L'obbligo di documento e codice fiscale non è una questione tributaria
Molti risparmiatori si preoccupano quando, al momento della cessione, il negoziante chiede la carta d'identità e il codice fiscale, registrando il tutto in un apposito registro. È bene chiarire che questo passaggio non ha nulla a che vedere con le imposte e non comporta alcuna segnalazione automatica all'Agenzia delle Entrate ai fini del calcolo di eventuali tasse. Si tratta di un adempimento previsto dalle norme antiriciclaggio e di sicurezza pubblica, pensato per tracciare la provenienza degli oggetti preziosi e prevenire la ricettazione di beni rubati. Questa procedura, quindi, non intacca in alcun modo l'esenzione fiscale di cui gode chi vende gioielli personali.
Cosa succede con l’oro da investimento
Il discorso è completamente diverso quando a essere ceduti non sono gioielli, ma oro da investimento: lingotti con purezza pari o superiore a 995 millesimi, oppure monete d'oro - come le Sterline britanniche, i Krugerrand sudafricani o i Dollari americani - che abbiano purezza minima 900 millesimi, siano state coniate dopo il 1800, abbiano (o abbiano avuto) corso legale nel Paese d'origine e vengano scambiate a un prezzo che non supera dell'80% il valore del metallo contenuto. Questa categoria è disciplinata dalla Legge n. 7 del 17 gennaio 2000.
A differenza dei gioielli, lingotti e monete vengono acquistati proprio con l'obiettivo di proteggere il capitale o realizzare un guadagno seguendo l'andamento delle quotazioni: per questo, quando si realizza un profitto dalla loro rivendita, quella plusvalenza va dichiarata e tassata.
Vendita oro usato con o senza fattura?
È proprio su questo fronte che la normativa è diventata molto più severa. La Legge di Bilancio 2024 ha cambiato drasticamente le regole del gioco. Se il contribuente conserva la fattura originale d'acquisto, il calcolo avviene sulla plusvalenza realmente maturata, su cui si applica un'imposta sostitutiva del 26%. Se invece manca la documentazione, la situazione peggiora sensibilmente: prima della riforma si pagava un'imposta ridotta, calcolata su una plusvalenza forfettaria pari solo al 25% dell'incasso (equivalente a circa il 6,5% sul totale); oggi, senza fattura, l'intero importo ricavato dalla vendita viene considerato plusvalenza e tassato al 26%. Un salto netto che rende fondamentale conservare sempre gli scontrini e le fatture d'acquisto di lingotti e monete.
Dove si dichiara
Fino a poco tempo fa, questi guadagni dovevano essere gestiti esclusivamente tramite il Modello Redditi Persone Fisiche, nel Quadro RT (Sezione II), obbligando anche dipendenti e pensionati a una dichiarazione separata. Le recenti modifiche alla modulistica hanno introdotto una novità importante: oggi le plusvalenze sull'oro da investimento possono confluire anche nel Quadro W del Modello 730, permettendo di regolare l'imposta direttamente tramite il proprio sostituto d'imposta, sia esso il datore di lavoro o l'ente pensionistico. Resta comunque sempre valida, in alternativa, la strada del Modello Redditi con il Quadro RT.