi dei creditori e degli eredi, con il permettere loro l’ esercizio di determinate azioni rispetto ai premi pagati.


Portata della norma

La norma che, a tutela dello spirito di previdenza, pone le somme che costituiscono l'oggetto della prestazione dell'assicuratore al riparo dalle azioni executive o cautelari dei creditori ha portata generale. Infatti:

a) Dato che il codice parla di somme dovute al contraente e al beneficiario, la norma vale tanto nell'assicurazione a favore proprio, quanto nell'assicur. a favore di terzi. Di conseguenza nella prima non può agire in via esecutiva o cautelare contro il contraente o suoi aventi causa, il creditore del contraente e nella seconda non può agire contro il beneficiario o suoi aventi causa né il creditore del contraente, dato che il terzo ha un diritto proprio, né il creditore del beneficiario. Naturalmente, una volta che contraente o beneficiario o loro aventi causa avranno incassato le somme dovute dall'assicuratore queste, entrate a far parte del loro patrimonio, vengono a confondervisi e ne seguiranno le sorti.

b) Dato che il codice parla genericamente di somme (al plurale) dovute dall'assicuratore e non soltanto della somma assicurata (cosi però nel titolo dell'articolo) è da ritenersi che non soltanto la somma assicurata ma anche quella proveniente dal riscatto, somma che anche essa deriva da previdenza, seppure interrotta, è sottratta all'azione esecutiva e a quella cautelare.


Revocatoria dei creditori rispetto ai premi

Preservata da ogni azione cautelare o esecutiva la somma dovuta dall'assicuratore, gli interessi dei creditori o, nell'assicurazione a favore di terzi, degli eredi del contraente vengono entro certi limiti tutelati rispetto ai premi pagati, cioè a quelle somme di cui si è effettivamente depauperato il patrimonio del contraente.

I creditori possono esercitare sui premi pagati l'azione revocatoria. Tanto il vecchio quanto il nuovo codice lo stabiliscono espressamente nell'intento di chiarire che tale azione può esercitarsi solo rispetto ai premi. Ma il vecchio codice lo stabiliva espressamente nell’ ipotesi di assicurazione a favore di terzi, sì che per l’assicurazione a favore proprio si doveva far capo all’ art. 1235 del c.c.. Il nuovo codice invece lo chiarisce più esattamente in via generale.

L'azione revocatoria può essere esercitata tanto nell'assicurazione a favore proprio dello stipulante, quanto in quella a favore di terzi. Tanto nella prima, tanto nella seconda, infatti, il contraente fa atto di disposizione rispetto ai premi i quadi, sia pure in base a contratto a titolo oneroso, passano all'assicuratore. D'altro canto, nell'una e assicurazione la somma dovuta in corrispettivo è sottratta all’ azione dei creditori (40 comma) ed anzi nell'assicurazione a favore di terzi non rientra neppure nel patrimonio del contraente.

Poiché l’ art. 1923 non pone alcuna delimitazione, l'azione revocatoria può essere esercitata tanto in caso di fallimento del contraente (revocatoria fallimentare), quanto all'infuori di detto caso, quando della revocatoria esistano i presupposti (revocatoria ordinaria).

L'azione revocatoria può essere esercitata soltanto dal creditori del contraente, perché è questi che paga il premio, e non, nell'assicurazione a favore di terzi, dai creditori del beneficiario che per effetto del contratto di assicurazione non compie alcun atto di disposizione del suo patrimonio.

I presupposti (consilium fraudis e eventus damnis) e gli effetti dell'azione revocatoria sono stabiliti dagli artt. 2901-2904.

Ai creditori non spetta per contro l'azione di indebito arricchimento nei confronti del beneficiario nell'assicurazione a favore di terzi, poiché non vi è ingiusto arricchimento ed in ogni caso perché tale azione, che viene ammessa soltanto in via suppletiva quando non ve ne sono altre, è esclusa dall'esistenza stessa dell'azione revocatoria.

Tutela degli eredi

Gli eredi del contraente possono invocare, sempre rispetto ai premi pagati, le norme sulla collazione e riduzione delle donazioni. A differenza delle norme a tutela dei creditori, che si applicano a tutte le assicurazioni vita, quelle a tutela degli eredi del contraente trovano un campo di applicazione limitato e cioè :

a) soltanto alle assicurazioni vita a favore di terzi, perché soltanto in queste la somma dovuta dall'assicuratore 6 destinata ad un patrimonio distinto da quello del contraente e aventi causa, perciò soltanto in queste si ha conflitto di interessi tra eredi del contraente e destinatario della somma assicurata (beneficiario);

b) non trovano applicazione in tutte le assicurazioni vita a favore di terzi, ma in quelle soltanto in cui la designazione beneficiaria è avvenuta donandi causa. In questa ipotesi - assicurazione a favore di terzi donandi causa - gli eredi del contraente che, come sappiamo, non possono revocare il beneficio, possono ricorrere come mezzo di tutela di loro interessi soltanto alle norme relative alla collazione e alla riduzione delle donazioni. Le prime sono dettate dall' art. 1437 del c.c. e le seconde dall’ art. 559 del c.c. segg.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

Massime relative all'art. 1923 Codice civile

Cass. civ. n. 2256/2015

Qualora la compagnia assicuratrice abbia versato al fallito, dopo la dichiarazione di fallimento, gli importi dovuti a titolo di riscatto in relazione al contratto di assicurazione sulla vita stipulato dallo stesso "in bonis", il pagamento così effettuato non assume funzione previdenziale e non rientra, pertanto, tra i crediti impignorabili ex art. 1923, primo comma, cod. civ., non compresi nel fallimento ai sensi dell'art. 46, primo comma, n. 5, legge fall., ma soggiace alla sanzione di inefficacia di cui all'art. 44, secondo comma, legge fall.

Cass. civ. n. 8271/2008

In tema di contratto di assicurazione sulla vita, alla dichiarazione di fallimento del beneficiario non consegue lo scioglimento del contratto, né il curatore — al pari di quanto previsto per le «somme dovute» di regola già impignorabili secondo l'art. 1923 c.c. — può agire contro il terzo assicuratore per ottenere il valore di riscatto della relativa polizza stipulata dal fallito quand'era in bonis non rientrando tale cespite tra i beni compresi nell'attivo fallimentare ai sensi dell'art. 46, primo comma, n. 5 legge fall., considerata la funzione previdenziale riconoscibile al predetto contratto, non circoscritta alle sole somme corrisposte a titolo di indennizzo o risarcimento.

Cass. civ. n. 6548/1988

Le somme versate da una compagnia di assicurazione in forza di polizza sulla vita, al pari dei beni che siano stati con esse comprati, non si sottraggono all'acquisizione all'attivo, in caso di successivo fallimento dell'accipiens, tenuto conto che l'art. 1923 c.c. si limita a disporre l'impignorabilità delle «somme dovute» dall'assicuratore, non anche, quindi, delle «somme riscosse», e che la norma medesima, pertanto, indipendentemente dalla sua invocabilità in sede fallimentare (sotto il profilo della inclusione o meno delle «somme dovute» dall'assicuratore fra i beni non compresi nella procedura fallimentare ai sensi dell'art. 46 n. 5 del R.D. 16 marzo 1942, n. 267), non può comunque giustificare una separazione di quanto già percepito e confuso nel patrimonio dell'assicurato o del beneficiario, con il conseguenziale esaurimento della funzione previdenziale del contratto assicurativo. Tale principio non trova deroga ove l'accipiens poi dichiarato fallito, sia minore ed erede della persona in relazione alla cui vita è stata stipulata la polizza, posto che, anche in questa ipotesi, l'indennizzo assicurativo viene riscosso iure proprio, non in forza di successione, e che, inoltre, le questioni in ordine alla assoggettabilità del minore a fallimento rilevano al diverso fine di un'eventuale opposizione avverso la relativa dichiarazione, ma non autorizzano di per sé l'esclusione di determinati beni dall'attivo.

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relative all'articolo 1923 Codice civile

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Carmelo T. chiede
mercoledì 17/07/2019 - Estero
“Gradirei un orientamento sul problema esposto a continuazione.
Siamo quattro eredi convolti in un procedimento successorio iniziato nel giugno 2015 e attualmente in corso presso il Tribunale di ......
Tutti e quattro gli eredi, con beneficio d'inventario.
Furono contrattati due avvocati perché si facessero carico degli adempimenti di legge, in primo luogo della identificazione dei beni lasciati dalla de cuius e della relativa verbalizzazione.
Gli avvocati preposti inserirono nel verbale due polizze assicurative della de cuius, probabilmente convinti che facessero parte dell'asse ereditario. È risultato invece, da segnalazioni avute dagli Istituti assicuratori, che le polizze ricadono sotto la giurisdizione dell'art. 1920 del codice civile e che l'inserimento nell'asse ereditario era stato erroneo. I predetti Istituti hanno proceduto infatti al pagamento delle polizze ai beneficiari (gli eredi della de cuius), senza altre formalità.
A questo punto gli avvocati responsabili dell'errore sostengono che i beneficiari delle polizze assicurative devono restituire gli importi ricevuti dagli assicuratori, che dovranno confluire in una cassa comune che sarebbe creata per il pagamento dei creditori dell'asse, dal momento che il verbale d'inventario non si può ormai cambiare e ciascun creditore ha il diritto di essere soddisfatto secondo le indicazioni contenute in questo documento.
Domanda: questo tipo di impostazione è corretta?
Seconda domanda: In che modo gli eredi danneggiati possono rivalersi nei confronti dei legali distratti?
Grazie, cordiali saluti.

Consulenza legale i 30/01/2020
La linea che qui di seguito si suggerirà di seguire tiene conto di un presupposto essenziale, ossia che si tratti effettivamente, come detto nel quesito, di polizze contratte dalla de cuius ex art. 1920 del c.c., relativo all’assicurazione a favore di un terzo.
L’ammissibilità di tale stipulazione costituisce applicazione del principio generale espresso all’art. 1411 del c.c., secondo cui è valido il contratto a favore di terzo qualora lo stipulante vi abbia interesse, con la differenza che in questo caso l’acquisto del diritto da parte del terzo non deriva dalla stipula del contratto di assicurazione, ma dalla designazione, e che ai fini della validità del negozio non è richiesta la sussistenza di un interesse da parte dello stipulante.

Particolare rilevanza assume, ai fini di ciò che si andrà a consigliare, la natura giuridica della designazione del beneficiario, trattandosi di un negozio giuridico unilaterale (per la sua validità non è richiesto il consenso o l’adesione dell’assicuratore né la dichiarazione del terzo di volerne profittare) e soprattutto di un negozio inter vivos, in quanto atto con cui il contraente si limita ad individuare il beneficiario della stipulazione assicurativa, senza disporre di un proprio diritto a titolo di eredità o di legato (anche se fosse contenuta in un testamento e, dunque, successiva alla stipula del contratto di assicurazione)

Rilevanti sono le conseguenze che, nell’interesse di chi pone il quesito, possono farsi derivare da tale suesposta natura giuridica.
Infatti, essendo il contratto di assicurazione rivolto sin dall’origine a favore del terzo beneficiario, quest’ultimo acquista, senza necessità di accettazione, un diritto proprio ed autonomo all’indennità assicurativa, diritto che trova fondamento esclusivamente nel contratto e che perviene direttamente nel suo patrimonio, senza passare per il patrimonio del contraente.
E’ questa una tesi che ha trovato il consenso unanime della giurisprudenza, sia di legittimità che di merito (cfr. Cass. 4851/1980; Cass. 9388/1994; Cass. 4484/1996; Appello Roma 02.10.2008; Appello Milano 03.01.1989).

La morte dell’assicurato, dunque, vale soltanto ad individuare il momento in cui si consolida in capo al beneficiario il diritto di credito già acquisito inter vivos, con la naturale conseguenza che la somma corrisposta a seguito del decesso dell’assicurato:
  1. non cade in successione
  2. non va inserita nell’inventario redatto in sede di accettazione beneficiata
  3. non è soggetta ad imposta di successione
  4. non può neppure computarsi ai fini del calcolo della quota di riserva degli eventuali eredi legittimari.

Ma l’autonomia del diritto alla riscossione di quella somma da parte del terzo o dei terzi beneficiari e la sua totale estraneità rispetto al patrimonio del contraente, comporta anche un’altra rilevante conseguenza, ed è quella prevista dal successivo art. 1923 c.c., di cui sembra che, nel caso di specie, i legali non abbiano proprio voluto tener conto.
In forza di tale norma, infatti, la somma assicurata non può essere aggredita dai creditori e dagli eredi del contraente o del beneficiario, sebbene siano stati lesi nei propri diritti o legittime aspettative, se non nei ristretti limiti in essa previsti.

La regola della intangibilità delle somme dovute dall’assicuratore al contraente o al beneficiario, si giustifica in considerazione della natura previdenziale e di risparmio di tale specie assicurativa e risponde all’esigenza di favorire gli atti di previdenza (così Cass. 8676/2000; Cass. 11975/1999; Cass. 1811/1965; Trib. Milano 01.03.2005).

Unico limite è quello previsto dal secondo comma del medesimo art. 1923 c.c., il quale fa salve, rispetto ai premi pagati, le disposizioni relative alla revocazione degli atti compiuti in pregiudizio dei creditori e quelle relative alla collazione, imputazione e riduzione delle donazioni.
Con tale norma si intende in sostanza impedire che il depauperamento che il patrimonio del contraente subisce per effetto del pagamento dei premi di un’assicurazione sulla vita, possa cagionare una lesione dei diritti dei creditori e degli eredi del contraente stesso.
Pertanto, creditori ed eredi del contraente (de cuius) avranno il diritto di esperire l’azione revocatoria ordinaria ex art. 2901 e ss. c.c. nei limiti dell’importo dei premi che sono stati pagati nei cinque anni precedenti la domanda, e sempre che ne sussistano i presupposti legislativamente previsti.
La legittimazione attiva all’esercizio viene pacificamente riconosciuta ai creditori del contraente, mentre sotto il profilo della legittimazione passiva si afferma che la relativa azione debba essere proposta contro il beneficiario (ma nei limiti, si ripete, dei premi pagati).

Tutto quanto fin qui detto, dunque, induce a concludere che i beneficiari delle polizze assicurative non hanno alcun obbligo di restituire le somme ricevute, in quanto trattasi di somme acquisite iure proprio, senza passare per il patrimonio del de cuius.
La loro inclusione nell’inventario non può avere alcun risvolto sotto il profilo della determinazione dell’attivo ereditario, così come priva di alcun titolo è la pretesa da parte di eventuali creditori o eredi del de cuius, volta ad ottenere il rimborso di tali somme.
Unico strumento di cui queste categorie di soggetti potrebbero avvalersi è, come prima detto, l’esercizio dell’azione revocatoria ordinaria, tenendo conto dei limiti da tale azione previsti, e per mezzo della quale, in ogni caso, riuscirebbero a recuperare un importo pari ai soli premi pagati dal de cuius.
Il difetto dei presupposti per avvalersi di tale azione, rende gli stessi privi di alcun valido titolo per pretendere ogni sorta di rimborso e/o restituzione.

Sotto il profilo della responsabilità che vorrebbe farsi valere nei confronti dei legali incaricati di provvedere agli adempimenti relativi a tale successione, si ritiene che, a parte la complessità di una causa per responsabilità professionale, non ve ne siano né i presupposti né la necessità, in quanto, come si è fatto fin qui osservare, il semplice inserimento di quelle polizze nell’inventario non può costituire titolo per la restituzione di quanto legittimamente riscosso (pertanto, sul piano concreto, non può prodursi alcun danno sul patrimonio dei beneficiari).


Giuseppe D. chiede
venerdì 25/03/2011 - Calabria

“Gradirei sapere se le somme investite in buoni postali fruttiferi siano soggette ad azioni di sequestro cautelativo ovvero di pignoramento.
Ringrazio per l'attenzione e porgo distinti saluti.”

Consulenza legale i 25/03/2011

L'art. 175 del D.P.R. 29 marzo 1973, n. 156, che recita "I buoni postali fruttiferi non sono sequestrabili né pignorabili, tranne che per ordine dell'autorità giudiziaria in sede penale" è stato dichiarato costituzionalmente illegittimo con sentenza Corte Cost. n. 508 del 1995.
La Corte ha così argomentato la propria decisione: "... il privilegio accordato dalla disposizione impugnata appare lesivo del principio di eguaglianza in relazione alla norma generale dell'art. 56, primo comma, del d.P.R. 14 febbraio 1963, n. 1343 (testo unico delle leggi in materia di debito pubblico), che ammette l'esperimento di pignoramenti e sequestri sui titoli al portatore e nominativi, ovunque essi si trovino.
La ragione originaria della regola speciale di immunità del risparmio postale da misure cautelari o esecutive, cioè l'intento di favorire la diffusione del risparmio tra le categorie più povere, è legata a un tipo di società prevalentemente contadina oggi superato, e del resto già all'inizio non era del tutto appropriata, analogo favore non essendo accordato ai depositi presso le casse rurali
".


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