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Articolo 748 Codice Civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

[Aggiornato al 31/08/2021]

Miglioramenti, spese e deterioramenti

Dispositivo dell'art. 748 Codice Civile

In tutti i casi(1), si deve dedurre a favore del donatario il valore delle migliorie apportate al fondo nei limiti del loro valore al tempo dell'aperta successione [456, 1150 c.c.](2).

Devono anche computarsi a favore del donatario le spese straordinarie(3) [1150] da lui sostenute per la conservazione della cosa, non cagionate da sua colpa 1150, 1152 c.c.].

Il donatario dal suo canto è obbligato per i deterioramenti che, per sua colpa, hanno diminuito il valore dell'immobile.

Il coerede che conferisce un immobile [746 c.c.] in natura può ritenerne il possesso sino all'effettivo rimborso delle somme che gli sono dovute per spese e miglioramenti [749, 975, 985, 1152, 2040 c.c.].

Note

(1) Sia in caso di collazione per imputazione che in natura.
(2) I miglioramenti vengono computati in base al loro valore, le spese straordinarie in relazione all'importo impiegato.
Al donatario non spetta alcunchè in relazione alle spese ordinarie, in quanto compensate dal godimento che ha del bene stesso.
Le migliorie realizzate dal donante, dopo la donazione, sono oggetto di detrazione, a meno che non costituiscano un'ulteriore donazione, atto a sua volta oggetto di collazione.
(3) Sono spese straordinarie, per esempio, quelle poste in essere per conservare il bene che minaccia il perimento o il crollo.

Ratio Legis

Al donatario, prima che l'obbligo di collazione divenga attuale, si applica la disciplina del possessore di buona fede (v. artt. 1148 e ss. c.c.).

Spiegazione dell'art. 748 Codice Civile

Al momento del conferimento, vanno computate le seguenti variazioni al valore dell’immobile:
a) A favore del donatario, si calcolano le migliorie esistenti al tempo della successione, secondo il loro valore in quel momento. Resta così risolta la questione sorta sotto il vecchio codice: se, cioè, dovesse rimborsarsi il meno tra lo speso e il miglioramento ovvero l’ammontare di quest'ultimo.
b) A favore del donatario vanno calcolate anche le spese straordinarie da lui fatte per la conservazione della cosa, e non cagionate da sua colpa. Su questo punto si è innovato rispetto all’art. #1019# del codice precedente, in quanto questo parlava di spese necessarie, le quali invece, secondo il testo attuale, rimangono a suo carico. Si è pure aggiunta, come causa determinante l’esclusione della rivalsa, la colpa del donatario.
c) Si calcolano, invece, a danno del donatario i deterioramenti derivanti da sua colpa.
Il donatario continua a godere lo ius retentionis, già riconosciutogli dall’art. #1023# del codice del 1865.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

Massime relative all'art. 748 Codice Civile

Cass. civ. n. 24150/2015

In tema di collazione ereditaria d'immobili, la pretesa del donatario di dedurre migliorie e spese a norma dell'art. 748 c.c. non integra domanda riconvenzionale, ma semplice eccezione, non ampliando il contenuto del giudizio divisorio, atteso che il patrimonio del donante non può comprendere quanto realizzato sul bene dal donatario.

Cass. civ. n. 649/1991

In tema di collazione ereditaria, fra i miglioramenti apportati all'immobile dal donatario, che, a norma dell'art. 748 c.c., debbono essere detratti dal valore dell'immobile (sicché di essi non può tenersi conto nella riunione fittizia), deve ritenersi compresa l'affrancazione del fondo enfiteutico, sempreché il donatario provi (eventualmente anche a mezzo di presunzioni) di avervi provveduto a propria cura e spese.

Cass. civ. n. 4009/1981

In tema di collazione della divisione ereditaria, l'art. 748 c.c., il quale prevede, in favore del donatario, la deduzione, oltre che delle spese straordinarie, delle migliorie, nei limiti del loro valore al tempo dell'aperta successione, opera tanto con riguardo alle migliorie apportate direttamente dal donatario stesso, quanto con riguardo a quelle apportate da altri, e, quindi, anche dal donante, salva restando, in tale ultima ipotesi, l'eventuale ricorrenza di una successiva liberalità, suscettibile di distinta collazione nel concorso dei prescritti requisiti.

Cass. civ. n. 2453/1976

Il coerede che ha goduto di un immobile del de cuius prima ancora di riceverlo in donazione, ha diritto, nella collazione per imputazione delle rendite relative, alla detrazione — dal valore imputabile — di quanto corrispondentemente da lui sborsato per tributi e spese di manutenzione.

Cass. civ. n. 2621/1974

Il disposto dell'art. 748 c.c., secondo cui, agli effetti della collazione, si deve dedurre in tutti i casi a favore del donatario il valore delle migliorie apportate al fondo, nei limiti del loro valore al tempo dell'aperta successione, è applicabile soltanto quando oggetto della donazione sia stata la proprietà piena dell'immobile, nella quale ipotesi il donatario, come deve essere rimborsato delle spese straordinarie da lui sostenute, così pure deve essere rimborsato delle migliorie apportate (da lui o da altro che abbia sostenuto il fondo), e queste devono essere valutate nei limiti del loro valore al tempo dell'aperta successione, indipendentemente dal minore o maggior costo di esse. Nell'ipotesi in cui, invece, oggetto della donazione sia stata la nuda proprietà con riserva dell'usufrutto al de cuius, il donatario, non avendo, come tale, in nessun caso ancora goduto dell'immobile, e neppure essendo legittimato al possesso di esso, non ha, in tale qualità, alcun titolo per vantare diritto al rimborso di somme per spese o per miglioramenti. Al fine di identificare il concetto di miglioria tenuto presente dall'art. 748 c.c., deve riconoscersi natura di miglioria a quell'opera che si incorpori nel fondo ed aumenti le opere esistenti, ovvero ne migliori l'inefficienza; non può invece riconoscersi natura di miglioria a quell'opera che valga solo a conservare le opere esistenti, minacciate di deperimento o di crollo, giacché in tal caso si tratta piuttosto di spese di straordinaria manutenzione. La miglioria finisce quindi necessariamente per ripercuotersi in un miglioramento della cosa, in un suo aumento, e, quindi, in un aumento del suo valore, con la conseguenza che il valore della miglioria, ai fini dell'art. 748 c.c., non può che coincidere con l'aumento di valore della cosa migliorata.

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Consulenze legali
relative all'articolo 748 Codice Civile

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Carmela D. M. chiede
sabato 03/07/2021 - Sicilia
“Mia madre ha donato, con riserva di usufrutto, a me un appartamento mentre a mio fratello un terreno con una casa coloniale.
Abbiamo goduto del bene fin da quando ci è stato donato, (1980) e adesso, alla morte della mamma sono nate questioni sulle spese apportate ai rispettivi beni.
Il mio appartamento era abusivo e io l’ho sanato al comune facendo una nuova divisione e spendendo circa 100 milioni di lire mentre mio fratello oltre a migliorare la casa coloniale, ha realizzato nel terreno un campo da tennis piscina, a discapito dell’ uliveto esistente, ecc.
Domanda
In che modo è possibile conteggiare in collazione queste spese?
Grazie”
Consulenza legale i 08/07/2021
Ciò che viene chiesto trova esplicita risposta all’art. 748 c.c.
Presupposto essenziale per l’applicazione di tale norma è ovviamente che si faccia riferimento a spese documentabili, ossia spese per le quali coloro che le hanno sostenute siano in grado di dimostrare che sono state affrontate con somme prelevate dal patrimonio personale, oppure che vi sia accordo tra gli eredi nel riconoscere che ciascuno di essi ha eseguito a proprie spese le migliorie e le addizioni sugli immobili di rispettiva titolarità.

Si ritiene anche utile precisare che rientra nel concetto di miglioria qualunque opera eseguita sul fondo dal momento in cui è stata posta in essere la donazione e che si incorpori nel bene e ne migliori l’efficienza, traducendosi in un aumento del suo valore (così Cass. n. 2621/1974).

Ora, la necessità di dar prova di quanto prima si è detto si pone in particolare in un caso come quello in esame, in cui oggetto di donazione è stata la sola nuda proprietà degli immobili che adesso devono costituire oggetto di collazione (il nudo proprietario solitamente è colui che non ha il godimento del bene).
Di una situazione simile si è occupata la Corte di Cassazione, Sez. I civ. nella sentenza n. 24150 del 26.11.2015, affermando il seguente principio di diritto:
Le opere eseguite dal donatario nudo proprietario a sue spese sul bene oggetto di usufrutto, che ne abbiano accresciuto il valore, non possono giovare all'usufruttuario o ai suoi eredi, poiché ad esse non corrisponde un credito dell'usufruttuario nei confronti del nudo proprietario. In tal caso viene a mancare la giustificazione del conferimento, in sede di collazione, del valore corrispondente al bene donato, comprensivo delle opere realizzate dal donatario nudo proprietario a sue spese. Nella menzionata ipotesi si pone, dunque, la questione concernente la prova delle opere asseritamente realizzate dal donatario sui beni che il de cuius gli aveva donato riservandosi l'usufrutto”.

Con tale sentenza la S.C. censura la decisione della Corte di secondo grado, la quale aveva ritenuto che l’art. 748 c.c. non potesse trovare applicazione nel caso di donazione avente ad oggetto la nuda proprietà dell’immobile ed in mancanza di prova che il donatario avesse conseguito il possesso o comunque il godimento del bene; secondo la Corte territoriale, infatti, il donatario, nella sua qualità di nudo proprietario, non avrebbe titolo per pretendere il rimborso di spese e miglioramenti (ci si rifà in tal senso a Cass. civ., sez. II, sentenza n. 2621 del 1974, che a sua volta richiama Cass. civ., sez. II, sentenza n. 2221 del 1971).

Di contrario avviso è la S.C. nella sentenza del 2015 prima citata, la quale argomenta innanzitutto da quella che è la ratio dello stesso art. 748 c.c.: il conferimento delle donazioni, finalizzato a ricostituire il patrimonio del de cuius, non può comprendere ciò che, essendo stato realizzato dal donatario, non è mai appartenuto al donante, e, simmetricamente, deve comprendere ciò che il donatario ha deteriorato, per sua colpa.

Secondo quanto sostenuto dalla Cassazione nella sentenza n. 24150/2015, la ragione per cui la Corte di Cassazione n. 2621 del 1974 ha affermato che "i miglioramenti giovano all'usufruttuario o ai di lui eredi, e non già al donatario" si fonda sulla stessa disciplina dei miglioramenti e delle addizioni nell'usufrutto, contenuta negli artt. 985 e 986 c.c., in cui si fa espresso riferimento agli interventi sul bene posti in essere dall'usufruttuario, che si traducono, al momento della restituzione, in altrettanti obblighi del nudo proprietario al pagamento di un indennizzo.

Diversa, invece, è la situazione nel caso in cui il donatario nudo proprietario deduca di avere effettuato a sue spese opere sul bene oggetto di usufrutto e che ne abbiano accresciuto il valore, ipotesi che può indubbiamente verificarsi nella pratica in quanto non esiste alcun divieto, in capo al nudo proprietario, di effettuare interventi sul bene, purchè vi sia il consenso dell'usufruttuario (come si desume dall’art. 983 del c.c.)

Peraltro, va anche evidenziato, argomentando dalla specifica disciplina di cui al secondo comma dell’art. 983 c.c., che il nudo proprietario ha pur sempre facoltà di apportare miglioramenti al bene e che, nel rapporto tra usufruttuario e nudo proprietario, si deve presumere che sia quest'ultimo l'autore dei miglioramenti, in quanto titolato a modificare il bene.
Ovviamente, sotto il profilo processuale, incombe in capo al donatario nudo proprietario, il quale intenda invocare a suo favore l'applicazione della regola dettata da tale norma, l'onere di provare il fatto se contestato.

In forza di quanto fin qui sostenuto, dunque, può affermarsi che i donatari, pur nella loro qualità di nudi proprietari, hanno diritto di dedurre in proprio favore, ex art. 748 c.c., il valore delle migliorie apportare agli immobili ricevuti in donazione, con riferimento al momento dell’apertura della successione.
Circa il modo di determinare il valore di tali migliorie, può richiamarsi la sentenza della Corte di Cassazione n. 5982/1979, in cui si afferma che detto valore va calcolato non in base alle spese sostenute, ma in relazione all’aumento di valore che i beni ne hanno conseguito.

Così, nel caso dell’appartamento donato alla figlia si dovranno dedurre in favore della stessa tutte le spese sostenute fino alla data di apertura della successione e volte a regolarizzare l’immobile dal punto di vista urbanistico.
Con riferimento all’immobile donato al fratello, considerato che il medesimo ha di fatto realizzato una trasformazione del bene oggetto di donazione (migliorando la casa coloniale e realizzando un campo da tennis con piscina in luogo dell’uliveto), occorrerà:
  1. dedurre in suo favore il maggior valore che ha conseguito la casa coloniale per effetto delle migliorie;
  2. effettuare una stima del valore che il terreno impiantato ad uliveto avrebbe potuto avere al momento di apertura della successione ed il valore che allo stesso può attribuirsi sempre a quella data secondo la destinazione attuale.
All’esito di tale stima, la differenza di valore andrà conteggiata a credito o a debito del donatario.


Carmela D. M. chiede
martedì 01/06/2021 - Sicilia
“Mi madre, in vita, ha donato con riserva di usufrutto metà appartamento a me e metà a mio marito con il quale eravamo e tuttora siamo in separazione dei beni.
A mio fratello invece ha donato, sempre con riserva di usufrutto la metà di un terreno; l'altra metà l'ha acquistato la moglie.
In questo terreno sono state apportate tante migliorie: ristrutturazione casa colonica, piscina, campo da tennis ecc.
domande:
la metà dell'appartamento donato a mio marito e le migliorie del terreno, rientrano nella collazione.”
Consulenza legale i 08/06/2021
L’istituto giuridico della collazione risulta disciplinato in maniera abbastanza precisa agli artt. 737 e ss. c.c.
Come può dedursi dalla lettura di tali norme, si tratta di un istituto peculiare alla divisione ereditaria, e più precisamente di un atto per mezzo del quale i discendenti e il coniuge che accettano l’eredità sono tenuti a conferire nell’asse ereditario (in natura o per imputazione) quanto hanno ricevuto dal defunto in donazione.

Secondo la tesi prevalente sia in dottrina che in giurisprudenza (cfr. ex plurimis Cass. 1 febbraio 1995, n. 1159), l’obbligo della collazione sorge automaticamente a seguito dell’apertura della successione (i beni donati devono essere conferiti a prescindere da una espressa domanda dei condividenti) e produce l’effetto pratico di aumentare realmente l’asse ereditario da dividere.

Per regola generale oggetto di collazione, e dunque di conferimento, sono tutti i beni donati in vita dal de cuius ai propri discendenti o al coniuge; infatti l’art. 737 c.c. sancisce che i discendenti o il coniuge devono conferire “tutto ciò che hanno ricevuto dal defunto in donazione, direttamente o indirettamente”.
Presupposti per il sorgere dell’obbligazione collatizia sono i seguenti:
  1. la qualità di donatario del soggetto tenuto a collazione;
  2. la qualità di discendente (legittimo, naturale o adottivo) o di coniuge del de cuius del soggetto tenuto a collazione;
  3. la qualità di coerede (legittimo o testamentario) del soggetto tenuto alla collazione ( l’obbligo alla collazione sorge automaticamente a seguito dell’apertura della successione, ma diviene operante a seguito dell’accettazione dell’eredità);
  4. l’assenza di una dispensa da collazione;
  5. l’esistenza di un relictum da dividere (anche se su quest’ultimo presupposto non vi è concordia di opinioni).

Come può notarsi, la collazione opera solo nei rapporti reciproci tra determinati coeredi che, a seguito della riforma del diritto di famiglia del 1975, sono i figli (legittimi e naturali), i loro discendenti (legittimi e naturali) e il coniuge del de cuius, e soltanto se accettano l’eredità, così dovendo partecipare alla divisione dell’asse ereditario.

Inoltre, secondo quanto espressamente statuito all’art. 739 c.c., l’erede soggetto a collazione deve conferire solo i beni che ha ricevuto in donazione e non i beni che sono stati donati ai suoi discendenti o al suo coniuge, ancorché succedendo a costoro ne abbia conseguito vantaggio (art. 739, comma 1 c.c.).
Precisa ancora il secondo comma della medesima norma che se la donazione viene fatta congiuntamente a coniugi, di cui solo uno è discendente del donante, la collazione opera solo con riferimento alla porzione a quest’ultimo donata.

Pertanto, in considerazione di quanto appena detto, e rispondendo alla prima delle domande poste, sembra abbastanza chiaro che, per espressa volontà legislativa, il coniuge di chi pone il quesito, pur se anch’egli donatario del medesimo de cuius, non è gravato da alcun obbligo di collazione.


Per quanto concerne, invece, l’altro problema per il quale vengono chiesti chiarimenti, ossia quello dei miglioramenti effettuati dal donatario sul bene che potrebbe essere oggetto di collazione, occorre innanzitutto precisare che la legge, con riguardo agli immobili, prevede due modi di conferimento del bene in collazione: in natura e per imputazione.
La collazione in natura (art. 746 c.c.) consiste nella restituzione del diritto all’asse ereditario, con la conseguenza che l’oggetto della donazione cessa di appartenere in modo esclusivo al donatario ed entra materialmente a far parte della massa da dividere, diventando oggetto di comproprietà fra i coeredi.
La collazione per imputazione, invece, si fa imputando alla massa ereditaria da dividere il valore dell’immobile donato (art. 747 c.c.)

In entrambi i casi il bene o diritto viene stimato secondo il valore che esso ha al momento dell’apertura della successione e non al momento della divisione.

Per quanto riguarda i miglioramenti, spese e deterioramenti, nonché frutti e interessi, il legislatore, applicando i principi generali in tema d’indebito arricchimento, attribuisce al donatario che conferisce, il diritto al rimborso del valore delle migliorie apportate al bene, nei limiti del loro valore al tempo dell’apertura della successione, nonché il diritto al rimborso delle spese straordinarie sostenute per la conservazione dello stesso; parimenti gli impone il rimborso dei deterioramenti a lui imputabili (così art. 748 c.c.).
Infine, con riguardo ai frutti e agli interessi, l’art. 745 c.c. dispone che essi sono dovuti dal giorno dell’apertura della successione.

Pertanto, rispondendo alla seconda domanda posta, può dirsi che il fratello avrà diritto al rimborso del valore delle migliorie apportate al terreno, con la conseguenza che la collazione non potrà che farsi per imputazione, riducendosi al valore che la nuda proprietà di quel terreno ha al momento dell’aperura della successione (sempre per la quota, pari ad un mezzo indiviso, che ha formato oggetto di donazione).


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