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Diritto penale - -

E' reato coltivare piante di marijuana

E' reato coltivare piante di marijuana
La coltivazione di piante di marijuana è punita penalmente, anche se non è stata effettivamente prodotta la sostanza stupefacente.
Cosa si rischia se si coltivano delle piante di marijuana? La condotta costituisce un reato penale?

Lo ha chiarito la Corte d’appello di Roma, pronunciando la sentenza n. 495 del 25 gennaio 2017.

Nel caso esaminato dalla Corte, un soggetto era stato accusato del reato di cui all’art. 73 del D.P.R. n. 309/90 (Testo Unico sulle sostanze stupefacenti), per aver coltivato, assieme ad altre due persone, un elevato numero di piante di marijuana.

Nello specifico, gli agenti di Polizia che si erano recati in un campo posseduto dell’imputato, avevano trovato, oltre alle piante, anche tutto il materiale necessario alla coltivazione, nonché ingenti dosi di droga.

Gli agenti di polizia avevano, in particolare, riscontrato la presenza di un sistema di irrigazione che era collegato alla casa di abitazione dell’imputato in questione.

Il Tribunale di Velletri, pronunciatosi in primo grado, aveva condannato l’imputato per il reato di cui all’art. 73 del D.P.R. 309/1990, condannandolo a due mesi di reclusione e al pagamento di Euro 4.000 di multa.

Secondo il Giudice, in particolare, la penale responsabilità dell’imputato poteva essere affermata sulla base di quanto osservato nel verbale di arresto, nel verbale di perquisizione domiciliare, dagli esiti degli esami tossicologici e dall’interrogatorio dell’imputato e dei due complici (che, tuttavia, erano stati assolti, in quanto l’imputato aveva affermato di essere l’unico responsabile della coltivazione).

Ritenendo la decisione ingiusta, l’imputato decideva di impugnare la sentenza di condanna, osservato che non era stata accertata la presenza del principio attivo nelle piante, con la conseguenza che non poteva considerarsi verificata nemmeno l’offensività della condotta.

Secondo l’imputato, inoltre, l’unica condotta che poteva essere, al massimo, contestata, era quella relativa alla “coltivazione”. Non poteva, invece, essere contestata la condotta di “produzione” di sostanze stupefacenti, che non si era realizzata.

La Corte d’appello, tuttavia, non riteneva di poter dar ragione all’imputato, rigettando l’appello proposto avverso la sentenza di condanna emessa dal Tribunale.

Osservava la Corte d’appello, infatti, che l’imputato non aveva contestato la ricostruzione dei fatti contenuta nella sentenza, così come non aveva contestato la sua esclusiva responsabilità per la coltivazione delle piante di marijuana.

L’imputato, infatti, si era limitato a evidenziare che gli accertamenti tossicologici non avevano consentito di accertare la presenza di principio attivo tossico estraibile dalle piante, anche a causa del loro cattivo stato di conservazione.

Secondo la Corte d’appello, tuttavia, il Tribunale aveva accertato che l’imputato aveva “allestito una vera e propria coltivazione di piante di marijuana, disponendo dello spazio, delle apparecchiature e del sistema d’irrigazione necessari per la coltura dei vegetali” e che “le piante erano vitali e munite di radici”.

Di conseguenza, doveva ritenersi pienamente sussistente la condotta che integra il reato di coltivazione di sostanze stupefacenti, che può dirsi commesso in caso di “coltivazione non autorizzata”, non essendo necessario che venga concretamente prodotta la sostanza stupefacente ricavabile dalle piante in questione.

Chiariva la Corte d’appello, in proposito, che la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 10169 del 2016, ha precisato che “ai fini della punibilità della coltivazione non autorizzata di piante delle quali sono estraibili sostanze stupefacenti, l’offensività della condotta non è esclusa dal mancato compimento del processo di maturazione dei vegetali, neppure quando risulti l’assenza di principio attivo ricavabile”.

In sostanza, dunque, secondo la Corte d’appello, al fine di ritenere commesso il reato in questione è sufficiente che la pianta coltivata sia effettivamente una pianta dalla quale è ricavabile la sostanza stupefacente e la sua attitudine a completare il processo di maturazione e a produrre la sostanza.

Osservava la Corte d’appello, inoltre, che il rilevante quantitativo di piante che erano state trovate, rendeva evidente che se queste non fossero state scoperte dagli agenti di polizia, le stesse avrebbero prodotto un’ingente quantitativo di sostanza stupefacente.

Ciò considerato, la Corte d’appello rigettava l’impugnazione proposta dall’imputato, confermando integralmente la sentenza di primo grado e condannando l’imputato al pagamento delle spese processuali.

Redazione Giuridica

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