C'è stato un tempo, non troppo lontano, in cui possedere criptovalute significava anche possedere un pezzo di libertà. Nessun intermediario, nessuna banca centrale a dettare le regole, solo un codice condiviso e la fiducia in un sistema decentralizzato. Quel tempo, almeno in Italia, si sta chiudendo.
Il provvedimento del 22 giugno, con cui l'Agenzia delle Entrate ha completato il recepimento della direttiva europea DAC8 e degli standard OCSE noti come CARF (Crypto-Asset Reporting Framework), segna un punto di svolta netto. Non si tratta più soltanto di adempimenti dichiarativi standard: si è costruita un'infrastruttura di raccolta dati che trasforma gli operatori del settore in veri e propri canali di trasmissione automatica verso il Fisco.
Il mercato italiano, dopo il recepimento del
regolamento europeo MiCAR, resta nelle mani di pochissimi soggetti autorizzati - tra questi figurano realtà come Banca Sella, CheckSig, Conio, CoinFlip e RIV Digital - vigilati da Consob, Banca d'Italia e dai protocolli antiriciclaggio. Una concentrazione che, secondo i critici della norma, rischia di soffocare la
concorrenza e l'innovazione tecnologica proprio mentre altri Paesi corteggiano capitali e
startup del Web3.
I dati che gli intermediari dovranno trasmettere al Fisco
Il punto più delicato della riforma riguarda l'ampiezza dei dati che gli intermediari dovranno trasmettere attraverso i canali Entratel e Fisconline. Non si parla più semplicemente dell'importo realizzato vendendo Bitcoin o altri asset digitali: la mole di informazioni richiesta comprende dati identificativi completi, residenza fiscale, codice fiscale e, per le persone giuridiche, anche i dati della cosiddetta "controlling person".
Ma l'aspetto che solleva maggiori discussioni è un altro: l'obbligo di segnalare in forma aggregata non solo gli scambi tra criptovalute e valute tradizionali, o le conversioni tra cripto-asset diversi, ma anche i trasferimenti verso indirizzi non riconducibili a intermediari conosciuti. In pratica, spostare le proprie monete digitali da un exchange verso un hardware wallet personale - un Ledger, un Trezor, o qualsiasi soluzione di autocustodia - diventa un'operazione che il sistema è chiamato a monitorare e tracciare, ricollegando l'identità reale del titolare al proprio portafoglio privato attraverso il codice di fornitura denominato "Car26".
Una scelta che, per molti osservatori, equivale a trattare la custodia autonoma dei propri fondi come un indizio di opacità, più che come un legittimo esercizio di autonomia patrimoniale.
Le crepe di un impianto normativo pensato per punire
Osservando da vicino la macchina burocratica messa in piedi da questo provvedimento, emergono diverse criticità strutturali che meritano attenzione. Il numero ristrettissimo di operatori abilitati riduce drasticamente la concorrenza e rende l'Italia meno attrattiva per chi sviluppa tecnologia blockchain. I soggetti non residenti, dal canto loro, sono costretti a passare per una procedura di registrazione unica per ottenere il codice identificativo IIN, un iter che rende il nostro Paese uno dei contesti meno accoglienti in Europa per i nomadi digitali e i professionisti del settore.
C'è poi un aspetto quasi presuntivo nell'impianto normativo: chi utilizza un wallet non custodial viene di fatto considerato, a priori, un soggetto potenzialmente a rischio, indipendentemente da qualunque condotta concreta. A ciò si aggiunge un carico documentale imponente, fatto di file XML, firme digitali, protocolli di cifratura e compressione, che rischia di penalizzare soprattutto i piccoli operatori del settore, lasciando campo libero ai grandi gruppi bancari già strutturati per reggere simili adempimenti.
Tre scenari concreti: chi rischia davvero con le nuove regole
Per capire l'impatto reale della normativa, è utile immaginare alcune situazioni concrete. Pensiamo al risparmiatore prudente che, per proteggersi dall'inflazione, decide di spostare parte dei propri Bitcoin su un wallet personale per maggiore sicurezza: quel semplice trasferimento genera oggi un flusso di segnalazioni verso l'Agenzia delle Entrate, ed è sufficiente per finire in una lista di soggetti da tenere sotto osservazione, con il rischio di controlli e richieste di documentazione anche in assenza di qualsiasi irregolarità.
C'è poi il caso di
chi opera con maggiore frequenza, magari tra diverse
stablecoin o
token nell'ambito della finanza decentralizzata (DeFi): ogni operazione, anche minima, alimenta un flusso di dati che gli intermediari devono trasmettere, e un semplice errore tecnico nella compilazione di un
file può generare anomalie che ricadono, ingiustamente, sul
contribuente, costretto a difendersi con l'aiuto di consulenti e legali tributari.
Infine, c'è lo scenario più ampio, quello macroeconomico: mentre altre giurisdizioni europee costruiscono hub e incentivi per attrarre capitali e sviluppatori legati al Web3, l'Italia rischia di percorrere la strada opposta, spingendo startup, programmatori e fondi di venture capital a guardare altrove. Il risultato, secondo i critici della riforma, sarebbe un mercato interno sempre più asfittico, in mano a pochi operatori, con i risparmiatori italiani come principali soggetti a pagarne il prezzo.