La Tari è la tassa che ogni cittadino versa al proprio Comune per coprire i costi della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti urbani. È bene chiarire subito un punto: la tassa è dovuta anche da chi, di fatto, non utilizza il servizio, perché ciò che conta non è l'uso concreto, ma la disponibilità del servizio stesso. Questo, però, non significa che il cittadino debba pagare l'importo pieno anche quando il Comune non fa la sua parte.
Se la raccolta dei rifiuti risulta assente, irregolare o gravemente carente, scatta il diritto a una riduzione dell'importo dovuto, che secondo la giurisprudenza più recente può arrivare fino al 60%, riducendo così il pagamento al solo 40% del totale previsto. In caso di disservizio prolungato, prima di rivolgersi al giudice è possibile diffidare formalmente il Comune, chiedendo per iscritto l'intervento risolutivo; se la diffida resta senza esito, il cittadino può anche presentare un esposto alla Procura della Repubblica, corredato da foto e video che documentino la situazione di degrado.
Cosa ha stabilito la Cassazione nel 2020
Il punto di riferimento principale è la sentenza della Corte di Cassazione n. 19767 del 22 settembre 2020, che ha dato ragione a un'impresa del Comune di Nola la quale aveva richiesto una riduzione della tassa per la mancata raccolta dei rifiuti nella propria zona. I giudici hanno chiarito che il tributo è dovuto indipendentemente dall'uso effettivo del servizio, salvo che l'ente non abbia autorizzato modalità alternative di smaltimento, purché il servizio risulti comunque istituito e disponibile.
Tuttavia, questo non equivale a dire che la tassa sia sempre dovuta per intero: se il servizio non viene svolto in modo regolare, tanto da impedire all'utente di usufruirne pienamente, il diritto alla riduzione si attiva. La Cassazione ha inoltre richiamato un precedente del 2005 (sentenza n. 21508), secondo cui non sarebbe coerente con il sistema impositivo pretendere di legare il pagamento a una verifica puntuale e caso per caso delle condizioni di fruibilità del servizio, dato che tali condizioni sono per loro natura difficili da misurare con precisione economica.
Proprio per questo il legislatore ha previsto ipotesi di esclusione e di riduzione, distinguendo tra riduzioni obbligatorie - già stabilite direttamente dalla legge - e riduzioni facoltative, che spettano solo se il regolamento del singolo Comune le prevede espressamente. Secondo la sentenza del 2020, il criterio che determina la percentuale di sconto si basa soprattutto sulla distanza tra l'abitazione del contribuente e il punto di raccolta comunale più vicino.
L'ordinanza del 2023 e la conferma dell'obbligo
A distanza di tre anni, la Cassazione è tornata sull'argomento con l'ordinanza n. 2374 del 2023, ribadendo che la riduzione della Tari in presenza di un disservizio non è una scelta facoltativa del Comune, bensì un obbligo di legge previsto dall'articolo 59, comma 4, del Decreto Legislativo 507/1995, il quale stabilisce che il tributo è dovuto in misura ridotta quando il servizio di raccolta, pur essendo stato istituito, non viene di fatto svolto nella zona dell'utente, oppure viene erogato in grave violazione delle norme del regolamento di igiene urbana, tanto da impedirne un utilizzo agevole.
Il Comune resta, quindi, il soggetto responsabile della corretta gestione della raccolta rifiuti: se questa manca o è insufficiente, la legge impone che l'importo della tassa venga adeguato, a condizione che il disservizio si protragga per un periodo di tempo significativo e non si tratti di un disagio episodico.
Non è un risarcimento, ma un riequilibrio
Un aspetto importante da comprendere è che questa riduzione non va interpretata come un risarcimento danni per i disagi subiti dal cittadino. Si tratta, piuttosto, di un meccanismo pensato per ripristinare l'equilibrio economico tra quanto il Comune effettivamente spende per il servizio e quanto viene realmente erogato ai cittadini.
Quando il servizio è del tutto assente o palesemente insufficiente, la riduzione può toccare il tetto massimo del 60%, portando il contribuente a versare solamente il 40% dell'importo complessivo dovuto. Per chi si trova in questa situazione, conviene quindi raccogliere prove concrete del disservizio - fotografie, video, segnalazioni scritte - e presentare una richiesta formale al proprio Comune, facendo riferimento proprio a queste pronunce della Cassazione, così da rafforzare la propria posizione e ottenere il riconoscimento dello sconto spettante per legge.