Brocardi.it - L'avvocato in un click! CHI SIAMO   CONSULENZA LEGALE

Articolo 2320 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Soci accomandanti

Dispositivo dell'art. 2320 Codice civile

I soci accomandanti non possono compiere atti di amministrazione (1), né trattare o concludere affari in nome della società, se non in forza di procura speciale per singoli affari [2318]. Il socio accomandante che contravviene a tale divieto (2) assume responsabilità illimitata e solidale [1292] verso i terzi per tutte le obbligazioni sociali [38, 41, 2291] e può essere escluso a norma dell'articolo 2286 [2313, 2314, 2317, 2318].

I soci accomandanti possono tuttavia prestare la loro opera sotto la direzione degli amministratori (3) e, se l'atto costitutivo lo consente, dare autorizzazioni e pareri per determinate operazioni e compiere atti di ispezione e di sorveglianza.

In ogni caso essi hanno diritto di avere comunicazione annuale del bilancio e del conto dei profitti e delle perdite, e di controllarne l'esattezza, consultando i libri [2261, 2489] e gli altri documenti della società [2623, n. 3] (4).

Note

(1) Gli accomandanti non possono agire in qualità di procuratori generali (v. 2209) o di institori (v. 2203-2208) della società, ma solo per singoli affari, in forza di procura speciale, al fine di garantire l'effettivo controllo degli accomandatari su ciascun affare intrapreso dall'accomandante.
(2) La decadenza dal beneficio della responsabilità limitata è correlata al compimento di una attività gestoria che si concreti nella direzione degli affari sociali. In questo caso il socio accomandante, ai sensi dell'art. 147 l.f., sarà inoltre assoggettato a fallimento in caso di fallimento della società.
(3) La qualità di accomandante è compatibile con quella di lavoratore subordinato (v. 2094) della società, pertanto, gli accomandanti possono svolgere mansioni impiegatizie direttive, purché non implichino ingerenza nella direzione dell'impresa sociale.
(4) Si tratta di un controllo di legittimità che implica la possibilità di impugnazione per falsità o per violazione di norme di legge o dell'atto costitutivo, ma non può estendersi ad un sindacato di merito della gestione.

Ratio Legis

Il legislatore si preoccupa di impedire una possibile utilizzazione anomala del contratto in accomandita, attraverso la quale il socio assumerebbe, all'interno della società, una posizione corrispondente a quella di un socio in nome collettivo e, tuttavia, godrebbe del beneficio della responsabilità limitata.
La norma regola il cd. divieto di ingerenza nella gestione della società imposto agli accomandanti e comprende tutti gli atti di amministrazione.
La perdita del beneficio della responsabilità limitata si verifica anche nel caso in cui l'accomandante violi il divieto di includere il proprio nome nella ragione sociale (v. 2314).

Spiegazione dell'art. 2320 Codice civile

L'articolo in esame disciplina il c.d. divieto di immistione da parte dei soci accomandanti, nel senso che essi non possono compiere atti di amministrazione della società.
Alla mancanza di poteri gestori è connessa la mancanza di responsabilità personale ed illimitata per le obbligazioni assunte dalla società.
Essi non rispondono nemmeno per le obbligazioni sociali assunte tramite il loro operato in caso di rilascio di procura speciale di singoli affari, in quanto agiscono nella veste di semplici mandatari. Per contro, risponderanno per le obbligazioni nell'eventualità in cui eccedano i propri poteri speciali nel caso concreto ex art. 2317.
Ai soci accomandanti spetta comunque il diritto, se l'atto costitutivo lo prevede, di rendere pareri ed autorizzazioni, comunque non vincolanti per la società, fatta salva la responsabilità degli amministratori nei confronti degli accomandanti per l'attività compiuta senza tenere conto delle autorizzazioni e dei pareri stessi.
Il divieto di immistione è compensato dal potere di controllo dei soci accomandanti sulle attività sociali, come del resto previsto nelle società semplici (art. 2261).

Massime relative all'art. 2320 Codice civile

Cass. civ. n. 4498/2018

Per aversi ingerenza dell'accomandante nell'amministrazione della società in accomandita semplice - vietata dall'art. 2320 c.c. e idonea a giustificare l'esclusione del socio ex art. 2286 c.c. - è necessario che l'accomandante contravvenga al divieto di trattare o concludere affari in nome della società o di compiere atti di gestione aventi influenza rilevante sull'amministrazione della stessa. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito, la quale aveva ritenuto che la mera "presa di contatto" del socio con un'altra società, tesa a sondarne le intenzioni "transattive", non comportasse violazione del divieto di ingerenza).

Cass. civ. n. 5069/2017

Il socio accomandante cui sia stata conferita una procura institoria e che abbia compiuto atti di gestione nell’esercizio della stessa assume responsabilità illimitata, ai sensi dell'art. 2320 c.c., per tutte le obbligazioni sociali, e, pertanto, in caso di fallimento della società, fallisce anch'egli in estensione ai sensi dell'art. 147 l.fall.

Il fallimento in estensione del socio accomandante di una società in accomandita semplice che, in quanto ingeritosi nella gestione, abbia assunto responsabilità illimitata per le obbligazioni sociali, è soggetto al termine di decadenza di un anno dall’iscrizione nel registro delle imprese di una vicenda, personale o societaria, che abbia determinato il venir meno della suddetta responsabilità. A tal fine non rileva la data della sentenza dichiarativa di fallimento della società perché non comporta il venir meno della responsabilità per estinzione della società o per scioglimento del singolo rapporto sociale.

Cass. civ. n. 17691/2016

Nelle società in accomandita semplice, il socio accomandante può far valere il suo interesse al potenziamento ed alla conservazione del patrimonio sociale esclusivamente con strumenti interni, quali l'azione di responsabilità contro il socio accomandatario, la richiesta di estromissione di quest'ultimo per gravi inadempienze, l'impugnativa del rendiconto, o la revoca per giusta causa dell'amministratore, mentre non è legittimato ad agire nei confronti dei terzi per far annullare o dichiarare nulli i negozi intercorsi fra questi ultimi e la società, non sussistendo un interesse proprio del socio accomandante, autonomo e distinto rispetto a quello della società.

Cass. civ. n. 11250/2016

Il socio accomandante assume la responsabilità illimitata per le obbligazioni sociali, a norma dell'art. 2320 c.c., solo ove contravvenga al divieto di trattare o concludere affari in nome della società, o di compiere atti di gestione aventi influenza decisiva o almeno rilevante sull'amministrazione della stessa. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza di merito che aveva ritenuto finalizzata alla cogestione dell'amministrazione sociale la mera presenza nella rivendita commerciale della socia accomandante, senza procedere all'ulteriore disamina della natura dell'attività esercitata).

Cass. civ. n. 23211/2012

La situazione di socio occulto di una società in accomandita semplice - la quale è caratterizzata dall'esistenza di due categorie di soci, che si diversificano a seconda del livello di responsabilità - non è idonea, anche qualora una tale società sia irregolare, a far presumere la qualità di accomandatario, essendo all'uopo necessario accertare, di volta in volta, la posizione in concreto assunta dal socio, il quale, pertanto, assume responsabilità illimitata per le obbligazioni sociali, ai sensi dell'art. 2320 c.c., solo ove contravvenga al divieto di compiere atti di amministrazione o di trattare o concludere affari in nome della società, dovendosi così escludere una responsabilità illimitata per un socio accomandante occulto di una siffatta società.

Cass. civ. n. 22246/2012

La responsabilità illimitata del socio accomandante ingeritosi nell'amministrazione della società, sancita dall'art. 2320 c.c. che, a tal fine, lo equipara all'accomandatario, non è collegata a vicende personali o societarie suscettibili di pubblicizzazione nelle forme prescritte dalla legge, ma deriva dal dato meramente fattuale di tale ingerenza e non è destinata a venir meno per effetto della sola cessazione di quest'ultima, prescindendo la suddetta equiparazione da qualsiasi distinzione tra debiti sorti in epoca anteriore o successiva alla descritta ingerenza, ovvero dipendenti o meno da essa. Pertanto, l'estensione, in siffatte ipotesi ed alla stregua dell'art. 147 legge fallim., del fallimento della società in accomandita semplice al socio accomandante non è soggetta ad altro termine di decadenza che non sia l'anno dalla iscrizione nel registro delle imprese di una vicenda, personale (ad esempio il recesso) o societaria (ad esempio la trasformazione della società), che abbia comportato il venir meno della sua responsabilità illimitata, escludendosi, invece, la possibilità di ancorare la decorrenza di detto termine alla mera cessazione dell'ingerenza nell'amministrazione.

Cass. civ. n. 13468/2010

La prestazione di garanzia in favore di una società in accomandita semplice ed il prelievo di fondi dalle casse sociali per le esigenze personali (quand'anche indebito o addirittura illecito) non integrano l'ingerenza del socio accomandante nell'amministrazione della società in accomandita semplice - con l'assunzione della responsabilità illimitata, a norma dell'art. 2320 c.c., e la conseguente estensione al socio del fallimento della società, ai sensi dell'art. 147 della legge fall. - in quanto la prima attiene al momento esecutivo delle obbligazioni ed il secondo non costituisce un atto di gestione della società.

Cass. civ. n. 11973/2010

Nelle società in accomandita semplice il potere di rappresentanza spetta al socio accomandatario, mentre l'accomandante non può trattare o concludere affari in nome della società, se non in forza di procura speciale relativa, volta a volta, alla singola operazione, venendo ad assumere, in caso di violazione del divieto - configurabile anche laddove egli agisca in base a procura generale o a procura asseritamente speciale, ma talmente ampia da consentire di fatto la sua sostituzione all'amministratore nella sfera delle delibere di competenza di questi - responsabilità illimitata e solidale verso i terzi per tutte le obbligazioni sociali: pertanto, incombe su chi sostiene di avere agito in nome e per conto della società non solo effettuare la "contemplatio domini", ma, altresì, dimostrare di averla compiuta comunicando alla controparte la sua qualità. (Fattispecie relativa a contratto di locazione asseritamente concluso da una s.a.s., in cui la S.C. ha confermato la sentenza di merito, che aveva ritenuto inconferente, al fine della prova dell'imputazione del contratto, la circostanza che la società utilizzasse i locali oggetto del medesimo).

Cass. civ. n. 21891/2004

Nella società in accomandita semplice, l'art. 2320 c.c., il quale sanziona il comportamento del socio accomandante, che compia affari in nome delle società senza specifica procura, con la perdita del beneficio della responsabilità limitata verso i terzi, non introduce deroghe alla disciplina generale della rappresentanza senza potere, e, pertanto, se la società eccepisce l'inefficacia nei suoi confronti del negozio stipulato da quel falso procuratore, nessuna obbligazione sorge a suo carico, se il terzo non prova che la società medesima lo ha ratificato.

Cass. civ. n. 7554/2000

È nulla la clausola dell'atto costitutivo di una società in accomandita semplice, la quale preveda la necessità del consenso scritto di tutti i soci per una determinata serie di atti, in violazione dell'articolo 2320 c.c., che istituisce una necessaria correlazione tra potere economico e rischio economico nell'interesse non solo dei soci e dei creditori ma, in generale, di un responsabile esercizio dell'attività d'impresa. (Il testo della clausola era il seguente: «L'uso della firma sociale e la legale rappresentanza della società di fronte ai terzi e in giudizio spettano al socio accomandatario... Egli può compiere tutti gli atti che rientrano nell'oggetto sociale... ad eccezione dei seguenti atti: a) nomina e revoca di procuratori della società per i quali occorre il consenso scritto di tutti i soci; b) acquisto, permuta di beni immobili, stipulazione di contratti di locazione di immobili per durata ultranovennale, costituzione di diritti reali su beni immobili, determinazione dei prezzi di vendita dei beni immobili, stipulazione di contratti di appalto, rilascio di avalli e fideiussioni in nome della società a favore di terzi, per tutti i quali occorre la firma congiunta del socio accomandatario e di un procuratore della società ovvero — in mancanza del medesimo — il preventivo consenso scritto di tutti i soci»).

Nella società in accomandita semplice, il socio accomandante che compie atti della gestione sociale incorre a norma dell'articolo 2320 c.c. nella decadenza dalla limitazione di responsabilità, e ciò anche qualora si tratti di atti di gestione interna senza concorrere alla estrinsecazione esterna della volontà dell'ente societario e senza entrare in rapporto con i terzi nella conclusione dell'affare; pertanto, ai sensi dell'articolo 1471. fall., il fallimento della società in accomandita semplice va esteso anche all'accomandante che si sia ingerito nell'amministrazione della società. (Nella specie, in applicazione di tale principio la Suprema Corte ha confermato la decisione di merito che aveva respinto l'opposizione alla dichiarazione di fallimento di soci accomandanti, i quali, in forza di clausola dell'atto costitutivo dichiarata nulla ex officio, avevano previamente autorizzato il compimento di un atto di amministrazione).

Cass. civ. n. 10447/1998

Nella società in accomandita semplice, il compimento di atti della gestione sociale da parte del socio accomandante, se pure determina, a norma dell'art. 2320 c.c., la perdita della limitazione di responsabilità di detto socio, non comporta però la responsabilità della società per gli atti e i contratti posti in essere dal suddetto socio per conto (e in nome) di essa, salva l'ipotesi di successiva ratifica.

Cass. civ. n. 2854/1998

In tema di società in accomandita semplice, deve escludersi che il «singolo affare» (che, a norma dell'art. 2320, il socio accomandante può compiere in forza di procura speciale) possa consistere in una categoria di operazioni, cosi come i poteri autorizzati non devono, comunque, essere idonei, per la loro portata od estensione, a condizionare le scelte dell'accomandatario. (La S.C. ha cosa confermato la sentenza del merito che aveva qualificato come generale, sebbene formalmente definita come speciale, la procura concessa dall'accomandatario all'accomandante, in virtù della quale quest'ultimo era stato delegato per tutta la gestione bancaria della società).

Cass. civ. n. 9659/1997

Per «determinate operazioni», a norma dell'art. 2320, secondo comma, s'intendono o singole operazioni o categorie della medesima operazione, e sempre che le operazioni indicate consentano di essere individuate con precisione nella loro effettiva portata. Deve pertanto ritenersi legittima la previsione statutaria della previa autorizzazione da parte dell'accomandante per la contrazione di mutui eccedenti una somma predeterminata e non invece la medesima previsione contemplante genericamente gli atti eccedenti l'ordinaria amministrazione o le obbligazioni eccedenti una determinata somma.

Cass. civ. n. 4019/1994

Con riguardo a società in accomandita semplice, l'art. 2320 c.c., facendo divieto al socio accomandante non soltanto del compimento di atti di amministrazione o di conclusione di affari in nome della società stessa, ma anche di semplici trattative, si impronta alla ratio di precludere al detto socio qualsiasi ingerenza nell'attività sociale, con la conseguenza che la violazione di tale divieto, non è riducibile all'ipotesi della attività del falsus procurator, con la mera conseguenza dell'irrilevanza di questa rispetto alla società, ma rileva come comportamento potenzialmente idoneo a determinare un mutamento del tipo sociale e, quindi, dannoso rispetto alla gestione sociale ed alla posizione di preminenza del socio accomandatario.

Cass. civ. n. 9454/1992

Con riguardo alla società in accomandita semplice la mancanza dell'autorizzazione del socio accomandante prevista nell'atto costitutivo per il compimento di determinati atti da parte del socio accomandatario amministratore e, più in generale, l'inosservanza, da parte di questo, di quanto stabilito dal socio accomandante in virtù dei poteri a lui attribuiti dall'atto costitutivo, ai sensi dell'art. 2320 c.c., pub essere solo fonte di responsabilità del socio accomandatario amministratore nei confronti del o dei soci accomandanti ma non incide, trattandosi di limitazioni attinenti ai rapporti interni, sulla validità del contratto stipulato con i terzi dal socio accomandatario, al quale spetta pur sempre il potere rappresentativo della società, neppure se nel contratto sia richiamata espressamente la disposizione dell'atto costitutivo che prescrive detta autorizzazione, incidendo tale clausola solo sulla efficacia del contratto validamente concluso dal socio accomandatario.

Cass. civ. n. 508/1991

La situazione di socio occulto di una società in accomandita semplice, la quale è caratterizzata dall'esistenza di due categorie di soci, che si diversificano a seconda del livello di responsabilità (illimitata per gli accomandatari e limitata alla quota conferita per gli accomandanti, ai sensi dell'art. 2312 c.c.), non è idonea a far presumere la qualità di accomandatario, essendo necessario accertare di volta in volta la posizione in concreto assunta dal detto socio, con la conseguenza che il socio occulto di una società in accomandita semplice assume responsabilità illimitata per le obbligazioni sociali, ai sensi dell'art. 2320 c.c., solo ove compia atti di amministrazione di natura gestoria, sia pure all'interno della società.

Hai un dubbio o un problema su questo argomento?

Scrivi alla nostra redazione giuridica

e ricevi la tua risposta entro 5 giorni a soli € 29,90

N.B.: una volta effettuato il pagamento sarà possibile inviare documenti o altro materiale relativo al quesito posto; indicazioni sulle modalità dell'invio verranno fornite via email.

SEI UN AVVOCATO?
AFFIDA A NOI LE TUE RICERCHE!

Sei un professionista e necessiti di una ricerca giuridica su questo articolo? Un cliente ti ha chiesto un parere su questo argomento o devi redigere un atto riguardante la materia?
Inviaci la tua richiesta e ottieni in tempi brevissimi quanto ti serve per lo svolgimento della tua attività professionale!

Consulenze legali
relative all'articolo 2320 Codice civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Piero V. chiede
lunedì 14/01/2019 - Liguria
“Si consideri una Società in accomandata semplice composta: da 1 socio accomandante con un 60% di partecipazione e 4 soci accomandatari con 10% di partecipazione cadauno.
Capitale sociale interamente versato 30.000 euro.
Il socio accomandante contrae un mutuo di 70.000 euro per acquistare i prodotti che saranno poi messi in vendita nel negozio. Il mutuo viene assistito da un’ipoteca su un immobile di proprietà del socio accomandante.
In caso di fallimento, se non sbaglio, i creditori si rifanno in modo prioritario sul capitale conferito dai 5 soci (accomandante e accomandatari) e poi sui patrimoni dei soci accomandatari in quanto illimitatamente responsabili in solido.
Vorrei sapere se è possibile, l'inserimento nell'atto costitutivo della società di una clausola secondo la quale i creditori in caso di fallimento possano rifarsi prima sul capitale conferito e poi sul immobile, oggetto di ipoteca, di proprietà del socio accomandante e solo in seguito sui patrimoni degli accomandatari?

Consulenza legale i 23/01/2019
Il quesito accenna all’ipotesi del fallimento ma al contempo parla dei diritti dei creditori sociali e di come essi possano recuperare il proprio credito.
E’ necessario, dunque, chiarire e distinguere tra l’ipotesi dell’esecuzione forzata e quella del fallimento.

Con l’espressione “esecuzione forzata” si intende un procedimento attraverso il quale un creditore – munito di un titolo esecutivo (che può essere una sentenza, un titolo di credito come un assegno, o altri tassativamente stabiliti dalla legge) – può rivolgersi all’ufficiale giudiziario e fai sottoporre a vincolo i beni del suo debitore (che da quel momento non può più disporne) a garanzia del suo credito per poi venderli forzosamente (all'asta) e soddisfarsi sul ricavato.
Ci sono diverse “forme” di esecuzione forzata: pignoramento mobiliare, pignoramento immobiliare, pignoramento presso terzi, ecc.

Tornando al quesito, vediamo cosa succede quando i creditori sociali devono agire in esecuzione forzata, ovvero devono recuperare i propri crediti, partendo dal presupposto, ovviamente, che essi abbiamo già ottenuto un titolo che li legittima a farlo.

La s.a.s. è un soggetto molto particolare all’interno della categoria delle società di persone.
Fanno parte della compagine societaria due categorie di soci: gli accomandanti e gli accomandatari.
I primi – che non hanno l’amministrazione della società – sono responsabili “limitatamente alla quota di capitale conferito”, ovvero, secondo la giurisprudenza, non è consentito ai creditori sociali agire direttamente nei loro confronti ma solo nei confronti della società.
Diverso è per i soci accomandatari, i quali rispondono, come i soci delle s.n.c., direttamente e con il proprio patrimonio per le obbligazioni sociali, però in via sussidiaria: ciò significa che essi vantano il cosiddetto “beneficium excussionis”, ovvero la possibilità di chiedere che i creditori sociali aggrediscano prima il patrimonio comune e solo in un secondo momento il loro patrimonio personale.

Dal quesito parrebbe di capire che il mutuo garantito da ipoteca sia stato acceso dall’accomandante a favore della società: la prima questione che andrebbe chiarita,dunque, è se tale socio abbia agito in forza di una procura speciale per quel singolo affare oppure no. Infatti, qualora non sia stata conferita alcuna previa procura espressa, il rischio è quello dell’assunzione – da parte dell’accomandante che ha agito – della medesima responsabilità illimitata e solidale che grava sugli accomandatari, in forza del disposto dell’art. 2320 c.c.
La Cassazione ha chiarito, tuttavia, che un operazione di questo tipo non rientra nel divieto della predetta norma: “Non assume responsabilità illimitata e solidale né è soggetto a fallimento il socio accomandante che presti una garanzia in favore della società e che prelevi fondi dalle casse sociali per esigenze personali, perché né l'una né l'altra operazione rientra negli atti di cui all'art. 2320 c.c.” (Cassazione civile sez. I 03 giugno 2010 n. 13468).
In particolare, la sentenza n. 1539 del 29 marzo 2017 del Tribunale di Catania ha affermato che per qualificare come “gestorio” (e quindi non consentito) un atto compiuto dal socio accomandante, è necessario che si tratti di un atto di carattere non meramente esecutivo, quanto piuttosto decisionale. Più precisamente, comporta la violazione del divieto di immissione (ingerenza) nella gestione della società il compimento, da parte del socio accomandante, di funzioni gestorie che si concretizzino nella direzione delle attività sociali, dunque di scelte proprie del titolare dell’impresa; tali non sono i comportamenti riguardanti il momento esecutivo dei rapporti obbligatori della società, quali la prestazione di garanzie, né il prelievo di fondi dalle casse sociali per esigenze personali (come già affermato dalla Cassazione nella citata sentenza n. 13468/2010).

Ciò chiarito, la risposta ad uno dei problemi che pone il quesito, ovvero se sia possibile che i creditori di questa s.a.s. aggrediscano l’immobile del singolo socio accomandante che ha prestato la garanzia solo in un secondo momento, è purtroppo negativa.
Il diritto di garanzia prevale, infatti, ed è altra cosa rispetto al regime di responsabilità dei soci di s.a.s..
La garanzia (l’ipoteca) è stata concessa dal socio a copertura di un debito della società, dunque i creditori sociali, nel momento in cui devono recuperare forzosamente il loro credito, hanno il diritto/potere – prima di ogni altra cosa – di far valere la garanzia.
Rispetto, per ipotesi, ad altri creditori che non siano assistiti da garanzie e che, in base alle regole generali della s.a.s. sopra richiamate, dovranno prima aggredire il patrimonio comune e solo poi quello personale dei singoli soci (accomandatari, ovviamente), i creditori assistiti da ipoteca hanno un vantaggio importante, cioè la garanzia. E poco importa che quest’ultima abbia come oggetto un bene della società o di un singolo socio, il rapporto tra chi ha prestato la garanzia e la società è del tutto irrilevante.

D’altra parte l’ipoteca è una delle “cause legittime di prelazione”, ovvero attribuisce a chi ne è titolare uno speciale diritto, quello di essere soddisfatto per primo: questo vale sempre, indipendentemente dal fatto che si versi in ipotesi di s.a.s. o di altre società.
In presenza dell’ipoteca è quindi evidente che non sarebbe legittima una clausola dell’atto costitutivo della società che stabilisca il contrario. Se non ci fosse l’ipoteca, invece, sarebbe consentita una clausola che preveda la preventiva aggressione del patrimonio sociale rispetto a quello personale degli accomandatari, dal momento che questi ultimi – lo si è detto – beneficiano per legge della possibilità di esercitare questa opzione.

Veniamo infine all’ipotesi del fallimento.
Questa procedura viene chiamata “concorsuale” proprio perché – a differenza dell’ipotesi dell’esecuzione forzata - in essa tutti i creditori (o meglio chi non intende rinunciare al credito) concorrono alla pari. Si parla infatti di “par condicio creditorum”, che in latino significa che tutti i creditori si trovano nella medesima condizione ed hanno gli stessi diritti.
Sono fatte salve solamente quelle che sopra abbiamo chiamato le “cause legittime di prelazione”, ovvero i creditori assistiti da:
hanno diritto di essere soddisfatti per primi rispetto ad altri creditori che non hanno ragioni di “privilegio” e che per questo si chiamano “chirografari”.

Attenzione, tuttavia, che nel fallimento non sono i creditori a decidere come procedere per recuperare il loro credito, ma è il Giudice. Più precisamente, il Tribunale fallimentare nomina un Curatore, il quale predispone un progetto per soddisfare i creditori, progetto che dev’essere soggetto ad approvazione, sia del Giudice che degli stessi creditori.
Il sistema è molto semplicemente quello di liquidare il patrimonio sociale e di ripartire il ricavato della vendita proporzionalmente tra i vari creditori coinvolti. A curare la vendita e decidere modi e tempi è sempre il Curatore Fallimentare sotto la direzione del Giudice Delegato al Fallimento.
Il Curatore, allo stesso modo dei creditori nell’esecuzione forzata (perché non dimentichiamolo, egli agisce nel loro interesse), se esiste un’ipoteca a garanzia del debito sociale la sfrutterà sicuramente: dovendo coprire i debiti pendenti nella misura maggiore possibile, infatti, egli metterà senz’altro in vendita l’immobile concesso dal socio accomandante in garanzia e distribuirà ai creditori la somma ricavata in base al piano di riparto approvato dal Giudice.




Testi per approfondire questo articolo

  • Gestione, responsabilità e fallimento nelle società di persone

    Autore: Iozzo Fabio
    Editore: Giappichelli
    Data di pubblicazione: febbraio 2016
    Prezzo: 46,00 -5% 43,70 €

    L'opera esamina il tema della manifestazione del potere gestorio e della responsabilità nelle società di persone e delle relative ricadute in ambito concorsuale, alla luce anche della riforma, da un lato, del diritto delle società di capitali, con i conseguenti effetti che essa ha determinato sulla disciplina delle società personali, dall'altro lato, del diritto fallimentare, che dal 2005 ad oggi ha introdotto nuove regole; e, avendo riguardo alla procedura di... (continua)