L’interposizione fittizia è una situazione in cui il soggetto che appare come titolare di un reddito, di un bene o di un’attività non è quello reale.
In pratica, s’interpone, si mette cioè “in mezzo” una persona o una società solo sulla carta, per nascondere chi è il vero beneficiario e ottenere un vantaggio fiscale indebito.
Esempi tipici:
In pratica, s’interpone, si mette cioè “in mezzo” una persona o una società solo sulla carta, per nascondere chi è il vero beneficiario e ottenere un vantaggio fiscale indebito.
Esempi tipici:
- società schermo: una società incassa i redditi, ma i profitti finiscono stabilmente a un’altra persona;
- bene intestato a terzi: un immobile o un’auto di lusso intestati a chi non ha redditi, ma usati da un altro;
- finta ditta individuale: un professionista opera di fatto da solo, ma “si nasconde” dietro una società: è il caso della ditta individuale che fruisce indebitamente del regime forfettario;
- società estera fittizia: società registrata all’estero, ma gestita realmente dall’Italia (esterovestizione).
Il principio chiave è che conta la sostanza, non la forma (art. 37, comma 3, d.P.R. 600/1973): il Fisco può “andare oltre” l’intestazione formale se dimostra che è solo apparente.
Quindi, se viene contestata un’interposizione fittizia, la difesa ruota tutta su un punto chiave: dimostrare che la realtà economica coincide con quella formale, oppure che non c’era alcun intento elusivo. Di seguito si forniscono le linee difensive più efficaci, spiegate in modo pratico.
1) Dimostrare la sostanza economica del soggetto interposto
L’Amministrazione guarda alla sostanza, non solo alla forma. È necessario, dunque, provare che il soggetto “interposto”:
- svolge attività reale ed effettiva;
- prende decisioni autonome;
- sostiene rischi economici propri;
- dispone di mezzi, struttura, personale o organizzazione.
Esempio: una società non è fittizia se ha uffici, dipendenti, clienti, conti correnti operativi e una gestione concreta.
2) Provare la titolarità effettiva dei redditi
Serve dimostrare che:
2) Provare la titolarità effettiva dei redditi
Serve dimostrare che:
- i redditi restano al soggetto intestatario;
- non vengono riversati (direttamente o indirettamente) ad altri;
- non esistono patti occulti, finanziamenti anomali o compensazioni sospette.
Fondamentali: estratti conto, contratti, flussi finanziari coerenti.
3) Assenza di controllo dominante da parte del presunto beneficiario reale
L’interposizione cade se dimostri che il soggetto accusato di essere il “vero titolare”:
3) Assenza di controllo dominante da parte del presunto beneficiario reale
L’interposizione cade se dimostri che il soggetto accusato di essere il “vero titolare”:
- non impartisce direttive;
- non gestisce l’attività;
- non usa i beni come se fossero propri;
- non trae vantaggi economici diretti.
4) Motivazioni extrafiscali valide
Anche se c’è un risparmio d’imposta, non è automaticamente illecito. Puoi difenderti mostrando che la struttura è stata scelta per:
- ragioni organizzative;
- esigenze familiari o patrimoniali;
- tutela del rischio;
- accesso al credito;
- separazione di attività.
Se esiste una ragione economica concreta, non c’è abuso del diritto.
Occorre, infine, ricordare che incombe sull’Agenzia delle Entrate l’onere di provare l’interposizione, non il contrario. Il contribuente potrà quindi:
Occorre, infine, ricordare che incombe sull’Agenzia delle Entrate l’onere di provare l’interposizione, non il contrario. Il contribuente potrà quindi:
- evidenziare presunzioni deboli o solo indiziarie;
- contestare accertamenti basati su “apparenze”;
- smontare ricostruzioni prive di riscontri documentali.
Spesso, inoltre, l’accertamento è attaccabile per:
- mancato contraddittorio preventivo (specie nei casi di abuso del diritto);
- motivazione insufficiente;
- errata qualificazione giuridica dei fatti;
- confusione tra interposizione fittizia e lecita pianificazione fiscale.
Se emergono profili penali è, invece, fondamentale dimostrare l'assenza di dolo.