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Articolo 1111

Codice Civile

Scioglimento della comunione

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Dispositivo dell'art. 1111 Codice Civile

Ciascuno dei partecipanti può sempre domandare lo scioglimento della comunione; l'autorità giudiziaria può stabilire una congrua dilazione, in ogni caso non superiore a cinque anni, se l'immediato scioglimento può pregiudicare gli interessi degli altri. Il patto di rimanere in comunione per un tempo non maggiore di dieci anni è valido e ha effetto anche per gli aventi causa dai partecipanti. Se è stato stipulato per un termine maggiore, questo si riduce a dieci anni. Se gravi circostanze lo richiedono, l'autorità giudiziaria può ordinare lo scioglimento della comunione prima del tempo convenuto [c. nav. 260 2] (1) (2).

Note

(1) La norma attribuisce all'autorità giudiziaria il potere di ordinare un differimento della divisione (comma 1) e di sciogliere la comunione nonostante il patto di rimanere in comunione (comma 3); tali poteri vengono rispettivamente riferiti all'esistenza di un pregiudizio per gli altri comunisti [v. 1102] ed alla ricorrenza di gravi circostanze: tali elementi devono essere considerati in rapporto all'interesse oggettivo della comunione. Si ricordi che il legislatore detta una norma analoga in tema di comunione ereditaria all'art. 717.

(2) L'atto di divisione ha carattere dichiarativo e non effetti traslativi. La giurisprudenza infatti ritiene che l'alienazione di una porzione materiale del bene comune è una vendita sottoposta alla condizione sospensiva che la porzione sia attribuita alla quota del venditore.


Ratio Legis

Ciascuno dei partecipanti alla comunione può richiederne lo scioglimento (ossia la divisione); tuttavia, tale scioglimento non può intervenire se non viene deciso con il consenso unanime di tutti i partecipanti, ovvero ordinato con sentenza [v. 1107] dall'autorità giudiziaria. Se lo scioglimento della comunione si realizza per effetto del consenso unanime dei partecipanti, la divisione trova il suo fondamento in un accordo fra i comunisti: il contratto [v. 1321] di divisione. Se la cosa comune è comodamente divisibile [v. 1114 nota (1)], il contratto di divisione attribuisce a ciascun comunista una porzione materiale del bene corrispondente alla sua quota [v. 1103]. Se invece la cosa comune non è comodamente divisibile, è possibile provvedere allo scioglimento della comunione in maniera diversa, che comunque consente a ciascun comunista di vedersi attribuito un valore corrispondente alla sua quota; in tal caso il valore o il bene attribuito al singolo comunista non consiste in porzioni materiali della cosa comune [v. 720, 728]. In mancanza di un accordo tra i partecipanti alla comunione, lo scioglimento può essere ordinato dall'autorità giudiziaria. Anche in questo caso, se la cosa comune è comodamente divisibile, l'autorità giudiziaria ne ordinerà l'attribuzione ai comunisti in porzioni materiali corrispondenti alle loro quote; se la cosa comune non è comodamente divisibile, l'autorità giudiziaria provvederà ad attribuire ai singoli partecipanti un bene o un valore corrispondente alla loro quota [v. 720]. Nel disporre la divisione l'autorità giudiziaria deve peraltro tenere in debito conto gli interessi in contrasto con quelli del comunista che richieda lo scioglimento della comunione. Così, nell'ipotesi prevista dal comma 1, l'autorità giudiziaria deve contemperare l'interesse degli altri comunisti che intendono evitare l'immediato scioglimento della comunione, posticipando sino a cinque anni la divisione della cosa comune. Così, nell'ipotesi prevista dall'art. 1112, l'autorità giudiziaria deve adeguatamente considerare l'interesse (oggettivo) connesso al particolare uso che della cosa comune viene fatto, impedendone in tal caso la norma stessa la divisibilità. Infine, va tenuto in considerazione l'interesse dei creditori e degli aventi causa di ciascun comunista, a tutelare direttamente le proprie ragioni; essi possono far ciò o intervenendo nel giudizio di divisione, oppure impugnando la divisione già eseguita, purché in questo caso essi abbiano notificato un'opposizione anteriormente alla divisione stessa [v. 1113].

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

521L'art. 1111 del c.c., primo comma, pone una limitazione al diritto di ciascun partecipante di chiedere lo scioglimento della comunione, attribuendo all'autorità giudiziaria il potere di stabilire una congrua dilazione, in ogni caso non superiore a cinque anni, se l'immediato scioglimento può pregiudicare glì interessi degli altri partecipanti. Disposizione analoga è inserita in tema di divisione ereditaria (art. 717 del c.c.).
Si è poi chiarito (art. 1111, secondo comma) che il patto di rimanere in comunione per un tempo non maggiore di dieci anni ha effetto anche per gli aventi causa dai partecipanti, e che, se è stipulato per un termine maggiore, si riduce al termine anzidetto.
In conformità del codice del 1865 (art. 681, terzo comma), lo scioglimento della comunione può essere ordinato dall'autorità giudiziaria prima del tempo convenuto, se gravi circostanze lo richiedono (art. 1111, terzo comma).
E' del pari riprodotta (art. 1112 del c.c.) la norma dell'art. 683 del codice precedente, che vieta di chiedere lo scioglimento della comunione quando si tratta di cose che, se divise, cesserebbero di servire all'uso a cui sono destinate.

Brocardi collegati a questo articolo

Sentenze relative a questo articolo

Cass. n. 9765/2004

In tema di divisione, non spetta al creditore del condividente alcuna facoltà di impedire, so­spendere o interrompere il giudizio di divisione attivato dal proprio debitore, atteso che il diritto alla generica garanzia patrimoniale offerta dal patrimonio del debitore cede (non solo rispetto agli atti di alienazione, ma anche) nei confronti del diritto alla divisione spettante al debitore. Al creditore è riconosciuto, per converso, il diritto di partecipare volontariamente al detto giudizio onde verificarne il quomodo e gli effetti, com­portando il relativo procedimento peculiarità risolventesi in una serie di valutazioni di fatto po­tenzialmente idonee a pregiudicare il patrimonio del condividente e, di riflesso, il suo creditore.

Cass. n. 630/2003

Anche in tema di scioglimento della comu­nione di diritti reali, disciplinata dall'art. 1111 c.c., si applica la nullità prevista dall'art. 17 della legge 28 febbraio 1985, n. 47 con riferimento a vicende negoziali inter vivos relative a beni immo­bili privi della necessaria concessione edificatoria. Tale nullità ha carattere assoluto (ed è quindi rilevabile d'ufficio e deducibile da chiunque vi abbia interesse) in quanto quel regime normativo, san­cendo la prevalenza dell'interesse pubblico alla ordinata trasformazione del territorio rispetto agli interessi della proprietà e mirando a reprimere ed a scoraggiare gli abusi edilizi, limita l'autonomia privata e non dà alcun rilievo allo stato di buona o mala fede dell'interessato. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza della Corte d'Appello che aveva rigettato la domanda di divisione giudiziale della comunione di un appezzamento di terreno sul quale erano stati realizzati manufatti abusivi).

Cass. n. 959/1999

Il socio di una società in accomandita sem­plice che adduca un sopravvenuto ed essenziale mutamento della attuale realtà societaria rispetto alla situazione iniziale, per avere la società dismesso l'esercizio dell'attività d'impresa ed essere rimasta solo formalmente in vita per l'espletamen­to di un'attività di mera gestione dei propri beni immobili, fa valere una causa di scioglimento dell'ente e, quindi, al fine di ottenere la divisione degli immobili con attribuzione della quota di sua competenza, non può esperire l'azione all'uopo accordata al comproprietario della cosa comune, dovendo, viceversa, necessariamente avvalersi del procedimento di liquidazione di cui agli artt. 2275 ss. c.c., a meno che egli non alleghi e dimostri la esistenza di un contratto equipollente, sostitutivo della liquidazione, nel quale risultino fissati an­che i diritti di ciascun socio sul patrimonio della disciolta società (dopo la definizione dei rapporti pendenti).

Cass. n. 2558/1996

La imposizione con sentenza di divisione giudiziale a carico di ciascuno dei condividenti di obbligazioni reciproche, finalizzate allo scio­glimento della comunione, determina tra le prestazioni dovute un collegamento di corri­spettività, analogo a quello intercorrente tra pre­stazioni dovute in adempimento di obbligazioni di identico contenuto volontariamente assunte dai condividenti con un unico contratto o con una pluralità di contratti collettivi preordinati alla realizzazione dello scioglimento della comu­nione, e di conseguenza anche in questa ipotesi ciascuno di essi può rifiutarsi di adempiere la sua obbligazione, se l'altro o gli altri condividenti non adempiono o non offrono di adempiere contem­poraneamente le proprie, salvo che siano diversi i termini per l'adempimento.

Cass. n. 8040/1993

Il rendiconto, ancorché per il disposto del­l'art. 723 c.p.c. costituisca operazione contabile che deve necessariamente precedere la divisione, in quanto preliminare alla determinazione della quota spettante a ciascun condividente, non si pone tuttavia in rapporto di pregiudizialità con la proposizione della domanda di divisione giudiziale poiché ben può essere richiesta la di­visione giudiziale ex art. 1111 c.c. a prescindere dal rendiconto, a tanto potendosi e dovendosi provvedere nel corso del giudizio di divisione, sia nelle forme di cui all'art. 263 e seguenti c.p.c., sia mediante indagini e prove di tipo diverso, come la consulenza tecnica.

Cass. n. 5484/1993

Provvedutosi convenzionalmente allo scio­glimento di una comunione, il ripristino di tale comunione può essere effettuato contestualmen­te nello stesso atto in cui si proceda ad una nuova e diversa divisione della medesima comunione, senza che occorra previamente provvedere con un distinto ed autonomo atto, alla ricostruzione di questa.

Cass. n. 5798/1992

Nel caso di divisioni di beni in godimento comune provenienti da titoli diversi e, perciò, appartenenti a distinte comunioni, è possibile procedere ad una sola divisione, piuttosto che a tante divisioni per quante sono le masse, solo se tutte le parti vi consentano con un atto che, risol­vendosi nel conferimento delle singole comunioni in una comunione unica, non può risultare da manifestazione tacita di volontà o dal mero com­portamento negativo di chi non si oppone alla domanda giudiziale di divisione unica di tutti i beni delle diverse masse, ma deve materializzarsi in un negozio specifico che, se ha per oggetto beni immobili, deve rivestire la forma scritta ad substantiam, perchè rientrante tra quelli previsti dal­l'art. 1350 c.c.; conseguentemente, in mancanza di un siffatto negozio, il comportamento tenuto dalla parte che non si è opposta alla domanda di divisione unica nel giudizio di primo grado non impedisce a quest'ultima di proporre appello per denunciare la sentenza che ha accolto tale domanda.

Cass. n. 8315/1990

Con riguardo alla comunione pro indiviso l'alienazione che il comproprietario faccia del suo diritto determina l'ingresso dell'acquirente nella comunione soltanto nel caso in cui l'alienazione riguardi la quota o una frazione di questa, con la conseguenza che l'acquirente quale successore a titolo particolare dell'alienante è legittimato a domandare lo scioglimento della comunione a norma dell'art. 1111 c.c. nell'assunta qualità di partecipante. Qualora, invece, il comproprietario disponga di un singolo bene, o di una frazione di esso, tra quelli compresi nella comunione, l'alie­nazione ha efficacia non reale, bensì solo obbli­gatoria, con la conseguenza che della comunione continua a far parte il disponente, il quale resta pertanto titolare dell'azione di cui all'art. 1111 c.c., potendo l'avente causa soltanto avvalersi dei dirit­ti accordatigli dall'art. 1113 c.c.

Cass. n. 5140/1987

L'acquirente di quote indivise di singoli beni comuni il quale propone domanda di divisione dei beni medesimi, agisce in via surrogatoria, cioè utendo iuribus dei suoi danti causa, il che com­porta l'esigenza della partecipazione di costoro al giudizio divisorio, di cui essi soltanto sono, in senso sostanziale, le vere parti insieme con gli al­tri partecipanti alla comunione.

Cass. n. 3150/1973

Allorché oggetto della comunione è un bene non suscettibile di frazionamento, lo scioglimento della comunione non può aver luogo che median­te l'alienazione del bene e la ripartizione del corri­spettivo tra i titolari del diritto comune. E se il bene viene ceduto per intero ad uno stesso acqui­rente, che ne diventa titolare nella sua interezza, la distinzione fra alienazione per singole quote ed alienazione del diritto comune nel suo complesso indiviso diviene irrilevante, ai fini di stabilire se le parti abbiano voluto o meno lo scioglimento della comunione, quando non risulti che gli alienanti abbiano voluto costituire una nuova comunione sul corrispettivo dell'alienazione. (Principi affer­mati dalla Corte in tema di applicabilità dell'im­posta di R.M. sui redditi derivanti dalla cessione di brevetti ai comunisti alienanti).

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Quesito n. 9157/2013 giovedì 21 novembre 2013

Leonardo B. chiede

Contenzioso relativo a residenza bifamiliare che, dopo varie vicissitudini, è stata oggetto di accordo divisionale in base al quale l'impianto di acque reflue è rimasto nella proprietà di B, con servitù a favore di A. A propone di realizzare a proprie spese un impianto autonomo nell'area di sua proprietà esclusiva, lasciando a B l'esistente impianto certificato.
Domanda: può B opporsi? come pagare?

Parere legale online a cura della

redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 9157/2013 [risposta a pagamento]

La situazione di fatto descritta nel quesito fa comprendere come non vi sia più una comunione dell'impianto di scarico delle acque reflue, poiché lo stesso è stato assegnato in proprietà esclusiva a B. A ha solo un diritto di servitù sul medesimo. Pertanto, non trova applicazione la disciplina dettata dal codice civile per la comunione (artt. 1100 ss. c.c.).
Non si ravvisa alcun motivo per cui B abbia diritto di opporsi alla costruzione da parte di A di un proprio impianto autonomo, su terreno di proprietà esclusiva di A e senza che peraltro gli venga richiesto alcun esborso, salvo che una tale opera non possa creare in qualche modo danni alla sua proprietà.

Costruito il nuovo impianto autonomo ed essendo venuta meno l'utilità in vista della quale il diritto di servitù era stato costituito, A può rinunziarvi: lo dovrà fare, a pena di nullità, con atto scritto ai sensi dell'art. 1350 del c.c. n. 5), secondo il quale gli atti di rinunzia ai diritti indicati dai numeri precedenti del medesimo articolo - tra cui i diritti di servitù - devono rivestire la forma dell'atto pubblico o della scrittura privata (v. Cass. Civ. Sez. II, 2228/85). L'atto scritto in cui viene inserita la rinunzia può essere un qualsiasi atto, come un contratto, ma anche (e sembra questo il caso di specie) un atto unilaterale avente natura meramente abdicativa del diritto da parte del suo titolare.

Ci si deve però chiedere se sia necessario il consenso di B (proprietario del fondo servente) affinché A (titolare del fondo dominante) possa validamente rinunciare alla servitù. La questione è stata oggetto di alcune pronunce della Corte di cassazione, la quale ha ritenuto che sia sufficiente, al fine del perfezionamento della rinuncia, che tale volontà abdicativa sia esteriorizzata in un atto scritto: non è necessario che venga portata a conoscenza del soggetto interessato, ossia del proprietario del fondo servente.
Poiché la servitù è intesa come utilitas che il fondo dominante trae da quello servente, la Suprema Corte ha stabilito che la rinuncia della servitù prediale è operativa indipendentemente dal consenso della controparte. Difatti, in tema di servitù, il proprietario del fondo servente non può sostenere di subire un danno a fronte della rinuncia cui egli non ha acconsentito: il proprietario del fondo servente, infatti, subisce il peso imposto a favore del fondo dominante e quindi non trae alcun vantaggio dalla servitù (v. sul punto Cass. Civ., 30.3.1985 n. 2228, Cass. civile sez. II, 21.2.1995, n. 1882, Cass. civile 20.12.1989 n. 5759).

Quesito n. 5294/2012 domenica 15 aprile 2012

antonino de odorico chiede

Comunione ereditaria: come attivare lo scioglimento,persistendo l'incomunicabilità
tra coeredi.

Parere legale online a cura della

redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 5294/2012 [risposta gratuita]

Il codice civile prevede in modo articolato la divisione dei beni in comunione ereditaria: titolo IV articoli da 713 a 768.

In particolare l'art. 713 del c.c. prevede che i coeredi possano sempre domandare la divisione, la cui fonte può essere tanto un atto negoziale quanto giudiziale.

I coeredi, infatti, possono pervenire ad una divisione in via amichevole oppure, in mancanza del raggiungimento di un accordo, dovranno esercitare un'azione giudiziale di divisione.

A tal riguardo occorre precisare che la domanda di divisione presuppone necessariamente l'esistenza di una comunione ereditaria ed è rivolta nei confronti di tutti i coeredi. Infatti, nella divisione, ciascun coerede ha diritto di avere, per quanto possibile, in natura, una parte proporzionale di tutte le specie di beni che formano l'attivo ereditario, trattandosi di una divisione dell'asse.

Tag: divisione ereditaria

Quesito n. 3068/2011 sabato 2 aprile 2011

Diana Lapia chiede

Desidero sapere se l'art.1111 c.c.si riferisce solo al condominio o può valere anche per la multiproprietà immobiliare,Grazie.Diana Lapia

Parere legale online a cura della

redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 3068/2011 [risposta gratuita]

La dottrina maggioritaria, avvallata anche dalla giurisprudenza sostiene che la multiproprietà sia un diritto perpetuo, ancorchè ciclico e turnario, per cui la sua natura giuridica sarebbe di comproprietà, a cui si associa un regolamento di tipo turnario. In questo caso bisogna però capire come conciliare l'istituto della multiproprietà con quello inerente la disciplina della comunione.

Dal combinato disposto degli art. 1111 del c.c. e art. 1112 del c.c. si ricava che è sempre possibile chiedere lo scioglimento della comunione, ma che non si possa chiedere lo scioglimento della comunione quando si tratta di cose che, se divise, cesserebbero di servire all'uso comune a cui sono destinate.

In tal senso nei regolamenti d'uso della multiproprietà si fa spesso riferimento all'obbligo dell'acquirente di rispettare la condizione di indivisibilità del bene, con esplicito riferimento all'art. 1112 c.c., nel senso che se quell'immobile fosse diviso da uno dei proprietari - facoltà in astratto prevista in capo ad ogni proprietario di immobile -, ciò precluderebbe agli altri la possibilità di servirsene.

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(continua)
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