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Il criterio del “più probabile che non” può determinare l’emanazione di una interdittiva antimafia

Il criterio del “più probabile che non” può determinare l’emanazione di una interdittiva antimafia
L’interdittiva prefettizia antimafia, basandosi su elementi di carattere induttivo e probabilistico, non deve rispettare il criterio dell'"oltre ogni ragionevole dubbio” richiesto per l'accertamento della responsabilità penale.
Il Consiglio di Stato, con sentenza n. 6105 del 5 settembre 2019, ha stabilito qual è il criterio che il giudice deve adottare per confermare la legittimità della misura dell’interdittiva antimafia disposta dal Prefetto.
In particolare, tale misura consente al Prefetto di valutare il pericolo di infiltrazione mafiosa all’interno di una società sulla base di ragionamenti di tipo induttivo e probabilistico.
Il Tar, che deve sindacare il corretto esercizio di tale potere, deve operare un contemperamento tra le due opposte esigenze del rispetto della legalità e della tassatività delle regole di emanazione della misura, da un lato, e del contrasto alle infiltrazioni mafiose nel tessuto socio-economico, dall’altro.
Nel caso sottoposto all’attenzione del Consiglio di Stato, il Prefetto affermava che l’azienda destinataria della misura gestiva alcune strutture alberghiere, non solo per turisti ma anche per cittadini extracomunitari, attraverso collegamenti strumenali con alcune cosche mafiose dedite alla gestione dei centri di accoglienza.
L’art. 84, comma 3, del d. lgs. n. 159 del 2011 stabilisce che, ai fini della legittima emanazione di un’informazione antiamafia, è sufficiente che sussistano “eventuali tentativi” di infiltrazione mafiosa “tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi delle società o imprese interessate”.
Quindi, proprio la finalità di prevenzione di un pericolo di infiltrazione mafiosa che non necessariamente è attuale, ma può anche essere solamente potenziale, giustifica la legittimità dell’emanazione della misura sulla base di semplici indizi, purchè non incerti e aleatori.
Tuttavia, affermano i giudici, non basta la mera possibilità che si verifichi l’infliltrazione mafiosa, essendo necessaria un’elevata probabilità.
L’obiettivo dell’interdittiva antimafia, in altre parole, non è quello di sanzionare condotte penalmente accertate come illecite, ma più semplicemente, in un’ottica di prevenzione, quello di scongiurare il rischio del realizzarsi del tentativo di infiltrazione mafiosa, agendo ad un livello anticipato e precauzionale.
Tuttavia, affermano i giudici, “il pericolo dell’infiltrazione mafiosa, quale emerge dalla legislazione antimafia, non può sostanziarsi in un sospetto della pubblica amministrazione o in una vaga intuizione del giudice, che consegnerebbero questo istituto, pietra angolare del sistema normativo antimafia, ad un diritto della paura, ma deve ancorarsi a condotte sintomatiche e fondarsi su una serie di elementi fattuali”.
Il rispetto di tali prescrizioni permette di evitare il rischio che il Prefetto emani un’informazione antimafia “generica”, in violazione del principio di tassatività, canone fondamentale da osservare nella formulazione delle disposizioni normative in materia penale.
Per concludere, il giudice amministrativo afferma che il ragionamento di tipo induttivo e probabilistico che conduce all’emanazione dell’interdittiva antimafia “non richiede di attingere un livello di certezza oltre ogni ragionevole dubbio, tipica dell’accertamento finalizzato ad affermare la responsabilità penale, e quindi fondato su prove, ma implica una prognosi assistita da un attendibile grado di verosimiglianza, sulla base di indizi gravi, precisi e concordanti, sì da far ritenere “più probabile che non”, appunto, il pericolo di infiltrazione mafiosa”.

Redazione Giuridica

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