La nuova identità giuridica degli equini e le sanzioni penali
Il nucleo della riforma attualmente in discussione al Senato prevede il riconoscimento di cavalli, pony, asini, muli e bardotti come animali d'affezione. Questo passaggio non è solo simbolico, ma comporta l'attribuzione automatica della dicitura “NON DPA”, ossia “non destinato alla produzione alimentare”, rendendo di fatto illegale ogni forma di macellazione a scopo alimentare. Per scoraggiare qualsiasi tentativo di violare la norma, il legislatore ha previsto un inasprimento delle pene. Chi continuerà ad allevare tali animali per destinarli al macello rischierà la reclusione da 3 mesi a 3 anni, oltre a multe pesantissime che oscillano tra i 30.000 e i 100.000 euro. La punizione diventa ancora più severa, aumentando di un terzo, se la carne viene effettivamente immessa sul mercato clandestino.
Per rendere efficace il divieto, la proposta introduce l'obbligo di iscrizione al Registro anagrafico nazionale e l'identificazione tramite microchip per ogni singolo animale entro 60 giorni. La tracciabilità totale è finalizzata ad evitare che gli equini possano sfuggire ai controlli e ai circuiti legali per finire nei macelli. Chi non rispetterà le tempistiche di registrazione potrà incorrere in sanzioni pecuniarie che partono da 20.000 euro e possono arrivare fino a 50.000 euro. Tale sistema di controllo, di fatto, trasforma ogni esemplare registrato in un soggetto giuridicamente protetto dalla filiera alimentare, rispondendo anche alle denunce delle associazioni che - per anni - hanno documentato sofferenze e poca trasparenza nei trasporti e negli allevamenti di questi animali.
La riforma non punta solo sulla repressione, ma cerca di gestire con equilibrio l'impatto economico che il divieto avrà sulle attività produttive ancora esistenti. È stata infatti prevista l'istituzione di un fondo specifico per la riconversione degli allevamenti, con una dotazione di 6 milioni di euro all'anno per il triennio che va dal 2025 al 2027. L'obiettivo è quello di accompagnare i lavoratori del settore verso nuove attività, come i centri di recupero per animali, il turismo equestre, l'ippoterapia o i maneggi sociali.
I dati più recenti dell'inizio del 2026 confermano che il settore è già in fase di declino naturale. Se nel 2012 i capi macellati in Italia erano oltre 4000, nel 2025 la cifra si è dimezzata, scendendo a circa 2000 unità. Questa riduzione drastica dimostra un progressivo disinteresse dei consumatori, nonostante rimangano alcune zone dove la pratica è ancora radicata, come la Puglia, l'Emilia-Romagna e il Veneto, che insieme coprono oltre il 60% delle macellazioni residue.