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Articolo 1111

Codice Civile

Scioglimento della comunione

Dispositivo dell'art. 1111 Codice Civile

Ciascuno dei partecipanti può sempre domandare lo scioglimento della comunione (1); l'autorità giudiziaria può stabilire una congrua dilazione, in ogni caso non superiore a cinque anni, se l'immediato scioglimento può pregiudicare gli interessi degli altri.
Il patto di rimanere in comunione per un tempo non maggiore di dieci anni è valido e ha effetto anche per gli aventi causa dai partecipanti. Se è stato stipulato per un termine maggiore, questo si riduce a dieci anni.
Se gravi circostanze lo richiedono, l'autorità giudiziaria può ordinare lo scioglimento della comunione prima del tempo convenuto [260 2 cod. nav.] (2).

Note

(1) La divisione ha natura dichiarativa e non ha effetti traslativi.
La giurisprudenza reputa, infatti, che il trasferimento di una parte materiale del bene comune si connoti alla stregua di una vendita subordinata alla condizione sospensiva che la stessa sia attribuita alla quota dell'alienante.

(2) La disposizione fornisce all'autorità giudiziaria il potere di ordinare un rinvio della divisione (primo comma) o di sciogliere la stessa, malgrado l'accordo di restare in comunione (terzo comma); tali poteri richiamano rispettivamente la presenza di un pregiudizio per gli altri comunisti e l'esistenza di gravi circostanze: tali fattori vanno presi in esame in riferimento all'interesse oggettivo della comunione.
La legge prevede una similare disposizione in materia di comunione ereditaria all'art. 717.

Ratio Legis

Ogni comunista può chiedere la divisione; tale scioglimento non può intervenire, tuttavia, se non con l'accordo di tutti i partecipanti, ovvero ordinato da una sentenza.
La divisione si fonda, dunque, su un patto fra comunisti: il contratto di divisione.
Se la cosa comune è facilmente divisibile, il relativo contratto dà a ciascun comunista una porzione materiale del bene pari alla sua quota.
Viceversa, è possibile addivenire allo scioglimento in modo differente e tale per cui ciascun partecipante può vedersi attribuito un valore corrispondente alla sua quota; in questa ipotesi il valore o il bene attribuito al singolo compartecipe non consiste in parti materiali della cosa comune.
Senza un accordo fra i comunisti, lo scioglimento può essere raggiunto grazie ad un provvedimento del giudice.
Anche in tale sede, qualora la cosa comune sia agevolmente divisibile, l'autorità giudiziaria ne prescrive l'attribuzione ai comunisti in parti materiali che corrispondono alle loro quote; viceversa, il giudice riserva ai singoli partecipanti un bene o un valore pari alla loro quota (v. art. 720 del c.c.).
L'autorità giudiziaria deve, inoltre, tenere presenti gli interessi confliggenti con quelli del comunista che desideri lo scioglimento della comunione.
Così, nel caso del primo comma, il giudice deve bilanciare l'interesse degli altri comunisti che vogliono impedire il tempestivo scioglimento della comunione, rinviando fino a cinque anni la divisione della cosa comune. Nel caso di cui all'art. 1112, l'autorità giudiziaria deve tenere in debito conto l'interesse (oggettivo) collegato al peculiare uso che della cosa comune viene fatto, imponendo in tal caso la disposizione stessa la non divisibilità.
Va tenuto presente, da ultimo, l'interesse dei creditori e degli aventi causa di ciascun comunista, al fine di proteggere le proprie ragioni; essi possono, questo scopo, intervenire nel giudizio di divisione, o, in alternativa, impugnare la divisione già eseguita, sempre che, in questa ipotesi, essi abbiano provveduto a notificare un'opposizione precedentemente alla divisione stessa (art. 1113 del c.c.).

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

521L'art. 1111 del c.c., primo comma, pone una limitazione al diritto di ciascun partecipante di chiedere lo scioglimento della comunione, attribuendo all'autorità giudiziaria il potere di stabilire una congrua dilazione, in ogni caso non superiore a cinque anni, se l'immediato scioglimento può pregiudicare glì interessi degli altri partecipanti. Disposizione analoga è inserita in tema di divisione ereditaria (art. 717 del c.c.). Si è poi chiarito (art. 1111, secondo comma) che il patto di rimanere in comunione per un tempo non maggiore di dieci anni ha effetto anche per gli aventi causa dai partecipanti, e che, se è stipulato per un termine maggiore, si riduce al termine anzidetto. In conformità del codice del 1865 (art. 681, terzo comma), lo scioglimento della comunione può essere ordinato dall'autorità giudiziaria prima del tempo convenuto, se gravi circostanze lo richiedono (art. 1111, terzo comma). E' del pari riprodotta (art. 1112 del c.c.) la norma dell'art. 683 del codice precedente, che vieta di chiedere lo scioglimento della comunione quando si tratta di cose che, se divise, cesserebbero di servire all'uso a cui sono destinate.

Brocardi collegati a questo articolo

Sentenze relative a questo articolo

Cass. n. 9765/2004

In tema di divisione, non spetta al creditore del condividente alcuna facoltà di impedire, so­spendere o interrompere il giudizio di divisione attivato dal proprio debitore, atteso che il diritto alla generica garanzia patrimoniale offerta dal patrimonio del debitore cede (non solo rispetto agli atti di alienazione, ma anche) nei confronti del diritto alla divisione spettante al debitore. Al creditore è riconosciuto, per converso, il diritto di partecipare volontariamente al detto giudizio onde verificarne il quomodo e gli effetti, com­portando il relativo procedimento peculiarità risolventesi in una serie di valutazioni di fatto po­tenzialmente idonee a pregiudicare il patrimonio del condividente e, di riflesso, il suo creditore.

Cass. n. 630/2003

Anche in tema di scioglimento della comu­nione di diritti reali, disciplinata dall'art. 1111 c.c., si applica la nullità prevista dall'art. 17 della legge 28 febbraio 1985, n. 47 con riferimento a vicende negoziali inter vivos relative a beni immo­bili privi della necessaria concessione edificatoria. Tale nullità ha carattere assoluto (ed è quindi rilevabile d'ufficio e deducibile da chiunque vi abbia interesse) in quanto quel regime normativo, san­cendo la prevalenza dell'interesse pubblico alla ordinata trasformazione del territorio rispetto agli interessi della proprietà e mirando a reprimere ed a scoraggiare gli abusi edilizi, limita l'autonomia privata e non dà alcun rilievo allo stato di buona o mala fede dell'interessato. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza della Corte d'Appello che aveva rigettato la domanda di divisione giudiziale della comunione di un appezzamento di terreno sul quale erano stati realizzati manufatti abusivi).

Cass. n. 959/1999

Il socio di una società in accomandita sem­plice che adduca un sopravvenuto ed essenziale mutamento della attuale realtà societaria rispetto alla situazione iniziale, per avere la società dismesso l'esercizio dell'attività d'impresa ed essere rimasta solo formalmente in vita per l'espletamen­to di un'attività di mera gestione dei propri beni immobili, fa valere una causa di scioglimento dell'ente e, quindi, al fine di ottenere la divisione degli immobili con attribuzione della quota di sua competenza, non può esperire l'azione all'uopo accordata al comproprietario della cosa comune, dovendo, viceversa, necessariamente avvalersi del procedimento di liquidazione di cui agli artt. 2275 ss. c.c., a meno che egli non alleghi e dimostri la esistenza di un contratto equipollente, sostitutivo della liquidazione, nel quale risultino fissati an­che i diritti di ciascun socio sul patrimonio della disciolta società (dopo la definizione dei rapporti pendenti).

Cass. n. 2558/1996

La imposizione con sentenza di divisione giudiziale a carico di ciascuno dei condividenti di obbligazioni reciproche, finalizzate allo scio­glimento della comunione, determina tra le prestazioni dovute un collegamento di corri­spettività, analogo a quello intercorrente tra pre­stazioni dovute in adempimento di obbligazioni di identico contenuto volontariamente assunte dai condividenti con un unico contratto o con una pluralità di contratti collettivi preordinati alla realizzazione dello scioglimento della comu­nione, e di conseguenza anche in questa ipotesi ciascuno di essi può rifiutarsi di adempiere la sua obbligazione, se l'altro o gli altri condividenti non adempiono o non offrono di adempiere contem­poraneamente le proprie, salvo che siano diversi i termini per l'adempimento.

Cass. n. 8040/1993

Il rendiconto, ancorché per il disposto del­l'art. 723 c.p.c. costituisca operazione contabile che deve necessariamente precedere la divisione, in quanto preliminare alla determinazione della quota spettante a ciascun condividente, non si pone tuttavia in rapporto di pregiudizialità con la proposizione della domanda di divisione giudiziale poiché ben può essere richiesta la di­visione giudiziale ex art. 1111 c.c. a prescindere dal rendiconto, a tanto potendosi e dovendosi provvedere nel corso del giudizio di divisione, sia nelle forme di cui all'art. 263 e seguenti c.p.c., sia mediante indagini e prove di tipo diverso, come la consulenza tecnica.

Cass. n. 5484/1993

Provvedutosi convenzionalmente allo scio­glimento di una comunione, il ripristino di tale comunione può essere effettuato contestualmen­te nello stesso atto in cui si proceda ad una nuova e diversa divisione della medesima comunione, senza che occorra previamente provvedere con un distinto ed autonomo atto, alla ricostruzione di questa.

Cass. n. 5798/1992

Nel caso di divisioni di beni in godimento comune provenienti da titoli diversi e, perciò, appartenenti a distinte comunioni, è possibile procedere ad una sola divisione, piuttosto che a tante divisioni per quante sono le masse, solo se tutte le parti vi consentano con un atto che, risol­vendosi nel conferimento delle singole comunioni in una comunione unica, non può risultare da manifestazione tacita di volontà o dal mero com­portamento negativo di chi non si oppone alla domanda giudiziale di divisione unica di tutti i beni delle diverse masse, ma deve materializzarsi in un negozio specifico che, se ha per oggetto beni immobili, deve rivestire la forma scritta ad substantiam, perchè rientrante tra quelli previsti dal­l'art. 1350 c.c.; conseguentemente, in mancanza di un siffatto negozio, il comportamento tenuto dalla parte che non si è opposta alla domanda di divisione unica nel giudizio di primo grado non impedisce a quest'ultima di proporre appello per denunciare la sentenza che ha accolto tale domanda.

Cass. n. 8315/1990

Con riguardo alla comunione pro indiviso l'alienazione che il comproprietario faccia del suo diritto determina l'ingresso dell'acquirente nella comunione soltanto nel caso in cui l'alienazione riguardi la quota o una frazione di questa, con la conseguenza che l'acquirente quale successore a titolo particolare dell'alienante è legittimato a domandare lo scioglimento della comunione a norma dell'art. 1111 c.c. nell'assunta qualità di partecipante. Qualora, invece, il comproprietario disponga di un singolo bene, o di una frazione di esso, tra quelli compresi nella comunione, l'alie­nazione ha efficacia non reale, bensì solo obbli­gatoria, con la conseguenza che della comunione continua a far parte il disponente, il quale resta pertanto titolare dell'azione di cui all'art. 1111 c.c., potendo l'avente causa soltanto avvalersi dei dirit­ti accordatigli dall'art. 1113 c.c.

Cass. n. 5140/1987

L'acquirente di quote indivise di singoli beni comuni il quale propone domanda di divisione dei beni medesimi, agisce in via surrogatoria, cioè utendo iuribus dei suoi danti causa, il che com­porta l'esigenza della partecipazione di costoro al giudizio divisorio, di cui essi soltanto sono, in senso sostanziale, le vere parti insieme con gli al­tri partecipanti alla comunione.

Cass. n. 3150/1973

Allorché oggetto della comunione è un bene non suscettibile di frazionamento, lo scioglimento della comunione non può aver luogo che median­te l'alienazione del bene e la ripartizione del corri­spettivo tra i titolari del diritto comune. E se il bene viene ceduto per intero ad uno stesso acqui­rente, che ne diventa titolare nella sua interezza, la distinzione fra alienazione per singole quote ed alienazione del diritto comune nel suo complesso indiviso diviene irrilevante, ai fini di stabilire se le parti abbiano voluto o meno lo scioglimento della comunione, quando non risulti che gli alienanti abbiano voluto costituire una nuova comunione sul corrispettivo dell'alienazione. (Principi affer­mati dalla Corte in tema di applicabilità dell'im­posta di R.M. sui redditi derivanti dalla cessione di brevetti ai comunisti alienanti).

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Quesiti degli utenti
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16/04/2015 Lombardia
Dario R. chiede

Salve,ho la seguente problematica:vivo in una casa comprata nel 2007 in separazione di beni con un mutuo cointestato con la mia attuale ex moglie. Abbiamo sentenza di separazione nel 2011. La mia ex gia' dal 2011 va a vivere altrove. Io e solo io continuo a pagare il mutuo della casa coniugale che giuridicamente non viene assegnata a nessuno,ossia e' di entrambi. Nel 2013 la mia ex dona a suo fratello,senza avvisare nessuno(banca mutuatrice inclusa) la sua quota del 50% della casa coniugale. Quindi due mutuatari differenti (io e la mia ex) con due comproprietari diversi (io ed il mio ex cognato). Io continuo a pagare in toto il mutuo. Aggiungo che in sede di udienza preliminare era stato siglato tra le parti,innanzi agli avvocati ed al giudice istruttore della separazione giudiziale, un accordo scritto in cui la mia ex cedeva a me la sua quota per un corrispettivo in denaro.Accordo che poi la mia ex non ha piu' ritenuto idoneo e quindi non piu' valido. Ora il punto e' questo:vorrei saldare a giorni tutto il mutuo residuo della casa coniugale: potrei chiedere azione di regresso e\o di surroga? Potrei ottenere la riduzione di questa tanto ostica donazione? Ad oggi nessuno ha ricevuto copia di questa donazione, avevano obblighi di legge nel farmeli avere e\o comunicare? In ultimo, per quella che e' la vostra conoscenza che alternative avrei oltre a quelle di utilizzare un'azione di regresso e\o surrogazione per tornare a vivere in casa mia senza estranei? Riguardo a tutte le spese documentate che ho dovuto sostenere in obbligo per tale immobile posso rivalermi anche per quelle? Danni di altro tipo ne posso chiedere? Ho chiesto anche troppo... grazie anticipatamente di tutto!! Cordiali saluti

Consulenza giuridica i 20/04/2015

La soluzione del quesito posto implica la risposta a due domande principali:
1. La donazione compiuta dalla moglie separata a favore del fratello è valida?
2. Il marito separato può agire in regresso o surroga nei confronti della moglie o di suo fratello?

1.
Sebbene secondo la giurisprudenza di legittimità il verbale dell'accordo di separazione abbia natura di atto pubblico ai sensi e per gli effetti dell'art. 2699 del c.c., e dopo l'omologazione esso costituisca titolo per la trascrizione ex art. 2657 del c.c. (v. ad esempio Cass. civ. 4306/1997), i giudici di merito tendono a sposare la tesi opposta. Tuttavia, si ammette generalmente che l’accordo possa contenere clausole di tipo obbligatorio con le quali le parti si impegnano ad eseguire trasferimenti, cessioni e quant’altro, nell’ambito della crisi solutoria della famiglia.
Come ben chiarito dal Tribunale di Milano, sez. IX, nella decisione del 21 maggio 2013, "le parti, per effetto della loro autonomia contrattuale e della conseguente interpretazione dell’art. 711 c.p.c. e 4, comma 16, legge div., possono sì integrare le clausole consuete di separazione e divorzio (figli, assegni, casa coniugale) con clausole che si prefiggono
di trasferire tra i coniugi o in favore di figli diritti reali immobiliari o di costituire iura in re aliena su immobili: tuttavia, debbono ricorrere alla tecnica obbligatoria e non a quella reale, pena la possibile vanificazione dello strumento di tutela prescelto. Tale tecnica obbligatoria, peraltro, consente pacificamente l’applicazione dell’art. 2932 c.c. e, quindi, di porre rimedio ad eventuali inadempimenti successivi alla pattuizione
".

Nel caso di specie, la moglie si è impegnata per iscritto (v. art. 1351 del c.c.) a cedere la propria quota sull'immobile familiare al marito. Ora, salvo che non vi sia stata una rinuncia espressa da parte del marito alla conclusione del contratto definitivo di trasferimento, si deve presumere che questi sia sempre interessato ad ottenere - anche in via coattiva - l'adempimento del preliminare.
Pertanto - si ripete, salvo rinuncia nel frattempo intervenuta da parte del marito - l'impegno assunto dalla moglie nel verbale di separazione avrebbe potuto essere attuato forzosamente mediante il meccanismo dell'art. 2932 del c.c., che consente di ricorrere ad un giudice al fine di ottenere una sentenza che tenga luogo del contratto non concluso. Si è detto "avrebbe potuto" in quanto, nelle more di questo giudizio, e presupponendo che non vi sia stata la trascrizione del contratto preliminare ai sensi dell'art. 2645 bis del c.c., la moglie ha donato la sua quota di immobile al fratello - diremo tra poco se valida o meno -, procedendo alla trascrizione: pertanto, il contratto preliminare non può essere opposto al donatario del bene.

Ne scaturisce che l'azione ex art. 2932 non è più attuabile: tuttavia, il marito/promissario acquirente ha diritto al risarcimento del danno subito dal mancato adempimento dell'impegno assunto in sede di separazione.

Quanto alla validità della donazione, non si ravvisano nei fatti esposti argomenti contrari. La quota di un bene indiviso è nella libera disponibilità del suo titolare ai sensi dell'art. 1103 (v. tra le altre Cass. civ. n. 4965/2004: "In materia di proprietà, il principio generale che regola il regime giuridico della comunione pro indiviso è quello della libera disponibilità della quota ideale, sicché è ben possibile che ciascun comunista autonomamente venda o prometta di vendere la sua quota"). L'altro comproprietario non deve essere avvisato, trattandosi nel caso di specie di comunione ordinaria e non ereditaria (ove vigono regole diverse).

Per individuare eventuali punti deboli della donazione sarebbe necessario esaminare nel dettaglio tutta la documentazione attinente al caso in esame.

2.
La risposta alla seconda domanda è positiva. Il mutuo cointestato consiste in una obbligazione solidale tra i coniugi (cioè il creditore-banca può chiedere a ciascuno l'interno, indifferentemente): tuttavia, nei rapporti interni, si presume sempre che il debito sia suddiviso a metà. Pertanto, il condebitore che ha effettuato per l'intero il pagamento al comune creditore ha diritto di rivalersi verso gli altri condebitori solidali (in questo caso, la moglie), con l'azione di regresso, chiedendo il rimborso delle quote corrispondenti alle parti di debito che gravavano sugli altri.
Naturalmente chi agisce in regresso deve provare di aver assolto anche i pagamenti dovuti dal coobbligato, nonché che questi - che nel nostro caso è la ex moglie - non abbia in qualche modo pagato il suo credito "interno" al marito nel corso della vita coniugale (ci si riferisce ad eventuali accordi interni alla famiglia, per cui il mutuo è stato fatto gravare interamente sul marito perché, ad esempio, la moglie provvedeva nel contempo a pagare tutte le spese ordinarie dell'immobile).

Rispetto alla donazione, non sussisteva per la moglie l'obbligo di avvisare la banca. Tuttavia, nel caso in cui il mutuo sia stato acceso con iscrizione di ipoteca sull'immobile, si deve sottolineare che l'ipoteca ha efficacia anche nei confronti di colui che acquista l'immobile gravato da tale garanzia (qui, il fratello della moglie), posteriormente all'iscrizione. Costui non risulta obbligato personalmente al pagamento del mutuo, ma il creditore che abbia iscritto ipoteca sull'immobile da lui acquistato potrà - in caso di inadempimento - procedere alla richiesta di espropriazione dello stesso bene anche dopo il suo trasferimento in proprietà del terzo (v. art. 2858 del c.c.). Quindi, il titolare successivo del bene su cui si sta pagando un mutuo rischia di vedersi sottrarre il bene se il mutuatario non paga.
Ciò, però, non rende invalido il trasferimento.

Infine, va ricordato che il comproprietario può sempre chiedere lo scioglimento della comunione (art. 1111 del c.c.). Quindi, non vi è l'obbligo di convivere forzatamente con l'altro comproprietario o di gestire in comune la cosa anche se non si va in alcun modo d'accordo.


21/11/2013 Liguria
Leonardo B. chiede

Contenzioso relativo a residenza bifamiliare che, dopo varie vicissitudini, è stata oggetto di accordo divisionale in base al quale l'impianto di acque reflue è rimasto nella proprietà di B, con servitù a favore di A. A propone di realizzare a proprie spese un impianto autonomo nell'area di sua proprietà esclusiva, lasciando a B l'esistente impianto certificato. Domanda: può B opporsi? come pagare?

Consulenza giuridica i 02/12/2013

La situazione di fatto descritta nel quesito fa comprendere come non vi sia più una comunione dell'impianto di scarico delle acque reflue, poiché lo stesso è stato assegnato in proprietà esclusiva a B. A ha solo un diritto di servitù sul medesimo. Pertanto, non trova applicazione la disciplina dettata dal codice civile per la comunione (artt. 1100 ss. c.c.).
Non si ravvisa alcun motivo per cui B abbia diritto di opporsi alla costruzione da parte di A di un proprio impianto autonomo, su terreno di proprietà esclusiva di A e senza che peraltro gli venga richiesto alcun esborso, salvo che una tale opera non possa creare in qualche modo danni alla sua proprietà.

Costruito il nuovo impianto autonomo ed essendo venuta meno l'utilità in vista della quale il diritto di servitù era stato costituito, A può rinunziarvi: lo dovrà fare, a pena di nullità, con atto scritto ai sensi dell'art. 1350 del c.c. n. 5), secondo il quale gli atti di rinunzia ai diritti indicati dai numeri precedenti del medesimo articolo - tra cui i diritti di servitù - devono rivestire la forma dell'atto pubblico o della scrittura privata (v. Cass. Civ. Sez. II, 2228/85). L'atto scritto in cui viene inserita la rinunzia può essere un qualsiasi atto, come un contratto, ma anche (e sembra questo il caso di specie) un atto unilaterale avente natura meramente abdicativa del diritto da parte del suo titolare.

Ci si deve però chiedere se sia necessario il consenso di B (proprietario del fondo servente) affinché A (titolare del fondo dominante) possa validamente rinunciare alla servitù. La questione è stata oggetto di alcune pronunce della Corte di cassazione, la quale ha ritenuto che sia sufficiente, al fine del perfezionamento della rinuncia, che tale volontà abdicativa sia esteriorizzata in un atto scritto: non è necessario che venga portata a conoscenza del soggetto interessato, ossia del proprietario del fondo servente.
Poiché la servitù è intesa come utilitas che il fondo dominante trae da quello servente, la Suprema Corte ha stabilito che la rinuncia della servitù prediale è operativa indipendentemente dal consenso della controparte. Difatti, in tema di servitù, il proprietario del fondo servente non può sostenere di subire un danno a fronte della rinuncia cui egli non ha acconsentito: il proprietario del fondo servente, infatti, subisce il peso imposto a favore del fondo dominante e quindi non trae alcun vantaggio dalla servitù (v. sul punto Cass. Civ., 30.3.1985 n. 2228, Cass. civile sez. II, 21.2.1995, n. 1882, Cass. civile 20.12.1989 n. 5759).


15/04/2012 Friuli-Venezia
antonino de odorico chiede

Comunione ereditaria: come attivare lo scioglimento,persistendo l'incomunicabilità tra coeredi.

Consulenza giuridica i 22/04/2012

Il codice civile prevede in modo articolato la divisione dei beni in comunione ereditaria: titolo IV articoli da 713 a 768.

In particolare l'art. 713 del c.c. prevede che i coeredi possano sempre domandare la divisione, la cui fonte può essere tanto un atto negoziale quanto giudiziale.

I coeredi, infatti, possono pervenire ad una divisione in via amichevole oppure, in mancanza del raggiungimento di un accordo, dovranno esercitare un'azione giudiziale di divisione.

A tal riguardo occorre precisare che la domanda di divisione presuppone necessariamente l'esistenza di una comunione ereditaria ed è rivolta nei confronti di tutti i coeredi. Infatti, nella divisione, ciascun coerede ha diritto di avere, per quanto possibile, in natura, una parte proporzionale di tutte le specie di beni che formano l'attivo ereditario, trattandosi di una divisione dell'asse.


02/04/2011 Emilia-Romagna
Diana Lapia chiede

Desidero sapere se l'art.1111 c.c.si riferisce solo al condominio o può valere anche per la multiproprietà immobiliare,Grazie.Diana Lapia

Consulenza giuridica i 03/04/2011

La dottrina maggioritaria, avvallata anche dalla giurisprudenza sostiene che la multiproprietà sia un diritto perpetuo, ancorchè ciclico e turnario, per cui la sua natura giuridica sarebbe di comproprietà, a cui si associa un regolamento di tipo turnario. In questo caso bisogna però capire come conciliare l'istituto della multiproprietà con quello inerente la disciplina della comunione.

Dal combinato disposto degli art. 1111 del c.c. e art. 1112 del c.c. si ricava che è sempre possibile chiedere lo scioglimento della comunione, ma che non si possa chiedere lo scioglimento della comunione quando si tratta di cose che, se divise, cesserebbero di servire all'uso comune a cui sono destinate.

In tal senso nei regolamenti d'uso della multiproprietà si fa spesso riferimento all'obbligo dell'acquirente di rispettare la condizione di indivisibilità del bene, con esplicito riferimento all'art. 1112 c.c., nel senso che se quell'immobile fosse diviso da uno dei proprietari - facoltà in astratto prevista in capo ad ogni proprietario di immobile -, ciò precluderebbe agli altri la possibilità di servirsene.


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Testi per approfondire questo articolo

  • La comunione in generale

    Collana: Trattato dir. civ. Cons. naz. notariato
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    Data di pubblicazione: febbraio 2014
    Prezzo: 27,00 -10% 24,30 €

    Lo studio della contitolarità dei diritti reali nella sua configurazione di comunione ordinaria (caratterizzata dai due elementi inderogabili della organizzazione in quote singolarmente alienabili e della soggezione a scioglimento) consente di osservare le diverse comunioni tipiche a regime speciale con uno sguardo d'insieme e di individuare tra di esse collegamenti, affinità, differenze. L'argomento impone un'attenzione ai precedenti storici senza la quale risulta difficile... (continua)

  • La prelazione nelle comunioni

    Data di pubblicazione: settembre 2010
    Prezzo: 36,00 -10% 32,40 €

    La rilettura in chiave promozionale della prelazione ereditaria conduce a superare antiche contrapposizioni alle quali l’istituto è rimasto ancorato in nome di una assoluta quanto astratta libertà di disposizione che non trova riscontro nei principi del sistema vigente. La prelazione non si contrappone all’autonomia negoziale ma la valorizza orientandola alla massima attuazione della solidarietà costituzionale, secondo la vocazione sociale connaturata alla... (continua)

  • L' oggetto del giudizio di divisione

    Autore: Di Cola Livia
    Editore: Aracne
    Pagine: 472
    Data di pubblicazione: dicembre 2005
    Prezzo: 19,00 -10% 17,10 €
    Questi i temi trattati nel presente volume: la situazione giuridica sostanziale antecedente alla domanda di divisione; la natura della divisione; la natura del giudizio di divisione; la natura dei provvedimenti emessi nel corso del procedimento di divisione e i rimedi esperibili contro di essi. (continua)
  • Il procedimento di divisione a domanda congiunta

    Editore: Giuffrè
    Collana: Officina. Civile e processo
    Pagine: 78
    Data di pubblicazione: aprile 2014
    Prezzo: 18,00 -10% 16,20 €

    Tra gli argomenti trattati: Presupposti per la proposizione del ricorso ex art. 791-bis c.p.c. Soggetti delegabili per l'espletamento delle operazioni di divisione. Rapporti fra mediazione obbligatoria e controversie divisorie. Opposizione alla vendita e/o al progetto di divisione. Adempimenti successivi all'approvazione del progetto di divisione.

    (continua)
  • Quota e bene comune nella comunione ordinaria

    Pagine: 192
    Data di pubblicazione: giugno 2011
    Prezzo: 20,00 -10% 18,00 €

    Il lavoro affronta il tema della comunione ordinaria dei beni, anche in relazione al rapporto esistente tra quota e bene comune. La consapevolezza della rilevanza prevalente da assegnare al piano degli interessi consente di offrire una ricostruzione dell’istituto in termini di rapporto giuridico reale, riconoscendo a ciascun partecipante alla comunione la titolarità di una autonoma situazione soggettiva ed alla relativa quota la natura di bene proprio. Il concetto di... (continua)