Il bonus asilo nido è un contributo di sostegno al reddito introdotto dall’ articolo 1, comma 355, della legge 11 dicembre 2016, n. 232.
Spetta alle famiglie con figli:
Spetta alle famiglie con figli:
- di età inferiore a tre anni;
- che non possono frequentare l’asilo nido perché affetti da gravi patologie croniche certificate (contributo per supporto presso la propria abitazione);
- che frequentano un asilo nido pubblico o un asilo privato autorizzato (contributo asilo nido).
Per aprire un asilo nido privato è necessario ottenere una serie di autorizzazioni e permessi da parte delle autorità locali. Questi includono la licenza per l’esercizio dell’attività, il certificato di agibilità, e l’attestato di conformità impiantistica. Inoltre, è necessario rispettare le normative in materia di igiene, sicurezza e tutela dei minori.
Nel caso di specie la struttura privata “Nuovo Mondo” dedicata ai servizi per l’infanzia non era in regola con le autorizzazioni necessarie e per questo ne era stata disposta la chiusura a novembre con ordinanza del Comune di Torino. Già nel 2018 l’amministrazione piemontese aveva rilevato che il nido non era autorizzato, invitando la proprietaria a regolarizzare la posizione, ma senza ulteriori interventi per anni. Nell’autunno 2025, in seguito a controlli dell’Asl e della Polizia municipale, è arrivato il provvedimento di cessazione immediata dell’attività. Le famiglie, colte di sorpresa, si sono trovate da un giorno all’altro senza un servizio essenziale, con notevoli difficoltà nel trovare alternative a metà anno scolastico.
In un primo momento l’Inps aveva sospeso l’erogazione del bonus e successivamente richiesto la restituzione delle somme già versate, sostenendo che fossero state percepite indebitamente. Per alcune famiglie la cifra superava i 10mila euro. I genitori hanno però evidenziato la loro buona fede: l’asilo operava da oltre dieci anni in centro città e non esiste un registro pubblico facilmente consultabile per verificare le autorizzazioni delle strutture.
Peraltro, a rendere la vicenda ancora più amara è stato il tono di una risposta inviata a una madre tramite i canali ufficiali dell’Istituto previdenziale, in cui si citava il proverbio “fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio”, suggerendo che i genitori avrebbero dovuto informarsi meglio per non “restare gabbati”. Un passaggio verbale, questo, giudicato inappropriato dalla diretta interessata.
L’Istituto ha poi spiegato che i servizi per l’infanzia sono gestiti dai Comuni secondo normative regionali e che, nella domanda per il bonus, spetta ai richiedenti dichiarare che la struttura sia in regola. I controlli avvengono successivamente e, in caso di irregolarità, i pagamenti vengono sospesi.
Tuttavia, dopo aver valutato il caso, l’Inps ha deciso di non procedere al recupero delle somme, riconoscendo la buona fede delle famiglie coinvolte.
Ancora, l’INPS si è dissociato dalla modalità espressiva utilizzata e ha presentato le proprie scuse, sottolineando che non rispecchia gli standard comunicativi dell’Istituto.