Tuttavia, secondo un orientamento recente della giurisprudenza, la distrazione del lavoratore, se qualificata come colpa grave, può comportare il licenziamento e, in casi estremi, l'obbligo di risarcire personalmente il danno arrecato al patrimonio aziendale.
Il dovere di diligenza
Il fondamento giuridico della responsabilità del prestatore di lavoro si rinviene nell'art. 2104 del c.c., che impone una diligenza proporzionata alla natura della prestazione dovuta. Ad oggi, visto che con un semplice clic è possibile autorizzare il trasferimento di decine di migliaia di euro verso l'estero, chi ricopre ruoli amministrativi o contabili deve necessariamente alzare la soglia di attenzione. La giurisprudenza chiarisce che il dipendente non può limitarsi a un'esecuzione automatica degli ordini ricevuti via mail, ma deve verificare l'autenticità di ogni disposizione che comporti un esborso economico significativo.
Ignorare palesi anomalie, come un indirizzo del mittente leggermente alterato o un tono della comunicazione incoerente con lo stile dei vertici aziendali, non è più considerata alla stregua di una mera svista. Se il lavoratore procede al pagamento senza consultare i documenti giustificativi o senza verificare la correttezza delle coordinate bancarie, la sua condotta rientra nella negligenza grave.
Il licenziamento per giusta causa e la rottura del vincolo fiduciario
Quando la superficialità del dipendente espone l'azienda a perdite ingenti, scatta il meccanismo del licenziamento per giusta causa ai sensi dell'art. 2119 del c.c., giustificato dalla compromissione irreversibile della fiducia tra le parti. Un datore di lavoro che vede svanire i propri fondi a causa di un bonifico effettuato con imprudenza verso un soggetto sconosciuto non può più fare affidamento sulla professionalità del collaboratore. La gravità del fatto è accentuata se il lavoratore ha deliberatamente ignorato le procedure di sicurezza interne, come l'obbligo di allegare fatture od ottenere doppie autorizzazioni per transazioni verso Paesi esteri.
La giurisprudenza valuta l'errore informatico non come un evento isolato, ma come emblema di una scarsa attenzione alle risorse aziendali. Un contabile esperto che invia fondi senza pensarci, nonostante evidenti segnali sospetti, dimostra una condotta che denota scarso interesse per la sopravvivenza economica dell'impresa.
La responsabilità patrimoniale e l'obbligo di rimborso
Oltre alla perdita del posto, il dipendente rischia di dover rispondere civilmente per danno patrimoniale. Secondo recenti orientamenti della Cassazione, l'azienda ha il diritto di richiedere la restituzione delle somme perse a causa della condotta negligente del lavoratore. Anche se il dipendente non ha tratto alcun vantaggio personale dalla truffa, la sua colpa grave ha permesso il perfezionamento della frode informatica.
Inoltre, è un errore comune pensare che la mancanza di corsi di formazione specifici possa sempre salvare il lavoratore. Per ruoli qualificati, la legge presume una conoscenza intrinseca delle prassi commerciali e dei rischi digitali elementari. La pressione psicologica dell'urgenza, tattica classica dei truffatori, non esonera dalla necessità di effettuare controlli tecnici basilari, come la verifica dello SWIFT o della coerenza dell'IBAN.
Il comportamento successivo e le procedure di sicurezza
Un fattore determinante nella valutazione del giudice è la reazione del dipendente dopo aver commesso l'errore. Se il lavoratore, accortosi dell'anomalia, non si attiva immediatamente per contattare la banca e tentare il blocco dell'operazione, la sua colpa si aggrava sensibilmente. La passività dimostra una mancanza di orientamento al risultato e alla salvaguardia dei beni altrui che i giudici solitamente non perdonano.