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Articolo 349 Codice penale

(R.D. 19 ottobre 1930, n. 1398)

Violazione di sigilli

Dispositivo dell'art. 349 Codice penale

Chiunque viola i sigilli (1), per disposizione della legge o per ordine dell'Autorità apposti al fine di assicurare la conservazione o la identità di una cosa (2) [705, 752-762, 260, 261], è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da centotre euro a milletrentadue euro.

Se il colpevole è colui che ha in custodia la cosa, la pena è della reclusione da tre a cinque anni e della multa da trecentonove euro a tremilanovantotto euro (3).

Note

(1) La norma si riferisce a qualsiasi segno identificativo esteriore, apposto su una cosa mobile o immobile per significare la volontà della P.A. di vietare atti di disposizione o manomissione della cosa stessa.
(2) La locuzione "assicurare la conservazione o l'identità di una cosa" non è pacifica. Secondo alcuni si dovrebbe interpretare in senso restrittivo, non comprensivo dunque dei casi in cui l'apposizione dei sigilli ha l'unico scopo di impedire la prosecuzione di un'attività illecita. Altri ritengono per altra via che possa concorrere con altri fini od obiettivi. La Cassazione ha chiarito che il reato in esame è configurabile anche ove i sigilli siano stati apposti esclusivamente per impedire l'uso legittimo della cosa, purchè tale finalità sia compresa nel fine di assicurare la conservazione o l'identità della cosa.
(3) Si tratta di una circostanza soggettiva aggravante speciale, che si attua anche quando il custode che ha commesso il fatto è stato nominato tale in forza di un provvedimento di nomina poi riconosciuto illegittimo.

Ratio Legis

La norma tutela l'esigenza di mantenere l'integrità delle cose sottoposte a vincolo dall'Autorità pubblica, impedendo manomissioni non autorizzate.

Spiegazione dell'art. 349 Codice penale

L'articolo in oggetto disciplina una ipotesi di reato plurioffensivo, nel senso che il bene giuridico protetto sia, oltre all'interesse della pubblica autorità ad assicura l'indisponibilità dei beni per ragioni di giustizia, anche l'interesse concorrente e parallelo del privato alla conservazione del bene.

Il reato può essere commesso da chiunque, e consiste nella violazione dei sigilli apposti per disposizione di legge o per ordine dell'autorità al fine di assicurare la conservazione e la custodia del bene.

Il termine “sigillo” deve essere interpretato in senso ampio, con ciò ricomprendendovi anche qualsiasi mezzo che manifesti in maniera chiara ed univoca la volontà dello Stato di assicurare l'intangibilità della cosa.

Il delitto è configurabile anche nel caso in cui i sigilli siano stati apposti esclusivamente per impedire l'uso illegittimo della cosa, dato che tale finalità deve ritenersi compresa in quella, espressamente menzionata dalla norma, di assicurare la conservazione o l'identità della cosa.

Da ultimo, il secondo comma descriva una circostanza aggravante speciale nel caso in cui il reato sia commesso dal custode della cosa.

Massime relative all'art. 349 Codice penale

Cass. pen. n. 7371/2017

Ai fini della configurazione del reato di violazione di sigilli previsto dall'art. 349, comma secondo, cod. pen. nei confronti di colui che ha in custodia la cosa, la prova della sussistenza del dolo, che differenzia tale ipotesi delittuosa dall'agevolazione colposa sanzionata amministrativamente dall'art. 350 cod. pen., deve essere fornita dalla pubblica accusa e non può essere desunta dalla negligenza e trascuratezza del custode; tuttavia è onere di quest'ultimo addurre gli elementi specifici che gli hanno impedito di attivarsi, qualora risulti accertato che egli, benché direttamente a conoscenza della effrazione dei sigilli, abbia omesso di avvertire dell'accaduto l'autorità.

Cass. pen. n. 5430/2017

Il delitto di violazione di sigilli, di cui all'art. 349 cod. pen., si configura anche quando la ripresa dell'attività edilizia sia avvenuta successivamente alla pronuncia di dissequestro del bene, da parte dell'autorità giudiziaria ma prima della rimozione dei sigilli da parte degli organi dell'esecuzione, atteso che sino a tale momento permane il vincolo di indisponibilità materiale del bene e l'efficacia dei sigilli che lo rendono manifesto.

Cass. pen. n. 1743/2017

In tema di violazione dei sigilli, l'elemento soggettivo del reato è integrato dal dolo generico, per la cui sussistenza è sufficiente che il soggetto attivo si rappresenti e voglia realizzare la violazione dei sigilli apposti per legge o sulla base di un provvedimento dell'autorità competente per garantire la conservazione o l'identità di un bene, senza che sia necessario il fine specifico di recare un "vulnus" alla conservazione o all'identità della cosa sequestrata.

Cass. pen. n. 39368/2015

Non integra il reato di violazione di sigilli, l'asportazione da veicolo assoggettato a sequestro amministrativo del foglio o cartello adesivo apposto sullo stesso e recante l'indicazione del disposto sequestro a norma dell'art. 394, comma nono, reg. cod. strad. (In motivazione, la Corte ha osservato che la segnalazione dello stato di sequestro amministrativo, di cui alla disposizione citata, non costituisce un vincolo equivalente ai "sigilli", distintamente apponibili, secondo quanto previsto dal comma quinto dello stesso articolo, solo in caso di necessità).

Cass. pen. n. 24684/2015

Ai fini della configurabilità del reato previsto dall'art. 349 c.p., non occorre che i sigilli siano stati materialmente apposti, né tanto meno che gli stessi siano stati oggetto di rottura o di rimozione, essendo sufficiente l'esistenza di qualche atto attraverso il quale sia stata resa manifesta la volontà dello Stato di garantire la cosa sequestrata contro ogni condotta di disposizione o manomissione da parte di persone non autorizzate, poiché oggetto specifico della tutela penale è l'interesse pubblico a garantire il rispetto dovuto al particolare stato di custodia imposto, per disposizione di legge o per ordine dell'autorità, ad una determinata cosa mobile o immobile, al fine di assicurarne la conservazione, l'identità e la consistenza oggettiva. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto che correttamente la sentenza impugnata avesse reputato sufficiente la notifica all'imputato del provvedimento di sequestro di un immobile, oggetto di lavori abusivi, con contestuale nomina dello stesso a custode del manufatto ed espressa intimazione a non immutare lo stato dei luoghi).

Cass. pen. n. 3133/2014

Ai fini della configurabilità del reato previsto dall'art. 349 cod. pen., anche nella forma aggravata dall'avere agito nella qualità di custode, non occorre che i sigilli siano già materialmente apposti né che siano oggetto di rottura o rimozione, essendo sufficiente l'esistenza di qualche segno esteriore attraverso il quale sia resa manifesta la volontà dello Stato di garantire la cosa sequestrata contro ogni atto di disposizione o manomissione da parte di persona non autorizzata. (Fattispecie in cui era stato apposto un cartello con l'indicazione dell'avvenuto sequestro).

Cass. pen. n. 34281/2013

Il momento consumativo del reato di violazione di sigilli può essere ritenuto coincidente con quello dell'accertamento - sulla base di elementi indiziari, di considerazioni logiche, ovvero di fatti notori e massime di esperienza - salvo che venga rigorosamente provata l'esistenza di situazioni particolari o anomale, idonee a confutare la valutazione presuntiva e a rendere almeno dubbia l'epoca di commissione del fatto.

Cass. pen. n. 35956/2010

Risponde del reato di violazione di sigilli, in concorso con terzi, il custode del bene in sequestro che non abbia adeguatamente vigilato sull'integrità dei sigilli apposti, a nulla rilevando il fatto che risiedesse in luogo diverso da quello ove era sito il bene in sequestro, non potendo valere detta circostanza come forza maggiore impeditrice dell'esercizio del dovere di vigilanza.

Cass. pen. n. 5385/2010

Il reato di violazione di sigilli è configurabile anche nel caso in cui i sigilli siano stati apposti esclusivamente per impedire l'uso illegittimo della cosa, perchè questa finalità deve ritenersi compresa in quella, menzionata nell'art. 349 c.p., di assicurare la conservazione o la identità della cosa. (Nella specie, i sigilli erano stati apposti dalla Polizia municipale ad una macchinetta da caffé e ad una scaffalatura in cui erano esposte bevande, all'interno di un pubblico esercizio nel quale si effettuava attività di somministrazione di alimenti e bevande senza autorizzazione).

Cass. pen. n. 31138/2008

Il reato di violazione di sigilli è configurabile anche nel caso in cui i sigilli siano apposti solo su una parte della res sequestrata, in quanto l'apposizione dei medesimi è operata a tutela del vincolo che riguarda l'integrità e l'immodificabilità dell'intera res in sequestro ed investe qualsiasi attività che si svolga in sostanziale contrasto con il vincolo medesimo.

Cass. pen. n. 23128/2007

Il reato di violazione dei sigilli presenta natura plurioffensiva in ragione della sua idoneità a ledere, oltre che l'interesse della Pubblica autorità ad assicurare l'indisponibilità del bene per ragioni di giustizia o altro, anche un parallelo o concorrente interesse di un soggetto privato alla conservazione della identità del bene. (Fattispecie nella quale la violazione dei sigilli apposti su manufatto abusivo e la conseguente prosecuzione dei lavori avevano arrecato danni al Comune, costituitosi parte civile onde ottenere il risarcimento degli stessi).

Cass. pen. n. 2028/2006

L'appropriazione di un bene ereditario, sul quale erano stati apposti i sigilli, da parte di un erede testamentario in possesso dei beni ereditari, e che abbia accettata l'eredità, configura il reato di violazione dei sigilli, di cui all'art. 349 c.p., ma non anche quello di appropriazione indebita, atteso che questi diviene con l'accettazione proprietario del compendio ereditario. (Nell'occasione la Corte ha ulteriormente affermato che non riverbera sul principio di cui sopra l'eventuale successivo accertamento in sede civile della fondatezza dell'azione di rivendicazione promossa da un erede pretermesso, con conseguente revisione della proprietà dei beni ereditari).

Cass. pen. n. 42900/2004

Oggetto della tutela penale nel delitto di violazione di sigilli è la forma simbolica apposta sulla res la quale manifesta la volontà dello Stato di assicurare una cosa mobile od immobile, al fine di evitare atti di disposizione o manomissione della stessa da parte di persone non autorizzate.

Cass. pen. n. 2600/2004

Nel delitto di violazione di sigilli, di cui all'art. 349 c.p., la finalità di assicurare la conservazione della cosa ricomprende anche la interdizione all'uso, atteso che oggetto giuridico del reato è la tutela della intangibilità della cosa che la pubblica amministrazione e l'autorità giudiziaria vuole garantire contro ogni atto di disposizione o di manomissione. (Nell'occasione la Corte ha ritenuto la legittimità del provvedimento oppositivo dei sigilli emesso per impedire la prosecuzione di una attività esercitata in violazione delle norme igienico-sanitarie affermando come non siano rilevanti i fini o motivi che ispirano il provvedimento autoritativo).

Cass. pen. n. 24897/2003

In caso di violazione di sigilli, punita dall'art. 349 c.p., risponde della stessa il titolare dell'impresa individuale di smaltimento dei rifiuti, al cui centro di raccolti i sigilli risultavano apposti, sulla base del principio del cui prodest, atteso che deve presumersi che la prosecuzione dell'attività non possa che essere riferita al titolare della stessa, in assenza della prova della estraneità del medesimo alla attività illecita.

Cass. pen. n. 16000/2003

Il reato di violazione di sigilli, di cui all'art. 349 c.p., è configurabile allorché si eseguono nella stessa area occupata dalla costruzione abusiva opere distinte, ma ad essa inequivocabilmente collegate, atteso che il sequestro dell'immobile, e la conseguente apposizione dei sigilli mirano ad impedire la prosecuzione dei lavori e l'ultimazione dell'opera, così che assume rilievo penale anche la condotta che, pur non determinando la distruzione effettiva dei sigilli, eluda il vincolo di immodificabilità imposto, tutelando la norma dell'art. 349 sia l'integrità materiale dei sigilli quanto quella strumentale e funzionale.

Cass. pen. n. 10267/2003

La prosecuzione dell'attività edilizia in un cantiere sequestrato e sottoposto a sigilli non configura l'ipotesi di reato di cui all'art. 334 c.p., (sottrazione o danneggiamento di cose sottoposte a sequestro), ma la diversa ipotesi di cui all'art. 349 c.p. (violazione di sigilli), per la violazione del vincolo di immodificabilità della cosa che l'apposizione dei sigilli mira a garantire nell'interesse dell'amministrazione della giustizia.

Cass. pen. n. 42951/2002

Ai fini della configurabilità del delitto di cui all'art. 349 c.p., violazione di sigilli, non è necessaria la preventiva redazione del verbale di sequestro, atteso che l'obbligo della intangibilità dei sigilli nasce dalla loro materiale apposizione in quanto la norma tutela il rispetto dei segni esteriori del comando dell'autorità. (Nell'occasione la Corte ha inoltre affermato che in merito alla avvenuta apposizione dei sigilli è sufficiente la deposizione del pubblico ufficiale che ha compiuto l'atto).

Cass. pen. n. 9022/2000

Per la configurazione del reato di violazione di sigilli apposti per disposizione della autorità — reato che ha diversa oggettività giuridica rispetto a quella del furto aggravato dalla violenza sulle cose — non è necessaria una condotta violenta, essendo sufficiente qualsiasi azione diretta ad eludere il divieto che i sigilli simboleggiano.

Cass. pen. n. 1566/2000

Non integra il reato di cui all'art. 349, primo comma, c.p. la mera rimozione dei sigilli di un contatore dell'Enel, ricorrendo, invece, in tale fattispecie, la semplice violazione del disposto dell'art. 20, secondo comma, del D.M. 8 luglio 1924. Ciò perché i sigilli non hanno, nel caso, la funzione di assicurare la conservazione o la identità della res, per disposizione di legge o per ordine dell'autorità, ma, piuttosto, quella di garantire la sicurezza e l'autenticità della misurazione della energia erogata nell'interesse sia del fabbricante fornitore sia dell'Erario.

Cass. pen. n. 7224/1998

Con l'entrata in vigore della legge 8 agosto 1992, n. 359, che ha trasformato l'Enel da ente pubblico economico in società per azioni non è stata abrogata la normativa di cui al D.M. 8 luglio 1924, il cui art. 20, comma secondo, consente al soggetto fornitore di energia elettrica, indipendentemente dalla sua veste di ente pubblico o società privata, di apporre i sigilli sui contatori di erogazione. Pertanto l'Enel è legittimata ad apporre i sigilli ai contatori non perché ente pubblico, ma solo quale erogatore di energia elettrica, e la loro violazione integra il reato di cui all'art. 349 c.p.

Cass. pen. n. 2895/1998

La violazione dei sigilli apposti dall'Enel sul contatore-misuratore dell'energia elettrica erogata non integra la fattispecie delittuosa di cui all'art. 349, primo comma, c.p.

Cass. pen. n. 11834/1997

È configurabile il reato di cui all'art. 349 c.p. (violazione di sigilli) nell'ipotesi in cui, sequestrato il cantiere edile, si eseguano nella stessa area occupata dalla costruzione abusiva opere distinte collegate inequivocabilmente al predetto fabbricato; il sequestro dell'immobile abusivo, invero, mira ad impedire la prosecuzione dei lavori e l'ultimazione dell'opera, sicché è penalmente rilevante anche quella condotta che, pur non determinando la distruzione effettiva dei sigilli, sia volta a frustrare il vincolo di immodificabilità imposto dalla misura cautelare, e ciò in quanto la legge tutela tanto l'integrità materiale dei sigilli quanto quella strumentale e funzionale. (Nella specie erano stati realizzati nella stessa area occupata dalla costruzione abusiva un muro di cinta ed una cisterna).

Cass. pen. n. 7964/1997

In tema di violazione dei sigilli, di cui all'art. 349 c.p., oggetto della tutela penale non è la cosa su cui sono apposti i sigilli, ma il mezzo giuridico che assicura la intangibilità della stessa. Ne consegue che tale ipotesi delittuosa non è integrata qualora i sigilli non siano stati apposti. (Fattispecie in cui la S.C. ha ritenuto configurabile il diverso reato di cui all'art. 334, comma secondo, c.p., avendo l'agente utilizzato un impianto sottoposto a sequestro probatorio su cui non erano stati apposti i sigilli, determinando una irreversibile alterazione della consistenza di esso).

Cass. pen. n. 3954/1997

L'inefficacia o l'illegittimità del provvedimento di sequestro e di apposizione dei sigilli non esclude il delitto di cui all'art. 349 c.p., considerato che la norma richiede soltanto che l'apposizione dei sigilli derivi da una disposizione di legge o da un ordine dell'autorità. Una volta che il vincolo sia apposto, a tutela dell'identità e della conservazione della cosa, esso non può essere violato dal privato (proprietario, custode o terzo) sino a che non venga formalmente rimosso dall'autorità competente. (Nella specie, relativa a rigetto di ricorso, l'imputato lamentava erronea applicazione della legge penale, sostenendo che non sussisteva il delitto di violazione dei sigilli dal momento che gli stessi [ovverosia il sequestro penale relativo all'immobile adibito abusivamente ad albergo] erano divenuti inefficaci per effetto della depenalizzazione della contravvenzione di cui all'art. 665 c.p.).

Cass. pen. n. 2209/1996

I sigilli possono essere apposti anche dagli ufficiali di P.G., quando procedono ad autonomo sequestro; infatti l'art. 349 c.p. (Violazione di sigilli) quando menziona l'«Autorità» non si riferisce soltanto a quella giudiziaria o amministrativa, ma anche a quella che sia diretta promanazione o espressione della predetta.

Cass. pen. n. 4915/1996

In tema di violazioni dei sigilli è sufficiente e necessario che i sigilli siano stati apposti per disposizione di legge o per ordine di un'autorità competente, amministrativa o giudiziaria, indipendentemente dalla legittimità o dall'efficacia del provvedimento e non ha perciò alcun rilievo il fatto che il sequestro non sia stato poi convalidato dall'autorità giudiziaria.

Cass. pen. n. 6650/1994

Nell'ipotesi di prosecuzione di lavori edilizi in un edificio sottoposto a sequestro reso palese dall'apposizione di sigilli e di cartelli che lo espliciti è ravvisabile esclusivamente il delitto di cui all'art. 349 c.p.

Cass. pen. n. 6342/1994

In tema di violazione di sigilli, il dissequestro, determinando la cessazione del vincolo cautelare, priva i sigilli di rilevanza giuridica ed impedisce la configurabilità stessa del reato ove il privato li rimuova senza attendere l'intervento degli organi esecutivi all'uopo delegati.

Cass. pen. n. 3353/1994

Per accertare se due o più violazioni di norme penali possano essere considerate in continuazione (art. 81 cpv. c.p.), bisogna stabilire se esse siano riconducibili ad un medesimo disegno criminoso, — in una unità di ordine intellettivo — perché con lo stesso collegate da un rapporto che può spaziare dalla stretta conseguenzialità alla semplice eventualità, ma non deve giammai sconfinare nella mera occasionalità. Alla luce dei dati di comune esperienza, chi ha deciso di realizzare una costruzione abusiva si prefigge, sin dall'inizio, di portarla a termine, travolgendo qualunque ostacolo di carattere giuridico e, quindi, anche la apposizione di sigilli. Ciò perché il sequestro del manufatto in costruzione costituisce un evento tutt'altro che occasionale, e pertanto, rientra nella preventiva rappresentazione del programma criminoso in termine di alta probabilità. Ne consegue che l'unicità del disegno criminoso fra il reato di costruzione senza concessione edilizia e quello di violazione dei sigilli, nonché tra le diverse violazioni dell'art. 349 c.p., può essere esclusa solo ex post, sulla base di concreti elementi di fatto, e non già «a priori».

Cass. pen. n. 2732/1994

Per la configurabilità del reato di violazione di sigilli di cui all'art. 349 c.p. non occorre che il provvedimento di sequestro sia stato preventivamente notificato né occorre la rottura o la rimozione di sigilli, che potrebbero anche non essere stati apposti dal momento che oggetto specifico della tutela penale è l'interesse pubblico a garantire il rispetto dovuto al particolare stato di custodia imposto per disposizione di legge o per ordine dell'autorità al fine di assicurarne la conservazione, l'identità e la consistenza oggettiva, è necessario, comunque, un qualche segno esteriore attraverso il quale sia resa manifesta la volontà dello Stato volta a garantire la cosa sequestrata contro ogni atto di disposizione o manomissione da parte di persona non autorizzata. (Fattispecie: applicazione di un cartello indicante «cantiere in sequestro»).

Cass. pen. n. 1945/1994

Il reato di violazione di sigilli prevista dall'art. 349, secondo comma, c.p. si distingue dall'ipotesi di agevolazione colposa di cui all'art. 350 c.p. per l'elemento psicologico, nel senso che, mentre la prima ipotesi si caratterizza per la condotta del custode, dolosamente diretta a porre in essere la violazione, la seconda si verifica in quei casi in cui la violazione dei sigilli è resa possibile dalla negligenza e trascuratezza del custode.

Cass. pen. n. 7961/1993

Nel delitto di violazione dei sigilli, oggetto della tutela penale non è la «cosa», assicurata dai sigilli stessi, bensì il mezzo giuridico che ne garantisce l'assoluta intangibilità. Ciò perché la ratio della norma incriminatrice risiede nella necessità di presidiare con una sanzione penale il mancato rispetto dello stato di custodia, nel quale vengano a trovarsi determinate cose, mobili od immobili, per effetto della manifestazione di volontà della pubblica amministrazione caratterizzata dall'apposizione dei sigilli. Quindi, la «finalità di assicurare la conservazione» della cosa sigillata, alla quale fa riferimento l'art. 349 c.p., viene frustrata anche mediante il semplice uso di essa, poiché il concetto di «conservazione» comprende non solo la categoria dell'indisponibilità, ma anche quella dell'interdizione dell'uso.

Cass. pen. n. 2996/1993

È configurabile la continuazione tra il reato di costruzione abusiva e quello di violazione dei sigilli. Infatti da un punto di vista astratto, poiché la violazione dei sigilli, nel caso della costruzione abusiva, si realizza anche attraverso la prosecuzione dei lavori di costruzione, è conforme alla logica ritenere che colui il quale si determina a realizzare una costruzione edilizia in violazione delle disposizioni vigenti in merito, ben può preventivamente proporsi di aggiungere, alle violazioni necessarie per pervenire allo scopo finale, anche quella di non tener conto di eventuali sequestri del manufatto e relative apposizioni di sigilli pur di proseguire e completare la costruzione. (Fattispecie in cui il P.M. ricorrente affermava che erroneamente il giudice di merito aveva ritenuto la continuazione tra i reati de quibus, sostenendo che non sarebbe logicamente ammissibile la «prefigurazione» anche del reato di violazione di sigilli da parte di colui che decida di realizzare una costruzione abusiva; la Cassazione ha respinto siffatto assunto, enunciando il principio di cui in massima).

Cass. pen. n. 9394/1992

La norma di cui all'art. 349 c.p. (violazione di sigilli) si riferisce non solo agli ordini dati dall'autorità giudiziaria di apposizione di sigilli, ma anche a quelli emessi da qualunque pubblica autorità che abbia il potere di intervenire nei settori di sua competenza, come il sindaco in materia di edilizia. (Nella specie, relativa ad inammissibilità di ricorso di imputato che aveva dedotto l'illegittimità dell'apposizione dei sigilli sia con riferimento all'oggetto del sequestro penale, sia con riferimento agli agenti che li avevano apposti, la S.C. ha rilevato che i verbalizzanti operarono su direttive impartite dal sindaco nell'espletamento di uno specifico atto di autotutela della pubblica amministrazione, emesso al fine di garantire la possibilità di esecuzione di ulteriori provvedimenti rientranti nella propria competenza e riguardanti la tutela del territorio).

Cass. pen. n. 7891/1992

Nel caso di prosecuzione dell'attività edificatoria di una costruzione abusiva sottoposta a sequestro con apposizione di sigilli ricorre l'ipotesi di reato di cui all'art. 349 c.p. Né la responsabilità per la violazione dei sigilli è esclusa da eventuali vizi nella procedura di apposizione, posto che le relative irregolarità o illegittimità vanno sollevate nella sede competente.

Cass. pen. n. 1055/1991

Oggetto della tutela penale nel reato di violazione dei sigilli non è l'integrità dei sigilli in sé, ma la conservazione e identità della cosa sottoposta a sequestro, sicché detto reato si realizza, indipendentemente dalla rimozione dei sigilli simboleggianti il divieto, con qualsiasi attività idonea a rendere frustranea l'assicurazione della cosa e ad eludere il vincolo di immodificabilità che su di essa è imposto per volontà pubblica.

Cass. pen. n. 14393/1990

I vizi del provvedimento di sequestro non escludono il reato di violazione di sigilli poiché la norma incriminatrice richiede solo che la loro apposizione derivi da una disposizione di legge o da un ordine dell'autorità.

Cass. pen. n. 926/1989

Il reato di violazione dei sigilli sussiste fino a quando la pubblica amministrazione non dimostra, ordinando la rimozione degli appositi sigilli, che è venuto meno il vincolo gravante sulla cosa e ciò indipendentemente dal fatto che l'apposizione degli stessi sia stata o meno convalidata.

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Consulenze legali
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BARBARA R. chiede
domenica 25/08/2019 - Lazio
“Buon giorno,
mi trovo in una situazione delicata, riguardo a dei consumi di un contatore del gas al quale erano stati apposti dei sigilli per chiusura contratto.
Vivo in affitto nella casa presso la quale è installato tale contatore ed il contratto cessato era intestato al proprietario. Al mio arrivo nel 2017, dopo aver fotografato il contatore, feci chiudere il tubo del gas in casa; in quanto ho una bambina e lo ritengo pericoloso. Ho il piano a induzione e il camino e i pannelli ad infrarossi oltre a climatizzatore e altri elementi elettrici, inclusi i rubinetti per il riscaldamento dell'acqua sanitaria. Pertanto io il gas non lo uso. Tuttavia, ieri per caso mi sono accorta che il contatore aveva circa 1000 mc in più quelli di 2 anni fa e i sigilli erano stati cambiati.
Come sia stato possibile questo lo ignoro, il fatto è che ora sono preoccupata perché temo di avere guai con la legge a causa di ciò, perché ho letto che sarebbe una mia responsabilità quella del contatore sotto sigillo, in quanto conduttrice della casa in questione.
Vi prego di aiutarmi a capire a fondo a che tipo di situazioni penali o civili amministrative rischierei di incorrere.

Distinti saluti


Consulenza legale i 02/09/2019
Con la presa in consegna dell’immobile il conduttore diviene custode ad ogni effetto di legge del bene locato, in tale obbligo di custodia rientrano, ovviamente, anche i contatori delle forniture della unità abitativa (luce, gas, acqua se non è di natura condominiale). In merito alla custodia dei contatori delle utenze, tuttavia, è opportuno chiarire che tale obbligo non può avere la stessa estensione di quello di custodia dell’appartamento e di ciò che si trova al suo interno.
Sovente, infatti, i contattori delle utenze non sono ubicati all’interno della unità abitativa ma al suo esterno sul pianerottolo o nei locali di servizio dell’edificio, luoghi quindi dove non solo gli abitanti del palazzo, ma anche soggetti estranei possono accedere (si pensi in questo senso agli addetti di una ditta fornitrice del condominio).
E’ ciò che è successo nel caso di specie, ove il locale contatore del gas è posto addirittura in un locale esterno al palazzo non munito di chiavi, e quindi qualsiasi persona esterna o interna al palazzo è in grado di accedere.
Alla luce dello stato dei luoghi descritto, è estremamente difficile che si possa muovere alla autrice del quesito un qualsiasi rimprovero giuridicamente rilevante, sia da un punto di vista civilistico, che amministrativo o penale, a proposito della omessa custodia del contatore.

Dal punto di vista penale, fermo restando che una delle fattispecie ipoteticamente rilevanti sarebbe l'art. 349 del codice penale (che, comunque, difficilmente viene applicata in casi simili), fondare la responsabilità del conduttore nel caso prospettato sarebbe pressoché impossibile. L'ubicazione materiale del contatore e la sua accessibilità a un numero indefinito di soggetti, invero, renderebbe molto difficile provare che la manomissione sia stata posta in essere proprio dal predetto conduttore e, dunque, l'eventuale contestazione penale sarebbe del tutto inconsistente.
In altre parole, il semplice fatto di essere conduttore dell’appartamento a cui è associato il contatore del gas che apparentemente potrebbe aver subito una violazione dei sigilli, di per sé solo non è sufficiente a muovere alcun rimprovero penalmente rilevante al conduttore dell’appartamento: anche perché come si è visto prima, qualsiasi persona avrebbe potuto accedere al locale contatori e rimuovere i sigilli.

Lo stesso discorso è tranquillamente trasferibile in sede civilistica: quali contestazioni potrebbe muovere il padrone di casa alla conduttrice, nel momento in cui chiunque avrebbe potuto accedere al locale rimuovere i sigilli del contatore?
Posto che la vicenda per come è stata descritta nel quesito, non comporta alcuna conseguenza giuridica per la conduttrice, il consiglio che si può dare è quello di rendere noto dell’accaduto con missiva scritta sia l’amministratore del condominio che il padrone di casa: si è convinti che tale mossa possa fornire un chiarimento su quanto accaduto.

Socrate B. chiede
giovedì 30/10/2014 - Toscana
“Ho subito il sequestro preventivo di un cantiere edilizio, lo stesso è stato revocato dal GIP due giorni dopo per mancanza di elementi oggettivi. Il comune ha emesso ordinanza di sospensione lavori, in quanto il titolo edilizio era scaduto da tre mesi. Il P.M ha acquisito dal Comune tutti gli atti abilitativi. Il cantiere attualmente è libero ma con lavori sospesi. E' stata presentata domanda di accertamento preventivo in sanatoria in base alla legge 1/2005 Reg. Tosc. art.140 per le opere eseguite nei tre mesi di non vigenza del titolo edilizio. Domanda: in attesa del rilascio della sanatoria possono essere eseguiti in cantiere interventi di "edilizia libera". Quanto possono durare le indagini preliminari del P.M in questi casi”
Consulenza legale i 30/10/2014
Una volta emesso l’ordine di sospensione lavori da parte dell’organo competente, qualunque intervento sul manufatto costituisce reato ai sensi dell’articolo 44 lettera b) Decreto del Presidente della Repubblica n. 380/2001, e rimane del tutto irrilevante il fatto che le opere poste in essere dopo l’ordine di sospensione non necessitino di permesso di costruire e consistano, ad esempio, in interventi di c.d. 'edilizia libera' quali intonacatura, installazione dell’impianto elettrico o montaggio degli impianti idraulici (in tal senso Cassazione Penale, 23 gennaio 1996, n. 719).

In proposito, occorre richiamare l'art. 27, comma 3, del d.P.R. 6.6.2001, n. 380 e s.m.i., il quale statuisce che la sospensione dei lavori ha effetto fino all'adozione ed alla notifica dei provvedimenti definitivi sanzionatori, che deve avvenire "entro quarantacinque giorni dall'ordine di sospensione dei lavori".

Ciò comporta che, una volta trascorsi quarantacinque giorni dall'adozione del provvedimento di sospensione dei lavori, esso non produce più effetti.

Va ricordato che l'ordinanza di sospensione dei lavori (e di eventuale demolizione degli stessi) ha natura di provvedimento cautelare e provvisorio, inteso ad evitare che l'attività costruttiva abusivamente condotta possa essere portata ad ulteriori conseguenze e ha efficacia temporalmente limitata, spirando al decorso del quarantacinquesimo giorno dalla sua adozione: e ciò sia che venga soppiantata dal provvedimento definitivo di demolizione, sia che quest'ultimo non venga adottato. In ambedue i casi, infatti, l'ordinanza di sospensione dei lavori consuma la sua efficacia e l'eventuale sua impugnazione, quand’anche proposta prima del decorso dei quarantacinque giorni dalla sua notificazione, diviene improcedibile per sopravvenuta carenza di interesse a motivo della postuma perdita di effetti dell'ordinanza stessa (cfr. TAR Lazio, Sez. Prima Quater, sent. n. 4375 del 2 maggio 2013).

Si rileva, peraltro, che il termine di 45 giorni per l’adozione dei provvedimenti definitivi sarebbe, secondo un altro orientamento della giurisprudenza, soltanto ordinatorio se si tratti di opere iniziate senza titolo (Cassazione Penale, sez. III, n. 6329/99), con la conseguenza che anche dopo la scadenza dei 45 giorni sarebbe comunque vietato proseguire i lavori; sarebbe invece perentorio, in caso di violazioni più lievi, con la conseguenza che dopo la scadenza i lavori in tal caso potrebbero invece proseguire legittimamente.

Si consiglia pertanto, nel dubbio, di richiedere sempre espresse istruzioni alla Procura della Repubblica di riferimento. Infatti se sullo stesso immobile insistano sia l'ordine di sospensione dei lavori (amministrativo) sia un sequestro penale, in caso di prosecuzione dei lavori si potrebbero avere, in concorso, ben due violazioni della lett. b) dell'art. 44 d.P.R. 6.6.2001 n. 380 e s.m.i. (costruzione abusiva e inottemperanza all'ordine di sospensione), oltre alla violazione dell'art. 349 del c.p. (Violazione di sigilli).

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