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Articolo 362 Codice di procedura penale

(D.P.R. 22 settembre 1988, n. 477)

Assunzione di informazioni

Dispositivo dell'art. 362 Codice di procedura penale

1. Il pubblico ministero assume informazioni dalle persone che possono riferire circostanze utili ai fini delle indagini. Alle persone già sentite dal difensore o dal suo sostituto non possono essere chieste informazioni sulle domande formulate e sulle risposte date. Si applicano le disposizioni degli articoli 197, 197bis, 198, 199, 200, 201, 202 e 203 (1).

1-bis. Nei procedimenti per i delitti di cui all'articolo 351, comma 1-ter, il pubblico ministero, quando deve assumere informazioni da persone minori, si avvale dell'ausilio di un esperto di psicologia o psichiatria infantile (2). Allo stesso modo provvede quando deve assumere sommarie informazioni da una persona offesa, anche maggiorenne, in condizione di particolare vulnerabilità. In ogni caso assicura che la persona offesa particolarmente vulnerabile, in occasione della richiesta di sommarie informazioni, non abbia contatti con la persona sottoposta ad indagini e non sia chiamata più volte a rendere sommarie informazioni, salva l'assoluta necessità per le indagini(3).

Note

(1) Tale comma è stato modificato dall'art. 9, della l. 7 dicembre 2000, n. 397 e da ultimo dall’art. 13, comma 2, della l. 1 marzo 2001, n. 63.
(2) L'ultimo comma è stato inserito dall'art. 5, comma 1, lett. d), della l. 1 ottobre 2012, n. 172 e si riferisce ai delitti previsti dagli articoli 572, 600, 600 bis, 600 ter, 600 quater, 600 quater 1, 600 quinquies, 601, 602, 609 bis, 609 quater, 609 quinquies, 609 octies, 609 undecies e 612 bis del codice penale.
(3) Comma così modificato dall’art. 1, comma 1, lett. g), D.Lgs. 15 dicembre 2015, n. 212.

Ratio Legis

Tale disposizione trova il proprio fondamento nella considerazione che il P.M. riveste il ruolo di titolare delle indagini preliminari.

Spiegazione dell'art. 362 Codice di procedura penale

Ai sensi del presente articolo il pubblico ministero può assumere informazioni dai potenziali testimoni, ai quali, ove già sentiti dal difensore o dal suo sostituto non possono essere richieste informazioni sulle domanda formulate o sulle risposte date.

Parallelamente alle dichiarazioni rese alla polizia giudiziaria (v. art. 350), anche alle informazioni rese al p.m. si applicano le norme in materia di incompatibilità a testimoniare, testimonianza assistita, obblighi del testimone, facoltà di astensione dei prossimi congiunti e segreti (artt. rispettivamente da 197 sino a 203).

Tuttavia, a differenza della ipotesi di false informazioni alla polizia giudiziaria, per cui non è previsto un autonomo titolo di reato, ma solamente la configurabilità del favoreggiamento personale o reale, il rifiuto di rispondere o il mendacio o la reticenza nei confronti del p.m. sono perseguibili penalmente ai sensi dell'art. 371 bis c.p..

Da ultimo, il comma 1 bis, al fine di tutelare soggetti particolarmente deboli ed al fine di escludergli inutili patimenti, prevede che per i reati elencati il pubblico ministero si avvalga dell'ausilio di un esperto in psicologia o psichiatria infantile o comunque di un esperto qualificato, e che sia fatto il possibile per evitargli di rendere più volte sommarie informazioni.

Per quanto concerne il valore probatorio delle informazioni e delle dichiarazioni, esse possono essere usate per le contestazioni ex art. 500 ed è inoltre consentito darne lettura nel caso di irrepetibilità sopravvenuta non prevedibile (v. art. 512).
Al potenziale testimone il legislatore offre inoltre il corredo garantistico di cui all'art. 63 in relazione alle dichiarazioni autoindizianti.

Massime relative all'art. 362 Codice di procedura penale

Cass. pen. n. 1332/1994

Il divieto di assumere come persona informata sui fatti l'indagato per lo stesso reato o per reato connesso, senza le formalità di cui all'art. 210, commi 2, 3 e 4, c.p.p. presuppone che chi deve rendere la deposizione abbia acquisito la qualità penale e sostanziale d'indagato, non essendo sufficiente l'eventualità astratta ed ipotetica che detto soggetto possa ritenersi coindagato dello stesso reato se egli non abbia mai assunto tale qualità in forza dell'iscrizione prevista dall'art. 335 c.p.p., con la conseguenza che solo quando il soggetto abbia acquisito la veste di indagato per reato connesso o interprobatoriamente collegato o per altro reato relativamente al quale siano in corso indagini, il P.M. non può assumere da lui, a sua discrezione, informazioni a norma dell'art. 362 c.p.p. ostandovi il disposto dell'art. 197, lett. a) e b), dello stesso codice. Peraltro, anche prima dell'assunzione formale della qualità d'indagato, la detta persona non può essere obbligata a deporre su fatti dai quali potrebbe emergere una sua responsabilità penale. Una regola che, per quanto sancita espressamente per il testimone dall'art. 198, comma 2, opera anche nei confronti dell'indagato in applicazione del principio nemo contra se detegere ricavabile pure dall'esimente di cui all'art. 384 c.p. e dal divieto di utilizzazione di dichiarazioni indizianti sancito dall'art. 63 c.p.p. Tutto ciò purché i fatti sui quali verte la deposizione possano oggettivamente, e non per il convincimento dell'interessato, condurre ad una sua incriminazione.

Cass. pen. n. 1679/1993

Una volta che taluno abbia assunto veste di indagato per reato connesso o interprobatoriamente collegato ad altro per il quale siano in corso indagini preliminari, il pubblico ministero non può più, a sua discrezione, assumere ugualmente informazioni dal medesimo soggetto, ai sensi dell'art. 362 c.p.p., ostandovi il disposto di cui all'art. 197, lettera a) o lettera b) dello stesso codice, espressamente richiamato dal citato art. 362. È, pertanto, da considerare illegittimo l'arresto al quale, in detta ipotesi, venga sottoposto il soggetto in questione, nella ritenuta flagranza del reato di cui all'art. 371 bis c.p.

Cass. pen. n. 1868/1993

Durante le indagini preliminari nessuno assume la qualità di testimone: al pubblico ministero sono fornite solo informazioni o dichiarazioni (artt. 362 e 500 c.p.p.; art. 371 bis c.p.). Pertanto, non si applicano le regole stabilite dall'art. 499 c.p.p. (regole per l'esame testimoniale).

Cass. pen. n. 215/1993

La persona che rende dichiarazioni al giudice o al pubblico ministero ha l'obbligo di rispondere secondo verità alle domande che gli sono rivolte, ai sensi degli artt. 198, primo comma e 362 c.p.p. e di quest'obbligo dev'essere avvertita sia inizialmente, sia quando sia sospettata di falsità o reticenza, senza che in seguito a questo sospetto e al conseguente avvertimento mutino le forme dell'assunzione e diventi necessario procedere considerando la persona come sottoposta alle indagini. A tale conclusione induce il dettato dell'art. 207 c.p.p., che al primo comma prevede un nuovo avvertimento sulle «responsabilità previste dalla legge penale per i testimoni falsi o reticenti» (art. 497, secondo comma c.p.p.) ed al secondo comma la possibilità, per il giudice, al termine dell'assunzione, di informare il pubblico ministero, ove ravvisi indizi del reato ex art. 372 c.p. (Fattispecie in tema di misura cautelare personale: la Suprema Corte ha ritenuto che legittimamente il giudice del riesame avesse considerato tra gli indizi a carico le dichiarazioni di persona esaminata ai sensi dell'art. 362 c.p.p., il cui esame era proseguito dopo l'ammonimento a riferire il vero).

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