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Pensione anticipata, rischi di dover lavorare fino a 67 anni o versare quasi 43 anni di contributi: ecco le novità INPS

Pensione anticipata, rischi di dover lavorare fino a 67 anni o versare quasi 43 anni di contributi: ecco le novità INPS
Dopo anni caratterizzati da misure che hanno cercato di attenuare la rigidità introdotta dalla riforma Fornero, molte delle principali possibilità di uscita anticipata vengono meno. Il risultato è un sistema più lineare, ma anche più severo: per molti lavoratori andare in pensione richiederà più anni di età o di contributi
Come sono cambiate le modalità attraverso cui lavoratrici e lavoratori riescono a lasciare il mercato del lavoro?
La risposta è rinvenibile in un documento elaborato dalla CGIL sulla base dei dati dell'Osservatorio INPS, al fine di verificare quali effetti abbiano prodotto le modifiche normative sulla composizione dei flussi di pensione.
Il confronto prende in esame i trattamenti con decorrenza compresa tra gennaio e giugno di ciascun anno e liquidati entro il 2 luglio, relativamente ai primi semestri degli anni:
  • 2023;
  • 2024;
  • 2025;
  • 2026.
L'analisi della CGIL consente di mettere in evidenza i cambiamenti intervenuti nei canali di pensionamento e di valutazione, sulla base dei dati INPS, e gli effetti delle scelte normative adottate nel corso della legislatura.

Tra il 2023 e il 2026 le pensioni di vecchiaia mostrano una crescita costante. Secondo i dati Inps, quelle liquidate nel primo semestre passano da 93.774 nel 2023 a 132.039 nel 2026, con un aumento del 40,8%.
La crescita riguarda sia gli uomini sia le donne, anche se in misura diversa. Per gli uomini l'incremento arriva al 45,4%, mentre per le donne si attesta al 35,9%.
L'aumento delle pensioni di vecchiaia suggerisce che una quota sempre maggiore di lavoratrici e lavoratori raggiunga il pensionamento attraverso il requisito ordinario di età, invece di utilizzare i canali di uscita anticipata. Secondo la lettura della Cgil, questo andamento è coerente con il progressivo irrigidimento delle possibilità di pensionamento anticipato introdotto negli ultimi anni.
Il fenomeno assume particolare rilievo se si considera che, in passato, una parte dei lavoratori aveva utilizzato strumenti come le diverse forme di Quota o altri canali di flessibilità.

Il quadro è diverso per le pensioni anticipate. In questa categoria rientrano sia la pensione anticipata ordinaria, sia alcune forme di pensionamento legate a misure temporanee, oltre alle prestazioni ottenute attraverso cumulo e totalizzazione e ai diritti maturati in precedenza.

Per la pensione anticipata ordinaria, il requisito contributivo è attualmente di 42 anni e 10 mesi per gli uomini e di 41 anni e 10 mesi per le donne.
Il calo più marcato si registra nel primo semestre del 2024, quando le pensioni anticipate diminuiscono di oltre 8.700 unità rispetto allo stesso periodo del 2023. La riduzione prosegue nel 2025, mentre nel 2026 si registra un lieve recupero.
Questo piccolo rialzo può essere spiegato da diversi fattori: l'andamento delle pensioni anticipate ordinarie, la liquidazione di diritti maturati negli anni precedenti, i pensionamenti ottenuti attraverso cumulo o totalizzazione, i diversi tempi di lavorazione delle domande da parte dell'amministrazione e gli ultimi accessi a Quota 103 e Opzione Donna da parte di chi aveva già maturato e conservato il diritto.

Sussiste una differenza tra uomini e donne?
Le differenze di genere risultano particolarmente evidenti nell'analisi delle pensioni anticipate.
Tra il 2023 e il 2026, le pensioni anticipate maschili diminuiscono di 2.780 unità, pari al 3,9%. L'andamento relativamente contenuto della riduzione è legato soprattutto al peso della pensione anticipata ordinaria, che continua a rappresentare un canale importante per gli uomini che riescono a raggiungere il requisito contributivo richiesto.
Per le donne, invece, la diminuzione è molto più marcata: le pensioni anticipano calano di 5.309 unità, pari al 14,5%.
Complessivamente, tra il 2023 e il 2026 si registrano 8.089 pensioni anticipate in meno e circa il 66% della riduzione riguarda le donne.
La maggiore penalizzazione femminile è legata a diversi fattori. Tra questi ci sono il forte restringimento della platea di Opzione Donna, l'innalzamento dei requisiti anagrafici, il ricorso al ricalcolo contributivo e la limitazione della misura a lavoratrici che rientrano in specifiche condizioni.
A questi elementi si aggiunge una difficoltà strutturale: raggiungere 41 anni e 10 mesi di contributi è spesso più complicato per le donne, a causa di carriere più discontinue, periodi dedicati alla cura familiare, maggiore diffusione del lavoro part-time e una più elevata presenza in settori protetti da retribuzioni più basse.

Nel complesso, i dati mostrano quindi uno spostamento progressivo dei canali di accesso alla pensione: da una parte aumentano in modo significativo le pensioni di vecchiaia; dall'altra diminuiscono quelle anticipate, soprattutto tra le donne. Il quadro che emerge è quello di un sistema nel quale diventa più difficile utilizzare forme di uscita anticipata e cresce, di conseguenza, il peso del pensionamento attraverso il raggiungimento dell'età ordinaria.
La tendenza appare particolarmente rilevante per le lavoratrici, che risultano maggiormente penalizzate dalla riduzione delle possibilità di pensionamento anticipato e dalle difficoltà legate alla continuità delle carriere contributive.

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