Il testo, presentato dalla senatrice Daniela Sbrollini, punta a trasformare l'esercizio fisico in uno strumento terapeutico riconosciuto dal Servizio sanitario nazionale, al pari di una cura farmacologica. A beneficiarne sarebbero soprattutto le persone con diabete di tipo 2, obesità, patologie cardiovascolari, respiratorie o muscolo-scheletriche, ma anche chi si trova in una condizione di rischio elevato per lo sviluppo di una malattia cronica.
Il medico di
famiglia, il pediatra di libera scelta o lo specialista potrebbero indicare tipo, intensità, durata e frequenza dell'attività fisica, proprio come avviene per il dosaggio di un medicinale. È bene chiare che il Ddl non è ancora legge. Secondo la scheda ufficiale del Senato, al 3 giugno 2026 il provvedimento risultava ancora in fase di esame parlamentare, quindi al momento nessuna detrazione è realmente utilizzabile in dichiarazione dei redditi.
Perché serve una ricetta contro la sedentarietà
Il provvedimento nasce per contrastare uno dei fattori di rischio più diffusi e sottovalutati: l'inattività fisica. Trascorrere gran parte della giornata seduti - indipendentemente dal fatto che si frequenti o meno una palestra - peggiora la sensibilità all'insulina, favorisce l'ipertensione e accelera la perdita di massa muscolare.
I dati citati nel rapporto congiunto di Organizzazione mondiale della sanità e Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) sono significativi: portare la popolazione europea a 150 minuti settimanali di attività moderata potrebbe prevenire, entro il 2050, circa 11,5 milioni di nuovi casi di malattie non trasmissibili, tra cui quasi 4 milioni di patologie cardiovascolari e un milione di casi di diabete di tipo 2.
Come cambierebbe la prescrizione medica
Una prescrizione realmente terapeutica non si limiterebbe a suggerire di "fare più movimento", ma dovrebbe definire con precisione il tipo di esercizio (aerobico, di forza, di equilibrio o combinato), l'intensità dello sforzo, il numero delle sedute e la progressione nel tempo.
Per chi soffre di diabete si potrebbe puntare su camminata veloce, cyclette e lavoro di forza distribuiti nella settimana; per chi convive con l'obesità, invece, il percorso dovrebbe partire in modo graduale, tenendo conto del peso corporeo e di eventuali complicazioni come apnea notturna o problemi cardiaci. Nei pazienti più anziani, gli esercizi di forza ed equilibrio diventerebbero centrali per prevenire cadute e fragilità.
I benefici concreti su diabete e obesità
Nel diabete di tipo 2, l'attività muscolare migliora l'utilizzo del glucosio e la sensibilità all'insulina, con effetti che possono manifestarsi già dopo una singola sessione, sebbene la continuità resti indispensabile. L'esercizio aerobico sostiene il controllo glicemico e cardiovascolare, mentre quello contro resistenza preserva la massa muscolare.
Nell'obesità, invece, il beneficio non si misura solo sulla bilancia: anche una perdita di peso modesta, se accompagnata da attività regolare, può ridurre il grasso viscerale e migliorare pressione e capacità respiratoria. Va sottolineato che il movimento non sostituisce le terapie farmacologiche, ma può potenziarne l'efficacia.
La detrazione fiscale: cosa manca ancora
Il nodo più delicato riguarda proprio l'agevolazione economica. L'obiettivo dichiarato è evitare che l'esercizio terapeutico resti un privilegio per chi può permettersi palestra o programmi personalizzati. Restano però da definire percentuale detraibile, tetto di spesa, strutture autorizzate e documentazione necessaria. Attenzione a non confondere questa futura misura con l'attuale detrazione per le attività sportive dei ragazzi tra 5 e 18 anni, che segue regole del tutto diverse.
Cosa cambierebbe per i cittadini
Se il Ddl 287 dovesse ottenere l'approvazione definitiva, il medico di famiglia diventerebbe il primo punto di accesso a un percorso di esercizio strutturato, con obiettivi clinici verificabili nel tempo. Perché la riforma non resti solo sulla carta, però, servono strutture territoriali, personale qualificato e risorse in grado di sostenere anche i pazienti con redditi più bassi. La sfida, più che nel definire lo sport un "farmaco", sta nel riconoscere che la prevenzione può partire da una camminata quotidiana o da un esercizio di forza, purché appropriato, accessibile e continuativo.