La disciplina relativa ai buoni pasto - sembra utile ricordare - è contemplata dal regolamento del Ministero dello Sviluppo economico n. 122 del 7 giugno 2017. La normativa richiamata definisce il buono pasto come "un servizio sostitutivo di mensa di importo pari al valore facciale del buono" e utilizzabile "esclusivamente dai prestatori di lavoro subordinato, a tempo pieno o parziale, anche qualora l'orario di lavoro non preveda una pausa per il pasto, nonché dai soggetti che hanno instaurato con il cliente un rapporto di collaborazione anche non subordinato".
La normativa deve, inoltre, essere letta congiuntamente con gli accordi derivanti dalla contrattazione collettiva nazionale che, generalmente, disciplinano l'erogazione dei buoni pasto nel proprio settore di riferimento.
Il fine dei buoni pasto è quello di garantire il benessere fisico necessario per la prosecuzione dell'attività lavorativa al lavoratore, obbligato a rendere la prestazione in un orario comprensivo della fisiologica pausa pranzo e in un luogo diverso dalla sede in cui viene svolto il lavoro.
Secondo costante orientamento della giurisprudenza, il buono pasto non ha natura retributiva e non rappresenta un beneficio che viene attribuito di per sé, ma è finalizzato a consentire al dipendente, laddove non sia previsto un servizio mensa, un beneficio conseguente alle modalità concrete di organizzazione dell'orario di lavoro (cfr. Cass., sent. n. 14388/2016).
La buona notizia, ora, è che i buoni pasto dei dipendenti pubblici delle amministrazioni centrali potrebbero presto aumentare oltre i 7 euro, soglia ferma ormai dal 2012. La novità è contenuta nella bozza del contratto collettivo 2025-2027 delle Funzioni centrali, dove viene prevista la possibilità per le amministrazioni di riconoscere importi più alti.
Il tema è al centro del confronto tra Aran e sindacati e potrebbe approdare anche nella prossima Legge di Bilancio.
L'articolo 33 della bozza di contratto prevede che le amministrazioni possono fissare il valore del buono pasto “in misura non inferiore a 7 euro giornalieri”, nel rispetto delle risorse disponibili nei propri bilanci.
I 7 euro, quindi, non rappresentano un tetto massimo, ma solo il minimo garantito. In teoria, le amministrazioni possono già oggi aumentare il valore dei ticket, ma per modificare ufficialmente la soglia minima serve un intervento legislativo. Proprio questo punto preoccupa i sindacati.
La possibilità di rimettere alle singole amministrazioni la scelta dell'importo potrebbe, infatti, creare differenze tra lavoratori di enti diversi, con i ministeri economicamente più forti in grado di offrire pasti migliori a prezzi più alti rispetto ad altri. Confsal-Unsa chiede, per questo motivo, che l'aumento venga finanziato direttamente dallo Stato attraverso uno stanziamento specifico nella manovra finanziaria. Secondo il sindacato, lasciare l'onere alle singole amministrazioni significherebbe costringerle a trovare coperture interne, sottraendo risorse ad altri fondi, come quelli destinati alla produttività.
La normativa deve, inoltre, essere letta congiuntamente con gli accordi derivanti dalla contrattazione collettiva nazionale che, generalmente, disciplinano l'erogazione dei buoni pasto nel proprio settore di riferimento.
Il fine dei buoni pasto è quello di garantire il benessere fisico necessario per la prosecuzione dell'attività lavorativa al lavoratore, obbligato a rendere la prestazione in un orario comprensivo della fisiologica pausa pranzo e in un luogo diverso dalla sede in cui viene svolto il lavoro.
Secondo costante orientamento della giurisprudenza, il buono pasto non ha natura retributiva e non rappresenta un beneficio che viene attribuito di per sé, ma è finalizzato a consentire al dipendente, laddove non sia previsto un servizio mensa, un beneficio conseguente alle modalità concrete di organizzazione dell'orario di lavoro (cfr. Cass., sent. n. 14388/2016).
La buona notizia, ora, è che i buoni pasto dei dipendenti pubblici delle amministrazioni centrali potrebbero presto aumentare oltre i 7 euro, soglia ferma ormai dal 2012. La novità è contenuta nella bozza del contratto collettivo 2025-2027 delle Funzioni centrali, dove viene prevista la possibilità per le amministrazioni di riconoscere importi più alti.
Il tema è al centro del confronto tra Aran e sindacati e potrebbe approdare anche nella prossima Legge di Bilancio.
L'articolo 33 della bozza di contratto prevede che le amministrazioni possono fissare il valore del buono pasto “in misura non inferiore a 7 euro giornalieri”, nel rispetto delle risorse disponibili nei propri bilanci.
I 7 euro, quindi, non rappresentano un tetto massimo, ma solo il minimo garantito. In teoria, le amministrazioni possono già oggi aumentare il valore dei ticket, ma per modificare ufficialmente la soglia minima serve un intervento legislativo. Proprio questo punto preoccupa i sindacati.
La possibilità di rimettere alle singole amministrazioni la scelta dell'importo potrebbe, infatti, creare differenze tra lavoratori di enti diversi, con i ministeri economicamente più forti in grado di offrire pasti migliori a prezzi più alti rispetto ad altri. Confsal-Unsa chiede, per questo motivo, che l'aumento venga finanziato direttamente dallo Stato attraverso uno stanziamento specifico nella manovra finanziaria. Secondo il sindacato, lasciare l'onere alle singole amministrazioni significherebbe costringerle a trovare coperture interne, sottraendo risorse ad altri fondi, come quelli destinati alla produttività.
Tra le ipotesi in discussione c'è l'aumento dei buoni pasto fino a 10 euro. Secondo le stime sindacali, l'intervento costerebbe meno di 200 milioni di euro all'anno; la Federazione lavoratori pubblici quantifica la spesa in circa 180 milioni.
I sindacati sottolineano, inoltre, come il rincaro dei prezzi alimentari abbia ridotto il valore reale dei buoni pasto. Confsal-Unsa evidenzia che tra ottobre 2021 e ottobre 2025 i prezzi dei beni alimentari sarebbero aumentati del 24,9%, ben oltre l'inflazione generale. Per le organizzazioni dei lavoratori, quindi, l'aumento dei ticket non rappresenterebbe soltanto un miglioramento di un benefit aziendale, ma uno strumento rapido per sostenere il potere d'acquisto dei dipendenti pubblici, soprattutto sulle spese quotidiane legate ai pasti.