In tema di pensioni, si tende spesso a pensare che ogni contributo versato aumenti automaticamente l’importo dell’assegno previdenziale. In linea di massima è così: nel sistema previdenziale italiano la pensione dipende dai contributi accumulati durante la vita lavorativa. Tuttavia esiste una situazione particolare, poco conosciuta anche tra i lavoratori, in cui alcuni contributi possono avere un effetto opposto: cioè ridurre l’importo della pensione. Proprio per evitare questo risultato l’ordinamento previdenziale ha introdotto uno strumento tecnico chiamato neutralizzazione dei contributi.
La neutralizzazione è un istituto previdenziale che consente di escludere dal calcolo della pensione determinati periodi contributivi, quando questi risultano penalizzanti per il lavoratore. Così facendo, alcuni contributi possono essere “sterilizzati” e non considerati nel calcolo dell’importo dell’assegno pensionistico. L’obiettivo è impedire che particolari fasi della carriera lavorativa, caratterizzate da retribuzioni più basse o da situazioni lavorative meno favorevoli, abbassino la pensione finale.
Questo meccanismo è stato introdotto nel sistema previdenziale italiano negli anni Ottanta, con la legge n. 155 del 1981, che ha previsto la possibilità di neutralizzare alcuni periodi contributivi nel sistema di calcolo retributivo.
La ratio della norma era quella di evitare che eventi come disoccupazione, riduzione dello stipendio o periodi di lavoro meno remunerato negli ultimi anni di carriera incidessero negativamente sulla media delle retribuzioni, utilizzata per determinare la pensione.
La ratio della norma era quella di evitare che eventi come disoccupazione, riduzione dello stipendio o periodi di lavoro meno remunerato negli ultimi anni di carriera incidessero negativamente sulla media delle retribuzioni, utilizzata per determinare la pensione.
Per capire davvero l’utilità della neutralizzazione va ricordato il funzionamento del sistema retributivo, che ancora oggi incide su molte pensioni attraverso il cosiddetto sistema misto. In questo modello l’importo della pensione dipendeva dalla media delle retribuzioni percepite negli ultimi anni di lavoro. Di conseguenza, se negli anni finali della carriera il lavoratore percepiva uno stipendio più basso rispetto al passato, la media retributiva si abbassava e, con essa, anche l’importo della pensione.
La neutralizzazione nasce proprio per correggere questo effetto. Se determinati contributi risultano peggiorativi rispetto alla media delle retribuzioni precedenti, il lavoratore può chiedere che quei periodi non vengano considerati nel calcolo della pensione. In questo modo il trattamento pensionistico viene determinato sulla base delle retribuzioni più favorevoli maturate negli anni precedenti.
Questo istituto, in ogni caso, non cancella i contributi versati. I contributi restano registrati nella posizione assicurativa del lavoratore, ma vengono esclusi dal calcolo dell’importo della pensione quando producono un effetto peggiorativo. Si tratta, quindi, di un’operazione di ricalcolo del trattamento pensionistico e non di una cancellazione della contribuzione.
La normativa prevede che possano essere neutralizzati solo i periodi contributivi non necessari per maturare il diritto alla pensione.
Dunque, il lavoratore deve sempre possedere il numero minimo di anni di contribuzione richiesto dalla legge. Solo i contributi eccedenti rispetto a questo requisito possono essere oggetto di neutralizzazione.
Dunque, il lavoratore deve sempre possedere il numero minimo di anni di contribuzione richiesto dalla legge. Solo i contributi eccedenti rispetto a questo requisito possono essere oggetto di neutralizzazione.
I contributi che più frequentemente vengono neutralizzati sono quelli relativi a periodi di disoccupazione indennizzata, cassa integrazione, lavoro part-time con retribuzioni ridotte o attività lavorativa con stipendio sensibilmente inferiore rispetto agli anni precedenti. Anche alcuni contributi figurativi, cioè quelli accreditati senza effettivo versamento perché coprono particolari eventi della vita lavorativa, possono incidere negativamente sul calcolo della pensione e, quindi, essere oggetto di neutralizzazione.
Dal punto di vista pratico, l’istituto in esame non opera automaticamente. Il lavoratore o il pensionato deve presentare una richiesta specifica all’INPS, affinché l’istituto previdenziale effettui il ricalcolo della pensione escludendo i periodi contributivi penalizzanti. La richiesta può essere presentata al momento della domanda di pensione o successivamente, chiedendo la revisione del trattamento già liquidato.
L’INPS, una volta ricevuta la domanda, verifica se i periodi indicati dal richiedente producono realmente un effetto negativo sul calcolo della pensione e se sussistono i requisiti previsti dalla normativa. Se la verifica ha esito positivo, l’istituto procede al ricalcolo dell’assegno escludendo i contributi neutralizzati. Questo può comportare un aumento dell’importo della pensione rispetto a quello originariamente liquidato.