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Articolo 1073 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Estinzione per prescrizione

Dispositivo dell'art. 1073 Codice civile

La servitù si estingue per prescrizione quando non se ne usa per venti anni (1).

Il termine decorre dal giorno in cui si è cessato di esercitarla; ma, se si tratta di servitù negativa o di servitù per il cui esercizio non è necessario il fatto dell'uomo (2), il termine decorre dal giorno in cui si è verificato un fatto che ne ha impedito l'esercizio.

Nelle servitù che si esercitano a intervalli (3), il termine decorre dal giorno in cui la servitù si sarebbe potuta esercitare e non ne fu ripreso l'esercizio.

Agli effetti dell'estinzione si computa anche il tempo per il quale la servitù non fu esercitata dai precedenti titolari.

Se il fondo dominante appartiene a più persone in comune (4), l'uso della servitù fatto da una di esse impedisce l'estinzione riguardo a tutte.

La sospensione o l'interruzione della prescrizione a vantaggio di uno dei comproprietari giova anche agli altri.

Note

(1) La legge equipara il non esercizio di una servitù a qualsiasi attività non conforme al titolo o al possesso (v. 1076).
(2) Le servitù sono continue o discontinue, a seconda che per il loro esercizio non sia necessario o, al contrario, sia necessario il fatto dell'uomo.
(3) Sono le c.d. servitù intermittenti, appartenenti alla categoria delle servitù affermative discontinue.
(4) E' la c.d. comproprietà, cioè la contitolarità del relativo diritto (v. 1100).

Ratio Legis

La decorrenza del termine ventennale, viene stabilito dal legislatore a seconda che si abbia una servitù affermativa o negativa, continua o discontinua. Se il diritto in oggetto è affermativo, il termine di decorrenza della prescrizione è diverso sulla base della circostanza che esse siano discontinue, ovvero continue. Tale disposizione è applicabile anche alle servitù negative.

Brocardi

Accessio temporis
Usucapio libertatis

Spiegazione dell'art. 1073 Codice civile

Estinzione delle servitù per non uso

Le servitù, come gli altri diritti reali, ad eccezione della proprietà (e pure dell'enfiteusi, che sotto il profilo dell'estinzione ha tutta una particolare disciplina), si estinguono col non uso per venti anni.

La spiegazione di questo tradizionale principio è nella loro natura di diritti limitanti in forma reale il contenuto libero e pieno della proprietà. La proprietà che non limita alcun diritto più ampio, ma anzi esclude ogni altro diritto di uguale ampiezza (salvo il fenomeno della comproprietà, che non è un nuovo tipo di diritto, ma un particolar modo di essere della titolarità di vari diritti) non si estingue per semplice non uso, salva l'usucapione da parte di terzi. E il motivo è chiaro: perché mancando un diritto simultaneamente esistente sul medesimo oggetto, e tale che possa assorbire automaticamente il contenuto empirico del diritto che per non uso dovrebbe cessare di essere, ammettere l'estinzione per semplice non uso vorrebbe dire in astratto rendere la cosa di nessuno (salva ora l' applicazione dell' art. 827 del c.c.), cioè passarla dal rango di cosa, che, per essere almeno soggetta ad un diritto, può essere specialmente utilizzata quando che sia, anche se in pratica non lo è, a quello inferiore di cosa di nessuno, che per sè non potrebbe nemmeno essere utilizzata senza la previa stabilizzazione di un nuovo diritto su di essa.

Mentre il diritto reale limitato, alla cui sfera appartengono le servitù, essendo a sua volta limitatore di un diritto simultaneo più ampio, la proprietà, capace di assorbirne automaticamente il contenuto utile in ogni momento in cui venga a cessare, quando non sia esercitato per un certo tempo (oggi ridotto da trenta a venti anni) deve, nell'interesse sociale, essere tolto di mezzo, per lasciare libero il posto alla esplicazione di quel diritto più ampio onde non lasciare due diritti inoperosi e improduttivi, uno per l'inerzia del proprio titolare, l'altro per la inattiva presenza di un diritto limitante. Poiché la causa dell'incaglio sociale è, in definitiva, la presenza del diritto minore, questo è opportunamente tolto di mezzo.


Decorrenza del termine di non uso

Il dies a quo della decorrenza del termine di venti anni di « non uso » è quello in cui il non uso stesso è cominciato, cioè quello in cui si è cessato di esercitare la servitù.

Ma questa, che è la regola generale, non ha modo di essere convenientemente applicata senza una opportuna distinzione in base alla natura delle singole servitù, di che volta a volta si tratti. Bisogna appunto riprendere la distinzione già incontrata fra servitù affermative e negative, continue e discontinue.

a) Servitù negative. Trattandosi di servitù negative, o tali comunque (anche per se affermative) che per il loro esercizio non sia necessario il fatto dell'uomo, il termine decorre dal giorno in cui si è verificato un fatto che ne ha impedito l'esercizio. Per es., il proprietario del fondo soggetto a servitù di prospetto, ha costruito in modo che il vantaggio della servitù non giunge più di fatto al proprietario del fondo dominante.

È indifferente però, a questo proposito, che il fatto impeditivo (es. la costruzione dianzi accennata) provenga dal proprietario del fondo servente o da un terzo, o magari dallo stesso proprietario del fondo dominante. Come si osservò esattamente nella Relazione al Re (n. 167), il fatto impeditivo è considerato in sè come fatto materiale, poichè per la norma è rilevante il semplice dato concreto e oggettivo della interruzione dell'esercizio della servitù, protratta per il tempo indicato.

b) Servitù affermative. Per le servitù affermative al cui esercizio il fatto dell'uomo è necessario, il termine decorre dal giorno in cui tale fatto ha cominciato a non più verificarsi cosi, per es., dal giorno in cui il dominus servitutis ha cominciato a non attingere più l'acqua dal fondo servente.

c) Servitù discontinue. Ma fra le servitù affermative occorre ancora distinguere, sotto il profilo dell'estinzione per non uso, quelle continue e quelle discontinue. Riaffiora cosi la distinzione sostanziale fra queste due specie, per quanto non sia riprodotta nei medesimi termini letterali. Mentre ogni rilevanza alla distinzione stessa è stata tolta in tema di acquisto per usucapione, sotto l'aspetto in certo modo reciproco dell' estinzione per non uso, il terzo comma dell' art. 1073 del c.c. riprospetta la specie delle servitù discontinue, nei termini di servitù « che si esercitano ad intervalli » (p. es. una servitù di passaggio, di pascolo, ecc.) E per queste dispone che il termine decorre dal giorno in cui la servitù si sarebbe potuta esercitare e non ne fu ripreso l'esercizio. E cosi, per es., i venti anni di non uso d'una servitù di pascolo non decorreranno dalla fine dell'ultimo pascolo effettuato, ma dal giorno in cui, secondo la stagione e il contenuto della servitù, l'esercizio del pascolo avrebbe potuto essere ripreso e non lo fu.


Accessio temporis agli effetti del periodo di non uso

Il quarto comma dispone che agli effetti della estinzione per non uso si computa anche il tempo per il quale la servitù non fu esercitata dai precedenti titolari.

Si ha qui l'inverso della successione nel possesso agli effetti della usucapione, la c. d. accessio temporis. Come il possessore attuale può compiere l'usucapione unendo il suo possesso a quello del suo autore, altrettanto, ma a rovescio, l'inerzia e il non uso del titolare attuale si unisce a quella dei titolari precedenti, se non vi fu soluzione di continuità nel non uso, per formare il periodo complessivo dei venti anni richiesti.


Impedimento all'estinzione per non uso, per solo esercizio da parte di un condomino

Ma se il fondo dominante appartiene a più persone in comune, l'uso della servitù, fatto da una di esse impedisce l'estinzione riguardo a tutte. Giocano qui due principi ad un tempo: quello per cui la servitù è stabilita a vantaggio, essenzialmente, del fondo dominante, da cui la già nota indivisibilità, e quello che un diritto la cui titolarità sia comune a più soggetti, è pienamente esercitato quando in effetti lo sia anche da parte di uno solo.

La disposizione del penultimo comma si applica in quanto stiano i presupposti di ambedue questi principi: se anche uno solo di essi venga meno, essa pureviene meno. E cosi, pur restando il principio della indivisibilità della servitù per la divisione del fondo dominante (principio di cui si sono già viste le applicazioni nell' art. 1071 del c.c.), se mancasse però quello della contitolarità del diritto di questo fondo, e cioè il fondo unico originariamente dominante venisse in seguito diviso fra diversi proprietari per parti concrete e non per quote ideali, sebbene ciascuno dei proprietari abbia diritto alla intera servitù (art. 1071 del c.c.), l'esercizio di uno od alcuno di essi non impedisce tuttavia la perdita della servitù stessa per non uso da parte degli altri che siano stati vent'anni senza esercitarla. Ciascuno qui deve provvedere per conto proprio a non lasciare estinguere il proprio diritto sulla propria porzione di fondo.

E la ragione di tutto ciò è evidente: se c'è comunione c'è un diritto unico il quale non può che esistere (o viceversa estinguersi) per tutti i condomini o per nessuno, se invece c'è divisione del fondo dominante vi sono altrettanti diritti singoli e distinti di servitù quante le porzioni di esso fondo separatamente appartenenti, ciascuno dei quali non può che soggiacere automaticamente alle proprie cause di estinzione.


Sospensione e interruzione del non uso

Lo stesso criterio vale per la sospensione o la interruzione del non uso a vantaggio di uno o più dei comproprietari (ult. comma), esse giovano anche agli altri.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

510 Per ciò che concerne l'estinzione delle servitù per confusione, l'art. 1072 del c.c. non apporta che una lieve modificazione formale alla norma dell'art. 664 del codice del 1865. Quanto all'estinzione delle servitù per prescrizione, l'art. 1073 del c.c. integra l'incompleta disciplina del codice anteriore (art. 666). Mentre infatti il primo comma pone la norma che la servitù si estingue per prescrizione quando non se ne usa per venti anni, il secondo comma distingue l'ipotesi che si tratti di servitù affermativa per il cui esercizio sia necessario il fatto dell'uomo, dall'ipotesi che si tratti di servitù negativa, ovvero di servitù affermativa per il cui esercizio non sia necessario il fatto dell'uomo. Nella prima ipotesi, il termine di prescrizione decorre dal giorno in cui si è cessato di esercitare la servitù; nella seconda ipotesi decorre dal giorno in cui, si è verificato un fatto che ne ha impedito l'esercizio. Tale fatto, da intendersi come fatto materiale, potrà essere opera così del proprietario del fondo dominante, come del proprietario del fondo servente o di un terzo, poiché per la norma è rilevante il semplice dato concreto e obiettivo della protratta interruzione dell'esercizio della servitù per il tempo su indicato. Riappare, in tal modo, la distinzione tra servitù continue e discontinue, per quanto le due espressioni non siano adoperate nel testo; ma la distinzione, come ho già notato, se è ingiustificata ai fini dell'usucapione, è insopprimibile in tema di prescrizione. E' evidente, infatti, che, quando per l'esercizio della servitù non è necessario il fatto dell'uomo, esula la possibilità di assumere l'inazione del titolare quale criterio per determinare l'inizio del non uso. Prevede pure l'articolo in esame (terzo comma) che la servitù si eserciti ad intervalli e, per le così dette servitù intermittenti, stabilisce che il termine prescrizionale decorre dal giorno in cui la servitù si sarebbe potuta esercitare e non ne fu ripreso l'esercizio. Non si ha quindi negligenza se non quando il titolare della servitù abbia fatto decorrere il tempo utile per conservare il diritto che era nella possibilità di esercitare. All'accessio temporis si richiama il quarto comma dell'articolo, disponendo che all'effetto dell'estinzione della servitù si computa anche il tempo per il quale la servitù non fu esercitata dai precedenti titolari. E' tradotto così in formula legislativa un principio già enunciato nelle fonti romane: tempus, quo non est usus praecedens fundi dominus, cui servitus debetur, imputatur ei, qui in eius loco successit (fr. 18 § 1 Dig. VIII, 6). Il principio, benché non espressamente formulato, era, del resto, insito nel sistema del codice anteriore. A differenza dei menzionati commi secondo, terzo e quarto, non sono di nuova formulazione gli ultimi due commi (quinto e sesto) dell'articolo, che riproducono gli articoli 671 e 672 del codice del 1865, per i quali, se il fondo dominante appartiene a più persone in comune, l'uso della servitù fatto da alcune di esse impedisce, per il principio dell'indivisibilità della servitù, la prescrizione riguardo a tutte, e la sospensione o l'interruzione della prescrizione a vantaggio di uno dei comproprietari giova anche agli altri.

Massime relative all'art. 1073 Codice civile

Cass. civ. n. 11676/2018

L'estinzione della servitù di pubblico passaggio su strada vicinale non può derivare dal mancato uso di detto passaggio da parte degli utenti, ma richiede che l'ente territoriale, quale soggetto esponenziale della collettività dei cittadini, esprima la sua volontà in tal senso attraverso l'adozione di un provvedimento che riconosca cessati l'uso e l'interesse pubblico a servirsi del bene, ovvero con un comportamento concludente, consistente nell'omesso esercizio del diritto-dovere di tutela davanti ad atti usurpativi o impeditivi del privato.

Cass. civ. n. 2789/2017

L'eccezione di estinzione della servitù per prescrizione può essere proposta soltanto dal titolare del fondo servente, ossia, in accordo con i principi generali, da colui a favore del quale la prescrizione matura.

Cass. civ. n. 3857/2016

L'eccezione di estinzione della servitù per prescrizione può essere proposta soltanto dal titolare del fondo servente, ossia, in accordo con i principi generali, da colui a favore del quale la prescrizione matura. * , Cass. civ., sez. , II, , 2 febbraio 2017, n. 2789, , F. c. R. [RV64281001]
Il termine di prescrizione delle servitù negative e di quelle continue, accomunate dalla peculiarità per cui il loro esercizio non implica lo svolgimento di alcuna specifica attività da parte del relativo titolare, decorre dal giorno in cui è stato compiuto un fatto impeditivo dell'esercizio del diritto medesimo.

Cass. civ. n. 16861/2013

In tema di estinzione per prescrizione delle servitù prediali, l'interruzione del termine ventennale stabilito dall'art. 1073 c.c., oltre che dal riconoscimento del proprietario del fondo servente, può essere determinata soltanto dalla proposizione della domanda giudiziale, essendo inidonea, a tal fine, la costituzione in mora o la diffida stragiudiziale, il cui effetto interruttivo è circoscritto ai diritti di obbligazione e non concerne i diritti reali.

Cass. civ. n. 26636/2011

La servitù di passaggio è, per sua natura, una servitù discontinua, in relazione alla quale ogni episodio di transito costituisce esercizio del diritto; ne consegue che qualora la servitù sia stata costituita in virtù di titolo idoneo, ai fini della prescrizione, non assumono rilievo, ove la situazione dei luoghi lo permetta, né la mancanza del requisito dell'apparenza - necessario per la costituzione della servitù per usucapione o per destinazione del buon padre di famiglia - né il carattere sporadico dell'esercizio. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza di merito che aveva dichiarato l'estinzione per non uso di una servitù coattiva di passaggio pedonale, motivata dai giudici di merito con riguardo alla sporadicità del transito e alla perduta visibilità del tratturo).

Cass. civ. n. 12035/2010

In tema di servitù prediali, in presenza di una situazione dei luoghi rimasta immutata, ove l'"utilitas" della servitù sia stata prevista in funzione di una specifica modalità di utilizzazione del fondo dominante, la quale sia rimasta sospesa per un apprezzabile lasso di tempo, si verifica una situazione di quiescenza del diritto di servitù, il quale non si estingue se non per prescrizione nel termine di cui all'art. 1073 c.c.; in tale periodo, le facoltà di esercizio del diritto reale restano sospese, giacché, se il titolare potesse continuare ad usare il diritto senza la specifica "utilitas", verrebbe di fatto ad esercitare un diritto diverso da quello originario.

Cass. civ. n. 10280/2010

Nelle servitù negative nelle quali l'esercizio del diritto non si esplica mediante un comportamento positivo sul fondo servente, il non uso si identifica nella mancata osservanza dell'onere di riattivazione del diritto successivamente ad un evento che lo abbia violato e tale evento si produce per il solo verificarsi di un fatto che ne ha impedito l'esercizio. Pertanto, qualora sia stata convenzionalmente costituita una "servitus altius non tollendi" con precisa determinazione del suo limite di altezza, il mancato uso dello "jus prohibendi" da parte del proprietario del fondo dominante, per un periodo di oltre venti anni, nonostante la costruzione sul fondo servente di un edificio di altezza superiore al limite convenzionalmente fissato, comporta l'estinzione della servitù per prescrizione, nei limiti segnati dalla dimensione della costruzione eseguita e mantenuta.

Cass. civ. n. 16842/2009

In tema di servita prediali, nel caso in cui, per destinazione del padre di famiglia, siano sorte, a vantaggio di due fondi confinanti, ciascuno dominante e servente al tempo stesso, due distinte servitù, l'estinzione dell'una non travolge la conservazione e l'efficacia dell'altra, avendo ciascuna la propria autonomia.

Cass. civ. n. 4412/2001

La materia dell'estinzione per non uso delle servita prediali ha la sua disciplina nell'art. 1073 c.c. che collega tale effetto esclusivamente all'inerzia del titolare che si sia protratta per venti anni sicché non basta che il proprietario del fondo servente, avendolo acquistato in buona fede come esente dal peso, lo abbia altresì posseduto per dieci anni dopo la trascrizione del titolo, non essendo prevista nel nostro ordinamento l'usucapio libertatis.

Cass. civ. n. 9727/2000

Il diritto, nascente dalla sentenza di condanna all'abbattimento delle opere realizzate in contrasto con la servitù, è assoggettato all'ordinario termine di prescrizione decennale ex art. 2946 c.c., e non al pia lungo termine ventennale previsto dall'art. 1073 dello stesso codice in tema di non uso della servitù, configurandosi come diritto ad ottenere una prestazione di fare, determinata giudizialmente nei modi indicati dall'art. 612 c.p.c., e suscettibile di esecuzione diretta. Siffatto diritto non si riferisce, infatti, alle facoltà attinenti alla cosa, né si esprime come potere erga omnes rispetto ad essa, configurandosi, invece, come un diritto riconosciuto verso un soggetto determinato, inadempiente rispetto a una prestazione altrettanto determinata, contro il quale esso può essere fatto valere nel termine proprio dei rapporti obbligatori.

Cass. civ. n. 7887/1999

Anche le servitù apparenti e permanenti possono prescriversi per non uso, atteso che il mancato esercizio della servitù protratto per venti anni, dipendente dall'inerzia del titolare attivo, comporta, al pari dell'impossibilità di fatto di usare la servita o del venir meno della sua utilità, l'estinzione medesima alla scadenza del termine suddetto.

Cass. civ. n. 6647/1991

In tema di prescrizione delle servita (art. 1073 c.c.), la ripartizione dell'onere della prova va risolta applicando il generale principio secondo cui, essendo quella di prescrizione una eccezione in senso proprio (art. 2938 c.c.), la prova dei fatti su cui l'eccezione si fonda (art. 2697, secondo comma, c.c.), deve darsi da chi l'ha proposta, con la dimostrazione che il titolare della servitù non l'ha esercitata per almeno un ventennio.

Cass. civ. n. 4413/1989

La prescrizione per non uso delle servita prediali ai sensi dell'art. 1073 c.c., formando oggetto di una eccezione in senso proprio deve essere specificamente opposta, anche senza l'uso di forme sacramentali, dalla parte che intenda avvalersene.

Cass. civ. n. 3505/1981

L'indivisibilità della servitù prediale, con la conseguente non configurabilità di una estinzione pro quota della medesima, comporta, in ipotesi di comproprietà del fondo servente, che l'atto interruttivo della prescrizione compiuto nei confronti di uno dei condomini è produttivo di effetti anche nei confronti degli altri.

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Consulenze legali
relative all'articolo 1073 Codice civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Antonella P. chiede
martedì 05/07/2016 - Sicilia
“Prevale il principio della ambulatorietà sulla prescrizione ultraventennale della servitù per non uso, oltretutto documentata?”
Consulenza legale i 18/07/2016
Non è chiaro, per la verità, il significato della domanda così come formulata.

Si può solo ipotizzare che chi scrive voglia sapere se, nel caso in cui cambi il soggetto titolare del bene gravato da servitù (quest’ultima, infatti, inerisce strettamente ad un bene e lo “segue” presso ogni soggetto che ne divenga titolare: è il cosiddetto principio di “ambulatorietà” del diritto reale; si pensi che la servitù “si trasferisce” anche nel caso in cui nel contratto di alienazione del fondo dominante o servente la servitù non sia stata menzionata e non ne risulti documentalmente il titolo costitutivo, come statuisce Cass. Civ., Sez. II, 31 luglio 2006 n. 17301), sia possibile o meno far valere la prescrizione già maturata a danno o a favore del precedente titolare del bene nei confronti del nuovo.

Se questa è la domanda, la risposta è senz’altro negativa.

Se, infatti, la prescrizione è già maturata, non sarà possibile che inizi a decorrere nuovamente solo a motivo dell’avvicendamento del titolare del bene immobile sul quale essa insiste: una volta prescritta la servitù per non uso, l’ambulatorietà non farà rivivere un nuovo periodo di prescrizione a favore del nuovo titolare del bene.

Non si ravvisa, purtroppo, alcuna pronuncia giurisprudenziale sul punto.

Anonimo chiede
lunedì 21/12/2015 - Lazio
“Una servitù di passaggio pedonale e carrabile precisata ed evidenziata in rosso sulla mappa catastale, allegata all'atto notarile di compravendita, può decadere?
Sono nel torto se affermo che un sifatto passaggio specificato nel rogito rimane "perpetuo" anche se non è stato "usato" da più di 20 anni?

Consulenza legale i 27/12/2015
Ai sensi dell'art. 1073 co. 1 c.c. "La servitù si estingue per prescrizione quando non se ne usa per vent'anni". Pertanto, anche il diritto reale di servitù può estinguersi e tra le varie cause di estinzione vi è proprio la prescrizione ventennale.
Il momento dal quale decorre tale termine, però, è diverso a seconda della natura della servitù di cui si tratta. La servitù di passaggio è innanzitutto affermativa, perché conferisce al proprietario del fondo dominante il potere di compiere una certa attività (è invece negativa la servitù che dà al titolare del fondo dominante il potere di vietare a quello del fondo servente di compiere una certa attività). Inoltre, il passaggio configura una servitù c.d. discontinua, nel senso che il fatto umano deve essere concomitante all'esercizio della servitù: in tanto esercito il diritto di passaggio in quanto passo (è continua la servitù che esige che l'uomo compia prima un'attività materiale, poi la servitù si esercita senza la sua azione: ad esempio per la servitù di acquedotto l'uomo realizza le opere, poi l'acqua scorre da sola).
Premesso ciò, il termine da cui decorre la prescrizione della servitù di passaggio, affermativa discontinua, è quello che coincide con l'ultimo atto con cui la si esercita, cioè con l'ultimo passaggio. Da ogni passaggio inizia a decorrere questo termine, e quando esso si protrae per vent'anni il diritto si estingue.
L'art. 1073 co. 4 c..c specifica che per verificare se vi è estinzione si calcola anche il tempo di non uso dei precedenti titolari. Invece, se il fondo appartiene a più soggetti in comune, l'utilizzo del diritto di servitù di una di esse giova anche alle altre, perché impedisce l'estinzione anche nei loro confronti (art. 1073 co. 4 c.c.).
Infine, l'ultimo comma di tale norma stabilisce che le cause di sospensione (art. 2941 ss c.c.) o di interruzione della prescrizione (quali l'esercizio del diritto o l'atto che instaura un giudizio, ex art. 1943 c.c.) a vantaggio di uno dei comproprietari giovano anche agli altri.

Edda Z. chiede
domenica 04/11/2012 - Emilia-Romagna

“La mia casa scaricava con diritto di servitù le acque bianche e nere nella fognatura del fondo vicino. Questo da oltre 100 anni.
Diciannove anni fa, per mia comodità, ho convogliato le mie acque di scarico in un'altra diversa fognatura su altro fondo. Ora, avrei necessità di tornare ad utilizzare lo scarico nella vecchia fognatura che è ancora oggi esistente e di cui avevo servitù.
Chiedo: essendo trascorsi 19 anni ed 8 mesi (la data e' documentata) dal giorno del distacco e quindi del non utilizzo, ho ancora il diritto di servitù non essendo trascorsi 20 anni? o il mio diritto si è prescritto per il non utilizzo o per qualche alta ragione? Il proprietario del fondo (sui godevo di servitù) può impedirmi di ripristinare lo scarico e, se sì, in base a quale art. del cod. civ.? Devo comunicare a questi, la mia intenzione di riavvalermi del diritto di servitù? Grazie.”

Consulenza legale i 06/11/2012

Ai sensi dell'art. 1073 del c.c. le servitù si estinguono per prescrizione quando non se ne faccia uso per venti anni. Ciò vale anche per le servitù apparenti, come quella oggetto del caso in esame (Cass. civ., sez. II, 22 luglio 1999 n. 7887).
Nel caso di specie, la servitù è stata costituita per usucapione e quindi non esiste nemmeno un titolo, quale un contratto o un testamento, che preveda modalità diverse di esercizio o estinzione.

In base agli elementi di fatto specificati, quindi, sembra possibile affermare che la servitù di scarico delle acque possa ancora essere utilmente esercitata.

Nella prescrizione per non uso ventennale il fatto impeditivo della prescrizione è l'effettivo utilizzo del bene (parte della dottrina ritiene che questo sia l'unico modo per impedire la prescrizione, v. Bigliazzi-Geri, Breccia, Busnelli, Natoli, Istituzioni di diritto civile, vol.I, Genova, 1978, p. 411: per altri, è comunque il fatto naturale interruttivo tipico). Pertanto, sarebbe superflua una comunicazione al proprietario del fondo servente in merito all'intenzione di esercitare nuovamente il diritto di servitù, anche se può essere consigliabile effettuare comunque tale comunicazione, in un'ottica di collaborazione con la controparte.

Qualora fossero proposte contestazioni, il titolare del diritto di servitù potrà in ogni caso esercitare l'azione confessoria (art. 1079 del c.c.) chiedendo al giudice di far accertare l'esistenza del suo diritto contro chi ne contesta l'esercizio, nonché per chiedere la cessazione di eventuali impedimenti e turbative.


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