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Articolo 591 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

[Aggiornato al 30/06/2020]

Casi d'incapacità

Dispositivo dell'art. 591 Codice civile

(1)Possono disporre per testamento tutti coloro che non sono dichiarati incapaci dalla legge [32 c.c.].

Sono incapaci di testare(2):

  1. 1) coloro che non hanno compiuto la maggiore età(3) [2 1 c.c.];
  2. 2) gli interdetti per infermità di mente(4) [414 ss. c.c.];
  3. 3) quelli che, sebbene non interdetti, si provi essere stati, per qualsiasi causa, anche transitoria, incapaci di intendere e di volere nel momento in cui fecero testamento(5) [428 c.c.].

Nei casi d'incapacità preveduti dal presente articolo il testamento può essere impugnato da chiunque vi ha interesse(6). L'azione si prescrive nel termine di cinque anni dal giorno in cui è stata data esecuzione alle disposizioni testamentarie(7).

Note

(1) La capacità di testare è la capacità di disporre validamente dei propri beni per il tempo in cui si avrà cessato di vivere.
(2) La cause di incapacità sono tassative e dunque non suscettibili di interpretazione estensiva. Spetta a chi invoca l'incapacità provarne la sussistenza.
(3) La maggior età si acquista con il compimento del diciottesimo anno di età.
(4) Dal giorno della pubblicazione della sentenza per l'interdetto non è più possibile disporre validamente per testamento.
(5) Si ha incapacità di intendere e volere quando vi sono condizioni intellettive tali da escludere la permanenza di qualsiasi forma di discernimento o la possibilità di potersi determinare liberamente e autonomamente nelle proprie scelte.
(6) Sono legittimati a far valere la causa di incapacità gli eredi legittimi, quelli testamentari in base ad un testamento precedente e i legittimari. Si tratta, infatti, di un'ipotesi di annullabilita assoluta.
(7) Il termine decorre non dall'accettazione dell'eredità ma da quando l'erede entra nel possesso dei beni ereditari.

Ratio Legis

La norma mira ad assicurare che chi disponga per testamento sia idoneo a manifestare la propria volontà al fine di disporre dei propri beni mortis causa.

Brocardi

In eo qui testatur, eius temporis qua testamentum facit, integritas mentis, non corporis sanitas, exigenda est
Is, cui lege bonis interdictum est, testamentum facere non potest
Testamenti factio
Testamenti factio concessa pupillis non est

Spiegazione dell'art. 591 Codice civile

Come per qualsiasi altro negozio giuridico, così per il testamento, la capacità è la regola, la incapacità l’eccezione.
L’incapacità può derivare:
a) da età;
b) da interdizione giudiziale;
c) da incapacità di intendere e di volere, anche transitoria, esistente al momento della redazione del testamento;
Ci occuperemo di ciascuna di esse:
a) Incapacità per età. Diversi sono stati, e sono, i criteri seguiti dalle varie legislazioni in ordine all’età minima per fare testamento.
Per il diritto romano, bastava che si fosse raggiunta la pubertà, cioè 14 anni per i maschi, 12 per la donna nel diritto giustinianeo, che accolse la teoria dei Proculiani.
Nelle legislazioni moderne, generalmente, si richiede l’età di 14 a 18 o a 21 anni. Il codice napoleonico fissò la capacità di testare a 16 anni compiuti, ma non per oltre la metà delle sostanze. Lo stesso criterio fu seguito dal codice delle due Sicilie, mentre il codice parmense e il codice albertino stabilirono l’età di 16 anni, senza alcuna limitazione; il codice estense fissò l’età di 14 anni, richiedendo, però, nell’intervallo fra i 14 e i 18 anni, l’intervento di un giudice.
Delle legislazioni di tipo germanico, il codice prussiano stabiliva che chi avesse raggiunto i 14 anni poteva far testamento, ma a voce in un protocollo giudiziario; all’età di 18 anni si raggiungeva la completa capacità, potendosi far testamento in tutte le forme prescritte dalla legge
Disposizioni analoghe conteneva il codice austriaco, mentre il codice sassone fissò l’età di 14 anni senza alcuna limitazione; il codice per l’impero germanico stabilì l’età di 16 anni con la limitazione che il testamento fatto da chi è minorenne (cioè da chi non ha compiuto i 21 anni) dev’essere fatto innanzi ad un notaio o al giudice e oralmente ed è vietato il testamento olografo.
Per il diritto inglese la capacità di testare si acquista solo a 21 anni compiuti. II codice spagnolo fissava l’età di 15 anni. Le leggi sovietiche, a differenza di quanto stabiliva la legge zarista, per cui i minori di 21 anni non avevano la capacità di fare testamento, stabilivano l’età di 14 anni, con la limitazione, nell’intervallo fra i 14 e i 18 anni, che il testamento dovesse esser fatto con l’autorizzazione del rappresentante legale.
Il nostro codice del 1865 stabilì l’età di 18 anni compiuti (art. #763#). Nei lavori preparatori si proposero alcune limitazioni, ma il Pisanelli osservò che, riconosciuta nel minore la facoltà di disporre dei suoi beni per testamento, la si doveva accettare in tutte le sue conseguenze.
Nell’attuale codice si è mantenuta l’età di 18 anni compiuti, perché si suppone che a tale età si è raggiunta una maturità di pensiero che possa liberamente far disporre dei propri beni, tanto più che, trattandosi di un atto che dovrà avere efficacia dopo la morte del testatore, questi non potrà esserne danneggiato; egli potrà sempre revocarlo, in seguito a un più maturo consiglio, non essendo, perciò, necessario quel maggiore sviluppo di intelligenza, esperienza e pratica della vita che la legge reputa conveniente possegga la persona la quale compie atti giuridici tra vivi, dei quali, in seguito, avrebbe inutilmente a pentirsi. D’altra parte, la legge stessa provvede alla tutela dei suoi più stretti congiunti (discendenti, ascendenti e coniuge) ai quali essa stessa riserva una porzione, che si chiama, perciò, legittima.
I 18 anni devono essere compiuti, il che significa che non trova qui applicazione il principio “annus incoeptus pro completo habetur”: occorre che sia scaduto l’ultimo momento del diciottesimo anno. Qui sorge la questione: il compimento del diciottesimo anno si deve calcolare seguendo la computazione naturale o la computazione civile?
È noto che, con la prima, si muove dall’ora, dal momento matematico corrispondente all’ultimo giorno (a momento ad momentum). Così: A, nato alle ore 10 del 2 gennaio 1970, avrebbe compiuto l’età di 18 anni soltanto allo scoccare delle ore 10 del 2 gennaio 1988.
Con l’altra, invece, il tempo si calcola a giorni interi (ad dies) non tenendosi conto della frazione dell’ora, del momento matematico così del primo giorno come dell’ultimo. Sicché: A, nato alle ore 10 del 2 gennaio 1970, avrebbe compiuto l’età di 18 anni soltanto allo scoccare della mezzanotte tra il 2 e il 3 gennaio 1988, o tra l’1 e il 2 gennaio 1988, se si volesse applicare il principio dies coeptus pro completo habetur.
In passato, l’opinione prevalente era che vi fossero dei casi eccezionali nei quali doveva prevalere la computazione naturale, e cioè quelli nei quali, trattandosi di avvenimenti, come le nascite e le morti, constatate in modo solenne e formale nei registri dello stato civile, non solo riguardo al giorno ma anche riguardo all’ora in cui si sono prodotti, il tempo prende inizio dalla nascita o dalla morte di una persona. Tuttavia, attualmente, l’opinione prevalente è quella che vede operare la computazione civile.
È, poi, indifferente che il minore, il quale abbia compiuti i 18 anni, sia tuttora sottoposto alla patria potestà del genitore o sia in stato di tutela; com’è indifferente che il minore, che non ha compiuto 18 anni, si trovi già emancipato per effetto del matrimonio, nemmeno in questo caso potendo egli far testamento per il difetto di età che è l’unico elemento a tale oggetto considerato dalla legge.
b) Incapacità per interdizione giudiziale. Qui si deve notare, innanzitutto, che, a differenza di quanto è stabilito per gli atti tra vivi, l’incapacità di testare è stabilita solo per gli interdetti giudiziali, non pure per gli interdetti legali, cioè quelli che sono tali in seguito a condanne penali.
La ragione per cui la legge toglie agli interdetti giudiziali la capacità di testare sta nel presupposto che l’infermità di mente, di cui quella è stato l’effetto, impedisce la piena libertà e coscienza della disposizione. S’intende, però, che, esistendo l’interdizione, questa è la causa immediata dell’incapacità a far testamento, la quale dura sinché l’interdizione non è stata revocata. Non sarebbe, perciò, ammessa la prova che una persona, sebbene interdetta, avesse completa e piena coscienza dei propri atti al momento in cui fece testamento (c.d. lucido intervallo); una tale prova sarebbe irrilevante giacché frustra probatur quod probatum non relevat. D’altra parte, però, l’interdizione giudiziale produce il suo effetto solo dal giorno in cui la sentenza fu pronunciata, non potendo avere effetto retroattivo.
Sotto l’impero del codice del 1865 alcuni scrittori, e, fra essi, il Gianturco, ritenevano che dovesse ritenersi incapace a far testamento anche colui al quale, durante il procedimento d’interdizione, fosse stato nominato l’amministratore provvisionale, deducendolo dall'art. #335# di quel codice che, regolando gli effetti dell’interdizione, diceva che sono nulli di diritto gli atti fatti dopo la sentenza d’interdizione ed anche dopo la nomina dell’amministratore provvisionale, e, poiché la legge parla di atti in generale, sarebbe illogica e contraria alla legge la distinzione tra atti tra vivi e atti mortis causa. Tale opinione non era accettabile nel sistema di quel codice perché per gli atti a titolo gratuito si ammetteva la possibilità di impugnarli provando che fossero stati compiuti in uno stato d’infermità mentale, anche transitoria, ma è certamente da respingere nel sistema del codice attuale il quale, all’art. 427, ha disposto che gli atti compiuti dall’interdetto dopo la nomina dell'amministratore provvisorio possono essere annullati solo quando alla nomina segue la sentenza d’interdizione.

c) Incapacità d'intendere e di volere. Già nel codice del 1865 la c.d. incapacità naturale era stata ammessa come causa d’incapacità a far testamento (art. #763#) e donazione (art. #1052#) quando si fosse provato che era anteriore al tempo in cui fu fatto il testamento.
Nell’attuale codice civile l’incapacità naturale è stata ammessa anche per tutti i negozi giuridici tra vivi, a titolo gratuito o oneroso (art. 428), e si è mantenuta per il testamento, precisandosi, però, che l’incapacità deve esistere nel momento in cui questo si è fatto. Ciò vuol dire che, fatto il testamento da persona capace d'intendere e di volere, esso resta valido anche se sopraggiunga l’interdizione e questa perduri sino alla morte, anche se la causa d’interdizione preesisteva, ma non si possa provare che al momento in cui fece il testamento il testatore non era capace.
L’incapacità di cui si occupa il n. 3 dell’art. 591 può essere di natura permanente o anche temporanea, transitoria, quale quella derivante da ubriachezza, da delirio febbrile, da sonnambulismo, da suggestione, da ira, da paura, da epilessia, ma dev’essere sempre tale da togliere (non diminuire soltanto) la coscienza e la libertà dei propri atti: tale, cioè, che, se permanente, avrebbe potuto dar luogo all’interdizione.
La prova dell’incapacità dev'essere data da chi impugna il testamento, e può essere data con tutti i mezzi, sia, cioè, con perizie e testimoni, sia con le stesse inconcludenze e stranezze della disposizione testamentaria. Di nessun ostacolo alla prova dell'incapacità del testatore possono essere le contrarie attestazioni del notaio che ha ricevuto il testamento e che, con clausola d’uso, di stile, avesse dichiarato il testatore capace d’intendere e di volere, non avendo egli competenza ed autorità per imprimere fede a tutte quelle affermazioni che non riguardano la sostanza dell’atto e le solennità che l’accompagnano.
Tutte queste cause d’incapacità producono soltanto l’annullabilità.
Il testamento può essere impugnato da chi vi ha interesse, e soltanto nel termine di cinque anni dal giorno in cui si è data esecuzione alla disposizione testamentaria, e si noti che qui, a differenza di quanto è stabilito nell’art. 590, non occorre nemmeno che l’esecuzione sia stata volontaria, cioè con la coscienza di sanare un vizio di sostanza o di forma; basta che vi sia stata data esecuzione, e che da questa sia trascorso il termine di cinque anni, il quale è un termine di prescrizione e, come tale, soggetto alle cause di sospensione.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

Massime relative all'art. 591 Codice civile

Cass. civ. n. 25053/2018

In tema di annullamento del testamento, nel caso di infermità tipica, permanente ed abituale, l'incapacità del testatore si presume e l'onere della prova che il testamento sia stato redatto in un momento di lucido intervallo spetta a chi ne afferma la validità; qualora, invece, detta infermità sia intermittente o ricorrente, poiché si alternano periodi di capacità e di incapacità, non sussiste tale presunzione e, quindi, la prova dell'incapacità deve essere data da chi impugna il testamento.

Cass. civ. n. 17392/2017

Il chiamato all'eredità è legittimato ad impugnare, ex art. 591 c.c., il testamento che lo ha nominato quando il suo annullamento gli consenta di accedere, anche solo per motivi di interesse morale, ad una diversa delazione, legittima o testamentaria, la cui maggiore o minore convenienza non è sindacabile dal giudice.

Cass. civ. n. 27351/2014

In tema di annullamento del testamento, l'incapacità naturale del testatore postula la esistenza non già di una semplice anomalia o alterazione delle facoltà psichiche ed intellettive del "de cuius", bensì la prova che, a cagione di una infermità transitoria o permanente, ovvero di altra causa perturbatrice, il soggetto sia stato privo in modo assoluto, al momento della redazione dell'atto di ultima volontà, della coscienza dei propri atti o della capacità di autodeterminarsi; peraltro, poiché lo stato di capacità costituisce la regola e quello di incapacità l'eccezione, spetta a chi impugni il testamento dimostrare la dedotta incapacità, salvo che il testatore non risulti affetto da incapacità totale e permanente, nel qual caso grava, invece, su chi voglia avvalersene provarne la corrispondente redazione in un momento di lucido intervallo.

Cass. civ. n. 230/2011

Ai fini dell'accertamento sulla sussistenza o meno della capacità di intendere e di volere del "de cuius" al momento della redazione del testamento, il giudice del merito non può ignorare il contenuto del testamento medesimo e gli elementi di valutazione da esso desumibili, in relazione alla serietà, normalità e coerenza delle relative disposizioni, nonché ai sentimenti ed ai fini che risultano averle ispirate.

Cass. civ. n. 3323/2001

In tema d'impugnazione del testamento per incapacità d'intendere e di volere del testatore, il legatario, che abbia partecipato al giudizio di primo grado, assume nella fase di appello la qualità quantomeno di litisconsorte necessario processuale, non essendo concepibile che, all'esito dello stesso processo, un testamento possa essere ritenuto valido (o invalido) nei confronti dell'erede istituito e invalido (o valido) nei confronti del legatario. Nel caso di legato di usufrutto, che abbia prodotto i suoi effetti, la morte del legatario avvenuta nel corso del giudizio di primo grado, non rende superflua la partecipazione dei suoi eredi al giudizio di appello. L'eventuale annullamento del testamento porrebbe nel nulla, con efficacia retroattiva, gli effetti prodotti dal legato prima della morte del legatario e le conseguenze del godimento di fatto esercitato dall'usufruttuario sarebbero destinate a ripercuotersi sui suoi eredi (è sufficiente fare riferimento all'obbligo di restituzione dei frutti).

Cass. civ. n. 12291/1998

È inammissibile (per difetto di interesse) l'impugnazione del testamento per incapacità del testatore proposta, ex art. 591 c.c., da eredi legittimi (nella specie, cugini del de cuius) esclusi dall'ordine della successione legittima in conseguenza della esistenza in vita di altri eredi legittimi di grado poziore (nella specie, le sorelle del testatore) che non abbiano, invece, impugnato la scheda testamentaria, poiché nessun concreto vantaggio potrebbe loro derivare dall'eventuale accoglimento dell'azione cosi proposta, essendo l'eredità destinata a devolversi, in tal caso, ai detti eredi di grado poziore.

Cass. civ. n. 10571/1998

L'annullamento di un testamento per incapacità naturale del testatore postula l'esistenza non già di una semplice anomalia o alterazione delle facoltà psichiche ed intellettive del de cuius, bensì la prova che, cagione di un'infermità transitoria o permanente, ovvero di altra causa perturbatrice, il soggetto sia stato privo in modo assoluto, al momento della redazione dell'atto di ultima volontà, della coscienza dei propri atti ovvero della capacità di autodeterminarsi. L'onere della prova di tale condizione grava sul soggetto che impugna la scheda testamentaria, salvo che il testatore non risulti affetto da incapacità totale e permanente, nel qual caso è compito di chi vuole avvalersi del testamento dimostrare che esso fu redatto in un momento di lucido intervallo.

Cass. civ. n. 5620/1995

L'incapacità naturale del disponente che ai sensi dell'art. 591 c.c. determina l'invalidità dei testamento non si identifica in una genetica alterazione del normale processo di formazione ed estrinsecazione della volontà ma richiede che, a causa dell'infermità, il soggetto, al momento della redazione del testamento, sia assolutamente privo della coscienza del significato dei propri atti e della capacità di autodeterminarsi, così da versare in condizioni analoghe a quelle che, con il concorso dell'abitualità, legittimano la pronuncia di interdizione. Ai fini del relativo giudizio il giudice di merito, in particolare, non può ignorare il contenuto dell'atto di ultima volontà e gli elementi di valutazione da esso desumibili, in relazione alla serietà, normalità e coerenza dalle disposizioni nonché ai sentimenti ed ai fini che risultano averle ispirate. (Nella specie la S.C. ha annullato la sentenza impugnata, rilevando. che in essa si era fatto riferimento ad elementi indiziari che di per sè erano rappresentativi di una generica riduzione della capacità di intendere e di volere, senza effettivamente valutare — sulla base di adeguata e specifica disamina della portata dei dati clinici, di quelli inerenti agli effetti dei farmaci antidolorifici assunti dal soggetto e di quelli offerti dalla grafica e dal contenuto della scheda testamentaria — se poteva dedursene anche la più specifica prova della incapacità rilevante ai fini in esame).

Cass. civ. n. 652/1991

In tema di impugnazione del testamento le manifestazioni morbose a carattere intermittente e ricorrente che, pur potendo escludere la capacità di intendere e di volere, qualora la volontà testamentaria sia stata manifestata nel corso di tali episodi, lasciano integre negli intervalli le facoltà psichiche del soggetto, non sono assimilabili alle infermità permanenti ed abituali che diano luogo a momenti di lucido intervallo. Tale diversità di situazioni si ripercuote sull'onere della prova, in quanto mentre nella seconda ipotesi, qualora l'attore in impugnazione abbia fornito la prova di una infermità mentale permanente, è a carico di chi afferma la validità del testamento la dimostrazione che lo stesso fu posto in essere in un momento di lucido intervallo — in quanto la normalità presunta è l'incapacità — nella prima ipotesi, invece, quando cioè si tratta di malattia la quale nei periodi di intervallo consente la reintegrazione del soggetto nella normalità della sua capacità intellettiva, l'accertamento di fenomeni patologici anteriori all'atto di cui si controverte non è sufficiente ad integrare la prova rigorosa della sussistenza della incapacità nel momento in cui l'atto stesso è stato compiuto.

Cass. civ. n. 2074/1985

Per aversi incapacità naturale del testatore non è sufficiente che il normale processo di formazione ed estrinsecazione della volontà sia in qualunque modo alterato o turbato — come frequentemente avviene nel caso di grave malattia — ma è necessario che lo stato psicofisico del soggetto sia in quel momento tale da sopprimere l'attitudine a determinarsi coscientemente e liberamente, essendo regola la capacità di agire del soggetto e dovendo, pertanto, la sua incapacità — che costituisce un'eccezione — essere provata in modo serio e rigoroso.

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