Ma perché il regime forfettario è sotto osservazione?
Secondo la Commissione, il regime forfettario, per la sua stessa conformazione, contribuirebbe ad accentuare alcune problematiche: minore tracciabilità delle operazioni, assenza di una contabilità analitica e incentivi a mantenere ricavi entro la soglia prevista per l’accesso al regime.
Il punto più delicato non riguarda soltanto l’evasione fiscale. Il regime forfettario può, infatti, generare un incentivo economico a non superare la soglia degli 85.000 euro di ricavi, con possibili effetti negativi sulla crescita delle attività professionali e imprenditoriali individuali, oltre che sulla progressività complessiva del sistema tributario.Negli anni precedenti, molti titolari di partita IVA avevano interpretato le raccomandazioni europee come richiami ricorrenti, destinati a rimanere senza effetti immediati. Questa lettura poteva essere comprensibile nel 2024 e nel 2025. Nel 2026, tuttavia, lo scenario è cambiato.
L’Italia è ancora formalmente sottoposta alla procedura per disavanzo eccessivo e il regime forfettario comporta, per lo Stato, un minor gettito stimato in circa 2,5 miliardi di euro annui rispetto all’applicazione della tassazione ordinaria IRPEF. Si tratta di una voce rilevante, che in una manovra di bilancio sotto pressione può entrare concretamente nella discussione tra Ministero dell’Economia e Ragioneria generale dello Stato.
Al momento non è stata annunciata alcuna modifica al regime forfettario per il 2026. La flat tax al 15% resta confermata, così come la soglia di ricavi o compensi pari a 85.000 euro. Il tema riguarda piuttosto la pianificazione dei prossimi ventiquattro mesi.
Gli scenari astrattamente ipotizzabili sono diversi.
Il primo consiste nella riduzione della soglia di accesso. Un abbassamento dagli attuali 85.000 euro a 65.000 o 70.000 euro consentirebbe di limitare il beneficio ai redditi più contenuti, riducendo la distanza rispetto al trattamento fiscale dei lavoratori dipendenti. Sarebbe probabilmente l’intervento meno traumatico sul piano politico, ma avrebbe effetti immediati sui professionisti oggi collocati nella fascia medio-alta del regime.
Il secondo scenario è rappresentato dall’aumento dell’aliquota sostitutiva. La flat tax potrebbe essere mantenuta, ma con un’aliquota superiore al 15%, ad esempio in una fascia compresa tra il 18% e il 23%. In questo modo verrebbe conservata la semplicità del regime, riducendone però il vantaggio fiscale rispetto alla tassazione ordinaria.
Il terzo scenario, più complesso ma forse più equilibrato, è l’introduzione di un meccanismo progressivo. L’aliquota agevolata potrebbe applicarsi soltanto entro una determinata soglia di reddito imponibile, mentre la parte eccedente verrebbe assoggettata a tassazione ordinaria. Una soluzione di questo tipo consentirebbe di attenuare le distorsioni senza eliminare integralmente il regime agevolato.
Non tutti i titolari di partita IVA in regime forfettario sarebbero colpiti allo stesso modo da un eventuale intervento normativo.
Il profilo più esposto è quello del professionista con ricavi compresi tra 60.000 e 85.000 euro. Si tratta della fascia che oggi beneficia in misura più significativa della flat tax al 15% e che, in caso di riduzione della soglia, potrebbe essere costretta a transitare nel regime ordinario, con un incremento sensibile del carico fiscale.
Un secondo profilo da monitorare è quello del lavoratore dipendente che svolge anche attività autonoma in regime forfettario. In questo caso, una modifica dell’aliquota o delle soglie potrebbe imporre una revisione complessiva della struttura reddituale, anche alla luce dei limiti di reddito da lavoro dipendente previsti per l’accesso al regime.
Meno esposti appaiono invece i neo-iscritti con ricavi contenuti, in particolare coloro che beneficiano dell’aliquota ridotta al 5% per i primi cinque anni di attività. È verosimile che qualsiasi intervento riformatore tenda a preservare questa fascia, considerata funzionale all’avvio di nuove iniziative professionali e imprenditoriali.